Dylan Dog #380: falsi innocenti e veri colpevoli

Dylan Dog #380: falsi innocenti e veri colpevoli
Paola Barbato e Franco Saudelli danno vita a un albo dalle premesse accattivanti, che rimette in gioco i nuovi equilibri raggiunti da Dylan Dog,e che gioca con la continuity del personaggio inserendo novità, ritorni di vecchi personaggi e una trama imperfetta ma piacevole.

Dylan Dog #380: falsi innocenti e veri colpevoliSi apre in maniera molto interessante la nuova storia di scritta da per i disegni del maestro Franco Saudelli, con dialoghi secchi ed efficaci, rapidità narrativa, coralità, azione incalzante e il ritorno di un personaggio sparito da anni.

Ma a convincere sono soprattutto il buon uso dei nuovi comprimari unito a premesse intriganti che mettono in gioco gli equilibri raggiunti dalla serie; elementi che subito fanno pensare che il racconto avrebbe meritato di essere tra quelli che hanno dato il via alla fase di rinnovamento del personaggio, iniziata invece da tempo.

L’inchiesta aperta a carico dell’ex ispettore Bloch – accusato di aver fornito ogni tipo di aiuto e informazioni riservate al suo pupillo Dylan dopo la sua uscita dalla polizia – e che vede lo stesso Dylan comparirvi prima come riluttante testimone e poi come accusato quando un misterioso avvelenatore – che però potrebbe addirittura essere lui – inizia ad attentare alla vita di diverse persone tra le quali l’ispettore Carpenter, appare infatti come un buon elemento narrativo e una valida dimostrazione dei possibili cambiamenti derivati dalla nuova fase del personaggio.

Bloch ora è “retrocesso” al grado di pensionato e quindi potenziale vittima di indagini sulla sua carriera, Dylan è stato privato della protezione offerta dal suo amico e dei suoi agganci in polizia, e ci sono nuovi personaggi desiderosi di mettere in luce i rapporti tra i due: questo numero offre dunque molti degli elementi chiave che sarebbero serviti – e in parte sono stati usati – per definire il nuovo status quo e a dare vigore narrativo a una continuità che stenta a decollare. Sembra dunque un peccato che questa storia appaia solo adesso, sebbene proseguendone la lettura appare subito chiaro che gli obiettivi dell’albo non sono quelli che parevano essere, e comunque diversi da quelli necessari a una storia di apertura.

Due cose vanno subito dette: che questa storia fa nettamente parte della nuova continuity introdotta dalla gestione Recchioni, e che l’orrore è quasi del tutto assente dalle sue pagine. Il racconto è infatti un police procedural, che oltre a Dylan vede al centro di tutto un Carpenter e una Raina finalmente padroni della scena. Ricompare anche l’ambiguo ispettore Gorman, personaggio dalle fattezze di Simon Pegg che fu introdotto dalla Barbato stessa nel numero 292 della collana, e che avrebbe dovuto sostituire Bloch in una minisaga interna alla serie che però non vide mai la luce. Gorman ritorna ora, rivisto alla luce dei nuovi cambiamenti, sfruttato in un modo che sembra coerente e promettente, e la sua reintroduzione è sicuramente un punto a vantaggio della continuità.

Riguardo alla storia presa in se stessa, è facile riconoscere al suo interno una delle anime di Paola Barbato, sceneggiatrice di talento che di tanto in tanto si allontana dai confini dell’orrore tipico di Dylan Dog per approdare con buon successo – come nei suoi romanzi – a soggetti di stampo investigativo.
Anche in questo caso la sua impronta è palese, rintracciabile in un impianto narrativo che parte in medias res sfoderando subito tutte le sue carte; una tragicommedia che mette in gioco tutti i personaggi coinvolti, e costruisce un castello di carte dall’impianto ricchissimo e dalla costruzione sfaccettata e coinvolgente.

Il lettore è catapultato nel mezzo dell’azione con la massima chiarezza, sorgono dilemmi interessanti, appaiono misteri apparentemente insolubili, vengono svelati segreti inattesi e in generale le prime tavole sembrano promettere grandi sviluppi. E per quanto non sia una novità il vedere Dylan dietro le sbarre, la trama è raccontata in maniera valida, senza che si percepisca un senso di deja vu. Peccato solo che a premesse tanto ambiziose e ben sfruttate e a un racconto tanto interessante non segua uno sviluppo sempre logico e inattaccabile.

Infatti, esaurito il momento della presentazione della storia e quando invece bisogna sviluppare, spiegare o portare a compimento gli elementi messi in gioco, la costruzione inizia via via a mostrare qualche crepa; e il castello di carte – pur con tutte le attenuanti del caso – comincia a indebolirsi e a crollare.

Dylan Dog #380: falsi innocenti e veri colpevoliOttima l’idea delle indagini intentate contro Bloch per l’appoggio dato a Dylan durante gli anni della loro conoscenza: in un altro contesto avrebbe potuto anche essere usato come spunto per una storia da anniversario, o comunque per imporre una riflessione matura sul rapporto tra i due dall’inizio della serie. Qui invece, pur rimanendo efficace, lo spunto rimane un elemento di sfondo, più identificabile come un semplice pretesto narrativo, con forse l’unico vantaggio di essere utile per chiarire i rapporti tra il vecchio Block e il suo successore.

Buono anche l’uso che viene fatto di Carpenter e Raina, che assumono un aspetto più umano e dei quali veniamo a conoscere meglio la storia, nonché lati della personalità prima celati. Non tutto era come i lettori si immaginavano, in alcuni casi la prospettiva viene letteralmente ribaltata, ai due viene dato maggior spessore e alcuni preconcetti riguardo le loro idee vengono fatti sparire. Forse però in modo a tratti esagerato: se Carpenter in fondo sembra guadagnarci in caratterizzazione, Raina compie invece una giravolta  imprevista e non priva di punti interessanti, ma forse eccessiva.

Stupisce soprattutto il fatto che sia pronta a scagliarsi con assoluta rabbia contro Dylan, che pure nei mesi precedenti aveva iniziato a conoscere e del quale aveva forse imparato a fidarsi: per quanto resa furiosa da ciò che sta accadendo, e dunque privata di razionalità, Raina dimostra improvvisamente un odio e una diffidenza totali nei confronti della persona con la quale fino a poche storie prima andava d’accordo al punto da aiutarla, quasi come se stesse tentando per mano dei suoi autori di rifuggire dallo stereotipo nel quale i lettori parevano averla inquadrata. Rimane comunque da sottolineare una definizione particolarmente azzeccata di Dylan che lei gli offre: un uomo che dice di avere paura di tutto, ma che in realtà non ha paura di niente. Soprattutto, a quanto pare, dell’autorità.

Riguardo il plot, come anticipato, destano perplessità alcune scelte narrative come l’uso di scorciatoie, di non detti o di deus ex machina nella forma di personaggi che spuntano dal nulla proprio quando c’è bisogno di qualcuno che svolga un certo compito; ma è soprattutto l’indagine, basata su prove indiziarie sempre più improbabili, a far storcere il naso. Così come il fatto che il misterioso e imprendibile avvelenatore a un certo punto riesca a intossicare praticamente chiunque e ovunque senza lasciare tracce, agendo sempre nei modi e nei tempi più comodi per lui. E alla fine, come a volte accade in questo genere di storie, e viste le rivelazioni dell’ultimo minuto, ci si chiede come mai  si prenda tutto questo disturbo, inneschi piani complicati basati su coincidenze improbabili, quando poteva semplicemente eliminare fin dall’inizio i suoi avversari.
Alcune intuizioni potrebbero fornire a tutti questi eventi una spiegazione più o meno logica, ma dato che in nessun punto la storia aiuta il lettore a confermarle o a smentirle, lasciano il tempo che trovano, risultando valide come mille possibili altre.

Rimane comunque ben congegnato l’epilogo, nel quale una spiegazione fin troppo classica e “alla Dylan Dog” viene ribaltata a favore di uno scenario più acuto, più inquietante e più coerente – anche se forse non meno illogico di quelli precedenti – e che soprattutto sembra prevedere un futuro oscuro per Raina. Finale piacevole, che alza di qualche centimetro l’asticella della qualità generale del racconto.

Riguardo ai disegni, è immancabile e palese il talento di Saudelli, che sebbene più a suo agio con altre “gabbie” fumettistiche riesce comunque a districarsi bene in quella bonelliana. Il suo stile personalissimo e immediatamente riconoscibile è sempre piacevole da guardare, serio ma con un accenno di ironia che non guasta nelle pagine dell’Indagatore dell’incubo, e sempre efficace lì dove riesce a esprimersi con poche linee, con una stilizzazione maturata durante gli anni di carriera e davvero ben sviluppata.

Peccato che col proseguire delle pagine tale segno mostri a tratti segnali di stanchezza, facendosi a volte impreciso e piatto, incerto in alcune anatomie o troppo rapido nell’imbastire alcune scene. Sebbene non corra mai il rischio di diventare confuso, e sia sempre piacevole da vedere e al servizio della chiarezza e della storia, l’apparato artistico non risulta dunque una prova particolarmente memorabile.

Dylan Dog #380: falsi innocenti e veri colpevoli

Quando si recensiscono fumetti italiani appartenenti a serie di impianto classico come quelle Bonelli, che aderiscono per loro natura all’obbligo di essere quanto più possibile autoconclusive e complete a ogni uscita ma che contemporaneamente dichiarano di far parte di una continuity, avere dei dubbi è inevitabile. Quelli che sembrerebbero difetti, semplificazioni o errori in realtà potrebbero certamente essere tali, ma anche scelte obbligate di uno sceneggiatore che si sente costretto a non lasciare spunti incompiuti all’interno delle 98 pagine ricorrendo anche a scelte azzardate, oppure ancora avere un senso in vista di albi successivi.

A peggiorare le cose esiste anche il fatto che una “blanda” continuity come quella della serie in questione è significato spesso avere storie che troveranno un seguito solo a molti mesi di distanza – se non anni – dalle precedenti, di fatto smorzando l’effetto di un simile modello di racconto. Nel caso del numero di questo mese ci troviamo proprio in tale situazione; per cui – in attesa che in futuro gli autori chiudano alcune delle porte volutamente lasciate aperte – possiamo per ora semplicemente ribadire che il loro lavoro è risultato efficace, interessante, promettente, ben dialogato, dalle valide premesse, e che rimane godibile a patto di non approfondirne troppo lo schema o soffermarsi su alcune forzature logiche.

Non un soggetto immancabile o particolarmente memorabile, con una trama che si fa via via più confusa e illogica, Nessuno è innocente trova i suoi maggiori punti di forza soprattutto lì dove porta avanti i nuovi elementi introdotti nella revisione di Dylan Dog, rivelandosi infine un lavoro onesto e piacevole.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #380 – Nessuno è innocente
Paola Barbato,
, aprile 2018
96 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,50 €
ISBN: 9771121580019

2 Commenti

2 Comments

  1. Franco

    16 maggio 2018 a 14:06

    come va dylan dog? è vero che è sceso sotto le 70.000?

    • la redazione

      la redazione

      17 maggio 2018 a 09:45

      Non ci sono dati ufficiali forniti da Bonelli, quindi evitiamo di fare numeri di dubbia provenienza. Sicuramente l’editoria tutta, a fumetti e non, ha subito un grosso calo anno dopo anno. Gli editori sono chiamati a fare i conti prima di tutto con un’erosione strutturale dei lettori. Un problema che riguarda società, cultura, istruzione…
      Quando a Dyd in dettaglio, pensiamo che al di là delle cifre goda ancora di buona salute editoriale.

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