Io e Dylan Dog: intervista a Pasquale Ruju

Pasquale Ruju, tra i più prolifici sceneggiatori di Dylan Dog, approfondisce con noi il suo rapporto con l’Indagatore dell’incubo.

Io e Dylan Dog: intervista a Pasquale Ruju, nato a Nuoro nel 1962, dopo la maturità classica si laurea in Architettura a Torino. Ha lavorato in teatro, cinema, radio, televisione e nel doppiaggio, dando voce a personaggi di cartoni animati, soap e telefilm. Dal 1994 collabora con la in qualità di soggettista e sceneggiatore. Ha scritto oltre cento storie per albi di Tex, , Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère ed è autore delle miniserie Demian, Cassidy e Hellnoir
Nel 2016 è stato pubblicato Un caso come gli altri, il suo primo romanzo.
In questa intervista ci parla del suo rapporto con l’Indagatore dell’incubo, in occasione del trentesimo anniversario dall’esordio in edicola del personaggio.

A lungo si è pensato a un Dylan Dog indissolubilmente legato a Sclavi. Per te è ancora così nelle “fondamenta” del personaggio? Come ci si muove nell’equilibrio tra ciò che Dylan Dog è nella interpretazione del suo “padre” e quello che di personale un autore cerca sempre di mettere nelle sue opere?
Ovviamente Dylan Dog “è” Tiziano Sclavi. Tiziano ha dato al suo personaggio molto di se stesso. Ogni autore che si confronta con Dylan deve tenerne conto, ma anche – per non restare una brutta copia del suo creatore – provare a mettere nelle storie qualcosa di personale. Lo spazio di manovra c’è, e c’è sempre stato. Mi è capitato più volte di dire che Dylan Dog può essere “tirato per la giacchetta”, almeno fino a un certo punto. Uno sceneggiatore può fargli vivere storie drammatiche, horror, storie gialle o romantiche e perfino commedie, nel rispetto dello spirito originale della serie. Questo perché si ha a che fare con un character  sfaccettato, “vivo”, pieno di sfumature. I vari autori che si sono avvicendati a scrivere le sue avventure hanno dato il meglio nel momento in cui si sono “lasciati andare”, portando Dylan in mondi e situazioni confacenti al loro stile e al loro carattere. In questo senso a mio parere si sono rivelate particolarmente interessanti le visioni femminili del personaggio, come quella storica di Paola Barbato, e quella più recente della brava Barbara Baraldi. Ma certo, tutti aspettiamo di rivedere al timone lo stesso Sclavi… “Dopo un lungo silenzio”.

Io e Dylan Dog: intervista a Pasquale RujuDylan Dog è stato un fenomeno artistico, editoriale e sociale. Nel suo periodo di maggiore successo è stato protagonista di pubblicità, merchandising, ha generato bizzarri epigoni, è stato ospite di riviste a larga diffusione. Sembrava che tutti leggessero Dylan Dog. Come ci si approccia a un personaggio e a un fenomeno del genere senza esserne schiacciati? Fa paura scrivere Dylan Dog?
Paura? Forse un po’ sì. Nella mia prima storia, Il vicino di casa, Dylan non compariva mai. Forse proprio perché esitavo ad avvicinarmi direttamente al personaggio. Poi però abbiamo fatto amicizia.

Qual è l’idea centrale del “tuo” Dylan Dog e cosa lo rende immediatamente riconoscibile e unico?
Dylan per me è insieme un protagonista e un testimone del suo mondo. A differenza di Tex, che costringe l’intero universo in cui vive a girare intorno a lui, Dylan si confronta con situazioni, paure e sofferenze che esistevano prima del suo arrivo e molto spesso continueranno a esistere anche dopo. In questo senso, scrivendo per la testata, mi interessava dare spazio anche alle storie dei comprimari. Ne ho creato alcuni (l’angelo caduto Saul, la vampira Manila, lo stesso Joeffrey, il “vicino di casa”) cui sono rimasto affezionato. Dylan esiste come eroe – o antieroe – anche attraverso il suo confronto/scontro con gli altri personaggi, e non sempre ne esce vincente. È uno dei motivi che mi hanno spinto ad amare questo personaggio, e ad avvicinarmi a lui come sceneggiatore.

Io e Dylan Dog: intervista a Pasquale RujuSei entrato nel team di sceneggiatori della serie nel 1995. Come è cambiato da allora a oggi il tuo approccio e la tua interpretazione del personaggio e delle tue storie? Come è maturato il tuo modo di scrivere Dylan Dog e farlo come ti ha influenzato negli altri tuoi lavori?
Dylan ha sempre poco più di trent’anni, e quando ho cominciato a scrivere le sue storie eravamo coetanei. Oggi purtroppo non è più così. Sono passati vent’anni. Lui non è invecchiato, io sì. Questo cambia il modo di vedere le cose. Il mio approccio alle storie oggi è più maturo, forse più sofferto in un certo qual modo. E forse anche più indulgente in un altro. All’inizio Dylan poteva essere un fratello maggiore. Oggi lo vedrei quasi come un figlio. Ho più comprensione per le sue debolezze, che una volta mi divertivo a “mettere alla prova” quasi con cattiveria, costringendo il povero Dylan a salire su un aereo, a infilarsi in cunicoli stretti, o gettarsi da altezze paurose. Certo, attualmente lo faccio con Tex, ma senza troppi rimorsi. Perché Tex a fare quelle cose lì ci prova gusto!

Sei notoriamente appassionato al noir e all’hard boiled. Come hai coniugato questa passione con la scrittura di Dylan Dog?
Dylan è un protagonista perfetto per le storie noir. Ha un solo difetto: non può morire. E tu come lettore sai che non può morire. Il suo dramma, per quanto estremo possa essere, ha sempre termine con la fine dell’albo. Di contro soffre ogni brutta situazione, così come vive ogni storia d’amore, come fosse l’unica e l’ultima. Per questo, nonostante tutto, è stato facile virare al “nero” in molte delle mie storie per la serie. E chissà, forse lo farò ancora.

C’è qualcosa che cambieresti in Dylan Dog e qualcosa a cui non rinunceresti mai?
Dylan mi piace così com’è.

Che ruolo ha avuto Dylan Dog nella tua vita?
È stato un importante compagno di viaggio, per un paio di decenni.

Io e Dylan Dog: intervista a Pasquale RujuDylan è sempre stato un personaggio con una forte aderenza al sociale, le sue storie spesso si sono fatte carico di messaggi sui diritti, l’uguaglianza, la pace, il rispetto per gli animali… Questo pone l’attenzione sul tema della responsabilità dell’autore nei confronti delle sue opere. Cosa significa per te questo tema, in particolare per Dylan Dog?
Fa parte anche questo di ciò che amo in questa serie. Recentemente ho scritto un romanzo per una collana della casa editrice E/O che si chiama Sabot/Age. È stata fondata da Massimo Carlotto e proprio attraverso il noir si occupa di investigare fenomeni sociali, problemi e dinamiche malavitose molto legate alla realtà. Dylan, in molte delle sue storie migliori, ha fatto lo stesso fin dagli anni Ottanta. In una delle mie prime sceneggiature, Il canto della sirena, mi ero occupato dello smaltimento illegale di rifiuti. Era il 1996 se non sbaglio. Da allora non è che le cose siano molto migliorate. A volte anche un fumetto, nel suo piccolo, può accendere un faro su certi temi, su certi lati oscuri della nostra società, illuminandoli in modo efficace. Questo, Dylan Dog deve continuare a farlo.

Rendere l’orrore è difficile. La paura, l’irrazionale. Ci sono tante sfumature del genere in Dylan, commistioni. Lo stesso genere è cambiato molto dagli anni Novanta a oggi. Cosa significa scrivere un fumetto horror oggi? Come evolve Dylan Dog in questo?
Oggi il pubblico è smaliziato, ottenere la sospensione dell’incredulità da parte di un lettore è molto più difficile rispetto a una volta. Ma l’amore per il genere a mio parere esiste ancora. Scriveremo con più fatica, forse diventeremo più cattivi, ma sono convinto che Dylan Dog accompagnerà con le sue storie anche le prossime generazioni. Adattandosi a un mondo che si è fatto complicato, a un orrore che più che mai entra nel nostro quotidiano – con le guerre, il terrorismo, il razzismo, le mafie, le stragi – e con cui dobbiamo tutti fare i conti.  Tutti, compreso Dylan. E di certo lui non si tirerà indietro. Perché alla fin fine l’orrore è pane per i suoi denti.

Intervista condotta via mail nel mese di agosto 2016.

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio