Un ebreo di New York, Ben Katchor

Didascalie al limite dell’invasivo, dialoghi lunghi e complessi, sfondi in cui le immagini sembrano accavallarsi le une sulle altre. Un focus sull’opera di Ben Katchor, un autore per pochi, orgogliosamente...

Un ebreo di New York, Ben Katchor

La prima volta che vedi le tavole disegnate da , l’effetto può anche essere respingente. Mica roba user (reader) friendly: didascalie al limite dell’invasivo, dialoghi lunghi e complessi; sfondi in cui le immagini sembrano accavallarsi le une sulle altre; figure umane che ricordano più la caricatura di George Grosz, che non le rassicuranti icone del cartooning classico.

Un ebreo di New York, Ben KatchorCi continuano a ripetere che viviamo tempi in cui la comunicazione deve essere quanto più possibile asciutta e veloce, il contrario di quello che fa Katchor: dev’essere una specie di  reazionario, che vuole produrre racconti destinati all’élite.
Il fatto appare abbastanza chiaro, e per avere un’ulteriore prova basta scorrere la lista delle pubblicazioni che hanno ospitato o tuttora ospitano le sue storie a fumetti: Raw, Metropolis Magazine, The Jewish Forward. Cioè: la rivista simbolo del fumetto alternativo – perdonate il termine – anni Ottanta; un mensile di architettura e design newyorchese; lo storico quotidiano – ora diventato settimanale – yiddish della Grande Mela.
Riassumendo: alto livello, ristretta circolazione. Insomma, Katchor è per pochi, orgogliosamente. Il che non significa che debba anche necessariamente essere snob, e in fondo chi se ne frega. Leggerlo è un’esperienza profonda come poche altre nel fumetto contemporaneo, questo conta.

Un ebreo di New York, Ben KatchorNella primavera del 2011 è arrivato sugli scaffali delle librerie americane la sua prima opera a fumetti in dieci anni, editore Pantheon Books. The Cardboard Valise (La valigia di cartone) è una raccolta di strip realizzate intorno al 2000, oggi ripubblicate in versione espansa: Katchor ha aggiunto molto nuovo materiale, con l’intento di amplificare alcuni elementi della trama che considera particolarmente significativi. Già un primo sguardo alla vicenda narrata – per quel che ne sappiamo – è sufficiente a far capire che siamo davanti a un racconto in cui i sottotesti contano moltissimo: fra i protagonisti, un uomo che soffre di xenofobia al contrario, morbosamente attratto da ogni paese straniero, dalle culture estere, sempre in movimento e perennemente alla ricerca di un luogo che non gli venga a noia dopo breve tempo. Ma è solo il primo degli elementi attraverso cui Katchor costruisce nuovi piani di lettura, disseminando la narrazione di indizi che potrebbero – condizionale obbligato – portare verso nuovi significati. Vedi la valigia di cartone che dà il titolo al libro. È, nelle parole dell’autore, simbolo di una riflessione sulla sparizione della carta: vale a dire, di un supporto culturale dalla forte personalità, capace di fornire indizi sulle proprie origini. Un gioco narrativo colto, tanto per cambiare.

Un ebreo di New York, Ben KatchorVisto che del libro non ho letto che brevi stralci, non posso dire molto. Una previsione che si può azzardare senza timore di essere smentiti, è che sarà fitto di storie: a Ben Katchor piace, raccontare storie. Il che è assolutamente ovvio, visto il mestiere che si è scelto. Ok. Ma sembra esserci di più: nei suoi fumetti è rappresentato molto spesso l’atto di raccontare. Dai semplici racconti orali, faccia a faccia, come quelli che spesso ascolta Julius Knipl (Julius Knipl – Real Estate Photographer, strisce raccolte in volume da Little, Brown and Company nel lontano 1996 e poi da Pantheon nel 2003), a forme più complesse come il teatro de L’ebreo di New York (in italiano tradotto da , Mondadori, 2004), in cui viene rappresentata la preparazione di una commedia, destinata a non arrivare a compimento. E ancora, troviamo personaggi che leggono libri ad alta voce, che ascoltano interessati i discorsi pubblici di improbabili imbonitori. Katchor descrive queste diverse modalità con la cura e la passione di un vero feticista del racconto. Non stupisce dunque che abbia scelto, per la composizione del suo, una struttura narrativa unica.

Un ebreo di New York, Ben KatchorDunque, si tratta di strisce. Il genere a fumetti che consideriamo più tipicamente americano. Ma sono profondamente diverse dalle daily strip a cui siamo abituati. Quelle disegnate da Katchor – che peraltro escono a cadenza settimanale – se osservate come un corpo unico, sembrano comporre ponderosi romanze polifonici, capaci di andare oltre il semplice scatto di totalità che ci porta a vedere un universo narrativo riflesso in una singola striscia. La forma-libro diventa così quella più soddisfacente per godere delle strip: più comoda, per seguire lo svolgersi di macro-storie la cui direzione è evidentemente mica troppo chiara, neanche all’autore. La narrazione, evidentemente frutto dell’improvvisazione settimanale e non di un progetto studiato, si regge su legami fragili come il segno di Ben Katchor, dall’aspetto sempre schizzato e provvisorio.
Fragili come i mondi passati raccontati da un autore ossessionato dalla rievocazione di tempi perduti, e infatti spesso paragonato a Marcel Proust. Un po’ a caso, ok. Ma rimane vero, che anche quella di Katchor sia più che semplice nostalgia.

Riferimenti:
www.katchor.com

www.publishersweekly.com/the-comics-of-ben-katchor
robot6.comicbookresources.com/ben-katchor-on-the-cardboard-valise

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