Il sabato del villaggio

Giacomo Leopardi individuava nell’attesa della festa la vera gioia. Il pensiero della gioia che verrà è più intenso del godimento della gioia in sé, che in realtà non arriva mai.

Per il malaticcio poeta di Recanati la condizione umana è questa: la felicità è irraggiungibile, godiamo almeno al pensiero di essa.

Pensiero, non speranza. Ché non c’è nulla da sperare, si sa già che la festa della domenica sarà di una noia mortale. Tartine insipide, cola dell’LD, gente antipatica, ballo lento no, gioco bottiglia no, niente cortesia né ampio parcheggio all’ingresso.

La realizzazione del sogno è una cocente delusione.

Leopardi, con curiosa lungimiranza, aveva previsto la condizione dei fumettisti del XXI secolo. Eterni adolescenti che non han fretta di crescere, che vivono una beata giovinezza nell’attesa di diventare grandi.

“Grandi” da intendersi non anagraficamente ma artisticamente. E con le dovute sfumature e distinzioni: per taluni la crescita artistica coincide col successo editoriale, per tal altri significa il raggiungimento di uno stile col quale identificarsi ed essere identificati.

Ma vogliamo davvero crescere? Vogliamo davvero diventare grandi? E se poi non ci piace? Se poi rimaniamo delusi dal successo che non è come immaginavamo o dalle critiche che ribadiscono che, dopotutto, abbiamo ancora un sacco di strada da fare?

Amletico dilemma: ricercare la felicità o la realizzazione? E le due cose, forse, coincidono?

Perché se cerchiamo la felicità ce l’abbiamo già. Per me che scrivo, per esempio, ogni giorno è un sabato del villaggio! Butto giù idee, stendo soggetti, riscrivo scene, rileggo sceneggiature, leggo i commenti degli editor e rifaccio finali, vedo bozze e storyboard, mi complimento con un disegnatore, non mi complimento con un disegnatore, leggo pdf del fumetto pronto per la stampa… insomma, come la donzella leopardiana, raccolgo fasci d’erba e mazzolin di rose come se non ci fosse un domani (…) e li porto in giro freneticamente, ornando qui e abbellendo là.

Poi arriva la domenica e la storia viene pubblicata.

Il fumettista festeggia così la sua domenica: gli amici comprano la sua opera, i più gli porgono dei complimenti generici, i più sinceri gli fanno notare i difetti, i lettori in generale si esprimono sui social, chi positivamente, chi negativamente, l’editore lo promuove, gli addetti al settore lo notano, gli addetti al settore non lo notano, va alle fiere, firma i suoi albi, si sforza di riconoscere quel tizio coi baffi e gli occhiali tondi che dice di conoscerlo dal ’97, e il cerchio della vita si ripete. Arriveranno altre domeniche e sarà, più o meno, sempre la stessa cosa.

Ora, è più appagante creare o pubblicare? Cosa conta di più?

La risposta è troppo soggettiva. Io mi sento più leopardiano. È impagabile la soddisfazione che mi da aggiustare una scena che prima non funzionava, rendere credibile un passaggio narrativo che rischiava di rovinare l’intera storia, modificare un personaggio per renderlo più interessante nel contesto che ho creato, optare per un finale più semplice ma più chiaro… ma del resto senza pubblicazione non muoverei un dito. È da quando ho 20 anni che non riesco più a scrivere per me stesso.

Intendiamoci: il fumettista non pubblica tutto ciò che crea. Ma crea tutto ciò che vuole pubblicare.

E qui ci metto tutti, nessuno escluso. Nessun professionista del nostro settore, noto o meno noto che sia, disegna o scrive senza avere almeno una vaga idea di chi potrebbe essere interessato a vedere o leggere le sue cose. Se piace o no, non importa.

È impossibile creare senza pensare a chi potrebbe piacere ciò che facciamo.

Anche l’autore più introverso e ostinatamente ermetico ha in mente un suo target. Probabilmente lui stesso e la sua setta, ma è comunque un pubblico. E se l’editore, nel senso di colui che sgancia i soldi per la stampa, è il suo papà, è comunque un riferimento concreto su cui basarsi e basare il proprio talento, piccolo o grande che sia.

Abbiamo bisogno di sapere che la domenica arriverà, altrimenti non ci si alza dal letto nemmeno per mettere su il caffè.

Pier Paolo Pasolini, non ricordo in quale film, fa dire a un personaggio una frase che mi si è marchiata a fuoco nella mente… (facevo più bella figura se dicevo “PPP una volta disse”. Wiki mi dice che il film è “Il Decameron” ed è Pasolini stesso, nel ruolo dell’allievo di Giotto, a pronunciare la frase. Ma certo, ora ricordo. Facile).

PPP una volta disse: Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?

La fase rem della creatività è una droga. È innegabile. Mi viene in mente un capitolo dell’autobiografia di Anthony Kiedis, il cantante dei Red Hot Chili Peppers, in cui affrontava la fuoriuscita dal gruppo dell’ormai leggendario John Frusciante poco dopo la registrazione del loro capolavoro “Blood Sugar Sex Magic” nel lontano ’91. Nella villa losangelina in cui la band si era barricata per mesi per sfornare i pezzi che li avrebbero resi famosi in tutto il mondo, si era creato un clima perfetto, un perfetto equilibrio tra tutti e quattro i musicisti e il poliedrico produttore Rick Rubin. Si improvvisava molto, si incideva, si rifaceva, si suonava ininterrottamente per ore, finché quelle 17 tracce non risultarono perfette in ogni minimo arrangiamento, mixaggio, suono, sovraincisione, esecuzione. Il disco uscì, fu un successo spaventoso e seguì un tour mondiale. Solo John non avrebbe voluto più uscire da quella villa. Avrebbe voluto continuare a incidere, arrangiare, fare, rifare, provare nuovi pezzi, non per ampliare il disco, che era già bello lungo, ma per continuare a creare. Voleva vivere un eterno sabato del villaggio. E infatti fu talmente disgustato dalla domenica (Soldi, Sesso, Successo… che schifo!) che lasciò il gruppo e diventò il titolo di un romanzo d’esordio italiano.

Ebbene, tutta ‘sta menata nasce dal più lungo sabato del villaggio che abbia mai vissuto in tutta la mia vita professionale. Un sabato lungo sei anni.

In questo interminabile sabato ho visto e fatto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare… ho scritto scene in cui divinità egizie organizzavano orge con mummie e il cattivo di un videogioco del futuro faceva esplodere il palazzo di una città, ho descritto l’amore platonico di un anatomopatologo verso un cadavere e tolto tutte le “g” di troppo a ogni “ggiovane” inserito in dialoghi scritti 20 anni fa…

…ma ogni volta il pensiero andava a una domenica in particolare che stentava ad arrivare. Tanto che, col tempo, mi ero pure dimenticato che un giorno avrei festeggiato. I preparativi erano già stati fatti, era tutto in ordine, la tavola apparecchiata, i fottuti fiori posizionati dove andavano posizionati, ma gli ospiti tardavano ad arrivare. E io mi addormentai sul divano. (il mio correttore di bozze interiore mi ordina di piantarla con l’allegoria leopardiana. Adesso.)

Ora però c’è una data. Finalmente uscirà una storia che ho scritto un sacco di tempo fa e avevo un po’ dimenticato. Sarà un piacere rileggerla e chissà che effetto mi farà, perché nel frattempo non dico che ho cambiato gusti e rivoluzionato il mio stile ma, insomma, qualcosa in me si è evoluto e qualcos’altro involuto. Fondamentalmente sono la stessa persona di allora, ma con qualche piccola differenza. Ho smesso di fumare, per esempio.

Forse mi piacerà ancora quella storia, forse non mi piacerà più. Lo saprò solo quando la leggerò stringendo in mano della carta stampata. È forse la prima volta che sono pronto a sorprendermi così tanto per qualcosa che ho scritto.

E solo allora capirò se stavolta sarà stato più appassionante godersi l’attesa o brindare nel giorno del Signore (e alla faccia del mio correttore di bozze interiore aggiungo: che la festa cominci…)

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Dailan Dog

Sarà l’effetto del trentennale. Sarà che fuori piove. Com’è, come non è, eccovi un’ampia e personalissima esegesi del numero 19 di Dylan Dog, uscito in un uggioso giorno d’aprile nelle edicole italiche nell’anno di grazia 1988.

So che sono solo l’ultimo di una lunghissima tradizione di lettori, critici, autori, blogger, simpatizzanti, amanti, fan, che da quel giorno in poi hanno scritto di tutto su quello che è ritenuto uno dei migliori albi di Dyd di sempre, una delle migliori storie mai scritte da suo padre, uno dei migliori fumetti italiani tout court. E, aggiungo, il più felice connubio Sclavi/Casertano. Tanto che non devo nemmeno menzionare il titolo.

Ma la scrivo comunque. L’esegesi e pure il titolo. Perché “Memorie dall’invisibile” mi ha folgorato come poche altre cose al mondo.

Ora, inutile qualunque spoiler alert dal momento che 1) chi sta leggendo queste righe ha già letto quella storia, e 2) oh, siamo su LoSpazioBianco, non avete letto “Memorie dall’invisibile”? Siete pazzi?

Cominciamo dal NUMERO DELL’ALBO.

Numero 19. Significa un anno e mezzo di pubblicazioni mensili. Significa 19 sceneggiature da 94 pagine quasi tutte scritte dal creatore della testata (Memorie è la 17sima, per la precisione). Significa una discreta quantità di storie che hanno già delineato lo stile e i contenuti della serie e presentato degnamente il suo protagonista. Che, in quel momento storico, NON è ancora diventato quell’icona nazionale, fumetto di culto, fenomeno transmediatico che sarà di lì a poco.

Non lo conoscono ancora in tanti, l’indagatore dell’incubo, ma a Sclavi non importa granché e decide di giocherellare fin da subito coi suoi cliché, con quegli elementi estetico/caratteriali che lo definiscono come “personaggio a fumetti”. E succede davvero presto perché, editorialmente parlando, per una serie da edicola mensile 19 numeri non sono che l’inizio.

Così Dylan diventa Dailan nella pronuncia di Bree Daniels, la sua nuova eccentrica cliente, una prostituta con un certo stile che chiama così anche Bob Dailan (curiosità: più o meno coevo è stato anche il quesito/tormentone della Acme “Càttivik, Cattìvik o Cattivìk?”). Era la prima volta che veniva sottolineata/derisa la pronuncia del suo nome. Avevo più di un amico che chiedeva all’edicolante “Dailan Dog” invece di “Dilan Dog”. Era un fatto.

Dylan ha freddo, quando una prematura nevicata autunnale coglie di sorpresa lui e la sua giacchetta nera e, un po’ meno, l’ispettore Bloch infilato nel suo trench per tutte le stagioni. Ed è proprio quando Bloch gli chiede “Ma non ce li hai i soldi per comprarti un cappotto?” che scatta il primo “il re è nudo” di tutta la serie. “Rovinerebbe il mio look” risponde Dyd. Che è come se nel numero 20 di Superman, Perry White vedendo Clark Kent entrare in redazione una mattina gli dicesse “Ma tu sei Superman con gli occhiali!”. E Clark “Sì, ma non dirlo a nessuno”.

Altro topos infranto: Groucho per la prima volta è serio. Groucho affronta un dialogo privo di battute umoristiche nella terza parte della storia, un botta e risposta molto conciso che, in realtà, ne infrange ben due di topi in un colpo solo:

Dylan: Io mi sposo, Groucho…

Groucho: Con chi?

Dylan: Bree Daniels.

Groucho: Mmm. Lei lo sa?

Dylan: No.

Notate l’uso delle pause, davvero rare in un fumetto popolare, ottenute con vignette mute e stacchi sugli altri personaggi, che danno quella sensazione di sospensione della storia, come se tutto si fermasse per pochi attimi, il tempo di far “sentire” meglio l’essenziale dialogo:

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Bree Daniels. O Untassì, come la chiama Groucho. Ma su di lei tornerò alla fine.

Ora parliamo dell’INCIPIT.

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Esteticamente la storia parte nel più classico e bonelliano dei modi, con la vignetta quadrupla, completa di titolo e autori, che presenta ambiente e atmosfera, e le due successive che stringono sul mostro di turno. Perché anche narrativamente questo prologo è il più corretto per un thriller, con la canonica presentazione dell’assassino e del suo modus operandi, ma con la sua identità ben celata.

E visto che sono in vena, leggetevi la spassosissima descrizione sclaviana di questa prima pagina di sceneggiatura:

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Tutto in questa tavola pare far rima con “convenzionale”, ma basta leggere i testi per essere totalmente spiazzati (leggeteli, dai). Fate un esperimento: copiate il lettering di quelle due didascalie (che sono pure scontornate e in minuscolo, alla faccia del convenzionale) e incollatelo su due vignette di Rat-Man. Pare scritto da Ortolani, o no? Funziona, come testo comico. Fate lo stesso esperimento con la successiva tavola se non siete ancora convinti:

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Ma quel testo abbinato a quelle immagini, a quei disegni, a quello stile che ha reso unico Casertano, sortisce un effetto angosciante, quasi fastidioso tanto è forte il contrasto con la scena preparatoria dell’imminente, sanguinario, omicidio. Il taglio delle inquadrature, le luci, la regia, tutto è fortemente drammatico in questa prima scena. Viene da dire cinematografico.

Con la differenza che, in un film, se udissimo l’audio di quel testo abbinato a quelle inquadrature probabilmente penseremmo di trovarci di fronte a una parodia. Forse solo Al Pacino in pienissima forma riuscirebbe a infondere quel mix di cinismo, sarcasmo e profonda tristezza che i pensieri del nostro Uomo Invisibile trasmettono su carta. Perché il tono, la voce, il sonoro in un fumetto viene dalla tua testa, che è il luogo più intimo che esista. E Sclavi questo lo sa bene. Sclavi conosce perfettamente il linguaggio del Fumetto.

La CITAZIONE.

Lo sanno anche i sassi che nella prima vignetta di pagina 35 viene citato il quadro più citato al mondo dopo La Gioconda e L’Urlo. Ma qui il Nostro non si ferma alla forma, non si limita a dire a Casertano “vign.1: ricopia paro paro il quadro di Hopper con più nero”. Il Nostro ci fa entrare nel quadro costruendo un’intera scena, tutt’altro che gratuita nell’economia di un giallo (ossia una falsa pista: la presentazione di un’assassina che però non è il colpevole che Scotland Yard e Dyd cercano), trasformando quel quadro in qualcosa di vivo e credibile, perfettamente coerente con la solitudine dei personaggi che lo abitano. È una citazione più narrativa che estetica.

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La TRAMA.

O meglio le trame. In ogni storia lunga (e con lunga, in un fumetto, s’intendono dalle 40 tavole in su) quasi sempre è necessario aggiungere un sub-plot al plot, una sottotrama che rimpolpi la trama principale approfondendola o contrastandola, o anche semplicemente dando il ritmo giusto grazie a un buon montaggio incrociato.

Gli sceneggiatori spesso si limitano a quest’ultima, dignitosissima, scelta optando per sub-plot magari non brillanti nel contenuto ma utili a rendere scorrevole e intrigante la lettura. I Grandi Sceneggiatori, invece, sfruttano il sub-plot per veicolare il Messaggio della loro storia, la Morale che tutti pretendiamo alla fine di ogni lettura o visione, ma che noi duri non ammetteremo mai di desiderare, nemmeno sotto tortura.

Con noi duri funziona così: il Grande Sceneggiatore ti sfama con una trama solida, ricca di colpi di scena, sangue&sparatorie e dal finale pienamente soddisfacente, ma solo per distrarti un attimo dal Significato Della Storia che infilerà alla fine del sub-plot. Fregato. E il Grande Sceneggiatore se la ghigna sussurrandoti all’orecchio: “Mentre tu guardavi i cadaveri sgozzati, io ti ho detto che al mondo siamo tutti soli!”

Il PLOT di “Memorie” è relativamente semplice MA gravido di VERI colpi di scena: un serial killer uccide prostitute, una di loro ingaggia Dailan per fermarlo, MA l’assassino si consegna spontaneamente alla giustizia prima di essere beccato; MA gli omicidi riprendono perché c’è un emulo del killer e alla fine Dyd uccide l’assassino; MA non era lui l’emulo.

Faccio notare come in questa pur stringatissima sinossi convivano allegramente due idee tanto forti che potevano bastare per due storie distinte: l’assassino che non viene preso ma si consegna (vedi “Seven”, sette anni dopo) e il serial killer che imita un serial killer (“Copycat”, sempre del ’95, e svariati altri film e serie tv a venire). Sclavi crede nel 2X1.

E infatti ce ne rifila due di SUB-PLOT:

Sub-plot 1: l’uomo invisibile (che è il “fratello unico” del testo dell’incipit) si innamora di una prostituta perché è l’unica ad accorgersi di lui, MA il killer la uccide; lui giura vendetta, cerca il killer che però nel frattempo si è costituito; MA poi trova e uccide il vero emulo, che scopre essere suo fratello; muore anche l’uomo invisibile nella colluttazione, solo e non visto, in un colpo di scena che può essere solo letto, non spiegato.

Sub-plot 2: Dylan si innamora perdutamente della prostituta che l’ha assunto, ma lei no. O forse sì?

Sclavi incrocia magistralmente queste tre trame facendo in modo non solo che si capisca tutto perfettamente ma anche che ognuna incida sull’altra e la rafforzi man mano che la lettura procede.

Ed è così che arriviamo al FINALE.

Altro cliché disintegrato. Il cliché dei cliché dylaniani, direi. Perché Dylan, fino a quel fatidico numero 19, ha praticamente sempre avuto come clienti donne attraenti che ha sempre portato a letto e di cui si è sempre innamorato. Facile, quando poi arriva pagina 98 e dal prossimo episodio si resetta tutto. Ma questa volta è vero amore. Dylan si è innamorato di una prostituta e la vuole sposare. Già questo scardina un bel po’ di certezze nei lettori bonelliani di lunga data. E in più lei, Bree Daniels, il primo personaggio femminile della serie veramente credibile e approfondito, rifiuta l’eroe. Perché lei batte i marciapiedi. Bree vive nella realtà. Non c’è spazio per l’amore, per una vita di coppia. Per una vita normale.

Per la prima volta Dylan si dichiara e viene rifiutato. E a pagina 98, che ritengo tuttora la più bella tavola finale dell’intera serie, non c’è un epilogo che rivela che il mostro è ancora vivo e ha voglia di uccidere, ma un nuovo, ipotetico, inizio per Dylan che mai prima di allora era stato così vero, così “persona” e non “personaggio”.

Quell’inizio di telefonata nell’ultima vignetta che chiude il tutto, riassume e ribadisce il messaggio già espresso poche vignette sopra, nel finale del sub-plot dell’uomo invisibile: viviamo e moriamo soli. Si rivedranno o non si rivedranno Dylan e Bree? Sta al lettore deciderlo.

(sì, si rivedranno in un’altra storia molto più avanti, ma ora stiamo sul pezzo)

Se Sclavi avesse chiuso l’albo con “Bree, io ti amo” + “Anch’io, Dailan”, avrebbe rovinato TUTTO. Sarebbe andato contro ogni singola parola e ogni singola inquadratura inserita nelle 93 tavole precedenti.

Ma Sclavi è un Maestro. E in quell’ultimo, estremo, stentato “D-Dailan…” dell’ultimo balloon, ribadisce e conferma l’unicità di questa indimenticabile storia.

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L’eleganza dell’inadeguatezza

Caro diario, settimana scorsa ho fatto un workshop di sceneggiatura di tre giorni.

Normalmente questa frase, pronunciata negli ultimi dieci anni della mia vita, aveva un solo significato: IO spiego come si scrive una sceneggiatura ad ALTRI.

Stavolta è stato il contrario. Un ALTRO spiega a ME come si scrive una sceneggiatura.

Dopo tanti, ma tanti, anni sono tornato alla forma alunno. Perché, mi ero detto, “ho ancora tante cose da imparare”, “anche se sono 15 anni che faccio questo lavoro non so mica tutto”, e bla bla bla.

Avete presente l’espressione “parlare bene, razzolare malissimo?”

Quello ero io, qualche giorno fa. Prima del workshop di sceneggiatura. Con Umberto Contarello. Che ha scritto “This must be the place” e “La grande bellezza”, giusto per citare gli ultimi suoi lavori, in coppia con Paolo Sorrentino. Mi piace Sorrentino (da “L’uomo in più”, eh, mica sono saltato sul carro dei vincitori con l’oscar, io), mi affascina il suo cinema nonostante sia lontano da ciò che frequento normalmente, per stile e contenuti. In parole poverissime (perché alla fine è di questo che parla ‘sto post): amo più le storie di Genere che le storie d’Autore. Le une non escludono le altre (non ne vedo il motivo) ma, di fatto, quando scrivo ho una mentalità di genere. Il top per me è quando il Genere si (con)fonde con l’Autorialità. Tipo, avete mai fatto caso che ogni film di Kubrick rientra in un genere cinematografico ben preciso e codificato? O che, per esempio, il signor Sclavi scelse l’horror e il formato bonelliano per raccontare più o meno tutte le sfumature dell’animo umano?

Primo giorno: Rabbia e Rifiuto.

L’ambiente è accogliente, la classe numerosa e variegata (dall’universitario che ha voglia di sentire qualcosa di diverso dal solito, alla scrittrice di romanzi che vuole apprendere una nuova arte dello scrivere, al chitarrista di una band nu metal, allo sceneggiatore di fumetti che sa tutto), l’insegnante un gioviale veneto col sorriso sornione di chi conosce il vero successo ed è pienamente consapevole del proprio talento. È odio a prima vista, ovviamente.

La fase di riscaldamento la conosco bene ed è sempre la solita: domande generiche sulla materia per rompere il silenzio e stabilire un contatto col pubblico. Alla terza risposta giusta che do, battendo sul tempo tutti gli altri, vengo zittito bruscamente.

“Voglio sentire una gamma di suoni diversi, non sempre la stessa nota” è la prima lezione di vita che mi viene impartita. Ma ancora non lo so. Mi offendo a morte e m’incazzo tra me e me (più o meno) e da quel momento decido di tacere e prendere appunti nel modo più scontroso possibile (credetemi, si può).

Taccio anche quando conosco benissimo la risposta e gli altri ci arrivano dopo minuti. Mi trasformo nel peggior giocatore di quiz show della storia.

Taccio quando il docente dichiara di non amare le Storie di Genere preferendo il Lirismo e la Poesia, rifiutando la Maniera e i Meccanicismi, i perfetti ingranaggi di causa/effetto di una trama che rendono tutto così artificioso e poco realistico, ripudiando l’Effetto inteso come atto di disonestà verso il pubblico (che non deve stupirsi perché lo costringi tu a farlo, ma deve stupirsi in maniera naturale nel corso della storia) e disdegnando la Credibilità a tutti i costi a scapito dell’Umanità di un personaggio.

“Create scene Belle, non scene Utili” diventa un mantra.

E taccio quando lo Sceneggiatore di Cinema fa un’infelice battuta su Dylan Dog, usato come metonimia de Il Fumetto nel senso più basso del termine e tutti ridono. A quel punto capisco di trovarmi di fronte alla mia Nemesi.

Verso la fine parlo, azzardo qualcosa ma non la azzecco. Lo fa qualcun altro al posto mio. Brillantemente. Ed è lì che decido che l’indomani non mi sarei presentato.

Secondo giorno: Accettazione.

E’ mattina presto. Ho dormito poco e male. Ho sognato Groucho che si esprimeva a massime filosofiche mentre io giocavo a dama con Freddy Krueger.

Senza accorgermene comincia la seconda lezione.

Quando si inventa una storia non dobbiamo sapere chi siamo, bisogna abbandonare se stessi.

Il protagonista non deve per forza cambiare. I personaggi di una storia possono rimanere fedeli a loro stessi fino alla fine, se il cambiamento risulta una forzatura narrativa.

Un personaggio fragile è bellissimo. Un personaggio forte non ha eleganza.

Se sai fare qualcosa bene, in modo perfetto, lo fai meccanicamente, senza sforzo, senza poesia.

Quando un personaggio non sa fare bene quello che deve fare, quando è inadeguato rispetto alla situazione in cui si trova, è pronto a stupirsi e diventa elegante. Se non lo sa fare del tutto è solo goffo. Ma se deve impegnarsi e trovare il suo modo per raggiungere l’obiettivo, allora è un ottimo personaggio.

Siamo tutti inadeguati alla vita. Ma diventiamo eleganti quando ci proviamo.

Fate scelte liriche, non drammaturgiche. Bisogna sempre ricercare la Bellezza. Nelle parole che scegliamo, nelle scene che immaginiamo, nei personaggi che creiamo. Senza mai scadere nella Maniera.

Stare tra la Bellezza e la Maniera è Talento.

Ho quasi del tutto introiettato il mio proposito di starmene zitto e buono.

Gli altri, invece, fanno domande a raffica, intervengono, partecipano. Alcuni vengono zittiti, altri elogiati, altri ignorati, altri redarguiti in modo non molto, come dire?, delicato.

E in questo coro fatto di alti e bassi, soddisfazioni e frustrazioni, emergono Le domande, quelle davvero importanti, quelle che non verrebbero mai pronunciate se il ghiaccio non fosse più che sfondato. Sono gli altri a porle.

“Come posso sapere se quello che racconto piacerà a qualcuno o interessa solo me?”

“Ma tu credi davvero di essere unico? Credete di essere speciali? Di avere cose da dire a cui nessun altro al mondo ha mai pensato? Questa è una balla che ci ripetono e ci ripetiamo da quando siamo nati. Ci sarà sempre qualcuno uguale a noi, qualcuno che condividerà il nostro pensiero. Questa è la verità. Nessuno è unico.”

Nessuno è unico.

Terzo giorno: Catarsi.

Avete presente Arya Stark di Game of Thrones nella quinta stagione? Quando vuole diventare “nessuno” per essere una perfetta assassina degli Uomini Senza Volto? Quando le viene vietato di usare il proprio nome e il suo tutor si rivolge a lei con l’epiteto “Una ragazza”?

Ecco, la mattina del terzo giorno faccio metaforicamente 10 passi indietro, tiro un gran respiro, chiudo gli occhi. Quando li riapro sono “Un alunno”. E capisco un sacco di cose.

Capisco che Sceneggiare significa mettere alla prova il Soggetto. Esattamente come uno scienziato mette continuamente alla prova una sua Teoria che tutti i colleghi cercano di contestargli. Se qualcosa mette in discussione una scena, la si modifica finché quella scena non torna pienamente a “dimostrare” il Soggetto. A volte occorre eliminarla, quella scena arrogante, e sostituirla con un’altra. E’ quando ci sono troppe scene che contestano il Soggetto che capisci che la tua storia non regge.

Capisco che se nella storia c’è un problema evidente, qualcosa che ostacola la trama o che non torna, devono essere i personaggi a dirlo, NON gli spettatori. Il problema c’è, caro pubblico, non ti voglio prendere in giro: ora vediamo come affrontarlo.

Capisco che i personaggi di una storia non parlano tutti in modo diverso. Non è vero che ogni personaggio ha un suo linguaggio, un suo stile, un suo tono. I personaggi di una storia hanno tutti lo stesso suono, indipendentemente dal loro ruolo, estrazione sociale, razza, sesso, altezza. Sono le storie che hanno linguaggi diversi tra loro. E penso a Scorsese, Tarantino, von Trier. Eisner, Miller, Pazienza. Cazzo, se è vero.

Eisner

Miller

Pazienza

Capisco che in un dialogo prima bisogna esprimere l’Emozione, poi l’Informazione. L’utilità deve essere nascosta dentro l’emozione. E penso all’incipit di Watchmen

Watchmen

Capisco che in una scena non devi mettere “ciò che succede” ma “ciò che ti piace”. Non devi supporre l’effetto che provocherai in chi legge, ma ricercare solo l’effetto che provoca su di te. Non si ricerca lo stupore, ci si inciampa.

E penso agli acquarelli delle tavole mute di “Ken Parker – Il respiro e il sogno”.

Ken Parker daino

Ken Parker autunno

Capisco che la più grande tragedia per uno sceneggiatore non è scrivere una storia brutta. Quello è un dispiacere. Peccato, poteva essere bella e invece è venuta male. La più grande tragedia è non finirla, una storia.

Capisco infine che Umberto non odia i Generi né Il Fumetto, semplicemente sono mondi che non gli appartengono e con cui non si è mai confrontato. Come io non ho mai praticato calcio, ma solo ciclismo. Capisco che mi ero presentato con la bici da corsa nello spogliatoio di una squadra di serie A all’intervallo, con l’allenatore che spiegava le tattiche per vincere la partita.

E soprattutto capisco che non odia me.

Per tutta la durata del terzo e ultimo giorno non ho aperto bocca. Ho ascoltato e annotato. Mi sentivo meravigliosamente spiazzato. Pronto a stupirmi. Pronto a imparare.

Ed elegantissimo nella mia raggiante inadeguatezza.