La Macchina del Tempo

Flashback, flashforward, ellissi temporali, ritmo. In una parola: montaggio. Anche se non lo sai, ti piace leggere delle storie perché, a differenza della tua vita che è noiosa e priva di colpi di scena, le storie non hanno punti morti, situazioni superflue, attese estenuanti di qualcosa che non arriverà mai. O perlomeno le storie belle sono così.

Se in questo momento ti regalassero una macchina del tempo non vorresti saltare subito ad agosto per goderti il sole della Sardegna o, che so, avanzare di 5 anni nel futuro per saltare a piè pari tutta la fase pannolini del tuo neonato erede? In una storia si può fare. Si chiama ellissi temporale.

E non vorresti rivivere, ora e subito, quella volta che hai baciato la ragazzina dei tuoi sogni adolescenziali sentendoti un dio, anche se era solo una penitenza del gioco della bottiglia?

O sbirciare in quello squarcio di futuro in cui saprai se hai ancora il tuo lavoro oppure ti hanno licenziato, per poter tornare a vivere il presente con più serenità o definitivamente immerso nella depressione più cupa?

In una storia si può fare. Si chiamano rispettivamente flashback e flashforward.

E non vorresti accorciare i tempi sprecati nel trovare parcheggio, fare un kilometro a piedi per raggiungere la posta, attendere il tuo turno e sentirti dire che devi tornare un’altra volta coi contanti perché non accettano le carte per il tipo di operazione che devi fare? Un’inquadratura per il parcheggio, una per la camminata, una per l’attesa, una per la risposta e, se ti gira, ce ne metti un’ultima con te di nuovo davanti allo sportellista mentre gli piazzi davanti un sacchetto bello gonfio con disegnato sopra il simbolo del dollaro. In una storia si può fare. Si chiama ritmo, e in questo specifico caso è ottenuto col montaggio sincopato.

Il Montaggio è la Macchina del Tempo degli sceneggiatori. È una cosa meravigliosa che non esiste nella vita vera e che permette a personaggi inventati di viaggiare di qua e di là nel pianeta-storia senza dover fare la fila per comprare il biglietto di imbarco e poi sorbirsi tutto il viaggio in una cabina con l’aria condizionata rotta.

In una storia scritta come si deve non c’è nulla di inutile. Ogni scena è concepita con uno scopo ben preciso: dare informazioni al lettore. E ogni scena concorre verso un unico obiettivo: il messaggio dell’autore. Quella cosa che chiunque scrive vuole lasciare ai propri posteri. Le informazioni sui personaggi, il loro passato, il loro modo di agire e interagire, le sfide che devono superare, la vittoria o la sconfitta alla fine del Viaggio di vogleriana memoria, tutto in una storia deve essere pensato per arrivare al punto: che cosa ti ho voluto raccontare?

Per questo, in una storia bella, non esistono sprechi. Sei proprio sicuro di voler raccontare di quando da piccolo il povero John Gein venne violentato dal cugino di secondo grado nello scantinato della casa al mare? Sì, perché questo spiega come mai da grande John Gein ammazza solo cugini di secondo grado e li seppellisce in spiaggia. No, perché con la mia storia voglio dirti che il Male non ha moventi né giustificazioni. È tutto relativo, come disse Einstein. Conta il Messaggio. Il Come, chiamatelo plot, trama, struttura, serve ad arrivarci. Dritti come fusi, senza intoppi, senza freni, senza soste.

Ma allora non posso rallentare il ritmo della mia storia? Non posso mettere delle, diciamo, pause all’interno delle mie sequenze? Certo che puoi, le pause sono fighissime ma, come ogni componente della narrazione, non devono essere inutili. Guarda qua:

È utile rallentare il ritmo se la scena lo richiede. In quella tavola di dialogo tratta dal primo volume di Blacksad, la prima pausa è sul mezzobusto del nostro detective felino preferito, che rimane senza parole di fronte alla proposta indecente (illegale) del suo “nemico” per antonomasia, il pastore tedesco Smirnov, il capo della polizia. La pausa sottolinea il suo stupore misto a disorientamento (bisogna saperla disegnare ‘sta roba, comunque). Tutto si aspettava che accadesse in quella cella, in cui è stato rinchiuso proprio dal cagnone, tranne questo.

La seconda pausa è di Smirnov stesso. Un altro tipo di pausa, che sottolinea una sfumatura diversa di un personaggio diverso. Smirnov prende tempo prima di confessare la sua motivazione, ciò che lo spinge ad andare contro la sua natura, il suo ruolo, la sua immagine. Non si dicono di getto certe cose. Bisogna prima prendere fiato. Il tutto impreziosito dal fumo delle sigarette dei due personaggi, un flusso lento e costante che sottolinea l’atmosfera di apparente staticità di una scena pregna di contenuti. Amo il tabagismo nei fumetti.

In generale, aggiungere inquadrature a una scena rallenta il tempo di lettura. Per esempio, se “un tizio tira un pugno a un altro tizio” lo mostriamo in due vignette (la prima con lui che carica, la seconda con l’altro che prende il cazzotto in faccia) l’azione è rapida e istantanea. Se il medesimo gesto lo rappresentiamo in sei, otto, dieci vignette, l’azione rallenta.

Zagor è molto veloce e preciso nel mettere ko il mostro della laguna nera.

Mentre il mio Paulinho in “Come un cane” si muove al rallentatore e ci mette tutta la concentrazione di cui dispone per vincere il suo primo incontro di lotta clandestina. Tempi diversi per significati diversi di azioni simili (una mazzata, un calcio).

Epperò il fumetto è un linguaggio straordinario. Perché se all’anagrafe fai Miller di cognome e Frank di nome, puoi bypassare come se niente fosse questa regola e regalarci questo:

Solo una creatura senz’anima può leggere questa splendida sequenza muta (che è l’inizio di “Silent Night”, storia breve della saga di Sin City) nei due secondi che occorrono per posare gli occhi sulla prima tavola e poi spostarli fisicamente sull’altra. Io, ogni volta che la leggo, questa sequenza, un buon mezzo minuto ce lo metto tutto. Perché sento il freddo nelle ossa, il vento che mi taglia la pelle della faccia, la neve che mi si scioglie gelida nel collo, il buio della notte silenziosa.

Ora che 30 secondi son passati, posso riprendere a scrivere.

E a proposito di silenzi e lentezza, dall’altra parte del mondo il compianto Taniguchi raccontava così la storia de L’uomo che cammina, un uomo che staccava la spina e si godeva per la prima volta il mondo che ha sempre avuto intorno a sé ma non si è mai fermato ad osservare ed ascoltare veramente:

L’ambiente domina sul personaggio, le onomatopee mai invasive suggeriscono suoni delicati e perfettamente integrati nel contesto (anche quando si tratta di un aereo che solca il cielo), le inquadrature sono “in movimento”, sempre prese da angolazioni spiazzanti, mai canoniche, a sottolineare il pacato, ma deciso, deambulare del protagonista. Questa scena è poeticamente lenta, non inutilmente statica. C’è una bella differenza.

Ma sono tanti gli effetti che uno sceneggiatore può ottenere plasmando il tempo con le sue abili mani da scienziato pazzo. Si può anche far ridere col montaggio, ci credete? La parola al dottor McCloud:

 

 

Vi ho risparmiato la prima versione della storia col triplo delle vignette della prima che ho inserito, ma il concetto è chiaro. In “Capire il Fumetto” (sempre in tema di Tempo: ci ho messo due minuti buoni prima di decidere se scrivere o meno questo titolo, perché lo do talmente per scontato da queste parti che boh… McCloud fa rima con quel titolo, lo sanno anche i sassi… e va beh, ormai l’ho messo. E son tre minuti) McCloud dimostra un sacco di cose sul nostro media preferito, e qui in particolare che la velocità del racconto può essere direttamente proporzionale all’ironia del contenuto dello stesso.

Ci sono poi autori che hanno utilizzato la narrazione per esprimere nuove concezioni del Tempo, dando un significato diverso a quello che noi, nella nostra noiosa e limitata esistenza reale, percepiamo come una linea retta che va dall’ora della nostra nascita fino all’ora della nostra morte. Il Tempo, così come è concepito dall’Uomo, è soltanto un insieme di numeri (ore, date, anni) che servono a organizzare la nostra esistenza e, tendenzialmente, evitare di star male. “Cazzo, son le 20:00 di sabato sera, non mi sono ancora lavato, arriverò tardi all’appuntamento con Gisella e lei mi mollerà!”. Per esempio.

Il primo nome che mi viene in mente è Kurt Vonnegut, uno dei più grandi scrittori di fantascienza nonché uno dei più grandi scrittori tout court del XX secolo. A lui si deve l’invenzione del pianeta Tralfamadore e dei suoi bizzarri abitanti, alieni che attraversano alcuni romanzi del suo primo periodo e che si esprimono al meglio in quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro: “Mattatoio n°5”. I Tralfamadoriani hanno una caratteristica peculiare: percepiscono contemporaneamente ogni istante del Tempo, nel senso che ne hanno una concezione onnicomprensiva, non frammentaria come la nostra. Noi viviamo istante dopo istante, loro vedono letteralmente il Tempo come se fosse un oggetto solido, non un concetto astratto. Come una scatola chiusa con un buco per sbirciare dentro, i Tralfamadoriani possono osservare tutto il Tempo dell’Universo dall’Origine alla Fine.

Mattatoio n°5 è il romanzo catartico di Vonnegut, il suo personale esorcismo della Guerra vissuta in prima persona, in particolare del bombardamento di Dresda del febbraio del 1945 da cui si era salvato miracolosamente riparandosi all’interno di un mattatoio sotterraneo, il numero 5 del titolo. Ci mise più di vent’anni (il romanzo esce nel ’69) per elaborare questa storia che mischia fantascienza, guerra e autobiografismo, ed è proprio attraverso la figura dei Tralfamadoriani che riesce a dare un senso agli orrori che ha vissuto. Quando Billy Pilgrim, il soldato protagonista, è triste e abbattuto di fronte all’ennesimo cadavere di un suo commilitone ucciso, il Tralfamadoriano che lo accompagna non capisce il suo dolore e gli dice che lui, quando vede un suo amico morto, pensa “in questo momento non se la passa molto bene”.

E ogni volta che rileggo Watchmen (cosa che accade annualmente, visto che per me è materia di insegnamento) non riesco a non pensare che Alan Moore non abbia avuto presente gli alieni di Vonnegut quando ha concepito il suo Dr. Manhattan, l’unico personaggio del fumetto dotato di superpoteri. I quali derivano, come tutti sanno, dall’accidentale scissione degli atomi del suo corpo e la successiva auto-ricomposizione, cosa che gli ha donato il totale controllo sulla materia sua e altrui. Manhattan si è così ritrovato anche con una nuova concezione del Tempo: può vedere letteralmente il suo passato, il suo presente e il suo futuro, ma li vive come spettatore passivo. Sa (sapeva) di Dallas, ma non può (non ha potuto) fare niente per impedire l’omicidio di Kennedy, giusto per dirne una. Si sente, come tutti, un burattino nelle mani di una forza a cui non sa dare un nome (perché fato, caso, destino, dio, sono parole senza significato per uno che non fa distinzione tra un corpo vivo e uno morto perché contengono lo stesso numero di particelle) ma, a differenza di tutti, è un burattino che vede i fili.

Le prime due tavole del quarto capitolo di Watchmen (uno dei più belli dell’intera opera e forse il mio preferito) esprimono alla perfezione la concezione del Tempo di Manhattan. Anzi, la rappresentano. Perché quel genio di Moore è assolutamente consapevole che il linguaggio del fumetto è l’unico in grado di raccontare la coesistenza di più istanti temporali contemporaneamente. Non ci crede? Guardate:

L’ultima opera in cui ho ritrovato una concezione del Tempo simile a quella di Vonnegut e Moore è il recente film di fantascienza “Arrival” di Denis Villeneuve, che riprende e rinnova la fantascienza umanistica di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” incentrando la vicenda sulla comunicazione umani/alieni. Qui la comprensione del linguaggio alieno non solo è l’obiettivo dei protagonisti ma è anche la chiave di lettura del film. E in quel linguaggio (spoiler) è racchiuso il messaggio della storia (si torna sempre lì): gli alieni hanno una visione circolare del Tempo, non percepiscono la distinzione tra passato, presente e futuro; comprendere la loro lingua permette a noi di raggiungere la stessa cognizione del Tempo, il che significa che la conoscenza di una civiltà passa dalla conoscenza del loro modo di comunicare, non dallo studio dei loro usi&costumi, tecnologia, società, biologia.

È un mondo perfetto quello delle storie. Si nasce, si vive, si muore e si rinasce, non necessariamente in quest’ordine. E lo si può fare ovunque e in qualunque periodo storico, esistito, esistente o inventato. È così che ritroviamo Vincent Vega che punta una pistola contro Tim Roth nel ristorante del finale di Pulp Fiction, dopo averlo visto morire crivellato di proiettili per mano di Bruce Willis 20 minuti prima. È così che Richard Nixon è per la terza volta presidente dopo la vittoria degli Usa in Vietnam nel 1985 alternativo di Watchmen.

Plasmare il Tempo è il sogno di tutti. È un po’ come sconfiggere la Morte, andare oltre il concetto di Primo e Ultimo, spezzare la scontata, vetusta, e così prosaicamente umana, Cronologia dei Fatti che vuole il Prima prima e il Dopo dopo.

Non credo nell’aldilà. La mia idea di Inferno e Paradiso è dantesca, e quindi divinamente lirica. Credo però nelle storie che scrivo e che leggo. Credo che l’apprezzamento anche di un solo lettore, un lettore che per qualche istante della sua vita si è ritrovato avvinto in quello che per un autore è il frutto di tanti istanti della sua di vita, valga più di qualunque premio in denaro o statistica di vendite.

Sono quei pochi istanti in cui la nostra storia vive nella testa di un altro che ci rendono immortali. È nella testa di chi ha letto le nostre fantasie su carta che noi continuiamo a vivere, a dispetto del tempo che passa, inesorabile e lineare come una retta che va da un punto A a un punto B. E se dopo la morte c’è qualcosa, credo sia permeato di tutto il mondo che abbiamo immaginato in vita. Senza numeri, senza date, senza inizio e senza fine.