Una storia è solo una storia

“Una storia non è la Vita. Una storia è solo una storia.”

L’ha detto uno dei più grandi narratori del XX secolo. Springsteen. Per molti il Boss, per tanti “quello di born in usa”, per tutti uno dei cantanti più famosi al mondo.

Per me, un eccezionale compositore rock/soul/blues/country e un grandissimo scrittore di storie.

Non si diventa un Nome mica per caso. Non ci si improvvisa Star. Non si strimpellano due accordi su una Epiphone scordata, non ci si canta sopra un ritornello con almeno due delle parole “she”, “love”, “heart”, “sweet”, “sexy”, e il gioco è fatto: disco, radio, live nei club, poi nei festival e infine allo stadio.

Al massimo puoi aprirti un canale you tube in cui la tua voce fuoricampo commenta te che esegui male alla chitarra un pezzo degli AC/DC nella tua cameretta. Visualizzazioni 19, like 2, dislike 5.

Oppure, se hai le tette, esegui bene alla chitarra un pezzo degli AC/DC nella tua cameretta, in bikini. Visualizzazioni 283, like 199, dislike 5.

Non so come si diventa uno dei più grandi narratori del XX secolo, ma so come ha fatto Springsteen. Raccontando storie di tutti i giorni, storie comuni di gente comune che diventano straordinarie nel momento stesso in cui vengono raccontate, storie che ha vissuto in prima persona e storie che gli hanno raccontato, storie in cui ha scritto molto di sé e molto degli altri, storie in cui ognuno poteva riconoscersi e riconoscere il narratore.

Nel brano “The River” ha raccontato una storia in prima persona, per calarsi nella parte, per sviluppare meglio il suo personaggio. Così li chiama i protagonisti delle sue canzoni. Personaggi.

I came from down in the valley where, mister, when you’re young they bring you up to do like your daddy done

Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti crescono per fare quello che ha fatto tuo padre

Voi riuscite in due frasi a delineare un mondo e il protagonista della vostra storia? Quante immagini, situazioni, flashback, sguardi, pensieri, emozioni vi suscitano queste due righe?

At night on them banks I’d lie awake and pull her close just to feel each breath she’d take

Now those memories come back to haunt me, they haunt me like a curse

Is a dream a lie if it don’t come true or is it something worse…

Di notte sdraiato su quelle rive rimanevo sveglio e la stringevo a me solo per sentire ogni suo respiro

Ora questi ricordi tornano a perseguitarmi, mi perseguitano come una maledizione

Un sogno che non si avvera è una bugia o è qualcosa di peggio…

E ci riuscite a scrivere un finale così, dopo che il vostro protagonista, tra mille sfighe, ce l’ha fatta a crearsi una parvenza di famiglia e a ritagliarsi il suo microscopico posto nel mondo, che non assomiglia affatto alla cartolina con le facce sorridenti del Sogno Americano?

There was blood and glass all over and there was nobody there but me as the rain tumbled down hard and cold

I seen a young man lying by the side of the road he cried:

– Mister, won’t you help me please…

An ambulance finally came and took him to Riverside

I watched as they drove him away and I thought of a girlfriend or a young wife and a state trooper knocking in the middle of the night to say your baby died in a wreck on the highway

C’erano sangue e vetri rotti dappertutto e non c’era nessun altro lì a parte me mentre la pioggia cadeva fitta e fredda

Ho visto un ragazzo accasciato a lato della strada, mi urlò:

– Signore, mi aiuti per favore…

Un’ambulanza alla fine arrivò e lo portò all’ospedale

Guardavo mentre lo portavano via e pensai a una ragazza o una giovane moglie e un poliziotto che bussa nel cuore della notte per dirti che il tuo amore è morto in un incidente sull’autostrada

E in una tavola di sceneggiatura riuscireste a descrivere questa scena di “Wreck on the Highway” in modo così semplice e conciso e al tempo stesso così toccante?

Quante volte dico ai miei allievi che una sceneggiatura deve essere oggettiva e descrittiva affinché il disegnatore concretizzi al meglio le immagini e le emozioni nella nostra testa, a scanso di equivoci nell’interpretazione. Beh, sapessi scrivere così rivedrei questa parte delle mie lezioni. Sapessi scrivere così, direi: scrivete in modo semplice e diretto, lasciate che la scena si descriva da sola e che le emozioni scaturiscano direttamente da ogni singola parola. Fatelo, perché io lo faccio e posso garantirvi che funziona!

Ma non so scrivere così.

In the day we sweat it out in the streets of a runaway american dream

At night we ride through mansions of glory in suicide machines

Sprung from cages out on highway 9, chrome wheeled, fuel injected and steppin’ out over the line

Baby, this town rips the bones from your back, it’s a death trap, it’s a suicide rap

We gotta get out while we’re young `cause tramps like us, baby, we were born to run

Di giorno teniamo duro nelle strade di uno sfrenato sogno americano

Di notte sfrecciamo fra case signorili di prestigio su macchine da suicidio

Usciti dalle bare di cemento verso l’autostrada 9, su ruote cromate, motori a iniezione correndo sulla linea bianca

Piccola, questa città ti strappa le ossa dalla schiena, è una trappola mortale, un invito al suicidio

Dobbiamo fuggire finché siamo giovani, perché i vagabondi come noi, tesoro, sono nati per correre

E a proposito di emozioni, quanto si suda e si corre e si urla nelle prime strofe di “Born to Run”? Viene da abbassare il finestrino per sentire il vento in faccia, il sole che ti acceca riflettendosi su lamiere e asfalto, il rombo del motore su di giri nelle orecchie e l’odore dei pneumatici surriscaldati nel naso… e sto semplicemente seduto su una cazzo di poltroncina a rotelle davanti a un acer da 15 pollici.

Riesco a iniettare tutto questo movimento e rumore e odore nelle cose che scrivo? No.

Cioè, se ci dedico tre o quattro tavole e le infarcisco di didascalie coi pensieri dei personaggi, magari sì, ce la faccio. Ma nell’equivalente fumettistico di questa prima parte del testo di “Born to Run”, che potrebbe essere una splash page con un paio di insert, no, non ce la faccio.

Ma una storia non è la Vita.

Questo dice il Boss nel documentario contenuto in “The ties that bind”, l’ultimo cofanettone targato Springsteen che è una riproposta del leggendario doppio album “The River” con una ventina di brani in più scartati ai tempi, cioè 36 anni fa.

Sì, scartati. Un doppio album da cui hanno, dolorosamente ma doverosamente, escluso praticamente un altro doppio album. Piuttosto creativo Bruce. E non sono affatto male quegli scarti. Anzi, sono proprio bei pezzi, assolutamente all’altezza di quelli finiti nell’album. Ma era troppo, si doveva scegliere.

Springsteen dice che durante il lungo periodo di registrazione dell’album scriveva a getto continuo, alla ricerca spasmodica della perfezione, della canzone con un perfetto equilibrio tra melodia, ritmo, contenuto, e non era mai soddisfatto. Continuava a scrivere. E a scrivere. Con risultati eccellenti per tutti, ma non per lui. Finché dovette fermarsi rendendosi conto di una cosa: aveva 30 anni, era già famoso e apprezzato, aveva un grandissimo talento, era bravissimo in quello che faceva, ma non possedeva quello che tutti i suoi coetanei, chi più chi meno, aveva. Una famiglia, dei legami, amori e affetti.

La E Street Band era (ed è) una grande famiglia, ma non è LA famiglia.

Questo gli mancava. E così smise di scrivere, di raccontare storie (sto parafrasando, eh, è il mio mestiere), storie un po’ sue, un po’ di tutti. L’album doveva uscire. Pezzi ne aveva in abbondanza ed erano TUTTI fighissimi. E va bene, scegliamo i migliori e facciamo anche ‘sto tour. Poi stacchiamo per un po’, eh.

Perché una storia non è la Vita.

Musica, fumetto, cinema, serie tv, videogames… non importa il mezzo, vanno tutti bene. E’ la storia che conta.

E io assorbo, assorbo tutto e sputo fuori di tutto, rielaborandolo secondo le mie di storie, le storie che ho in mente da sempre e quelle che non sapevo di avere in testa.

Penso ai miei miti di ieri, a quelli di oggi, a quelli di sempre. Voglio essere come loro. Voglio anche solo avvicinarmi alla loro aura per sfiorarne la grandezza.

Sclavi, King, Tarantino.

Vonnegut, Carlotto, Ellroy.

Moore, Ennis, Bendis.

A volte c’azzecco. A volte riesco a beccare la storia giusta da raccontare nel modo giusto.

A volte proprio no, non ci siamo, non mi viene, e se mi viene fa talmente schifo da pentirmi di aver abbandonato giurisprudenza vent’anni fa ed essermi iscritto alla scuola del fumetto… e allora vorrei cambiare lavoro, mandare curriculum a destra e a manca, fare il calzolaio (è il lavoro alternativo che più bramo nei momenti di sconforto), cambiare città, regione, faccia, rifarmi una vita all’estero, ricominciare tutto da capo.

Per poi raccontarlo. Perché no, è un buono spunto, un buon inizio: tizio che molla tutto e si rifà la faccia per rifarsi una vita all’estero a causa di una profonda crisi creativa.

Minchia, che pena. Rivediamo quel sito di annunci di lavoro, cercano insegnanti di word… ah no, è per photoshop, non son capace. Dove ho messo il cappio? L’avevo annodato così bene, ma così bene…

Poi respiro, mi guardo intorno. Sulla poltrona del mio studio c’è un gatto di 7 chili che dorme profondamente. Sulla libreria billy, davanti alla collezione dei volumi di Sin City in ordine cronologico, c’è un portafoto con un PP di Cinzia, scattato qualche anno fa a Roma. Più sotto, davanti alla discografia in cd dei Lynyrd Skynyrd via via fino a quella dei Metallica, giacciono le mie vic firth 8D ormai consunte. Devo comprarne di nuove. Andiamo.

Una storia è solo una storia.