Il sabato del villaggio

Giacomo Leopardi individuava nell’attesa della festa la vera gioia. Il pensiero della gioia che verrà è più intenso del godimento della gioia in sé, che in realtà non arriva mai.

Per il malaticcio poeta di Recanati la condizione umana è questa: la felicità è irraggiungibile, godiamo almeno al pensiero di essa.

Pensiero, non speranza. Ché non c’è nulla da sperare, si sa già che la festa della domenica sarà di una noia mortale. Tartine insipide, cola dell’LD, gente antipatica, ballo lento no, gioco bottiglia no, niente cortesia né ampio parcheggio all’ingresso.

La realizzazione del sogno è una cocente delusione.

Leopardi, con curiosa lungimiranza, aveva previsto la condizione dei fumettisti del XXI secolo. Eterni adolescenti che non han fretta di crescere, che vivono una beata giovinezza nell’attesa di diventare grandi.

“Grandi” da intendersi non anagraficamente ma artisticamente. E con le dovute sfumature e distinzioni: per taluni la crescita artistica coincide col successo editoriale, per tal altri significa il raggiungimento di uno stile col quale identificarsi ed essere identificati.

Ma vogliamo davvero crescere? Vogliamo davvero diventare grandi? E se poi non ci piace? Se poi rimaniamo delusi dal successo che non è come immaginavamo o dalle critiche che ribadiscono che, dopotutto, abbiamo ancora un sacco di strada da fare?

Amletico dilemma: ricercare la felicità o la realizzazione? E le due cose, forse, coincidono?

Perché se cerchiamo la felicità ce l’abbiamo già. Per me che scrivo, per esempio, ogni giorno è un sabato del villaggio! Butto giù idee, stendo soggetti, riscrivo scene, rileggo sceneggiature, leggo i commenti degli editor e rifaccio finali, vedo bozze e storyboard, mi complimento con un disegnatore, non mi complimento con un disegnatore, leggo pdf del fumetto pronto per la stampa… insomma, come la donzella leopardiana, raccolgo fasci d’erba e mazzolin di rose come se non ci fosse un domani (…) e li porto in giro freneticamente, ornando qui e abbellendo là.

Poi arriva la domenica e la storia viene pubblicata.

Il fumettista festeggia così la sua domenica: gli amici comprano la sua opera, i più gli porgono dei complimenti generici, i più sinceri gli fanno notare i difetti, i lettori in generale si esprimono sui social, chi positivamente, chi negativamente, l’editore lo promuove, gli addetti al settore lo notano, gli addetti al settore non lo notano, va alle fiere, firma i suoi albi, si sforza di riconoscere quel tizio coi baffi e gli occhiali tondi che dice di conoscerlo dal ’97, e il cerchio della vita si ripete. Arriveranno altre domeniche e sarà, più o meno, sempre la stessa cosa.

Ora, è più appagante creare o pubblicare? Cosa conta di più?

La risposta è troppo soggettiva. Io mi sento più leopardiano. È impagabile la soddisfazione che mi da aggiustare una scena che prima non funzionava, rendere credibile un passaggio narrativo che rischiava di rovinare l’intera storia, modificare un personaggio per renderlo più interessante nel contesto che ho creato, optare per un finale più semplice ma più chiaro… ma del resto senza pubblicazione non muoverei un dito. È da quando ho 20 anni che non riesco più a scrivere per me stesso.

Intendiamoci: il fumettista non pubblica tutto ciò che crea. Ma crea tutto ciò che vuole pubblicare.

E qui ci metto tutti, nessuno escluso. Nessun professionista del nostro settore, noto o meno noto che sia, disegna o scrive senza avere almeno una vaga idea di chi potrebbe essere interessato a vedere o leggere le sue cose. Se piace o no, non importa.

È impossibile creare senza pensare a chi potrebbe piacere ciò che facciamo.

Anche l’autore più introverso e ostinatamente ermetico ha in mente un suo target. Probabilmente lui stesso e la sua setta, ma è comunque un pubblico. E se l’editore, nel senso di colui che sgancia i soldi per la stampa, è il suo papà, è comunque un riferimento concreto su cui basarsi e basare il proprio talento, piccolo o grande che sia.

Abbiamo bisogno di sapere che la domenica arriverà, altrimenti non ci si alza dal letto nemmeno per mettere su il caffè.

Pier Paolo Pasolini, non ricordo in quale film, fa dire a un personaggio una frase che mi si è marchiata a fuoco nella mente… (facevo più bella figura se dicevo “PPP una volta disse”. Wiki mi dice che il film è “Il Decameron” ed è Pasolini stesso, nel ruolo dell’allievo di Giotto, a pronunciare la frase. Ma certo, ora ricordo. Facile).

PPP una volta disse: Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?

La fase rem della creatività è una droga. È innegabile. Mi viene in mente un capitolo dell’autobiografia di Anthony Kiedis, il cantante dei Red Hot Chili Peppers, in cui affrontava la fuoriuscita dal gruppo dell’ormai leggendario John Frusciante poco dopo la registrazione del loro capolavoro “Blood Sugar Sex Magic” nel lontano ’91. Nella villa losangelina in cui la band si era barricata per mesi per sfornare i pezzi che li avrebbero resi famosi in tutto il mondo, si era creato un clima perfetto, un perfetto equilibrio tra tutti e quattro i musicisti e il poliedrico produttore Rick Rubin. Si improvvisava molto, si incideva, si rifaceva, si suonava ininterrottamente per ore, finché quelle 17 tracce non risultarono perfette in ogni minimo arrangiamento, mixaggio, suono, sovraincisione, esecuzione. Il disco uscì, fu un successo spaventoso e seguì un tour mondiale. Solo John non avrebbe voluto più uscire da quella villa. Avrebbe voluto continuare a incidere, arrangiare, fare, rifare, provare nuovi pezzi, non per ampliare il disco, che era già bello lungo, ma per continuare a creare. Voleva vivere un eterno sabato del villaggio. E infatti fu talmente disgustato dalla domenica (Soldi, Sesso, Successo… che schifo!) che lasciò il gruppo e diventò il titolo di un romanzo d’esordio italiano.

Ebbene, tutta ‘sta menata nasce dal più lungo sabato del villaggio che abbia mai vissuto in tutta la mia vita professionale. Un sabato lungo sei anni.

In questo interminabile sabato ho visto e fatto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare… ho scritto scene in cui divinità egizie organizzavano orge con mummie e il cattivo di un videogioco del futuro faceva esplodere il palazzo di una città, ho descritto l’amore platonico di un anatomopatologo verso un cadavere e tolto tutte le “g” di troppo a ogni “ggiovane” inserito in dialoghi scritti 20 anni fa…

…ma ogni volta il pensiero andava a una domenica in particolare che stentava ad arrivare. Tanto che, col tempo, mi ero pure dimenticato che un giorno avrei festeggiato. I preparativi erano già stati fatti, era tutto in ordine, la tavola apparecchiata, i fottuti fiori posizionati dove andavano posizionati, ma gli ospiti tardavano ad arrivare. E io mi addormentai sul divano. (il mio correttore di bozze interiore mi ordina di piantarla con l’allegoria leopardiana. Adesso.)

Ora però c’è una data. Finalmente uscirà una storia che ho scritto un sacco di tempo fa e avevo un po’ dimenticato. Sarà un piacere rileggerla e chissà che effetto mi farà, perché nel frattempo non dico che ho cambiato gusti e rivoluzionato il mio stile ma, insomma, qualcosa in me si è evoluto e qualcos’altro involuto. Fondamentalmente sono la stessa persona di allora, ma con qualche piccola differenza. Ho smesso di fumare, per esempio.

Forse mi piacerà ancora quella storia, forse non mi piacerà più. Lo saprò solo quando la leggerò stringendo in mano della carta stampata. È forse la prima volta che sono pronto a sorprendermi così tanto per qualcosa che ho scritto.

E solo allora capirò se stavolta sarà stato più appassionante godersi l’attesa o brindare nel giorno del Signore (e alla faccia del mio correttore di bozze interiore aggiungo: che la festa cominci…)

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Dailan Dog

Sarà l’effetto del trentennale. Sarà che fuori piove. Com’è, come non è, eccovi un’ampia e personalissima esegesi del numero 19 di Dylan Dog, uscito in un uggioso giorno d’aprile nelle edicole italiche nell’anno di grazia 1988.

So che sono solo l’ultimo di una lunghissima tradizione di lettori, critici, autori, blogger, simpatizzanti, amanti, fan, che da quel giorno in poi hanno scritto di tutto su quello che è ritenuto uno dei migliori albi di Dyd di sempre, una delle migliori storie mai scritte da suo padre, uno dei migliori fumetti italiani tout court. E, aggiungo, il più felice connubio Sclavi/Casertano. Tanto che non devo nemmeno menzionare il titolo.

Ma la scrivo comunque. L’esegesi e pure il titolo. Perché “Memorie dall’invisibile” mi ha folgorato come poche altre cose al mondo.

Ora, inutile qualunque spoiler alert dal momento che 1) chi sta leggendo queste righe ha già letto quella storia, e 2) oh, siamo su LoSpazioBianco, non avete letto “Memorie dall’invisibile”? Siete pazzi?

Cominciamo dal NUMERO DELL’ALBO.

Numero 19. Significa un anno e mezzo di pubblicazioni mensili. Significa 19 sceneggiature da 94 pagine quasi tutte scritte dal creatore della testata (Memorie è la 17sima, per la precisione). Significa una discreta quantità di storie che hanno già delineato lo stile e i contenuti della serie e presentato degnamente il suo protagonista. Che, in quel momento storico, NON è ancora diventato quell’icona nazionale, fumetto di culto, fenomeno transmediatico che sarà di lì a poco.

Non lo conoscono ancora in tanti, l’indagatore dell’incubo, ma a Sclavi non importa granché e decide di giocherellare fin da subito coi suoi cliché, con quegli elementi estetico/caratteriali che lo definiscono come “personaggio a fumetti”. E succede davvero presto perché, editorialmente parlando, per una serie da edicola mensile 19 numeri non sono che l’inizio.

Così Dylan diventa Dailan nella pronuncia di Bree Daniels, la sua nuova eccentrica cliente, una prostituta con un certo stile che chiama così anche Bob Dailan (curiosità: più o meno coevo è stato anche il quesito/tormentone della Acme “Càttivik, Cattìvik o Cattivìk?”). Era la prima volta che veniva sottolineata/derisa la pronuncia del suo nome. Avevo più di un amico che chiedeva all’edicolante “Dailan Dog” invece di “Dilan Dog”. Era un fatto.

Dylan ha freddo, quando una prematura nevicata autunnale coglie di sorpresa lui e la sua giacchetta nera e, un po’ meno, l’ispettore Bloch infilato nel suo trench per tutte le stagioni. Ed è proprio quando Bloch gli chiede “Ma non ce li hai i soldi per comprarti un cappotto?” che scatta il primo “il re è nudo” di tutta la serie. “Rovinerebbe il mio look” risponde Dyd. Che è come se nel numero 20 di Superman, Perry White vedendo Clark Kent entrare in redazione una mattina gli dicesse “Ma tu sei Superman con gli occhiali!”. E Clark “Sì, ma non dirlo a nessuno”.

Altro topos infranto: Groucho per la prima volta è serio. Groucho affronta un dialogo privo di battute umoristiche nella terza parte della storia, un botta e risposta molto conciso che, in realtà, ne infrange ben due di topi in un colpo solo:

Dylan: Io mi sposo, Groucho…

Groucho: Con chi?

Dylan: Bree Daniels.

Groucho: Mmm. Lei lo sa?

Dylan: No.

Notate l’uso delle pause, davvero rare in un fumetto popolare, ottenute con vignette mute e stacchi sugli altri personaggi, che danno quella sensazione di sospensione della storia, come se tutto si fermasse per pochi attimi, il tempo di far “sentire” meglio l’essenziale dialogo:

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Bree Daniels. O Untassì, come la chiama Groucho. Ma su di lei tornerò alla fine.

Ora parliamo dell’INCIPIT.

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Esteticamente la storia parte nel più classico e bonelliano dei modi, con la vignetta quadrupla, completa di titolo e autori, che presenta ambiente e atmosfera, e le due successive che stringono sul mostro di turno. Perché anche narrativamente questo prologo è il più corretto per un thriller, con la canonica presentazione dell’assassino e del suo modus operandi, ma con la sua identità ben celata.

E visto che sono in vena, leggetevi la spassosissima descrizione sclaviana di questa prima pagina di sceneggiatura:

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Tutto in questa tavola pare far rima con “convenzionale”, ma basta leggere i testi per essere totalmente spiazzati (leggeteli, dai). Fate un esperimento: copiate il lettering di quelle due didascalie (che sono pure scontornate e in minuscolo, alla faccia del convenzionale) e incollatelo su due vignette di Rat-Man. Pare scritto da Ortolani, o no? Funziona, come testo comico. Fate lo stesso esperimento con la successiva tavola se non siete ancora convinti:

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Ma quel testo abbinato a quelle immagini, a quei disegni, a quello stile che ha reso unico Casertano, sortisce un effetto angosciante, quasi fastidioso tanto è forte il contrasto con la scena preparatoria dell’imminente, sanguinario, omicidio. Il taglio delle inquadrature, le luci, la regia, tutto è fortemente drammatico in questa prima scena. Viene da dire cinematografico.

Con la differenza che, in un film, se udissimo l’audio di quel testo abbinato a quelle inquadrature probabilmente penseremmo di trovarci di fronte a una parodia. Forse solo Al Pacino in pienissima forma riuscirebbe a infondere quel mix di cinismo, sarcasmo e profonda tristezza che i pensieri del nostro Uomo Invisibile trasmettono su carta. Perché il tono, la voce, il sonoro in un fumetto viene dalla tua testa, che è il luogo più intimo che esista. E Sclavi questo lo sa bene. Sclavi conosce perfettamente il linguaggio del Fumetto.

La CITAZIONE.

Lo sanno anche i sassi che nella prima vignetta di pagina 35 viene citato il quadro più citato al mondo dopo La Gioconda e L’Urlo. Ma qui il Nostro non si ferma alla forma, non si limita a dire a Casertano “vign.1: ricopia paro paro il quadro di Hopper con più nero”. Il Nostro ci fa entrare nel quadro costruendo un’intera scena, tutt’altro che gratuita nell’economia di un giallo (ossia una falsa pista: la presentazione di un’assassina che però non è il colpevole che Scotland Yard e Dyd cercano), trasformando quel quadro in qualcosa di vivo e credibile, perfettamente coerente con la solitudine dei personaggi che lo abitano. È una citazione più narrativa che estetica.

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La TRAMA.

O meglio le trame. In ogni storia lunga (e con lunga, in un fumetto, s’intendono dalle 40 tavole in su) quasi sempre è necessario aggiungere un sub-plot al plot, una sottotrama che rimpolpi la trama principale approfondendola o contrastandola, o anche semplicemente dando il ritmo giusto grazie a un buon montaggio incrociato.

Gli sceneggiatori spesso si limitano a quest’ultima, dignitosissima, scelta optando per sub-plot magari non brillanti nel contenuto ma utili a rendere scorrevole e intrigante la lettura. I Grandi Sceneggiatori, invece, sfruttano il sub-plot per veicolare il Messaggio della loro storia, la Morale che tutti pretendiamo alla fine di ogni lettura o visione, ma che noi duri non ammetteremo mai di desiderare, nemmeno sotto tortura.

Con noi duri funziona così: il Grande Sceneggiatore ti sfama con una trama solida, ricca di colpi di scena, sangue&sparatorie e dal finale pienamente soddisfacente, ma solo per distrarti un attimo dal Significato Della Storia che infilerà alla fine del sub-plot. Fregato. E il Grande Sceneggiatore se la ghigna sussurrandoti all’orecchio: “Mentre tu guardavi i cadaveri sgozzati, io ti ho detto che al mondo siamo tutti soli!”

Il PLOT di “Memorie” è relativamente semplice MA gravido di VERI colpi di scena: un serial killer uccide prostitute, una di loro ingaggia Dailan per fermarlo, MA l’assassino si consegna spontaneamente alla giustizia prima di essere beccato; MA gli omicidi riprendono perché c’è un emulo del killer e alla fine Dyd uccide l’assassino; MA non era lui l’emulo.

Faccio notare come in questa pur stringatissima sinossi convivano allegramente due idee tanto forti che potevano bastare per due storie distinte: l’assassino che non viene preso ma si consegna (vedi “Seven”, sette anni dopo) e il serial killer che imita un serial killer (“Copycat”, sempre del ’95, e svariati altri film e serie tv a venire). Sclavi crede nel 2X1.

E infatti ce ne rifila due di SUB-PLOT:

Sub-plot 1: l’uomo invisibile (che è il “fratello unico” del testo dell’incipit) si innamora di una prostituta perché è l’unica ad accorgersi di lui, MA il killer la uccide; lui giura vendetta, cerca il killer che però nel frattempo si è costituito; MA poi trova e uccide il vero emulo, che scopre essere suo fratello; muore anche l’uomo invisibile nella colluttazione, solo e non visto, in un colpo di scena che può essere solo letto, non spiegato.

Sub-plot 2: Dylan si innamora perdutamente della prostituta che l’ha assunto, ma lei no. O forse sì?

Sclavi incrocia magistralmente queste tre trame facendo in modo non solo che si capisca tutto perfettamente ma anche che ognuna incida sull’altra e la rafforzi man mano che la lettura procede.

Ed è così che arriviamo al FINALE.

Altro cliché disintegrato. Il cliché dei cliché dylaniani, direi. Perché Dylan, fino a quel fatidico numero 19, ha praticamente sempre avuto come clienti donne attraenti che ha sempre portato a letto e di cui si è sempre innamorato. Facile, quando poi arriva pagina 98 e dal prossimo episodio si resetta tutto. Ma questa volta è vero amore. Dylan si è innamorato di una prostituta e la vuole sposare. Già questo scardina un bel po’ di certezze nei lettori bonelliani di lunga data. E in più lei, Bree Daniels, il primo personaggio femminile della serie veramente credibile e approfondito, rifiuta l’eroe. Perché lei batte i marciapiedi. Bree vive nella realtà. Non c’è spazio per l’amore, per una vita di coppia. Per una vita normale.

Per la prima volta Dylan si dichiara e viene rifiutato. E a pagina 98, che ritengo tuttora la più bella tavola finale dell’intera serie, non c’è un epilogo che rivela che il mostro è ancora vivo e ha voglia di uccidere, ma un nuovo, ipotetico, inizio per Dylan che mai prima di allora era stato così vero, così “persona” e non “personaggio”.

Quell’inizio di telefonata nell’ultima vignetta che chiude il tutto, riassume e ribadisce il messaggio già espresso poche vignette sopra, nel finale del sub-plot dell’uomo invisibile: viviamo e moriamo soli. Si rivedranno o non si rivedranno Dylan e Bree? Sta al lettore deciderlo.

(sì, si rivedranno in un’altra storia molto più avanti, ma ora stiamo sul pezzo)

Se Sclavi avesse chiuso l’albo con “Bree, io ti amo” + “Anch’io, Dailan”, avrebbe rovinato TUTTO. Sarebbe andato contro ogni singola parola e ogni singola inquadratura inserita nelle 93 tavole precedenti.

Ma Sclavi è un Maestro. E in quell’ultimo, estremo, stentato “D-Dailan…” dell’ultimo balloon, ribadisce e conferma l’unicità di questa indimenticabile storia.

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the Sclavi identity

Oggi, 2016. Tutti condividono facce, lineamenti, smorfie, corpi, forme. On line e off line. Tutti devono far sapere al mondo che tipo di conformazione ha la propria testa e cosa contiene quella testa. A me non interessa.

Ieri, 1986. Avrei dato un braccio per un poster di Tiziano Sclavi, da incorniciare nella mia cameretta di fianco a quello di “Aces High” degli Iron Maiden e quello della Lamborghini Countach. Ne avevo un disperato bisogno. Volevo vedere che faccia aveva il mio idolo, colui che diede un senso alla parola “sceneggiatura” quando avevo 14 anni, l’uomo che giocava coi generi e le trame come un bambino prodigio gioca con le tabelline. Lo scrittore che, coi suoi romanzi e le sue sceneggiature, ha condizionato per sempre la mia vita trasformandomi in un assiduo lettore di fumetti, prima, e scrittore dei medesimi, poi.

Poi ho capito. Con gli anni ho capito. Sclavi non aveva bisogno di mostrarsi. Non aveva bisogno di dire al mondo “questo sono io, guardate che faccia ho, adoratemi”. Non aveva bisogno di spiegare chi era e cosa gli passava per la testa. Lo facevano le sue storie al posto suo.

Avevo trovato, chi si ricorda dove, era un quotidiano ma chissà quale, una fotina (formato tessera, per intenderci) di lui di 3/4 in B/N chiaramente paparazzato. Poteva essere stato “beccato” all’uscita di un bar o, più presumibilmente, di una libreria. Comunque aveva quell’aria lì. Non era in posa, insomma. La fotina completava un’intervista, che ho divorato parola dopo parola, spacciata come la prima e unica mai rilasciata dal papà di Dylan. Erano i primi anni ’90, non ricordo l’anno preciso, e poteva anche essere vero, perché davvero il papà di Dylan non si faceva vedere né intervistare in alcun modo…

Ricordo come fosse ieri quando mi sono recato al mio primo Dylan Dog Horror Fest, all’allora Palatrussardi di Milano, 1992. Si entrava semplicemente esibendo l’albo dylaniano di quel mese e ti beccavi anteprime mondiali horror (memorabile Hellraiser 3 con gli effetti digitali dell’epoca ancora da postprodurre e quindi in uno stitico bianco&nero), ospiti internazionali (Bruce Cambpell in giacca nera e camicia rossa era tantissima roba, direbbero ora) e autori Bonelli sulla cresta dell’onda (ah, il giovane Casertano messo al tecnigrafo sul palco che scherzava con la telecamera facendo le ombre cinesi al posto di disegnare).

Io, che da provinciale non ancora patentato mi facevo tutti i viaggi in treno e metrò per il Palatrussardi, aspettavo solo di vedere apparire sul palco il mio Tiziano accolto da una standing ovation generale, lacrime di commozione e fuochi d’artificio. Ero lì per quello!

E infatti, appena entrato nel palazzetto il primo giorno e udito il vocione baritonale registrato che annunciava in filodiffusione l’inizio del Fest, appare sul palco un tizio figo, capelli corvini, look elegantemente casual, e tutti applaudono.

Wow… Tiziano Sclavi… Finalmente! Non credevo ai miei occhi. Poi Egli inizia a elencare il programma del giorno, presentando i film e gli ospiti che si sarebbero succeduti uno dopo l’altro per la nostra gioia. Lì comincio ad avere dei dubbi sull’identità del tizio sul palco. Ma subito dopo decido che no, è lui, è normale che Sclavi presenti in prima persona il suo festival, perché lui è il numero 1!

Ebbene, mi sono fatto tutto l’Horror Fest del ’92 abbastanza convinto che Stefano Marzorati fosse Tiziano Sclavi. Marzorati, l’allora direttore artistico del Dylan Dog Horror Fest e responsabile dell’ufficio stampa Bonelli. Stefano, che anni e anni dopo ho avuto il piacere di conoscere e raccontargli del mio buffo misunderstanding. Stefano, che mentre lo guardavo al nostro primo incontro il mio inconscio continuava ad associare al nome di Sclavi perché, si sa, quando uno è cocciuto è cocciuto.

Comunque sia, la fotina trovata sul quotidiano X in un anno imprecisato dei primi ‘90 mi aveva poi convinto della vera identità fisica di Sclavi. Quella fotina l’ho custodita nel mio portafoglio per tanto tempo (insieme alla faccina di Stewart Copeland, ma questa è tutta un’altra storia). Come un santino, un mio personalissimo padre pio che invece di farsi venire le stigmate sui polsi scriveva delle storie che non avevo mai letto e come non avevo mai letto.

Si dice spesso che uno scrittore scrive sempre di sé, delle sue ansie, paure, speranze, che fa parlare e pensare i suoi personaggi come parlerebbe e penserebbe lui. È abbastanza vero, ma a mio modesto parere di lettore, prima che di scrittore, un grande narratore è quello che sa abilmente nascondere tutto ciò, che non si mette in prima persona sempre e ovunque nelle sue storie. Un narratore di razza scrive delle storie, non delle autobiografie.

Ora, è innegabile che le storie di Sclavi, sia quelle di Dylan che quelle dei suoi romanzi e racconti, siano sempre state autoreferenziali. Impossibile non ritrovare almeno 3 personalità di Tiziano nei 3 protagonisti di “Non è successo niente”, per me il suo miglior romanzo.

Impossibile non riconoscere la solitudine dell’autore in quel capolavoro unanimemente riconosciuto che è “Memorie dall’invisibile”, in cui l’archetipo dell’Uomo Invisibile diventa metafora dell’indifferenza, perché tu sei invisibile quando gli altri non sanno che esisti.

Ma questo l’abbiamo saputo a posteriori. Quando uscivano quelle storie nessuno sapeva nulla di Sclavi, che faccia avesse, che vita avesse, che cosa pensasse. In quella misera intervista del quotidiano X non si era aperto più di tanto e da allora non è cambiato. Se sommiamo i minuti in cui ha effettivamente parlato Tiziano nel recente documentario “Nessuno siamo perfetti” (che ovviamente ho accolto con lo stesso entusiasmo con cui accolsi la fotina nel mio portafoglio) credo che non arriviamo a trenta su quell’ora e un quarto di montato. Sclavi è e resta un tizio schivo, lontano dai riflettori, lontano da tutto e da tutti.

Ci sono arrivato dopo anni, ma io ringrazio Sclavi per il suo anonimato. Ringrazio il suo restare sempre e comunque dietro le quinte. Ringrazio i suoi silenzi stampa. Perché nonostante negli anni ‘90 sbavassi per una sua autobiografia ufficiale con book fotografico annesso, sono felice che lui mi abbia parlato di sé solo e soltanto attraverso le sue storie, creando un legame quasi telepatico, un patto narrativo fortissimo, fomentato proprio dalla sua totale assenza fisica.

In fondo, non mi è mai interessato sapere chi fosse la moglie di Kubrick o quando ha perso la verginità Garth Ennis.

Perché per quanto a volte il nostro fanatismo da nerd desideri un action figure di Stephen King mentre viene investito dal Dodge blu, i veri autori non parlano di sé, fanno parlare le loro opere.

PS: la foto potrebbe essere questa (più la guardo, più ne sono convinto):

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Secondo il web è apparsa su “Il Mattino” in data 1999, ma la ricordo molto precedente, tipo ’93-‘94.

Va beh, ora stampo e ritaglio.

 

Kirkman, il reietto: di zombie, esorcismi e quant’altro

Ed eccomi qua, con la prontezza che mi contraddistingue, a parlare, tra le altre cose, di Outcast, l’ultima fatica fumettistica e televisiva di quel ragazzotto americano che ha cambiato per sempre la percezione dell’horror nel mondo, ovvero Robert Kirkman.

Lo so, ne hanno già parlato tutti, della serie a fumetti e di quella televisiva, ma io sono lento a digerire e rielaborare le cose. Sono un ruminante dell’intrattenimento. Che poi ho letto giusto i primi due volumi Saldapress di Outcast, che racchiudono i primi 12 albi americani, e visto le prime tre puntate dell’omonima serie tv. Ma mi basta. Mi basta per capire due cose fondamentali:

1- i best-seller non si pianificano, capitano.

2- Fumetto e TV sono due media irrimediabilmente diversi.

La prendo alla larghissima.

Non credo che il giovane Rob quando iniziò a scrivere il suo The Walking Dead nel lontano 2003 sapesse che di lì a pochi anni la sua putrefatta creatura sarebbe diventata un successo mondiale con tanto di serie tv da record. Me lo vedo che butta giù l’idea di una mini serie di nicchia, perché di nicchia era il genere zombie in quel periodo, per il puro godimento personale, per scrivere qualcosa di autenticamente suo, qualcosa in cui sguazzare allegramente senza pensare troppo al futuro.

Praticamente un survival horror con pochissimi punti in comune con l’unico termine di paragone di allora, ossia il fortunatissimo Resident Evil della Capcom, la più famosa saga videoludica a tema zombie che giusto l’anno prima aveva goduto anche del successo cinematografico dell’adattamento di Paul W.S. Anderson (a cui faranno seguito svariati capitoli), ma tanti punti in comune col Maestro George A. Romero, l’inventore dello zombie moderno.

Gli zombie di Resident Evil corrono, urlano, sparano, si trasformano in mostri giganteschi… sono creature ottenute in laboratorio, macchine da guerra frutto di esperimenti chimico/genetici, con tanto di corporazione malvagia alle loro spalle che trama per conquistare il mondo. È più sci-fi/action che horror. Perfetto come intrattenimento videoludico. Pessimo come intrattenimento narrativo.

Gli zombie di Romero camminano a stento, gorgogliano, si putrefanno e hanno un unico e solo istinto che li guida: divorare i vivi. Non perché ne abbiano bisogno, non devono nutrirsi (come dimostra il simpatico scienziato de “Il giorno degli zombi” – Romero ‘85 – avvicinando una mano alla bocca famelica di uno zombie incatenato a un lettino a cui ha appena asportato l’apparato digerente ma che tenta lo stesso di addentarlo). È solo cieco e immotivato istinto, metafora di un consumismo inesorabile che trae linfa vitale unicamente da se stesso, un consumismo che divora tutto perché c’è tutto da divorare.

E quel geniaccio di Romero ce lo mostra nella maniera più sfacciata e imbarazzante nel suo secondo capitolo zombesco, quello “Zombi” del 1978 ambientato in buona parte dentro un mega centro commerciale assediato da orde di morti viventi che ciondolano senza meta da un reparto all’altro (più sfacciato di così) mentre un gruppo di vivi cerca di sopravvivere all’interno, fracassando di tanto in tanto crani di zombie  e godendo dell’infinità di prodotti che il gigantesco e abbandonato tempio del 3X2 offre (più imbarazzante di così… sfido chiunque a non aver desiderato almeno una volta nella vita di ritrovarsi in quella situazione!)

Mezzo secolo fa Romero, partendo dal mito dello zombie della cultura voodoo haitiana, inventa il concetto di Morto Vivente, ossia un morto che torna in vita semplicemente perché è… morto.

Lo zombie haitiano è un morto controllato da uno stregone che l’ha rianimato col preciso scopo di trasformarlo in suo schiavo per le faccende più disparate (uccidimi quello là, spaventami quest’altro, vammi a prendere il latte, eccetera). Che è praticamente lo stesso tipo di zombie di Resident Evil, cambia solo il modus creandi.

Lo zombie romeriano invece non è stato creato da nessuno, semplicemente esiste, dal momento stesso che esiste la morte. E qui sta la novità assoluta, il colpo di genio che cambia per sempre l’horror nell’anno domini 1968, quando esce il primo film del maestro “La notte dei morti viventi”: TUTTI siamo zombie perché lo diventeremo una volta morti. È un “contagio” che tocca tutti, nessuno escluso (nemmeno la bimba che nell’esordio romeriano aggredisce la madre attonita con una cazzuola, madre che si lascia massacrare perché come fai a uccidere tua figlia? Una delle scene più sconvolgenti del cinema horror tout court).

Il Mostro non è più l’Altro, non si nasconde più in un castello della Transilvania o nella brughiera gallese. Il Mostro sei Tu, il Tuo Vicino di Casa, Tua Moglie e Tuo Figlio.

Non c’è una cura, dal momento che non c’è una causa. La Morte fa semplicemente parte del naturale scorrere degli eventi. Ed è proprio su questa impossibilità di comprendere e sconfiggere il Male che si fonda tutto l’Horror Moderno. E il papà di tutto ciò è l’ormai 76enne registra newyorkese.

Ma nel 2003 nessuno si ricorda più di lui. Il 1985 è lontano, “Monkey Shines” e “La metà oscura” se li filano in pochi fedeli fan (io tra questi, ça va sans dire) e il 2005 deve ancora arrivare (per quanto il ritorno del Maestro agli zombie con “La terra dei morti viventi” non sia riuscitissimo… meno male che recupererà alla grande con “Diary of the Dead” due anni dopo, a dimostrazione che il cinema indipendente batte il cinema mainstream 1-0).

Nel 2003 nessuno si ricorda più di Lui, tranne un giovane sceneggiatore di fumetti del Kentucky, che sta lavorando contemporaneamente a una sua personalissima serie supereroica (il divertente e originale “Invincible”) e a The Walking Dead, per l’appunto. E su quest’ultima serie opta per lo zombie romeriano anziché haitiano. Scelta ovvia, da grande fan del regista e di tutto l’horror che le sue pellicole hanno ispirato e generato negli anni.

Kirkman opta per Romero perché a lui, sostanzialmente, importano più i personaggi che ha creato e le relazioni tra i medesimi, piuttosto che gli zombie in sé. Esattamente come nei film di Romero, gli eroi per caso di Kirkman si ritrovano in situazioni di estremo pericolo, vita o morte, e devono cavarsela da soli, senza una preparazione e/o un armamentario adeguati, spesso senza nemmeno sapere precisamente con chi/cosa hanno a che fare. I Morti Camminanti per Kirkman, come per Romero, non sono personaggi, sono IL contesto dentro il quale i personaggi si muovono. Sono la metafora della fine del mondo, una fine lenta e inesorabile, che non puoi fermare semplicemente perché non sai come e da dove è iniziata, puoi solo arrenderti o cercare di sopravvivere.

Gli antagonisti, nel senso narrativo del termine, in The Walking Dead non sono gli zombie ma gli umani. Umani degradati a bestie senza scrupoli, cannibali, dittatori sanguinari, veri e propri mostri che hanno trovato nell’apocalisse zombesca il loro habitat naturale.

Ma queste cose le sanno anche i sassi.

Quello che mi affascina di Kirkman e del fenomeno di The Walking Dead è la totale mancanza di pianificazione del progetto e del suo conseguente successo. Perché, scusate se insisto, nel 2003 nessuno si cagava gli zombie, quelli fighi, e nessuno avrebbe mai scommesso su un fumetto americano in B/N senza esplosioni o tizi che volano.

Kirkman stesso aveva in mente una miniserie, niente di così potenzialmente infinito com’è poi diventato il suo must, come dichiarava nelle prime interviste dopo il successo planetario o come dimostra, per esempio, l’affair “Rick vs. Shane” che è il fulcro del primo ciclo di albi a fumetti (6 episodi) e che si conclude quindi abbastanza velocemente su carta, mentre domina le prime due stagioni nell’adattamento televisivo, e parliamo di 19 puntate (non entro nei dettagli non tanto per evitare spoiler ma perché tutti sanno cos’ha fatto Shane a Rick, suvvia). L’antagonismo tra i due è stato effettivamente terreno fertile per la serie tv, è giusto che l’abbiano portato al limite, mentre nel fumetto Kirkman l’ha chiuso relativamente in fretta perché voleva proseguire la sua piccola serie con altri conflitti e altri personaggi. Non pensava che presto avrebbe avuto tutto il tempo e le pagine che si possano immaginare per sviluppare tutte le sue idee.

Ma, quindi, come ha fatto un fumetto di nicchia sugli zombie a diventare un successo planetario? Kirkman è un grande sceneggiatore, i suoi personaggi sono perfetti, sono vivi sia in senso letterale che narrativo, le loro vicende appassionano, avvincono, emozionano. Walking Dead, sia fumetto che serie tv, è la mia soap-opera preferita. Ma non basta… Quanti sceneggiatori scrivono bene, quando storie vengono raccontate bene?

Io non lo so com’è successo. Non lo so come la AMC, una major della tv via cavo statunitense, abbia accettato e deciso di produrre una roba coi morti che si trascinano a terra con le budella di fuori e gente che spara a una bambina.

Non lo so com’è successo che queste cose ora siano viste da una maggioranza di spettatori e non da una minoranza. Non lo so come hanno fatto gli zombie romeriani a prendersi la loro rivincita sul mondo. Probabilmente non lo sa nemmeno Kirkman, ma è successo. Se fossi il Comico di Watchmen esclamerei: il sogno americano si è avverato!

E questo è il mio personalissimo punto 1: i best-seller non si pianificano, capitano.

Ora, non sono un addetto ai lavori, ma credo che quando la Fox abbia dato l’ok alla versione televisiva di Outcast abbia pensato di giocare facile: è dell’autore di The Walking Dead, cosa mai potrà andare male?

Bé, tanto per cominciare Outcast NON è TWD. Kirkman ha sempre dichiarato che con Outcast ha voluto affrontare di petto uno dei temi horror più classici, demoni&esorcismo, per realizzare qualcosa che facesse realmente paura. E ce l’ha fatta, lui. Il fumetto funziona, fa paura.

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Walking Dead ha il respiro della saga corale, ormai più vicina all’avventura che all’horror puro, mentre Outcast è una “storia piccola”, con un protagonista assoluto, Kyle Barnes (il reietto del sottotitolo italiano), e un ottimo co-protagonista, il poco tradizionale reverendo Anderson. La vicenda è circoscritta (per ora) alla cittadina fittizia di Rome, West Virginia, e il tema “esorcismo” è ben gestito e sviluppato col giusto crescendo e di situazioni e di informazioni. Semplificando (ma non troppo): Kyle è un esorcista fuoriclasse che non sa/non vuole esserlo, mentre l’amico reverendo è solo un dilettante e vuole diventare il suo coach.

Ma, punto 2, fumetto e tv sono due media irrimediabilmente diversi.

La coralità che è il punto di forza del Walking Dead televisivo, la cosa che ti aggancia e ti fa sbranare ogni episodio per seguire i tuoi personaggi preferiti, in Outcast non c’è e, per quanto bravo (…) possa essere l’attore che incarna Kyle e la regia possa essere relativamente al passo coi tempi dell’horror cinematografico (ma neanche tanto… la broda nera digitale che esce dagli indemoniati nun se po’ vedé), l’Outcast televisivo non funziona bene.

Non fa schifo, ho visto di peggio. Gli manca giusto quella grinta che Kirkman sa mettere nei suoi fumetti e un certo tipo di ritmo che solo in certi fumetti si può ottenere. Un esempio su tutti è dato dai continui flashback del protagonista che gli fanno rivivere il conflitto (umano e non) con sua madre, che è il fulcro del suo trauma e l’origine dell’apatia in cui si trova ora: nel fumetto sono risolti in una tavola al massimo, a volte in poche vignette, mentre nella serie tv occupano intere scene che, alla lunga, risultano davvero troppo ripetitive col risultato di non essere più né interessanti né spaventose. Un bel problema in una serie horror…

Kirkman poi, assieme al valido disegnatore Azaceta, trova soluzioni davvero intriganti per gestire il ritmo delle sequenze all’interno delle tavole, ossia delle semplici ma efficacissime vignettine inserite nelle o tra le vignette grandi (insert panel, per fare i saccentoni) che rendono molto bene i campi e controcampi o le pause in un dialogo, per esempio:

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Efficacissime perché non rallentano la narrazione né appesantiscono il disegno. E visto che il fumetto è un linguaggio che unisce l’arte dello scrivere con quella del disegnare, quando queste due convivono allegramente senza pestarsi i piedi l’un l’altra abbiamo un bel fumetto da leggere E guardare.

Si può fare ‘sta roba con una telecamera? No. E non tiratemi in ballo l’Hulk di Ang Lee con le sue finestre video del cacchio (ci sarà un modo per definirle, ma non lo voglio sapere) perché la Storia ha dimostrato che scimmiottare il linguaggio dei fumetti al cinema non paga mai.

Mi viene da dire che Outcast è più fumetto di The Walking Dead, nel senso che sfrutta un po’ di più le qualità/possibilità di questo mezzo espressivo. Se TWD è pura narrazione di razza, perché davvero ha il respiro di una saga letteraria di quelle appassionanti, Outcast frena un po’ l’acceleratore della Storia per ingranare la marcia ridotta dell’Atmosfera. Che, come tutte le ridotte, è lenta ma efficace, ti porta fino in cima alla vetta, con calma e affidabilità.

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E per questo, a mio umilissimo parere, la sua versione tv non funziona. Outcast, insomma, va goduto cartaceo, non cinematico.

Ultima ma non ultima considerazione, la più personale: Kirkman è il reietto. Come Kyle Barnes ha un potere più grande di lui, è in grado di cacciare demoni potentissimi (cioè creare la saga di zombie più famosa del mondo) ma allo stesso tempo non lo ammette o non vuole continuare a usare questo potere, preferendo chiudersi in casa a fare altro. Ma c’è un reverendo (produttore tv) che insiste affinché esca di casa e torni a usare il suo incredibile potere (cioè realizzare un altro TWD).

Ma Kirkman, come Kyle, non risponde: Certo! Sono nato per questo!

Kirkman risponde: Forse…

PS: a conferma di come i tempi siano cambiati per noi nostalgici romeriani, mi va di citare il caso di un mio allievo che, come tesi di laurea di un’accademia d’arte, porterà un trattato sui nostri cari morti viventi e la loro evoluzione nel cinema e nel fumetto. La cosa mi commuove e riempie di orgoglio.

Non so sinceramente come far comprendere la portata di tale evento a chi non è sensibile all’argomento… è come se io (che forse si è capito ho un debole per l’horror di un certo calibro) avessi viaggiato indietro nel tempo di 30 anni e, ovviamente, avessi toccato qualcosa, parlato con qualcuno, insomma fatto cose che avrebbero avuto ripercussioni sul corso della Storia e, tornato al presente, mi fossi accorto che effettivamente il mio agire impudente ha generato piccoli, ma rilevanti, cambiamenti nel mondo, come la presenza di auto a idrogeno per le strade, la scomparsa dei Pokemon e l’introduzione di “Necrantropologia” come materia obbligatoria nelle facoltà umanistiche.

 

80

Cos’è restato degli anni ’80?

Neon, synth, brutte pettinature, mostri grossi e cattivi. E una certa linearità narrativa. Che, in alcuni casi, fa rima con solidità e coerenza. In alcuni casi ne hai bisogno come di acqua fresca in mezzo al deserto a mezzodì. O in pieno centro Milano a fine luglio.

Ma partiamo dall’inizio.

Buffo decennio, quello dal 1980 al 1989. Io c’ero.

C’ero durante la famosa nevicata dell’inverno ’84-’85. Ricordo le bianche muraglie alte tre metri ai lati delle strade dopo il passaggio degli spazzaneve, io e il mio migliore amico di condominio che tiravamo palle di ghiaccio dal cortile alle auto in corsa sulla provinciale, un punto in più se le colpivi sul parabrezza.

C’ero quando in provincia da me è spuntata la prima paninoteca e si vedevano i primi Moncler fosforescenti e le Timberland alte. Il Burghy a Milano, le sfitinzie e Drive In. Io giravo in Lumberjack e ridevo alle battute di Zuzzurro&Gaspare insieme ai miei sul divano davanti alla tv. Mi pare un mondo parallelo abitato da cloni visto da questo in cui mi trovo ora, dove i miei comici preferiti sono Ricky Gervais e Louis C.K. e considero il primo best seller di Faletti il peggior thriller mai scritto dall’Uomo.

C’ero quando i poster degli Iron Maiden invadevano ogni negozio di musica e non, i Metallica pubblicavano “Master of Puppets” e gli Slayer “Reign in Blood”, e io muovevo i primi passi nella musica immerso con le cuffie del mio walkman sotto cascate di riff con powerchord a 180 bpm e doppie casse in trentaduesimi. Per un bel po’ di anni a venire, lo ammetto, non ho mai capito perché tutti si scagliassero contro la Musica Anni ’80, così plastificata e ultra pop. Per me gli anni ’80 erano il Metal.

C’ero quando Reagan voleva costruire lo Scudo Spaziale per difendersi dalle atomiche dei cattivissimi Russi, e io, che mi ero commosso al cinema con mio zio durante il monologo di Balboa nel finale di Rocky 4, ero da un lato eccitato da questa fantascientifica (fantasy?) idea, dall’altro terrorizzato al pensiero di essere sciolto dalle radiazioni nucleari (c’è poco da ridere. Provateci voi, giovinastri, a cenare davanti al tg che vi dice di non mangiare più insalata perché contaminata dai venti radioattivi di Chernobyl. Non è un mockumentary da 4 soldi con mutanti dal pessimo make up, era la fottuta realtà).

C’ero quando un tizio con cappellaccio da cowboy e frusta da domatore di leoni saltava da un camion all’altro inseguendo un tesoro leggendario e sparava a bruciapelo ad abili, ma ingenui, spadaccini mediorientali, quando un teenager in jeans e skate viaggiava a 88 miglia orarie su una DeLorean molto truccata e suonava Johnny Be Good come Eddie Van Halen, quando un robot culturista venuto dal futuro cercava disperatamente una donna prima che potesse rimanere incinta, quando un giovane e imberbe regista girava una cosina in super8 con quattro amici nel bosco che avrebbe cambiato per sempre l’horror al cinema e un altro giovane e squattrinato collega dall’altra parte del mondo creava alieni antropofagi ricavandone le fattezze dal calco del volto di suo padre e già reinventava il new horror un weekend dopo l’altro per 4 anni di fila.

C’ero quando la Acme srl saturava le edicole con Lupo Alberto, Cattivik, Splatter, Mostri, Zio Tibia, Animal Comic, Torpedo, e quando un capillare, massiccio e costante passaparola che facebook si sogna, portava all’attenzione di tutti le straordinarie avventure del più originale degli indagatori a fumetti che si muoveva tra zombie, uomini invisibili e creature di magrittiana ispirazione.

Insomma, tra bassi così bassi da non credere razionalmente di aver vissuto per davvero e alti talmente alti da aggiudicarsi lo status di cult istantaneo e per sempre, che decennio creativo gli ’80!

ORA quell’ingenua e spensierata libertà artistica, quella semplicità di fondo che caratterizzava sostanzialmente ogni forma narrativa, dal cinema al fumetto alla letteratura (sì, perché quel capolavoro che è Misery di King, gira e rigira, è praticamente ambientato tutto in una camera da letto con due soli personaggi) STA TORNANDO.

Una semplicità che significa “dire chiaro e tondo come stanno le cose”, che significa storie dirette e fulminanti, che ti appassionano subito, non dopo un’ora e mezza di dialoghi e roba in penombra che vedi e non vedi, che non ti tengono in sospeso per 120 episodi in attesa di scoprire cosa minchia ci fa un orso polare su un’isola tropicale e poi non te lo dicono! Vallo a dire ad Agatha Christie che è un bel colpo di scena, cretino!

Questa appassionante e irresistibile semplicità è il cascame più bello che il decennio degli yuppies ci ha lasciato, dopo anni di svogliate rivisitazioni estetico/modaiole (hai visto che è tornata la vita alta?) ed estenuanti revival musicali e reunion posticce che paiono create con Photoshop (ancora catalogo il documentario live dei Duran Duran firmato Lynch sotto la voce “pensione integrativa”, aspettando con ansia estrema, e sudando freddo, la terza stagione di Twin Peaks).

Già, perché è dagli anni ’90 che gli anni ’80 continuano a tornare con ciclicità esasperante.

Ma ora, dicevo, ORA dopo anni di reboot incredibilmente brutti, inutili e offensivi di tutti i mostri della mia adolescenza (almeno quei bastardi hanno lasciato fuori i Cenobiti, magra consolazione, speriamo di essere fuori tempo massimo ormai) e retrogames di ogni cosa uscita 30 anni fa per Commodore e Atari, CI SIAMO.

Ora, ragazzi, il mondo è più maturo e preparato. Forse è un mondo migliore, forse c’è gente migliore che quegli anni non solo li ha vissuti in prima fila e se li è fagocitati in blocco ma ne ha rielaborato solo e soltanto il meglio. L’effetto collaterale sulla tua pelle è quella strana e piacevolissima sensazione che ti fa sentire nostalgico ma al tempo stesso perfettamente inserito nel presente. L’ossimoro potrebbe essere “tradizionalmente progressista”.

Parlo, per esempio, dei registi Simard, Whissell e Whissell e del loro fighissimo “Turbo Kid”, un gioiellino da 95 minuti (ah, che durata perfetta per un film) accolto con entusiasmo al Sundance Festival del 2015: una sorta di Mad Max young adult su bmx con teste tranciate in HD e maschere fighissime. Qui la tradizione è tutta nelle bmx, nel gore fracassone e nel look, il resto è here and now.

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Parlo anche di quel geniaccio di David Sandberg che, grazie a un’impressionante campagna di crowdfunding e all’amico/mentore/iconissima eighties David Hasselhoff ha potuto realizzare “Kung Fury”, un concentrato ipertrash che frulla in 31 minuti tutto il meglio della serie C di quegli anni frivoli e goderecci, con un ritmo da videoclip di oggi (mica quelli di allora, che credevamo veloci e visti adesso sono di una lentezza geriatrica) e un’ironia ultra trasversale che passa dal grezzo più grezzo (il poliziotto con la testa da triceratopo che spara nelle palle ai nazisti, sì, i nazisti) alla finezza narrativo/citazionista (il super nerd Hackerman che capisce come viaggiare nel tempo semplicemente smanettando per qualche secondo sul suo computerone e trovando l’algoritmo giusto. In fondo, qualcuno sa spiegarmi cosa cazzo è un flusso canalizzatore? La risposta è sempre stata: chissenefrega). Vedere per credere.

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Parlo pure degli ultimi film di Refn, che con la giacca bianca con lo scorpione dorato sulla schiena indossata da Ryan Goslin in “Drive” ci ha ricordato cosa voleva dire essere dei duri all’epoca e come si può esserlo ancora così abbigliati e armati di martello…

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…e che con l’ultimo “The Neon Demon” ha dimostrato come le luci al neon, che fanno tanto sci-fi di inizio ’80 (le spade laser di Star Wars e l’internet di Tron), possono raccontare tutto l’orrore legato all’ossessione per l’estetica delle top model di oggi.

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E sto parlando soprattutto dei The Duffer Brothers che col recentissimo “Stranger Things”, mini serie tv da otto episodi prodotta da Netflix, hanno azzeccato TUTTO: nella più classica delle cittadine di provincia dell’Indiana nel 1983 tre ragazzini nerd invasati di Dungeons&Dragon si ritrovano a proteggere una strana ragazzina dai poteri eccezionali, frutto di esperimenti para-governativi andati fuori controllo che stanno creando non pochi problemi con la nostra realtà. Gli uomini in nero la cercano, delle persone scompaiono, uno sceriffo alla deriva vuole capire cosa succede, un mostro bellissimo che si vede benissimo vuole mangiarti. Cosa vuoi di più?

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Il tutto supportato dall’ottima recitazione di tutti (lode alla rediviva Winona Ryder, veramente in parte, e a Millie Bobbi Brown nel ruolo di Undici, la piccola coi poteri, dotata di un carisma incredibile), una colonna sonora genuinamente anni ’80 fatta di synth e drum machine che sembra pensata e suonata da Carpenter, una fotografia che è ovviamente digitale ma con un filtro talmente azzeccato che pare davvero una bella pellicola di allora, con quel leggero sgranato dai contorni precisi e i contrasti perfetti che ti fanno vedere qualsiasi cosa anche nel buio più pesto, effetti speciali originali e spaventosi (il mostro in questione è un felicissimo mix delle creature di Silent Hill, La Cosa e Alien) e una trama orizzontale sempre chiara e incalzante ma mai didascalica, con irresistibili cliffhanger di fine episodio (è quasi impossibile non vedersi questa prima stagione in una sola seduta) e colpi di scena veri, non gente che muore a caso ma -SUPER SPOILER- tuo figlio scomparso da giorni che in realtà è sempre rimasto a casa tua, solo che è in una dimensione parallela. Boom.

I Duffer insistono molto sull’amicizia speciale dei tre ragazzini, che sono sì degli archetipi viventi ma rivelano nel corso degli episodi una tridimensionalità tutt’altro che scontata. C’è il magro e timido che si innamora della ragazzina speciale e quindi vuole proteggerla a tutti i costi, il cicciottello sdentato che parte come spalla comica ma si rivela un fondamentale supporto (para)scientifico, il negretto che pare la quota razziale d’obbligo ma in realtà è il lato fisico e cazzuto del trio, colui che -SPOILER- provocherà l’inevitabile rottura della squadra per poi infondere la forza necessaria per riunirsi e portare a termine la missione più tosti di prima. La cosa più interessante è che ognuno di loro è, a suo modo, un adulto che non sa ancora di esserlo. Coraggiosi in un mondo scolastico dominato dai bulli (SPOILER: la scena del magretto che si getta dall’altissima rupe sul lago per difendere l’amico ciccio dai suddetti che lo vogliono sfregiare è da brividi), intelligenti in una società che considera strambi i giocatori di ruolo, eroici nell’affrontare da soli un nemico che nessuno conosce.

E poi c’è lei, Undici. La fidanzatina che tutti a quell’età sognavamo di avere. Lei e -SPOILER- i suoi poteri telecinetici che ti sollevano a mezz’aria, ribaltano furgoni, fanno sanguinare i cattivi dagli occhi. Lei, rasata, col numero 011 tatuato sull’avambraccio e lo sguardo sofferente e ingenuo di chi ha visto Cose Sconosciute ma non conosce il Mondo Normale. Lei, che i cattivi possono portarti via da un momento all’altro e allora devi lottare per proteggere. La ragazza perfetta, credetemi. (che è un po’ ET riaggiornato ma, con tutta la buona volontà, l’alieno di Rambaldi è troppo respingente).

Anche gli adulti sono azzeccati (il mio preferito è lo sceriffo, archetipo del perdente col passato traumatico che sembra suonato ma è un moderno Colombo che si fa strada a cazzotti, adorabile) ma è in quei ragazzini che sembrano usciti da Stand by me percorrendo il binario che porta all’Area 51 che sta la forza di questa serie.

Anche se, a proposito di falsi archetipi e veri colpi scena, una menzione speciale va al bullo teenager figlio di papà col ciuffone e la BMW serie 7. SUPER SPOILER: parte come fidanzato possessivo, aggressivo e odiosissimo della sorella maggiore del magrino, che lo molla perché non ne può più e vuole ritrovare la sua amica scomparsa con l’aiuto del borderline della scuola (che fa foto e sa cose), MA alla fine si redime, il bullo, e lei si rimette felicemente con lui. Il borderline per lei rimane soltanto un carissimo amico. Se questo non è originale…

E non dimentichiamoci i neon del logo della splendida sigla e le pessime pettinature di quasi tutti i personaggi, su tutti il ragazzino magro e timido. Senza, non ci sarebbe la stessa atmosfera.

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(di tutte le locandine che ho messo questa è quella che ammicca di più al meglio degli ’80… è perfetta)

Stranger Things è tradizionale nei temi e nella costruzione dei personaggi, ma è assolutamente attuale nelle dinamiche tra i medesimi e nella narrazione, veloce e senza fronzoli. E poi c’è un mostro fantastico!

Spero vivamente in una seconda stagione. Il finale di questa prima chiude quello che deve chiudere, lasciando aperto quel tanto che basta per sperare in un seguito. Se ci sarà e manterrà questi livelli ci divertiremo un sacco…

Ultimo ma non ultimo, in questo splendido calderone che ha appena iniziato a bollire ed emanare un profumo delizioso, ci butto anche il nuovo Ghostbusters. Perché sì, ho avuto la fortuna di vederlo in anteprima al cinema, e posso dirvi che è uno dei reboot più intelligenti di sempre semplicemente perché è un reboot nel senso etimologico del termine: non un’imitazione dell’originale, un rifacimento, uno scimmiottamento, ma una ri-partenza, un nuovo inizio, una nuova storia con nuovi protagonisti. L’uovo di colombo, che ha fatto storcere il naso a molti nei mesi precedenti ma che è assolutamente coerente con l’idea di semplicità tutta ottantosa, è stato sostituire i protagonisti maschili con protagoniste femminili. Un’inversione totale di ruoli, con tanto di segretario muscoloso e stupido (un Chris Hemsworth inaspettato) al posto della minuta e sarcastica segretaria di allora. Funziona? Eccome. Chi avrebbe potuto sostituire Bill Murray? Nessuno. E Dan Aykroyd? Impossibile. E allora si vira tutto in rosa, si pigia l’acceleratore su ritmo e comicità, si infarciscono le scene di fantasmi di ogni tipo -sempre in bellissima mostra!- e via di corsa lungo il binario saldo e sicuro di una storia SEMPLICE e BEN RACCONTATA.

Ci vuole tanto? That’s entertainement, baby.

PS: cos’hanno mai lasciato, invece, gli anni ’00? Britney Spears, i social, i cinecomics. Che noia.

L’eleganza dell’inadeguatezza

Caro diario, settimana scorsa ho fatto un workshop di sceneggiatura di tre giorni.

Normalmente questa frase, pronunciata negli ultimi dieci anni della mia vita, aveva un solo significato: IO spiego come si scrive una sceneggiatura ad ALTRI.

Stavolta è stato il contrario. Un ALTRO spiega a ME come si scrive una sceneggiatura.

Dopo tanti, ma tanti, anni sono tornato alla forma alunno. Perché, mi ero detto, “ho ancora tante cose da imparare”, “anche se sono 15 anni che faccio questo lavoro non so mica tutto”, e bla bla bla.

Avete presente l’espressione “parlare bene, razzolare malissimo?”

Quello ero io, qualche giorno fa. Prima del workshop di sceneggiatura. Con Umberto Contarello. Che ha scritto “This must be the place” e “La grande bellezza”, giusto per citare gli ultimi suoi lavori, in coppia con Paolo Sorrentino. Mi piace Sorrentino (da “L’uomo in più”, eh, mica sono saltato sul carro dei vincitori con l’oscar, io), mi affascina il suo cinema nonostante sia lontano da ciò che frequento normalmente, per stile e contenuti. In parole poverissime (perché alla fine è di questo che parla ‘sto post): amo più le storie di Genere che le storie d’Autore. Le une non escludono le altre (non ne vedo il motivo) ma, di fatto, quando scrivo ho una mentalità di genere. Il top per me è quando il Genere si (con)fonde con l’Autorialità. Tipo, avete mai fatto caso che ogni film di Kubrick rientra in un genere cinematografico ben preciso e codificato? O che, per esempio, il signor Sclavi scelse l’horror e il formato bonelliano per raccontare più o meno tutte le sfumature dell’animo umano?

Primo giorno: Rabbia e Rifiuto.

L’ambiente è accogliente, la classe numerosa e variegata (dall’universitario che ha voglia di sentire qualcosa di diverso dal solito, alla scrittrice di romanzi che vuole apprendere una nuova arte dello scrivere, al chitarrista di una band nu metal, allo sceneggiatore di fumetti che sa tutto), l’insegnante un gioviale veneto col sorriso sornione di chi conosce il vero successo ed è pienamente consapevole del proprio talento. È odio a prima vista, ovviamente.

La fase di riscaldamento la conosco bene ed è sempre la solita: domande generiche sulla materia per rompere il silenzio e stabilire un contatto col pubblico. Alla terza risposta giusta che do, battendo sul tempo tutti gli altri, vengo zittito bruscamente.

“Voglio sentire una gamma di suoni diversi, non sempre la stessa nota” è la prima lezione di vita che mi viene impartita. Ma ancora non lo so. Mi offendo a morte e m’incazzo tra me e me (più o meno) e da quel momento decido di tacere e prendere appunti nel modo più scontroso possibile (credetemi, si può).

Taccio anche quando conosco benissimo la risposta e gli altri ci arrivano dopo minuti. Mi trasformo nel peggior giocatore di quiz show della storia.

Taccio quando il docente dichiara di non amare le Storie di Genere preferendo il Lirismo e la Poesia, rifiutando la Maniera e i Meccanicismi, i perfetti ingranaggi di causa/effetto di una trama che rendono tutto così artificioso e poco realistico, ripudiando l’Effetto inteso come atto di disonestà verso il pubblico (che non deve stupirsi perché lo costringi tu a farlo, ma deve stupirsi in maniera naturale nel corso della storia) e disdegnando la Credibilità a tutti i costi a scapito dell’Umanità di un personaggio.

“Create scene Belle, non scene Utili” diventa un mantra.

E taccio quando lo Sceneggiatore di Cinema fa un’infelice battuta su Dylan Dog, usato come metonimia de Il Fumetto nel senso più basso del termine e tutti ridono. A quel punto capisco di trovarmi di fronte alla mia Nemesi.

Verso la fine parlo, azzardo qualcosa ma non la azzecco. Lo fa qualcun altro al posto mio. Brillantemente. Ed è lì che decido che l’indomani non mi sarei presentato.

Secondo giorno: Accettazione.

E’ mattina presto. Ho dormito poco e male. Ho sognato Groucho che si esprimeva a massime filosofiche mentre io giocavo a dama con Freddy Krueger.

Senza accorgermene comincia la seconda lezione.

Quando si inventa una storia non dobbiamo sapere chi siamo, bisogna abbandonare se stessi.

Il protagonista non deve per forza cambiare. I personaggi di una storia possono rimanere fedeli a loro stessi fino alla fine, se il cambiamento risulta una forzatura narrativa.

Un personaggio fragile è bellissimo. Un personaggio forte non ha eleganza.

Se sai fare qualcosa bene, in modo perfetto, lo fai meccanicamente, senza sforzo, senza poesia.

Quando un personaggio non sa fare bene quello che deve fare, quando è inadeguato rispetto alla situazione in cui si trova, è pronto a stupirsi e diventa elegante. Se non lo sa fare del tutto è solo goffo. Ma se deve impegnarsi e trovare il suo modo per raggiungere l’obiettivo, allora è un ottimo personaggio.

Siamo tutti inadeguati alla vita. Ma diventiamo eleganti quando ci proviamo.

Fate scelte liriche, non drammaturgiche. Bisogna sempre ricercare la Bellezza. Nelle parole che scegliamo, nelle scene che immaginiamo, nei personaggi che creiamo. Senza mai scadere nella Maniera.

Stare tra la Bellezza e la Maniera è Talento.

Ho quasi del tutto introiettato il mio proposito di starmene zitto e buono.

Gli altri, invece, fanno domande a raffica, intervengono, partecipano. Alcuni vengono zittiti, altri elogiati, altri ignorati, altri redarguiti in modo non molto, come dire?, delicato.

E in questo coro fatto di alti e bassi, soddisfazioni e frustrazioni, emergono Le domande, quelle davvero importanti, quelle che non verrebbero mai pronunciate se il ghiaccio non fosse più che sfondato. Sono gli altri a porle.

“Come posso sapere se quello che racconto piacerà a qualcuno o interessa solo me?”

“Ma tu credi davvero di essere unico? Credete di essere speciali? Di avere cose da dire a cui nessun altro al mondo ha mai pensato? Questa è una balla che ci ripetono e ci ripetiamo da quando siamo nati. Ci sarà sempre qualcuno uguale a noi, qualcuno che condividerà il nostro pensiero. Questa è la verità. Nessuno è unico.”

Nessuno è unico.

Terzo giorno: Catarsi.

Avete presente Arya Stark di Game of Thrones nella quinta stagione? Quando vuole diventare “nessuno” per essere una perfetta assassina degli Uomini Senza Volto? Quando le viene vietato di usare il proprio nome e il suo tutor si rivolge a lei con l’epiteto “Una ragazza”?

Ecco, la mattina del terzo giorno faccio metaforicamente 10 passi indietro, tiro un gran respiro, chiudo gli occhi. Quando li riapro sono “Un alunno”. E capisco un sacco di cose.

Capisco che Sceneggiare significa mettere alla prova il Soggetto. Esattamente come uno scienziato mette continuamente alla prova una sua Teoria che tutti i colleghi cercano di contestargli. Se qualcosa mette in discussione una scena, la si modifica finché quella scena non torna pienamente a “dimostrare” il Soggetto. A volte occorre eliminarla, quella scena arrogante, e sostituirla con un’altra. E’ quando ci sono troppe scene che contestano il Soggetto che capisci che la tua storia non regge.

Capisco che se nella storia c’è un problema evidente, qualcosa che ostacola la trama o che non torna, devono essere i personaggi a dirlo, NON gli spettatori. Il problema c’è, caro pubblico, non ti voglio prendere in giro: ora vediamo come affrontarlo.

Capisco che i personaggi di una storia non parlano tutti in modo diverso. Non è vero che ogni personaggio ha un suo linguaggio, un suo stile, un suo tono. I personaggi di una storia hanno tutti lo stesso suono, indipendentemente dal loro ruolo, estrazione sociale, razza, sesso, altezza. Sono le storie che hanno linguaggi diversi tra loro. E penso a Scorsese, Tarantino, von Trier. Eisner, Miller, Pazienza. Cazzo, se è vero.

Eisner

Miller

Pazienza

Capisco che in un dialogo prima bisogna esprimere l’Emozione, poi l’Informazione. L’utilità deve essere nascosta dentro l’emozione. E penso all’incipit di Watchmen

Watchmen

Capisco che in una scena non devi mettere “ciò che succede” ma “ciò che ti piace”. Non devi supporre l’effetto che provocherai in chi legge, ma ricercare solo l’effetto che provoca su di te. Non si ricerca lo stupore, ci si inciampa.

E penso agli acquarelli delle tavole mute di “Ken Parker – Il respiro e il sogno”.

Ken Parker daino

Ken Parker autunno

Capisco che la più grande tragedia per uno sceneggiatore non è scrivere una storia brutta. Quello è un dispiacere. Peccato, poteva essere bella e invece è venuta male. La più grande tragedia è non finirla, una storia.

Capisco infine che Umberto non odia i Generi né Il Fumetto, semplicemente sono mondi che non gli appartengono e con cui non si è mai confrontato. Come io non ho mai praticato calcio, ma solo ciclismo. Capisco che mi ero presentato con la bici da corsa nello spogliatoio di una squadra di serie A all’intervallo, con l’allenatore che spiegava le tattiche per vincere la partita.

E soprattutto capisco che non odia me.

Per tutta la durata del terzo e ultimo giorno non ho aperto bocca. Ho ascoltato e annotato. Mi sentivo meravigliosamente spiazzato. Pronto a stupirmi. Pronto a imparare.

Ed elegantissimo nella mia raggiante inadeguatezza.

Disco volante

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E parliamo di auto in un blog di fumetti. È abbastanza logico, no?

Quando Lo Spazio Bianco mi ha gentilmente chiesto di condividere i miei pensieri su queste pagine virtuali io ho prontamente chiesto quanto potevo essere trasversale.

“Hai carta bianca, Alex. Vai tranquillo!”

Ed eccoci qua, io e la mia maniacale e proibita passione per le auto Made in Italy.

Maniacale perché rappresenta di fatto la mia unica forma di profondo e sincero patriottismo, che risale agli anni della mia infanzia, quando obbligavo i miei a comprarmi Auto Capital la domenica per ammirare le foto della faraonica Maserati Quattroporte Royal coi suoi interni in radica e pelle bianca, il frigobar, la tv e il telefono, pensa! un telefono in un’auto!, o della leggendaria F40 (devo mettere il link? sul serio?), la summa dell’Enzo-pensiero, il culmine di una lunga carriera fatta di traguardi e rivoluzioni, quella che nel suo intento voleva essere praticamente un’auto da corsa omologata per strada e che di fatto è, spogliata di ogni gadget e comfort per alleggerirla all’inverosimile e potenziata ai limiti della legalità, trasformandola, allora, nell’auto di serie più veloce del mondo e consegnandola alla Storia come la Ferrari più famosa di sempre, e quindi l’auto più famosa di sempre. E rimanevo a bocca aperta di fronte alle forme fantascientifiche della Countach, un’astronave su ruote Pirelli (ve lo ricordate Automan, il telefilm anni ’80 figliastro di Tron? Beh, lì venne utilizzato il primo modello della Lamborghini Countach. Anno 1976. Giusto per dare un senso alla parola “avanguardia”).

Poi guardavo le Porsche e le Bmw… Niente, non mi dicevano nulla. Mi sembravano tutte uguali. Le Mercedes troppo normali. L’Aston Martin non mi dispiaceva, ma dovevo ancora conoscere 007 per apprezzarla appieno. Le americane erano grasse e sgraziate. Le giapponesi mi facevano letteralmente schifo.

Non sapevo una minchia di motori, giusto che 500 cavalli erano parecchi e che da 0 a 100 km/h in 5 secondi era un record. Ma ero galvanizzato da tutte quelle forme e colori e linee, dai concetti in sé di potenza, biturbo, 12 cilindri, 4 valvole, aderenza, assetto rigido, coppia massima… Come un inconsapevole futurista troppo piccolo e fuori tempo massimo, così si formava il mio buffo e personalissimo patriottismo, sulle pagine di Auto Capital (la rivista seria) e Auto (quella tamarra), sui libri dedicati alla Automobili Lamborghini pieni di immagini e su qualche sporadico documentario dedicato a Enzo che ogni tanto passavano in TV.

Non sono tifoso di nulla, non guardo neanche la nazionale ai mondiali né seguo la Formula Uno, per dire (anche se sono felicissimo quando vince la Scuderia Ferrari). Non per snobismo, ma perché mi annoia mortalmente stare due ore davanti a uno schermo a guardare tizi che gareggiano. Non ce la faccio, è più forte di me.

Insomma, quando vedevo il tricolore non pensavo a Garibaldi e a Bearzot ma all’altro Enzo e a Ferruccio. E tuttora è così.

E proibita, questa mia passione, perché mi piacerebbe molto possedere una Miura S, ma non sono il cantante dei Jamiroquai. Posseggo una 500 TwinAir rossa da 85 cv col tettuccio apribile che mi dà grandi soddisfazioni.

MA sognare non costa nulla. Così, dopo una vita di riflessioni, valutazioni, ripensamenti e confronti, ho finalmente decretato quale è la mia auto preferita, quella per cui staccherei un assegno in bianco: quella dell’immagine iniziale, ovvio, cosa l’ho messa a fare se no?

COSTRUTTORE: CARROZZERIA TOURING SUPERLEGGERA

MODELLO: DISCO VOLTANTE

VERSIONE: SPIDER

Touring Superleggera è un atelier automobilistico che, in sostanza, rielabora e modifica stilisticamente esterni e interni di auto di serie già di per sé belle pompate, tipo Maserati, Ferrari, Bentley, ci siamo? Prende un modello e lo trasforma in qualcos’altro, qualcosa di diverso, qualcosa di più… BELLO.

Come si può migliorare esteticamente una F12? Così:

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Per cui, seguitemi, se l’esperimento di cui sopra era davvero arduo, quello successivo era praticamente impossibile: mettere mano su un’ALFA ROMEO 8c Competizione. Questa qui:

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Realizzata in soli 1000 esemplari, la 8c è un gioiello esclusivo della casa di Arese, una di quelle dream car in edizione limitata che si vendono tutte appena vengono annunciate, ancora prima di lanciarle sul mercato.

Quando nel miglior programma di auto di sempre, Top Gear, quel geniaccio bastardo di Jeremy Clarkson (l’uomo che è riuscito a fare con l’Auto quello che Steve Jobs è riuscito a fare con l’Informatica: l’ha resa appetibile anche alle femmine. Maledetto te, ti amo ancora e ti seguirò ancora, ma io avrei voluto invecchiare con Top Gear targato Jeremy, Richard, James…) ha testato la 8c era sbalordito dalla sua linea classica e al tempo stesso modernissima. Ha detto che i cameraman, che di solito cercano le angolature migliori per esaltare l’estetica delle auto in prova, per quel servizio non sapevano dove piazzare le telecamere… Era bella da qualunque punto venisse inquadrata.

POI è uscita la Disco Volante, rielaborazione della perfetta 8c, e di nuovo a Jeremy è toccato l’arduo compito di testarla. Non l’ha provata sul circuito, è andato a zonzo per città e campagna. Ha viaggiato. Si è lasciato trasportare. Non l’ha spinta, non ha derapato. L’ha solo guidata. E a un certo punto, cosa mai successa prima nella trasmissione, si è fermato, è sceso e si è seduto di fronte all’auto semplicemente per guardarla:

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Ci ha visto forme di auto del passato (la Disco Volante prende il nome da una concept car dell’Alfa Romeo del ’52, l’ispirazione è dichiarata), linee note e meno note, dettagli nascosti, che non si colgono subito. Suggestioni personali. Riflessioni private. Roba abbastanza fuori dagli schemi, pur originali, del format della trasmissione. Ora, io ho sempre creduto all’onestà di Top Gear e dei suoi (ex) conduttori, che è (era) anche uno dei suoi punti di forza. Ma se quella “sosta” fu studiata a tavolino, beh, oltre che un irresistibile farabutto, Jeremy è anche un attore eccezionale.

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(la concept del ’52… sembra davvero un ufo, eh?)

La Disco Volante, nella sua recente versione Spider, è l’auto che comprerei se potessi permettermela.

Che auto hai? Un’Audi TT.

E tu? Touring Superleggera Disco Volante Spider.

Ma vuoi mettere il suono?

La Disco Volante non serve a niente, è totalmente inutile sia come auto da città che da grandi viaggi.

Non ci fai i record in pista, con molto meno ti compri una 458 Scuderia e diventi il re del circuito.

Non ti fai notare ad Abu Dhabi in mezzo alle Rolls placcate d’oro e alle McLaren cromate.

Non vieni odiato da Greenpeace come a bordo di un Hummer H1.

LA DISCO VOLANTE E’ SOLTANTO L’AUTO PIÙ BELLA DEL MONDO.

Io non posso permettermela. Come una tavola domenicale originale di Watterson, che vorrei tanto nel mio studio.

Anche una tavola originale di Watterson non serve a niente, ha un valore inestimabile (nel senso che proprio non li vende gli originali, quel mito di Bill), non si nota come una piscina olimpionica in salotto.

Ma la bellezza è di tutti.

Non occorre comprarla, la bellezza. Basta contemplarla.

E io non smetterò mai di sognare gli originali di Calvin&Hobbes nel mio studio, una statua di Giger in soggiorno, un Pollock in camera da letto e una Disco Volante in garage.

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Una storia è solo una storia

“Una storia non è la Vita. Una storia è solo una storia.”

L’ha detto uno dei più grandi narratori del XX secolo. Springsteen. Per molti il Boss, per tanti “quello di born in usa”, per tutti uno dei cantanti più famosi al mondo.

Per me, un eccezionale compositore rock/soul/blues/country e un grandissimo scrittore di storie.

Non si diventa un Nome mica per caso. Non ci si improvvisa Star. Non si strimpellano due accordi su una Epiphone scordata, non ci si canta sopra un ritornello con almeno due delle parole “she”, “love”, “heart”, “sweet”, “sexy”, e il gioco è fatto: disco, radio, live nei club, poi nei festival e infine allo stadio.

Al massimo puoi aprirti un canale you tube in cui la tua voce fuoricampo commenta te che esegui male alla chitarra un pezzo degli AC/DC nella tua cameretta. Visualizzazioni 19, like 2, dislike 5.

Oppure, se hai le tette, esegui bene alla chitarra un pezzo degli AC/DC nella tua cameretta, in bikini. Visualizzazioni 283, like 199, dislike 5.

Non so come si diventa uno dei più grandi narratori del XX secolo, ma so come ha fatto Springsteen. Raccontando storie di tutti i giorni, storie comuni di gente comune che diventano straordinarie nel momento stesso in cui vengono raccontate, storie che ha vissuto in prima persona e storie che gli hanno raccontato, storie in cui ha scritto molto di sé e molto degli altri, storie in cui ognuno poteva riconoscersi e riconoscere il narratore.

Nel brano “The River” ha raccontato una storia in prima persona, per calarsi nella parte, per sviluppare meglio il suo personaggio. Così li chiama i protagonisti delle sue canzoni. Personaggi.

I came from down in the valley where, mister, when you’re young they bring you up to do like your daddy done

Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti crescono per fare quello che ha fatto tuo padre

Voi riuscite in due frasi a delineare un mondo e il protagonista della vostra storia? Quante immagini, situazioni, flashback, sguardi, pensieri, emozioni vi suscitano queste due righe?

At night on them banks I’d lie awake and pull her close just to feel each breath she’d take

Now those memories come back to haunt me, they haunt me like a curse

Is a dream a lie if it don’t come true or is it something worse…

Di notte sdraiato su quelle rive rimanevo sveglio e la stringevo a me solo per sentire ogni suo respiro

Ora questi ricordi tornano a perseguitarmi, mi perseguitano come una maledizione

Un sogno che non si avvera è una bugia o è qualcosa di peggio…

E ci riuscite a scrivere un finale così, dopo che il vostro protagonista, tra mille sfighe, ce l’ha fatta a crearsi una parvenza di famiglia e a ritagliarsi il suo microscopico posto nel mondo, che non assomiglia affatto alla cartolina con le facce sorridenti del Sogno Americano?

There was blood and glass all over and there was nobody there but me as the rain tumbled down hard and cold

I seen a young man lying by the side of the road he cried:

– Mister, won’t you help me please…

An ambulance finally came and took him to Riverside

I watched as they drove him away and I thought of a girlfriend or a young wife and a state trooper knocking in the middle of the night to say your baby died in a wreck on the highway

C’erano sangue e vetri rotti dappertutto e non c’era nessun altro lì a parte me mentre la pioggia cadeva fitta e fredda

Ho visto un ragazzo accasciato a lato della strada, mi urlò:

– Signore, mi aiuti per favore…

Un’ambulanza alla fine arrivò e lo portò all’ospedale

Guardavo mentre lo portavano via e pensai a una ragazza o una giovane moglie e un poliziotto che bussa nel cuore della notte per dirti che il tuo amore è morto in un incidente sull’autostrada

E in una tavola di sceneggiatura riuscireste a descrivere questa scena di “Wreck on the Highway” in modo così semplice e conciso e al tempo stesso così toccante?

Quante volte dico ai miei allievi che una sceneggiatura deve essere oggettiva e descrittiva affinché il disegnatore concretizzi al meglio le immagini e le emozioni nella nostra testa, a scanso di equivoci nell’interpretazione. Beh, sapessi scrivere così rivedrei questa parte delle mie lezioni. Sapessi scrivere così, direi: scrivete in modo semplice e diretto, lasciate che la scena si descriva da sola e che le emozioni scaturiscano direttamente da ogni singola parola. Fatelo, perché io lo faccio e posso garantirvi che funziona!

Ma non so scrivere così.

In the day we sweat it out in the streets of a runaway american dream

At night we ride through mansions of glory in suicide machines

Sprung from cages out on highway 9, chrome wheeled, fuel injected and steppin’ out over the line

Baby, this town rips the bones from your back, it’s a death trap, it’s a suicide rap

We gotta get out while we’re young `cause tramps like us, baby, we were born to run

Di giorno teniamo duro nelle strade di uno sfrenato sogno americano

Di notte sfrecciamo fra case signorili di prestigio su macchine da suicidio

Usciti dalle bare di cemento verso l’autostrada 9, su ruote cromate, motori a iniezione correndo sulla linea bianca

Piccola, questa città ti strappa le ossa dalla schiena, è una trappola mortale, un invito al suicidio

Dobbiamo fuggire finché siamo giovani, perché i vagabondi come noi, tesoro, sono nati per correre

E a proposito di emozioni, quanto si suda e si corre e si urla nelle prime strofe di “Born to Run”? Viene da abbassare il finestrino per sentire il vento in faccia, il sole che ti acceca riflettendosi su lamiere e asfalto, il rombo del motore su di giri nelle orecchie e l’odore dei pneumatici surriscaldati nel naso… e sto semplicemente seduto su una cazzo di poltroncina a rotelle davanti a un acer da 15 pollici.

Riesco a iniettare tutto questo movimento e rumore e odore nelle cose che scrivo? No.

Cioè, se ci dedico tre o quattro tavole e le infarcisco di didascalie coi pensieri dei personaggi, magari sì, ce la faccio. Ma nell’equivalente fumettistico di questa prima parte del testo di “Born to Run”, che potrebbe essere una splash page con un paio di insert, no, non ce la faccio.

Ma una storia non è la Vita.

Questo dice il Boss nel documentario contenuto in “The ties that bind”, l’ultimo cofanettone targato Springsteen che è una riproposta del leggendario doppio album “The River” con una ventina di brani in più scartati ai tempi, cioè 36 anni fa.

Sì, scartati. Un doppio album da cui hanno, dolorosamente ma doverosamente, escluso praticamente un altro doppio album. Piuttosto creativo Bruce. E non sono affatto male quegli scarti. Anzi, sono proprio bei pezzi, assolutamente all’altezza di quelli finiti nell’album. Ma era troppo, si doveva scegliere.

Springsteen dice che durante il lungo periodo di registrazione dell’album scriveva a getto continuo, alla ricerca spasmodica della perfezione, della canzone con un perfetto equilibrio tra melodia, ritmo, contenuto, e non era mai soddisfatto. Continuava a scrivere. E a scrivere. Con risultati eccellenti per tutti, ma non per lui. Finché dovette fermarsi rendendosi conto di una cosa: aveva 30 anni, era già famoso e apprezzato, aveva un grandissimo talento, era bravissimo in quello che faceva, ma non possedeva quello che tutti i suoi coetanei, chi più chi meno, aveva. Una famiglia, dei legami, amori e affetti.

La E Street Band era (ed è) una grande famiglia, ma non è LA famiglia.

Questo gli mancava. E così smise di scrivere, di raccontare storie (sto parafrasando, eh, è il mio mestiere), storie un po’ sue, un po’ di tutti. L’album doveva uscire. Pezzi ne aveva in abbondanza ed erano TUTTI fighissimi. E va bene, scegliamo i migliori e facciamo anche ‘sto tour. Poi stacchiamo per un po’, eh.

Perché una storia non è la Vita.

Musica, fumetto, cinema, serie tv, videogames… non importa il mezzo, vanno tutti bene. E’ la storia che conta.

E io assorbo, assorbo tutto e sputo fuori di tutto, rielaborandolo secondo le mie di storie, le storie che ho in mente da sempre e quelle che non sapevo di avere in testa.

Penso ai miei miti di ieri, a quelli di oggi, a quelli di sempre. Voglio essere come loro. Voglio anche solo avvicinarmi alla loro aura per sfiorarne la grandezza.

Sclavi, King, Tarantino.

Vonnegut, Carlotto, Ellroy.

Moore, Ennis, Bendis.

A volte c’azzecco. A volte riesco a beccare la storia giusta da raccontare nel modo giusto.

A volte proprio no, non ci siamo, non mi viene, e se mi viene fa talmente schifo da pentirmi di aver abbandonato giurisprudenza vent’anni fa ed essermi iscritto alla scuola del fumetto… e allora vorrei cambiare lavoro, mandare curriculum a destra e a manca, fare il calzolaio (è il lavoro alternativo che più bramo nei momenti di sconforto), cambiare città, regione, faccia, rifarmi una vita all’estero, ricominciare tutto da capo.

Per poi raccontarlo. Perché no, è un buono spunto, un buon inizio: tizio che molla tutto e si rifà la faccia per rifarsi una vita all’estero a causa di una profonda crisi creativa.

Minchia, che pena. Rivediamo quel sito di annunci di lavoro, cercano insegnanti di word… ah no, è per photoshop, non son capace. Dove ho messo il cappio? L’avevo annodato così bene, ma così bene…

Poi respiro, mi guardo intorno. Sulla poltrona del mio studio c’è un gatto di 7 chili che dorme profondamente. Sulla libreria billy, davanti alla collezione dei volumi di Sin City in ordine cronologico, c’è un portafoto con un PP di Cinzia, scattato qualche anno fa a Roma. Più sotto, davanti alla discografia in cd dei Lynyrd Skynyrd via via fino a quella dei Metallica, giacciono le mie vic firth 8D ormai consunte. Devo comprarne di nuove. Andiamo.

Una storia è solo una storia.