Fairy Tales: Craig Russell e le fiabe di Oscar Wilde

Il fumettista inglese P. Craig Russell realizza un bell’adattamento di quattro celebri “Fairy Tales” di Oscar Wilde in questo volume della NPE del 2016.

Fairy Tales: Craig Russell e le fiabe di Oscar Wilde

Le hanno recentemente pubblicato, in questo 2016, l’adattamento delle Fairy Tales di Oscar Wilde (tre raccolte tra il 1888 e il 1891) a opera dell’inglese P. Craig Russell.

Questo fumetto costituisce una tappa importante del lavoro sull’adattamento compiuto dall’autore, iniziato con la trasposizione dell’Elric di Michael Moorcock (dal 1982) e proseguita con la collana Night Music (dal 1984) dedicata al genere musicale operistico, in cui Russell aveva già analizzato Oscar Wilde tramite l’adattamento musicale della Salomé di Strauss.

Prima di questa raccolta, era stata edita in Italia una sola fiaba adattata da Russell, quella del Compleanno dell’infanta, di cui aveva parlato a suo tempo Lo Spazio Bianco. Restano ancora non tradotte gli adattamenti di alcune fiabe meno note di Wilde, come The Devoted Friend e The Remarkable Rocket, e di una sua fiaba famosa come The Happy Prince.

“L’usignolo e la rosa” e il suo simbolismo fumettistico

La raccolta inizia con L’usignolo e la rosa, del 2003, una delle fiabe forse più significative, in quanto nell’usignolo che si sacrifica per rendere cantabile l’amore – ma viene visto solo come un freddo, abile illusionista privo di sentimenti – è fin troppo facile la tentazione di leggere un accorato biografismo di Oscar Wilde.
Fairy Tales: Craig Russell e le fiabe di Oscar WildeSignificativo, tra l’altro, il fatto che Russell sia stato il primo autore di fumetti mainstream a dichiararsi esplicitamente omosessuale, nel 1991: poco prima dei suoi primi adattamenti di Wilde, notoriamente perseguito spietatamente dalla società vittoriana per la sua omosessualità.

La scelta – magari al di là delle vere intenzioni dell autore – appare così tutt’altro che casuale. La prima storia, stilisticamente, è forse quella più efficace. Usualmente, infatti, Craig Russell sviluppa qui un linguaggio fumettistico abbastanza piano, pur in una tavola abbastanza mossa e dinamica (ma sempre a griglia rettangolare), per romperlo con immagini più art nouveau a commentare i passaggi più significativi e più mistici.

Una scelta di grande potenza visuale, che però potrebbe anche essere letta come un sottile allontanamento dallo specifico del fumetto verso un gusto più illustrativo. Nella prima storia, invece, l’avidità di sangue del Roseto per produrre la rosa (l’esigenza dell’Arte che, nella visione di Wilde, richiede tutto dall’artista) è resa giocando sullo specifico del linguaggio fumettistico, con un graduale intensificarsi del colore rosso nel balloon di dialogo del roseto, che grazie alla maestria di Russell produce un’efficacia drammatica davvero di alto livello.

Fairy Tales: Craig Russell e le fiabe di Oscar Wilde

L’ambigua cristologia di Wilde nella rilettura di Russell.

Le altre storie si collegano bene a questa prima novella in quanto sono scelte tra quelle che hanno una più evidente presenza di rimandi cristologici, un tema diffuso nella produzione di Wilde, che sovrappone spesso l’artista, l’esteta (e sé stesso) a questa figura sacrificale. Il giovane re (1993), benché esteta, scopre su quali orrori posi la sua regalità e così la rifiuta, assumendo su di sé i mali del mondo fino a un finale dove la corona di spine si tramuta nella corona di rose (e l’associazione col fumetto precedente è interessante, perché offre la cifra della Rosa come Arte).

Una vicenda simile a quella dell’usignolo, ma la riflessione è più sull’Esteta che sull’Artista (più sul Lettore che sull’Autore?), e ovviamente è interessante notare come il piano metaletterario di Wilde passi perfettamente, tra le righe, nella nuova opera di Russell.
Il gigante egoista (1992) è – col Principe Felice – una delle fiabe più famose, anche perché tra le più accettabili e meno problematiche nella riflessione sulla cristologia (che qui si slega dall’artista e dalla sua necessaria “caduta”). Il piccolo Cristo (un Gesù Bambino, ma stigmatizzato) è qui realmente il Salvatore della tradizione, per una volta. Tanto è vero che viene ripresa frequentemente anche in ambito confessionale (inevitabilmente, fuori contesto, con un parziale stravolgimento…), tra cui la bella ripresa fumettistica di Gino Gavioli, per il Giornalino dei Paolini.

La storia è quella che richiede una interpretazione più personale a Russell, perché offre in sé meno spunti per le sue affascinanti soluzioni visuali. L’autore accentua così molto la trasfigurazione di Neve, Grandine, Inverno in concetti personificati, un elemento già presente in Wilde ma che qui diventa più vistoso. Risulta forse quella meno nelle sue corde, ma l’inserimento diventa necessario se teniamo conto di questo percorso sulla figura di Cristo, di cui qui c’è la lettura più aderente al testo evangelico. Molto più problematico (e affascinante) è Il figlio delle stelle (1992).

Se l’usignolo e il giovane re erano figure integralmente positive, sia pure cristologiche in forma già metaforica (e quindi meno accettabili per un discorso puramente confessionale) il giovane Starchild pratica la discesa nel peccato prima di una rinascita salvifica simile a quella del giovane re. La sua cristologia è però ancora più evidente (scende dalle stelle, in inverno, accolto dai pastori) e lo rende quindi sottilmente disturbante, fratello per certi versi del bellissimo e crudele Dorian Gray. L’abilità di Craig Russell sta qui, ancor più che altrove, nel giocare in un difficilissimo equilibrio, tenere la sfida di Wilde che riesce a scrivere pagine bellissime e durissime, come una pietra preziosa, dove molti altri cadrebbero nel morboso (togliendo ogni significato al serissimo gioco letterario wildiano). Sotto questo profilo, la sfida di Russell è vinta.

Craig Russell e il simbolismo: un rapporto profondo.

Russell ha del resto un’indubbia affinità con l’ambito simbolista-decadentista sia sotto il profilo del proprio segno, sia sotto quello dei testi letterari con cui si confronta.

Fairy Tales: Craig Russell e le fiabe di Oscar WildeAnche i fumetti non adattativi su cui ha lavorato risentono di tale estetica; primo fra tutti il Sandman di Neil Gaiman. Come ha dichiarato anche nell’intervista a Lo Spazio Bianco del 2015: “Sono stato influenzato da molti, ma gli artisti del periodo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo mi hanno sempre ispirato di più. Da Aubrey Beardsley a illustratori come Rackham, Dulac, Kay Neilson e altri, fino all’Art Nouveau scozzese e i pittori simbolisti francesi e belgi, hanno tutti giocato un ruolo importante nel mio sviluppo.

Va aggiunto che questo rimando all’Art Nouveau si manifesta spesso con una certa moderazione, nel tentativo dell’autore di amalgamarlo con il linguaggio specifico del fumetto, che tende più a portare alla sintesi leggibile che alla ricchezza dell’illustrazione. Questo rende più efficaci le tavole in cui Craig Russell si abbandona compiutamente al gusto floreale, solitamente in connessione con qualche “scena madre” della storia.
Una scelta che, qui, è coerente anche con l’Oscar Wilde delle fiabe, a torto ritenuto minore; ma che, rispettando le convenzioni del genere fiabesco, adotta un linguaggio sempre ricco espressivamente, ma più piano di altre sue opere; come ben reso nella scorrevole traduzione di Gloria Grieco. Tra le buone scelte di questa edizione vi è tra l’altro anche quella di lasciare il titolo originale inglese del fumetto, che è reso in una fusione di testo e segno grafico, premettendo la traduzione italiana.

Insomma, nel complesso un albo di sicuro interesse, in cui Russell va ad adattare un autore molto ostico, riuscendo nell’operazione. Per paradosso, il fatto che il Wilde delle fiabe sia erroneamente ritenuto “per bambini” farà sì che non verrà forse colta la complessità dell’operazione: che è un po’ la morale, appunto, dell’Usignolo e la rosa.

Abbiamo parlato di:
Fairy Tales
P. Craig Russell
Traduzione di Gloria Grieco
Nicola Pesce Editore, 2016
96 pagine, cartonato, colori – 19,90 €
ISBN: 978-88-97141-97-6

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