Enzo Rizzi: un Diavolo per fumetto!

La carriera di Enzo Rizzi, creatore dell'icona indipendente Heavy Bone tra musica e fumetto, dall'underground al riconoscimento di massa.

nasce a Taranto nel 1963. Folgorato giovanissimo dalla musica metal decide di unire questa passione al fumetto underground, altro suo grande interesse, e inizia a collaborare da autodidatta con alcune riviste del panorama rock. Nel 1991 crea la fanzine Comics & Roll dove prosegue l’esplorazione dei due mondi e che lo porta all’attenzione dei fan club italiani di band come Metallica e Aerosmith che gli permettono di creare illustrazioni e gadget tematici. Il salto di qualità arriva nel 2002 con la creazione di Heavy Bone, il serial killer di rockstar che riscrive le morti illustri del metal in chiave ironica e demistificatoria, con un forte gusto irriverente. La prima miniserie, pubblicata inizialmente da Inksteria e in seguito autoprodotta, rinnova il legame con la comunità metal e gli permette di realizzare, sulla rivista Rock Hard, le biografie delle rockstar, poi raccolte nel volume Storia del Metal a fumetti, arricchito nelle varie riedizioni – oggi siamo arrivati alla quarta per Nicola Pesce Editore. A questa seguono la Storia del Rock a fumetti e La storia della musica Pop a fumetti. Nel frattempo il percorso editoriale di Heavy Bone continua con nuove avventure nelle quali Enzo si ritaglia il solo ruolo dello sceneggiatore affidandosi alle matite di colleghi come Nathan Ramirez, Alessio Fortunato, Fabrizio Galliccia, Arjuna Susini, Lelio Bonaccorso, Walter Trono e altri: prova ne sia la raccolta Diabulus in Musica, del 2014, pubblicata da Aaron Works. Assestatosi come illustratore di riviste e cover di album (per band come Bad Bones e Mother Nature), nel 2017 fonda la sua etichetta Heavy Comics e scrive una nuova miniserie del suo personaggio: il primo numero di cinque, uscito ad Aprile, è disegnato da Gero Grassi.

Ciao Enzo e benvenuto su Lo Spazio Bianco: il mio primo approccio ai tuoi lavori è stato nel 1994 quando una tua illustrazione è comparsa sull’Almanacco della Paura di Dylan Dog. Da tue dichiarazioni rilasciate qua e là nel tempo mi pare di aver capito che c’è una storia dietro la sua pubblicazione, ti va di raccontarmela?
Sì, è un’illustrazione che ritrae me stesso allo specchio (senza barba) torturato a sangue. L’avevo creata a corredo di un articolo della rivista musicale Flash (che oggi non esiste più): Luca Crovi, che curava l’Almanacco della Paura, l’ha vista lì, gli è piaciuta e ha deciso di pubblicarla. Non sapeva però come contattarmi e così, per precauzione, l’immagine compare a firma di Enzo “Ricci”. Quando mio fratello ha comprato l’Almanacco ci siamo accorti della cosa e ho scritto una lettera di ringraziamento alla Bonelli – all’epoca ero un signor nessuno e la cosa non mi ha dato fastidio, anzi, la consideravo un onore. Così ho scoperto che mi stavano cercando e mi hanno pagato l’uso della tavola. Sono stati molto corretti.

La cosa però non si è fermata lì, nell’Almanacco dell’anno dopo ci sono altre tue illustrazioni nell’articolo dedicato ad Alice Cooper.
Sì, inizialmente il rapporto sembrava esaurirsi con il disegno dell’anno prima. Poi, per divertimento, ho realizzato il disegno in cui Alice Cooper minaccia di sgozzare Dylan Dog con un machete e l’ho usato come cover della mia fanzine Comics & Roll. Ho spedito il numero a Luca Crovi come omaggio e quando lui l’ha visto ha ripreso il disegno per l’articolo su Alice Cooper che stavano preparando in quel periodo. Nella circostanza mi ha anche commissionato le altre tavole che compaiono sull’Almanacco 1995. Poi Luca Crovi e Stefano Marzorati – che si occupavano in maniera specifica della musica – sono stati spostati su altre testate bonelliane e così la loro rubrica sull’Almanacco si è interrotta, insieme alla mia collaborazione.

Enzo Rizzi: un Diavolo per fumetto!

All’epoca esisteva già l’idea di Heavy Bone?
No, l’idea è del 1996: ho creato la storia e l’ho messa nel cassetto, deluso dalla scena tarantina che non sembrava offrire possibilità, e mi sono dedicato soltanto alla fanzine. Sei anni dopo in città è passato Giuseppe Palumbo che mi ha permesso di far uscire Heavy Bone dal cassetto. Gli ho mostrato il progetto e mi ha detto che avrebbe voluto pubblicarlo lui, ma che la Phoenix di Daniele Brolli con cui collaborava non esisteva più. Queste parole da parte di un autore così importante mi hanno dato però la spinta necessaria a continuare! Dobbiamo infatti considerare che nel 1996 avevo trentatré anni e quindi ero già “grande” per il mondo-fumetto e dopo tanta fatica l’occasione mi è sembrata un miracolo. Perciò da lì ho iniziato a “perseguitarlo” per due-tre anni, chiedendogli tanti consigli. Alla fine ha realizzato anche le copertine della prima miniserie dedicata al personaggio.

Miniserie che è ormai diventata di culto e molto ricercata. Hai mai pensato a una ristampa?
È stato ristampato il primo numero in edizione commemorativa da UniversItalia per conto della collana Horror Project (con la cover di Alessandro Vitti), ma non ci sarà mai una riedizione integrale perché non ne vado fiero. Intendiamoci: la serie è andata bene, la Panini l’ha distribuita nelle fumetterie, Stefano Marzorati e Luca Crovi della Bonelli hanno scritto le prefazioni, Pasquale Ruggero di Magic Press una postfazione, ma artisticamente l’esito è stato condizionato dai grossi limiti che ho come disegnatore. Sono troppo rozzo e “underground”, volevo far fare tante cose a Heavy Bone, ma ogni volta rinunciavo perché non le sapevo disegnare. È un lavoro molto limitato, e non voglio essere giudicato per quello. Ora infatti le storie le disegnano altri autori e con i nomi che si sono avvicendati nel tempo e, in particolare, con Nathan Ramirez e Gero Grassi (all’opera sulla miniserie attuale), finalmente posso dare il massimo perché loro sanno interpretare al meglio la mia volontà.

Eppure Palumbo aveva visto qualcosa in quel lavoro che tu critichi così tanto.
Gli piacevano i miei disegni, trovava il loro tratto rozzo e underground perfetto per quel tipo di storia. Mi ha dato invece molti consigli su come organizzare la narrazione, evitando le ripetizioni. Dal versante della scrittura, in effetti, è stato molto severo, mi diceva che i personaggi erano tagliati con l’accetta e privi di sfumature – anche quello era dovuto ai miei limiti e alla difficoltà di disegnare situazioni che permettessero di approfondire i personaggi. Nella nuova miniserie credo di aver curato di più questo aspetto.

Sempre a proposito della prima miniserie, all’epoca non ti nascondo di averla sottovalutata: era il periodo in cui l’horror a fumetti si identificava soprattutto con Dylan Dog e Heavy Bone mi appariva troppo acerba al confronto. Invece rileggendola adesso mi ha colpito per la sua freschezza e ho compreso quanto fosse distante da quei titoli che, negli stessi anni, provavano a unire la cifra più underground con la formula bonelliana, dando vita però a degli ibridi poco riusciti. Quindi quella cifra rozza che all’epoca percepivo come un limite oggi mi appare invece come un punto di forza.
Capisco cosa vuoi dire. La forza di Heavy Bone sta nel suo essere fuori dagli schemi, non cerca di piacere per forza al pubblico. Con il tempo abbiamo scoperto che piace a molti, ma non l’ho mai disegnato con quello scopo, l’ho fatto per me stesso. Quando scrivo immagino le storie che vorrei leggere e che altri non fanno per inseguire i gusti del mercato. È un fumetto che non ha paure e questa diversità è la sua forza, ha attirato i lettori che non cercano il fumetto horror standard – quello bonelliano che citavi – e magari è anche appassionato di musica e nei vari rimandi riconosce le sue passioni, che poi sono anche le mie. Heavy Bone è diventata la vera rockstar del fumetto.

Quindi non disegnerai mai più una sua storia?
No, perché con il tempo ho capito di essere un illustratore e di avere idee per scrivere, ma di non essere tagliato per il disegno narrativo. Anche in questo caso preferisco fare ciò che mi piace e che mi riesce, ed essere giudicato per quello: se a qualcuno non piacerà la nuova miniserie, ad esempio, lo accetterò perché so che il prodotto è comunque quello che volevo.

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Come è avvenuto il passaggio di Heavy Bone ad altri autori?
In occasione di Lucca Comics 2009, quando abbiamo presentato la prima edizione della Storia del Metal a fumetti, mi ha contattato Fabrizio Galliccia, che ora disegna per Dragonero e che all’epoca cercava di farsi strada nel settore. Si è proposto lui, poi attraverso Pierluigi Rota ho conosciuto Walter Trono e piano piano ho assemblato una squadra di artisti, che poi hanno fatto strada fino ad arrivare alla Bonelli. Ho creduto in persone che poi sono state ripagate.

Soffermandoci ancora sulla tua attività di disegnatore, in Heavy Bone vedo riflessi gli EC Comics e il lavoro di artisti come Derek Riggs, Edward Repka, Vince Locke, autori di indimenticabili cover per gli album di tante band metal. Dal tuo punto di vista, invece, quali sono stati i reali modelli di riferimento?
Innanzitutto devo ribadire che sono un autodidatta, non ho fatto il liceo artistico e ho imparato da solo a usare la china. Come lettore ho avuto influenze che magari non si notano nei miei lavori, mi appassionavano gli autori francesi come Moebius, Druillet e gli altri pubblicati su riviste tipo Pilot, Metal Hurlant e Totem, che uscivano in edicola quando avevo diciott’anni. I fumetti della EC Comics sicuramente mi piacevano per il loro uso del bianco e nero. E poi ancora c’erano Lanciostory, L’Intrepido, Skorpio. I supereroi mi hanno stancato presto, ma avevo una collezione di Devil dell’Editoriale Corno. Della Bonelli mi piacevano Zagor e Mister No. Fra gli autori emersi più tardi adoro Garth Ennis: Preacher è stata una folgorazione!

In effetti, anche se sono influenze diverse e a volte molto distanti da ciò che ci si aspetterebbe, si nota il gusto per opere fuori dagli schemi e dove prevale anche una certa irriverenza.
Sì, ad esempio Zagor mi piaceva perché ci ritrovavi western, fantascienza e horror, era il mondo ideale per un viaggio fantastico e quindi risultava meno tradizionale rispetto a Tex. Ecco, magari mi piacciono poco i fumetti che rientrano in un genere definito, come appunto Tex o anche Nathan Never.

Torniamo a Heavy Bone dopo l’uscita della prima miniserie.
La risposta è stata ottima da parte del popolo metal e delle riviste specializzate: chi mi cercava non era il lettore di fumetti, ma l’appassionato di musica! Così ho iniziato a collaborare con testate come Rock Hard, Metal Hammer, Metal Maniac. Per Rock Hard ho realizzato per tre anni le tavole di Heavy Bone racconta, che poi sono state raccolte nella prima edizione della Storia del Metal a fumetti. L’idea è stata di Stefano Romanini, collaboratore di Nicola Pesce e appassionato di metal: è stato l’unico a crederci, nessuno voleva dare seguito all’idea e poi a Lucca 2009 lo stand è stato preso d’assalto dagli appassionati di metal. Tutti a cena brindavano a Heavy Bone, mentre io ero ancora stupito: sapevo che c’era un pubblico appassionato, ma non che lo fosse al punto da farci vendere cento copie al giorno!

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La Storia del Metal a fumetti, riletta oggi, mi sembra più disomogenea rispetto a quelle successive del Rock e del Pop, in molte tavole Heavy Bone non compare nemmeno.
Mi hai scoperto! Alcune biografie sono state realizzate in fretta e meno curate per questioni di tempi troppo stretti. Anche La storia della musica Pop a fumetti ha risentito delle scadenze editoriali e ci sono meno disegni, Heavy Bone compare soltanto all’inizio. Infatti alla fine c’è un “To Be Continued…” nella previsione, un giorno, di riprenderla. Quantomeno così vorrebbe l’editore, io al momento vorrei dedicarmi alle nuove storie di Heavy Bone.

L’essenza “metal” di Heavy Bone in questi volumi non la si ritrova soltanto nelle citazioni esplicite all’iconografia, ma anche nel modo irriverente con cui affronti le vicende dei cantanti. Non sono biografie che li idealizzano ma al contrario sono quasi una demistificazione.
Sì, per come la vedo io Heavy Bone rappresenta anche un modo per sdrammatizzare la morte. In ogni caso è necessaria la giusta distanza: io scrivo di personaggi che sono ormai diventati delle icone, su cui già sono state anche prodotte delle storie, come accaduto con Kurt Cobain o Jim Morrison. In questo modo posso parlare anche della loro morte senza offendere la loro memoria o i loro fan.

Per ciò che riguarda lo stile usato nella storia del Metal e nelle successive, mi piace molto il tuo uso dei neri: sembra che il bianco del foglio emerga fra le chine e non viceversa.
Anche questo deriva dal fatto di essere un autodidatta che ha sempre saputo usare soltanto la china, e non il colore. Un tipo di disegno molto basico e immediato.

Torniamo così alla caratteristica che citavamo prima: la tua forza è trasformare i difetti in pregi, e in stile.
Non è voluto però: Roberto Recchioni, nella prefazione alla Storia del Metal a fumetti, dice che il mio disegno riprende “l’estetica dei flyer da concerto metal”. È vero, ma non ci avevo pensato, forse è semplicemente un modo per entrare in connessione con quel pubblico che condivide questa passione. Come dico sempre: non amo gli autori che, magari in un film, raccontano il metal e poi mostrano il cantante con una cresta punk. Heavy Bone è insomma anche il ragazzino che è in noi e che ama queste cose.

Hai citato il cinema, quanto ha influenzato Heavy Bone?
È stato fondamentale. Il Corvo (insieme a Alice Cooper) ha giocato un ruolo principale nel dare forma al personaggio. Quando ho visto sul grande schermo Eric Draven con la chitarra l’ho immaginato suonare un bel riff hard-rock e quella è stata la primissima scintilla, che poi ha generato il resto. Naturalmente nel Corvo la musica dei Cure o di Siouxsie and the Banshees era perfetta per quella storia poetica, io sono andato in una direzione più rozza, volgare, eccessiva, sopra le righe… heavy metal!

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La Storia del Metal a fumetti quindi è nata un po’ per caso, diversamente dalle successive.
Sì, la Storia del Rock a fumetti è nata invece come progetto più definito e resta la migliore, i disegni sono curati e Heavy Bone compare in quasi tutte le biografie. Non compare, ad esempio, in quella degli U2 perché non mi piacciono. Quindi magari anche da questi particolari si possono capire i miei gusti.

La promozione legata alla Storia del Rock a fumetti esalta la qualità fotografica dei disegni: come sei riuscito a bilanciare il tratto grottesco di Heavy Bone con, appunto, questa riproduzione così minuziosa dei volti e dell’immagine degli artisti?
Non è stato difficile, perché Heavy Bone riesce curiosamente ad adattarsi bene all’aspetto degli artisti: un esempio è la biografia dedicata a The Band, gruppo degli anni Settanta famoso per le sue interminabili jam session, in cui ha suonato anche Bob Dylan in un ultimo concerto ripreso da Martin Scorsese nel film L’ultimo valzer. In quel caso ho sostituito Bob Dylan con Heavy Bone, fra Robbie Robertson e Rick Danko e ha funzionato. Quindi credo che l’amalgama sia riuscito. D’altra parte poi nelle varie biografie Heavy Bone assume un po’ il look dei vari cantanti, scimmiotta Mick Jagger nelle tavole dedicate ai Rolling Stones, indossa gli occhiali e la canottiera di John Lennon quando si affrontano i Beatles… ho cercato di fondere sempre realismo e fantasia. Quando disegni qualcosa che ti piace, in fondo, anche unire gli estremi diventa una sfida appassionante.

Con il Pop, invece? Quello so che non ti piace.
Ho accettato di disegnarlo innanzitutto per soldi. E poi perché, analizzando le varie biografie degli artisti con Francesco Ceccamea – che ha scritto i testi sia della storia del Rock che di quella del Pop – ci siamo resi conto che le vite dei cantanti Pop presentano tragedie ed eccessi anche superiori a quelle di rockstar come Lemmy o Ozzy Osbourne! Lo stesso Heavy Bone lo chiarisce subito nell’introduzione.

L’ho notato subito, anche qui hai trovato la chiave irriverente per affrontare il tema.
Sì, La storia della musica Pop a fumetti dà spazio a queste situazioni negative, fatto che giustifica la presenza di Heavy Bone (e se vogliamo testimonia anche il fatto che non amo il Pop).

La scelta è comunque coerente con le precedenti storie, che non sono strettamente enciclopediche ma si preoccupano di far risaltare gli aneddoti più interessanti e curiosi.
Lo abbiamo fatto per evitare il già visto, come si diceva Heavy Bone vuole essere originale. La scelta ha funzionato, tanto che poi le storie del Rock e del Pop sono state citate anche su testate lontanissime dal Metal come Marie Claire o TV Sorrisi e Canzoni, che ha addirittura consigliato la Storia del Rock a fumetti tra i dieci regali di Natale ideali. Significa che Heavy Bone ha compiuto un percorso straordinario, è partito dall’underground e ora si affaccia nella cultura di massa. E tutto questo disegnando solo per me stesso, senza cercare il consenso.

In questo si vede la genuinità del tuo approccio al fumetto: non hai cercato il consenso, ma allo stesso tempo non adotti nemmeno l’atteggiamento da divo maledetto che una volta arrivato al pubblico di massa inizia a dichiararsi scontento.
No, io sono contento perché questo percorso dimostra che ho avuto ragione. Negli anni Novanta avevo proposto il racconto del rock a fumetti a TV Sorrisi e Canzoni (il caposervizio allora era Peppo Delconte) e avevo rimediato una risposta di circostanza senza seguito. Quindi ero convinto da sempre che ci fosse un mercato e ora vedo che la cosa viene riconosciuta ufficialmente.

Proseguendo il percorso narrativo di Heavy Bone, al di là delle storie della musica si arriva a Diabulus in musica, dove la mitologia alla base del personaggio si espande.
Sì, poi ci sono state anche le tre storie pubblicate in appendice alla Storia del Metal a fumetti nelle ultime edizioni: un modo per offrire qualcosa in più anche ai lettori che eventualmente avevano già comprato le precedenti. Queste storie, disegnate da Nathan Ramirez, compariranno anche nella nuova serie perché si incastrano nella continuity e andranno così a completarsi con quelle inedite. La nuova serie sarà formata in tutto da sette storie, le tre di Ramirez e le quattro di Gero Grassi, che saranno raccolte in cinque albi. Chi le leggerà fino alla fine avrà chiaro che quello di Heavy Bone è un vero e proprio universo.

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Anche il tema sta diventando più profondo.
Infatti! L’atteggiamento “offensivo” nei confronti dei cantanti, che citavo prima, in realtà è molto più complesso: nelle sue storie Heavy Bone ha iniziato a uccidere perché doveva compiere la missione assegnatagli da Sua Maestà Satanica, ma col tempo ha imparato ad apprezzare la musica, che rappresenta la libertà. In questo si riflette la mia visione: la musica è positiva e può cambiare anche i cattivi come Heavy Bone.

In tal senso davvero il personaggio acquista una dimensione più problematica, che è in effetti l’aspetto più sorprendente delle nuove storie.
Sì, e qui si nota la distanza con la prima miniserie. Voglio che tutti i personaggi compiano un percorso più sfaccettato. Poi, nel senso generale della storia di Heavy Bone si riflette anche l’altra mia idea che oggi non c’è più nessuno “degno di essere ammazzato”: il rock vero è ormai morto, i migliori sono già stati fatti fuori da Heavy Bone e oggi non c’è nessuno in grado di scrivere la musica degli anni Settanta.

Quanto margine concedi ai disegnatori per metterci del loro?
Innanzitutto voglio che rispettino la mia visione. Gero Grassi, ad esempio, l’ho scelto dopo aver fatto delle prove, quando ho capito che aveva un bel tratto corposo, ideale per rendere al meglio le particolari atmosfere dell’opera. Un tratto underground ma con stile, con un uso molto netto dei bianchi e dei neri. Altri disegnatori, anche molto bravi, non si sono rivelati adatti perché magari il loro tratto era troppo pulito.

Però, anche se tu tendi a rimarcare l’idea che esista uno “stile Heavy Bone”, l’avvicendamento dei vari autori ha comunque prodotto dei risultati piacevolmente inediti. Lo stile di Nathan Ramirez, ad esempio, è fortemente autoriale.
Sì, Ramirez ha come riferimento autori di classe, ma a suo modo riesce a restituire quel senso più underground, con bianchi e neri molto netti che fanno al caso di Heavy Bone.

Parliamo quindi di come nasce l’esigenza di una tua etichetta, la Heavy Comics.
Inizialmente avevo proposto la nuova serie di Heavy Bone a Nicola Pesce, ma la sua casa editrice non si dedica ai fumetti periodici, ma ai volumi da libreria. C’è stato uno scambio di pareri anche con le edizioni Inkiostro, ma anche lì non abbiamo trovato un accordo soddisfacente, tutto comunque in un clima di amicizia e stima reciproca. Quindi ho deciso di fare da me, con lo scopo di pubblicare le mie storie. Sono così riuscito a coinvolgere dei grandi professionisti: la copertina del primo numero è di Rafa Garres, quella del secondo di Maurizio Rosenzweig, del terzo di Alessio Fortunato con back cover di Gian Marco De Francisco; e poi ancora la copertina del quarto sarà di Pasquale Qualano, con back cover di Emanuele Boccanfuso. Sul numero cinque ci sarà Stefano Cardoselli, con back cover di Walter Trono. Poi realtà come Panini, Cut-Up, Alessandro Distribuzioni e Manicomix hanno accettato di distribuirla e gli sponsor coinvolgono pure marchi internazionali come Metal Hammer. Sono gratificazioni che mi fanno capire che ho fatto la scelta giusta.

Enzo Rizzi: un Diavolo per fumetto!
La nuova miniserie di Heavy Bone: da sinistra, numero 1 con cover di Rafa Garres e numero 2 con cover di Maurizio Rosenzweig

Hai annunciato anche l’altra serie, Zartana lo stregone blues, me ne vuoi parlare?
La storia è pronta e l’intenzione sarebbe di farla disegnare a Gero Grassi, perché il suo tratto è perfetto, ma gli impegni lavorativi al momento non glielo stanno permettendo. È un omaggio agli spaghetti western alla Django e alle commistioni con l’horror stile Dal tramonto all’alba: protagonista è infatti uno stregone (che ha l’aspetto di Lemmy dei Motorhead) che combatte i demoni insieme a due fratelli e li sconfigge con la musica blues. Anche in questo caso c’è quindi un omaggio alla musica. Nella storia avremo zombi, vampiri e licantropi e un saloon in cui nessuno si rivela chi sembra essere. L’idea è di fare un solo numero di 60 pagine.

Tu comunque hai accettato l’idea di non vivere di fumetto, hai un tuo lavoro e poi porti avanti questa attività parallelamente.
Ho accettato di fare quello che mi piace: conoscendo i miei limiti non ho mai aspirato a lavorare per colossi come Bonelli o di scrivere storie per personaggi altrui. D’altra parte l’underground è un settore particolare, non arricchisce, ma mi premiano le soddisfazioni raccolte in questi anni.

In conclusione, la scena tarantina ti cita sempre come decano: mi interessa quindi il tuo punto di vista sulla situazione, da persona “che le ha viste tutte”.
Negli anni Novanta ero solo, cercavo di proporre delle iniziative ma sostanzialmente parlavo al nulla perché non c’era una scena a cui rivolgersi. Tutto è cambiato con l’avvento di LABO Fumetto e poi di Grafite, le due realtà che ora producono e insegnano fumetto a Taranto, con cui collaboro. Sto per iniziare per il terzo anno consecutivo il corso con Grafite, grazie a Gian Marco De Francisco che mi onora della sua amicizia e della sua professionalità. La scena è diventata molto viva, si moltiplicano gli eventi e ci sono grandi autori che si stanno affermando anche a livello internazionale. Anche di questo sono molto contento. Rispetto ai miei inizi il cambiamento è stato incredibile, sembra quasi fantascienza e invece è una bellissima realtà.

Intervista realizzata a Taranto il 21 Aprile 2017

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