“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessi

“Fullmetal Alchemist” è un manga scritto e disegnato da Hiromu Arakawa portatore di grandi tematiche sullo sfondo dell'avventura.

Fullmetal Alchemist è un manga scritto e disegnato da , che all’epoca aveva all’attivo solo un paio di opere, uscito in Giappone tra il luglio del 2001 e il giugno del 2010, portato in Italia da in un’edizione fedele ai tankobon originali tra il luglio del 2006 e il settembre del 2011, per un totale di 108 capitoli raccolti in 27 volumi.

Esistono due anime tratti dalla serie: il primo, omonimo, è stato trasmesso in Giappone tra l’ottobre del 2003 e l’ottobre del 2004, e nella seconda parte della storia presenta numerose e importanti differenze con gli sviluppi del fumetto: all’epoca infatti il manga della Arakawa era ancora in corso e gli autori della serie animata conclusero l’avventura in maniera diversa da quella che sarebbe poi stata la fine dell’opera originale.

Il secondo, intitolato Fullmetal Alchemist: Brotherhood, è stato trasmesso in Giappone tra l’aprile del 2009 e il luglio del 2010, dopo la conclusione del fumetto, e questo ha permesso di realizzare un anime fedele in tutto e per tutto alla storia della Arakawa, con soddisfazione dei vari fan che non erano rimasti granché soddisfatti dal finale del primo adattamento televisivo.

On the road

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessi

C’è un elemento che colpisce immediatamente il lettore che si approccia a Fullmetal Alchemist, e che connota buona parte della serie, tanto da assurgere a elemento fondamentale del manga: il viaggio.
Fin dai primi capitoli, d’altronde, conosciamo i due protagonisti – i fratelli Edward (Ed) e Alphonse (Al) Elric – mentre sono “sulla strada”, in movimento verso una destinazione ignota e con uno scopo ancora misterioso. Una partenza in medias res, se vogliamo, che Hiroumu Arakawa gestisce efficacemente, introducendo i due personaggi principali della sua storia attraverso lo stupore delle persone che incontrano nel villaggio in cui arrivano.

I due fratelli hanno infatti l’aspetto di veri e propri freaks a causa di un esperimento alchemico mal riuscito, condotto dai due fratelli nel tentativo di riportare in vita la propria madre, che come conseguenza ha invece avuto quella di sottrarre due arti a Edward – sostituiti con protesi meccaniche – e l’intero corpo a Alphonse, che solo tramite il sacrificio del fratello ha potuto legare la sua anima alla gigantesca armatura medievale che lo avvolge.
In pochi capitoli la Arakawa svela quindi la base narrativa sulla quale poggia l’intera serie: un racconto piuttosto lineare, che verrà arricchito di particolari in successivi flashback ma che all’inizio è sufficiente per dare spessore e scopo ai due protagonisti, motivando anche la loro propensione al viaggio, che si connota come una ricerca per recuperare i propri corpi.

Una ricerca che, metaforicamente, si può ampliare a quella di se stessi, della propria individualità, di ciò che ci connota e che ci rende quello che siamo.

Essere umani

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessiNella grande e complessa scacchiera che è Fullmetal Alchemist, la quest che affrontano i fratelli Elric è solo uno dei temi esplorati. Essa si intreccia infatti anche con un pericolo su scala mondiale, delineato da una misteriosa e potente entità dagli oscuri propositi.

Una nemesi che, così descritta, sembra lo stereotipo fatto e finito di un classico super-villain ma che la Arakawa costruisce in modo sapiente, riuscendo a presentarla con i giusti ritmi narrativi, introducendola dapprima attraverso gli occhi e le azioni di alcuni dei suoi servitori (i cosiddetti homunculus) e arricchendola man mano che la serie procede attraverso alcuni colpi di scena ben assestati, un flashback al punto giusto e una risoluzione nel gran finale molto intensa e ambiziosa, in grado di elevare significativamente il livello del manga.

Attraverso questo avversario, infatti, l’autrice esplora nuovamente il senso dell’essere umano, ma da una prospettiva più cupa rispetto a quella della ricerca di Edward e Alphonse: si riflette sulla propensione al voler andare oltre l’effimera esistenza umana, sulla folle volontà di privarsi di quelle caratteristiche e debolezze che ci connotano come persone e in definitiva sul pericolo che scaturisce da una visione egoista e ristretta, figlia di questi sentimenti.

La contrapposizione tra questa tendenza e quella dei due protagonisti – che al contrario è pura nel proprio percorso – è uno dei motivi principali che rendono gli ultimi capitoli epici e consistenti.
Non è un caso che, alla fine, Edward prenda una decisione di grandi proporzioni per raggiungere il proprio sogno, mettendo in campo un sacrificio che ben dimostra la differenza di scala di valori con il proprio avversario.

Ambientazione e personaggi

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessi

Un grande merito di Hiromu Arakawa, per nulla scontato in un’autrice alle prime esperienze, è quello di aver saputo costruire con grande capacità un universo narrativo credibile, coeso e ramificato: un luogo e un periodo storico indefiniti che costituiscono un’ambientazione ben descritta, un mondo con delle proprie regole dalle quali l’autrice non ha mai sgarrato ed entro le quali ha realizzato una storia che fila.

Anche il solo aver plasmato il suo concetto di alchimia, mutuandola chiaramente da quella classica ma facendola sua, fissando inoltre delle norme nel suo uso, dimostra la sua inventiva e la bravura nel giocare onestamente con i personaggi e nei confronti dei lettori. Intendere l’alchimia come una scienza in tutto e per tutto e non qualcosa di accostabile a magia o religione, con le sue regole e i suoi duri studi per padroneggiarla, è uno degli aspetti narrativi più pregevoli di Fullmetal Alchemist.

Si tratta di una sorta di percorso verso la conoscenza assoluta, ottenuta tramite impegno e sacrifici e capace di cambiare il modo di intendere l’alchimia stessa e di guardare al mondo che ci circonda. Per questo è importante il concetto di “scambio equivalente”, che prevede che la creazione di qualcosa attraverso l’alchimia venga bilanciata da una cessione di qualcosa dello stesso valore, contrapposto alla scorciatoia offerta invece dalla mitica Pietra Filosofale, che aggira questo principio ma ad un costo alto e oscuro.
La Harakawa insiste sull’importanza dell’abnegazione come via corretta per raggiungere i propri obiettivi, mostrando anche in modo risoluto l’eventualità che si possa fallire nonostante la buona volontà e soprattutto del sacrificio di qualcosa di importante come parte della crescita.

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessiGeograficamente, poi, la Harakawa realizza un mondo sfaccettato fatto di metropoli (come la grande Central City) e villaggi più modesti (la Resembool in cui Edward e Alphonse sono nati), popolato di deserti e foreste ma provvisto a nord di una zona quasi artica, protetta da una grande fortezza con tanto di barriera. Una fantasia visionaria molto piacevole e tutta da gustare.

Ma il piatto forte del fumetto sono i personaggi: i due protagonisti, caratterizzati con tale perizia da scolpirsi nella memoria, sono infatti circondati da un folto nugolo di comprimari dall’impronta decisamente forte.

Tra gli alchimisti di stato – distaccamento dell’esercito formato da alchimisti che hanno scelto di arruolarsi, e di cui fa parte anche Edward – spiccano per esempio il colonnello Roy Mustang, il maggiore Armstrong e il tenente Hawkeye: il primo caratterizzato da una sorta di ambiguità per la quale spesso il lettore rimane con il dubbio sulla natura morale del personaggio, il secondo apprezzabile per la carica umana nascosta sotto un aspetto massiccio e la terza ottimo esempio di giovane donna forte, risoluta e indipendente.

A proposito di ambiguità, i contorni sfumati la fanno da padrone anche per Scar, soggetto inizialmente visto unicamente come pericoloso ma che nel corso del manga si dimostra anche capace di ritrovare una dirittura morale, e del quale viene raccontato il trauma che l’ha condizionato.

Ci sono molti altri personaggi di rilievo, ma è impossibile citarli tutti: basti dire che la mangaka riesce a rendere interessanti quasi tutti gli attori in scena, tanto che nei capitoli in cui per vari motivi i protagonisti sono assenti, il lettore ne sente a stento la mancanza, perché anche il resto del cast è in grado di reggere sulle proprie spalle lo svolgimento.

Le varie comparse spesso sono anche portavoce di temi come l’integrazione razziale, in particolare con l’introduzione di alcuni personaggi provenienti da un Paese distante che collaborano con Ed e Al e con i flashback dedicati alla guerra di sterminio contro un intero popolo condotta dai governanti di Amestris, la nazione natale dei protagonisti; altra tematica presente è la corruzione di chi detiene il potere, sia temporale che religioso, mostrata in diversi punti della storia.

Alchimia grafica

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessi

Una delle cifre stilistiche di Fullmetal Alchemist è sicuramente una narrazione scorrevole e avvincente, che tra cliffhanger, colpi di scena e relazioni intriganti tra i personaggi tiene sempre desta l’attenzione, con soluzioni quasi mai scontate. Solo in un punto, poco prima della lunga fase finale, il ritmo narrativo si sfilaccia e la trama perde consistenza, ma è un momento di passaggio che lascia presto il posto a un rinnovato vigore.

Il manga non sarebbe comunque altrettanto vincente senza l’apparato estetico: Hiromu Arakawa realizza infatti tavole decisamente affascinanti e riuscite, dove col procedere dei numeri si può cogliere un miglioramento significativo nel tratto. Se nei primi numeri, già graficamente buoni, si può rintracciare qualche incertezza negli sfondi, qualche soluzione un po’ piatta nella rappresentazione dei personaggi e una costruzione poco libera della gabbia, nei successivi il talento dell’autrice si sviluppa, con un affinamento del segno, un’accuratezza nei volti che si rintraccia anche negli eccessi – solo apparentemente non dosati – che assumono le espressioni nei momenti di enfasi comica e negli sfondi, quasi sempre ben dettagliati.

“Fullmetal Alchemist”, o della ricerca di se stessiLe tavole si complicano man mano anche come struttura, con vignette che si ingrandiscono o riducono a seconda della necessità e con splash-pages di grande impatto, dove la perizia grafica dell’autrice esplode veramente.

I combattimenti tra i personaggi, elemento tipico degli shonen manga, grazie all’uso dell’alchimia sono più fantasiosi di un normale scontro, e le vignette che li raccontano si sbizzarriscono per quanto riguarda la dinamicità delle sequenze e elementi in gioco (dal momento che l’alchimia plasma la materia, non è raro che il combattimento metta in campo anche muri, onde energetiche e terreno che si alza).
Soprattutto nel grande scontro finale l’accuratezza del disegno e gli “effetti speciali” del tratto sono ben presenti e arricchiscono in modo determinante i capitoli conclusivi.

Fullmetal Alchemist si configura quindi come un grande viaggio dell’anima che, tra avventura e divertimento, sotto la maschera del manga d’azione cela al suo interno molti spunti di riflessione.

Abbiamo parlato di:
Fullmetal Alchemist #1-27
Hiromu Arakawa
Traduzione di Ernesto Cellie
Planet Manga, 2006-2011
192 pagine cadauno, brossurati, bianco e nero – 4,50 € cadauno

Si ringrazia il collega Simone Cilli per il supporto e la consulenza prestati alla stesura di questo pezzo. Le posizioni espresse sono comunque dell’autore del pezzo, così come la responsabilità di eventuali errori materiali.

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