Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Aka B, Marco Galli e Ausonia danno vita a un Dylan Dog Color Fest molto personale, che scava nella psiche dell'indagatore dell’incubo.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di DylanCon questa sedicesima uscita il Color Fest cambia quasi completamente pelle si presenta con una veste editoriale ampiamente rinnovata. Oltre alla nuova cadenza trimestrale, l’albo presenta una carta più porosa, simile a quella della serie regolare e non più lucida come i precedenti numeri, una minore foliazione (scelta che ha permesso un netto taglio del prezzo di copertina), e un contenuto che alterna storie singole complete a episodi brevi o brevissimi.

Veramente speciali i tre autori scelti per inaugurare la nuova veste del periodico, tutti al debutto sulle storie dell’indagatore dell’incubo: Gabriele di Benedetto (), (Kazzemberg) e Francesco Ciampi (). Il coinvolgimento di questi artisti fa parte di quel processo di rinnovamento in atto da qualche tempo sulle varie testate di Dyd, una piccola rivoluzione che, tra le altre cose, mira ad avvicinare anche i volti più noti e particolari del panorama autoriale Italiano, voci a cui si è chiesto di diversificare i consolidati punti di vista e interpretazioni più personali del noto personaggio.

Tre passi nel delirio – che riprende sia il titolo che la struttura del noto film horror del 1968, diviso appunto in tre episodi diretti da registi come Federico Fellini, Louis Malle e Roger Vadimsi presenta sin da subito come un numero volutamente sperimentale.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Il volume si apre con “Sir Bone – Abiti su Misura” di Ausonia, nel quale Dylan, dopo aver ritrovato i suoi soliti indumenti consunti e addirittura putrescenti, viene accompagnato dall’inquietante signora Claretta al cospetto del sarto infernale che scopriamo confezionare i vestiti con cui conosciamo da sempre Dylan: camicia rossa, giacca nera, jeans e Clarks ai piedi.

In “Grick Grick” di Marco Galli, forse l’episodio più inquietante dell’albo, Dylan e la sua nuova compagna e convivente Genny, si ritrovano a dover dividere la casa con un grosso e misterioso Demone obeso (o un Angelo custode?), il cui continuo e insopportabile digrignare di denti rende presto la situazione domestica difficile.

In “Claustrophobia”, ultimo atto di questo Color Fest, Aka B inscena un lungo monologo di Dylan, che, dopo essersi trovato misteriosamente rinchiuso in un costruzione quadrata aperta solo nella parte superiore, deve venire a patti con i suoi demoni interiori.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Ausonia prende in esame la figura di Dylan statica nel tempo, incapace di evolversi e ancorato a quelle catene narrative che da tanti anni ormai lo contraddistinguono, usando come metafora l’uniforme eterna di Dylan, carne della sua carne, impronta indelebile nel bene e nel male. Un Dylan insicuro, confuso e che si domanda se davvero valga la pena di continuare così. Ausonia pone l’accento su uno dei tratti più riconoscibili di Dylan, ossia i suoi vestiti, per far capire quanto siano radicate certe caratteristiche, che sono nello stesso tempo la forza e le debolezze del personaggio. Forse l’episodio dalla costruzione più canonica, ma originale e ben raccontato.

Kazzemberg costruisce l’episodio più ermetico e dal timbro horror più canonico. Qui emerge il Dylan più empatico e umano, amico dei deboli e contro i soprusi, ma che spesso non riconosce il pericolo a lui più vicino. Un Dylan ingenuo, incapace, soggiogato dalla bellezza e dalla sua infinita ricerca dell’amore impossibile, mentre il probabile villain assurge a martire e suo nuovo protetto. Una racconto che riassume alcuni dei cliché più abusati nelle storie di Dyd, filtrati però da una potente visione onirica e surreale che rende il racconto di Galli un’esperienza unica e ansiogena, che fa del non detto il suo punto di forza.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Aka B imprigiona il protagonista, da sempre ossessivo e fobico, tra le quattro mura di una sorta di pozzo che non gli permettono di fuggire alle sue mancanze (narrative) e ai suoi insuccessi, costringendolo così a confrontarsi con i suoi fantasmi e le sue ormai labili barriere mentali; un passo necessario prima di ripartire. Il racconto di Akab, pur rimanendo su eccellenti livelli, è forse quello che “delude” di più. Da un autore del suo calibro ci aspetta sempre tanto, sempre un di più  e, probabilmente, la storia risulta ben poco sopra le righe, troppo semplice per sorprendere realmente. Se rimane indubbia la bravura di Di Benedetto nel condurre dialoghi e parole, di contro l’artista si sofferma troppo sull’ennesima ricerca delle debolezze di Dylan, dove forse sarebbe stato più intrigante costruire una storia diversa.

Davvero convincente e personale la parte grafica dei tre racconti. Si passa dalla deframmentazione grafica/psicologica di Akab – che mantiene la visuale quasi costantemente sul volto sofferente e spaesato di Dyd, reso in maniera ancora più dura dal suo tratto netto – al Dylan più carnale di Ausonia, dal tratto denso e dai colori pregni e pesanti (i quali soffrono leggermente il nuovo tipo di carta che li restituisce troppo scuri), con un interessante effetto di tessitura in sottofondo che ricorda quello usato nella sua graphic novel ABC edita dalla Coconino Press. capace di fare percepire quell’aurea malsana e triste che permea la storia. O ancora lo stupendo Dylan etereo ed efebo dall’aria sempre spaurita e indecisa di Marco Galli, autore di un episodio che si segnala per la grande regia cinematografica e per l’ottima conduzione delle tavole, dove ogni nero, ogni vignetta sembra poter nascondere un pericolo impensato. Da citare inoltre la stupenda ed evocativa copertina realizzata dal bravo , nuova giovane scommessa di Roberto Recchioni.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Quello che sembra accomunare i tre racconti è una sorta di riflessione che gli autori coinvolti conducono sulla figura del protagonista, andando a esaminare quelle caratteristiche che hanno contribuito a renderlo famoso, ma portandolo anche quella crisi personale/narrativa che il personaggio sembra soffrire da diverso tempo. Pur nella bontà delle tre storie questa continua analisi del personaggio sta diventando la vera condanna di Dyd, non più protagonista ma elemento da vivisezione, a volte fatta in maniera troppo esplicita.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan
Quello che davvero necessita questo character sono le storie, come fa capire Aka B nel suo racconto. Il volume ci restituisce un Dylan fragile, dubbioso e frastornato, conscio delle sue difficoltà ma pronto ad affrontarle per ricominciare ancora una volta. Un nuovo inizio che è doveroso far coincidere con un maggior sperimentalismo, nuove strade e nuove direzioni, che, da quanto mostrato da questo volume, possono coesistere in modo convincente con il personaggio. Perché innanzitutto Dylan, molto più di altri personaggi Bonelli, è una maschera capace di interpretare più ruoli, adattarsi a più generi, nuovi tipologie di storie e, soprattutto, a buone storie, quelle che probabilmente tante volte sono mancate.

Dopo trent’anni di onorata carriera sembra giunto il momento di accostare alla serie classica, che tanto piace ai lettori più tradizionalisti (e a quelli integralisti) del personaggio, una serie d’iniziative collaterali che coinvolgano autori fuori dal coro come quelli di questo ben riuscito Color Fest, che dimostra quanto menti e correnti di pensiero diverse possono dare e portare al protagonista.

Dylan Dog Color Fest #16: nella mente di Dylan

Seppur con le citate piccole mancanze, Tre passi nel delirio si segnala come ottimo albo di Dylan Dog, forse non per tutti e che a tanti non piacerà, ma da leggere assolutamente per capire dove questo grande personaggio può ancora arrivare.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog Color Fest #16 – Tre passi nel delirio
Ausonia, Marco Galli, Akab
, febbraio 2016
96 pagine, brossurato, colori – € 4,50
ISNN: 9771971947007-60016

1 Commento

1 Commento

  1. Andrea

    16 febbraio 2016 a 23:01

    Salve, penso che questo Color Fest “sperimentale” sia molto ben riuscito.
    Personalmente non mi è piaciuta la storia di Dylan nel pozzo… ma forse perché la chiave di lettura non l’ho colta… ottima la copertina di Arturo Lauria che spero di veder presto nella serie regolare o ancora meglio in qualche speciale dedicato alla saga “futuristica” del Pianeta dei Morti.

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