Dylan is a punk rocker: gli anni selvaggi di Mr. Dog

Barbara Baraldi e Nicola Mari rivelano il passato di Dylan Dog come roadie di una punk-rock band, tra musica, droga, successo e sangue.

ritrova Vincent, un vecchio amico di gioventù che non vedeva da anni e con il quale aveva condiviso un’esperienza nel rutilante mondo delle rock band giovanili emergenti.
L’albo # 364 della testata mensile prende avvio dai flashback scaturiti dai ricordi dei due compagni: Vincent suonava la chitarra elettrica, Dylan procurava posti e date dove far esibire lui e gli altri membri del gruppo.
Dopo John Constantine – che in alcune storie di Hellblazer aveva rivelato la sua militanza in una band punk rock- un altro personaggio dei fumetti che flirta con l’horror mostra il proprio passato a contatto con quel genere musicale.

La storia imbastita da sembra riservare più spazio a uno spaccato della giovinezza di Dylan che al “caso del mese”, il che potrebbe anche essere un elemento positivo per variare un po’ rispetto al classico menù della serie, se non fosse che da qualche tempo a questa parte il passato del protagonista è fin troppo ricorrente, prevalendo su casi scollegati da esso e iniziando a sfociare in una pratica un po’ troppo reiterata e, quindi, stancante.

Dylan is a punk rocker: gli anni selvaggi di Mr. Dog
In questo caso il problema, inoltre, è che così facendo si crea uno sbilanciamento tra le due anime dell’albo, quella relativa al vissuto del protagonista e del suo amico e quella incentrata su quanto sta accadendo nel presente.
La storia si apre infatti con alcune strane reazioni scatenate dall’ascolto di un album particolare, dal titolo The killing machine, ma di questo argomento non si parla più fino alle ultime pagine, quando si traccia un collegamento tra i ricordi di gioventù di Dylan e gli strani episodi citati, una connessione tanto logica – vista la struttura della storia – quanto forzata nel modo in cui vengono tirati i fili della trama.

Un altro elemento negativo è l’eccessiva verbosità di diverse scene, dovuta al fatto che buona parte della narrazione è incentrata sul dialogo tra due persone che rievocano il proprio passato. Il problema non si trova nei dialoghi in sé, dal momento che la Baraldi si dimostra una buona scrittrice sotto questo punto di vista, dando il giusto carattere agli scambi di battute tra i personaggi anche e soprattutto nei flashback, quanto piuttosto nel fatto che l’azione risulta di molto rallentata, rendendo la lettura poco scorrevole e dinamica. Anche la scarsa consequenzialità tra alcune vignette, dove la scansione degli eventi narrati e illustrati non sembra perfettamente scorrevole, non aiuta in tal senso.

Dylan is a punk rocker: gli anni selvaggi di Mr. Dog

A queste osservazioni fa da contraltare una buona resa dell’atmosfera “punk’n’roll” usata per raccontare le avventure della band di Vincent: pur non rinunciando a inserire un elemento forzatamente drammatico come a “sporcare” ulteriormente la situazione, nel complesso il lavoro della Baraldi restituisce una visione abbastanza credibile della vita e dei concerti di una rock band emergente, con tutti i problemi, le divergenze, la voglia di spaccare il mondo e l’indecisione su quanta importanza dare alla propria indipendenza musicale e quanta alla ricerca del successo.
Non mancano i classici luoghi comuni che si possono rintracciare in questo tipo di situazioni, dalla rissa tra il cantante e il pubblico al manager in grado di procurare ingaggi, ma al di là delle singole scene, l’aria che si respira ha comunque il suo fascino e abbastanza elementi immersivi per il lettore.
Non è un caso che le parti migliori dell’albo siano proprio quelle dedicate a questi spaccati di vita.

Dylan is a punk rocker: gli anni selvaggi di Mr. Dog

A incorniciare una storia riuscita solo per metà troviamo l’arte di , che offre un apporto di tutto rispetto: il tratto affilato e netto delle tavole ambientate nel presente è elegante e dai neri pieni, mentre per quanto riguarda gli episodi del passato ricorre a uno stile quasi acquerellato, ricco di mezzetinte e con vignette sbordate, molto piacevole e che distingue immediatamente i piani temporali.
L’espressività e il look dei personaggi sono sempre curati e, specialmente negli abiti della band di Vincent, si nota l’accuratezza del disegnatore verso i dettagli.

Gli anni selvaggi si risolve quindi in una celebrazione della vita dannata – ma anche per questo affascinante – delle rock band ruvide, “dure e pure”, ma non riuscendo ad andare oltre e ricorrendo anche a qualche stereotipo di genere, specialmente nella risoluzione finale.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #364 – Gli anni selvaggi
Barbara Baraldi, Nicola Mari
, gennaio 2017
96 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,20 €
ISSN: 977112158000960364

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