Il dolore della crescita: intervista ad Alberto Corradi

Passato colpevolmente sotto traccia, il 2007 ha visto l'uscita del lavoro piu' maturo e piu' viscerale di Alberto Corradi: Smilodonte. Un fumetto autobiografico che, attraverso simboli potenti ed evocativi, racconta...
Articolo aggiornato il 23/05/2015

Il dolore della crescita: intervista ad Alberto CorradiQuando hai cominciato a pensare alla storia per Smilodonte? Quanto hai impiegato per scriverla e disegnarla?
Smilodonte è qualcosa maturato col tempo, un frammento di un insieme più grande che sentivo di dover raccontare. La sua elaborazione mi è costata quattro anni di lavoro, concentrati per una serie di combinazioni ed esigenze nel periodo che più odio dell’anno, l’estate. è stata forse questa sofferenza fisica, il caldo, dover sudare, letteralmente, su ogni singolo segno, che mi ha permesso di focalizzare maggiormente il senso implicito ad ogni immagine nel mentre che disegnavo.

Mi sembra che questo sia il tuo fumetto più ambizioso per tematiche e per narrazione. È un gradino della tua carriera che senti effettivamente importante, che hai voluto fare per tracciare un punto, o è solo una naturale evoluzione lungo la tua ricerca artistica personale?
Entrambe le cose, è qualcosa che non poteva non giungere ma che non rappresenta un punto fermo. Sto già disegnando un nuovo libro dal titolo Gli occhi del tempo, sempre orientato verso forme di ricerca del linguaggio come già Smilodonte. Ma allo stesso tempo Smilodonte è così importante che per certi versi fatico a lasciarmelo alle spalle, mentalmente come fisicamente.

L’Alberto protagonista di Smilodonte, è lo stesso ? Quanto c’é di reale, di vissuto nel racconto, nell’episodio scatenante del dente e nel resto?
Sono decisamente io. Nella mia vita è difficile scindere la visione dalla “realtà,” che per me è stratificata a più livelli e quindi passibile di continue alterazioni determinate dal pensiero dei singoli individui che la vivono. Ad ogni modo l’episodio del dente è vero, come quello dello scheletro. Per ricreare l’atmosfera necessaria mi sono calato in una condizione di ricordo del mio passato, poi interfacciato con tutte le letture e i rimandi del periodo. Smilodonte è quindi un ibrido il cui DNA ormai è geneticamente fuso alla narrazione. Ma in fondo a tutto ci sono sempre io e la mia vita, dalla collezione di insetti a quella di fossili e armi preistoriche.

Un sentimento molto forte che avvertiamo nella prima parte del volume è il senso di solitudine di un bambino, che si rifugia nei cartoni, nei giochi e nelle sue collezioni per sfuggirvi. Un tema delicato; si tende a non pensare a quanto un bambino possa sentirsi solo, possa perdersi in un mondo esposto a lui come un gigantesco supermercato, senza la presenza forte dei genitori. Forse noi siamo la prima generazione ad aver avvertito questo disagio, ad aver avvertito bisogni superiori a quelli reali, indotti dalla pubblicità.
In realtà a Verona negli anni Settanta e Ottanta le cose scorrevano sulla pelle di tutti apparentemente con indifferenza, dato che l’indifferenza è il denominatore comune della mia città. Una forma di violenta apatia che tocca ogni livello del sociale e che affoga le sue radici in uno stacanovismo esasperato. Ci torno di rado, ma ogni volta resto colpito da come una città così bella viva sotto la pelle d’acciaio della produttività esasperata. Mi vengono in mente le parole di Fabrizio Bentivoglio nello splendido La lingua del Santo di Carlo Mazzacurati: “La mia città (Padova, sempre Veneto è…) fattura come l’intero Portogallo, ma se non hai soldi, non c’é nessuna pietà.” La tua domanda centra perfettamente il problema. Il problema è il super-mercato. Qualcosa che coinvolge la coscienza degli abitanti a ogni livello, e che lascia tutti soli, non solo i bambini, ma anche i genitori. Il ridente nordest, una smorfia che pare un sorriso, contratta come quello stampato sul volto dello psiconano. Considero i morti per tossicodipendenza degli anni ’80 un parto isterico di questa condizione, e Verona ne è stata la capitale Europea indiscussa, “la nuova Bangkok”, come la chiamavano sui giornali, finché il “primato” non ci è stato strappato dalla Edimburgo tossica celebrata in Trainspotting di Welsh. Una cosa pero’ ci differenziava dalle nuove generazioni: avevamo qualcosa su cui rivalerci, mondi in cui immergerci che non fossero (solo) quelli delle nuove droghe sintetiche a venire degli anni ’90. Un mondo di narrazioni, letture che ora rimbalzano sulla pelle di console della Mtv generation.

Il grido di rabbia di un bambino è un fumo nero, opprimente: cos’era per te la rabbia nella tua infanzia?
Più che rabbia è compulsione, un amalgama di elementi. In questi giorni ho appena finito di leggere il primo volume de Lo scontro quotidiano di Manu Larcenet, un lavoro davvero eccezionale che trovo abbia molti punti di contatto con la mia opera. Cito: “fino a quando non ho capito che la mia infanzia non era stata altro che un malinteso… e che, di quel malinteso, non c’era un vero e proprio responsabile“. Il fumo nero che fuoriesce dalla mia bocca è la visualizzazione di un dolore sordo, un interrogativo, o meglio, una serie di interrogativi, che mi sono trovato a fronteggiare e a cui non c’é stata una soluzione se non a livello catartico. In questo il personaggio di Larcenet differisce dal mio: lui per esorcizzare sente il bisogno di ricorrere a un analista, per me l’unica sorgente di risposte è l’io cosciente e subcosciente, l’innesco è nel potere di immagini e parole insite nei libri e in certi altri media.

Molti sono i riferimenti legati a libri, fumetti, che ti hanno segnato intimamente ancor prima che artisticamente. Per esempio Clive Barker, con il suo Apocalypse. A ripensarlo oggi, mi sembra di ricordarlo come un libro profondamente adolescenziale nei toni, nelle fantasie. Che ricordo ne hai?
All’inizio sono andato a memoria su tutti i testi. Quando li ho ripresi in mano, il rischio era di aver sbagliato i riferimenti e le citazioni, sudavo freddo alla ricerca delle parole che mi avevano ispirato. Ma le ho ritrovate tutte e soprattutto Barker, che da anni lavora alla ricreazione di un mondo magico personale ma basato sulla ibridazione e rielaborazione dei miti preesistenti era perfetto per la mia ricerca di un percorso magico istintuale all’interno di Smilodonte. Come è stato anche nella mia vita. La magia è un elemento portante del libro, anche a livello subliminale. Quello che emerge dalla sua opera è l’individualità dell’atto magico, che si traduce nella narrazione, nella sacralità della parola che si incarna nel segno, sia esso una lettera dell’alfabeto come un disegno che compone un romanzo grafico come Smilodonte.

Il dolore della crescita: intervista ad Alberto CorradiE ancora Burroughs, JG Ballard, Alan Moore… Quanto è stata importante per te la presenza di questi autori, i loro scritti, i loro romanzi e fumetti?
Come quando fai disordine e resti a contemplare il casino che hai fatto. Lanci le cose a caso ed esse si dispongono con una dinamica che esprime una propria consapevolezza. Una specie di arazzo mentale che prende forma. Da ragazzo ho letteralmente divorato l’opera di decine di autori, ed essa, le loro parole, si sono ordinate in un organismo coerente nel corso della mia crescita. A dire il vero a guidare tutto è stata la mia volontà, ma ho lasciato che essa agisse ad un livello del subconscio. Come una sottolineatura sotto la frase di un libro, che si associa con altre. Se non ci fossero stati i libri, probabilmente sarei impazzito. Tutto quadrava nella mia testa, leggevo Watchmen e percepivo dei riscontri, sapevo che seppure completamente a occhi chiusi, stavo andando nell’unica direzione che sentivo di poter scegliere. Recentemente in una intervista su Regno di Silenzio rilasciata a Vittore Baroni per la rivista Pulp, evidenziavo, stimolato da una sua domanda, il concetto che i testi sacri delle varie religioni non sono altro che colossali contenitori di storie, a dimostrazione che i narratori posso assumere una valenza profetica al punto da iniziare una religione. Cosa a cui sono tecnicamente contro. Preferisco di gran lunga i culti interiori, corpi come templi e la mente come altare sacrificale. I miei personali “profeti” sono tutti ringraziati nella dedica alla fine di Smilodonte.

Oggi la lettura sembra perdere terreno rispetto a TV, internet o videogame. È solo un diverso modo di acquisire stimoli, o credi che effettivamente la letteratura riesca a dare qualcosa di più, di diverso?
La letteratura è un pericolo per il mondo della comunicazione odierna. La meccanizzazione dell’io-pensiero è ormai giunta a dei livelli sovrumani. Siamo diventati degli uomini terminale, lo schermo invade la nostra percezione ogni attimo, se non è una tv è un computer, lo screen di un ipod, di un palmare, gli schermi nelle stazioni, negli aereoporti, sugli aerei. Viaggio spesso ma non tengo un diario, più che altro un archivio mentale che poi riverso nei miei fumetti, testi o sul mio blog ossario. Ultimamente mentre viaggio cerco di appuntare qualcosa su una piccola moleskine, ma è un po’ faticoso, tanti pezzi, difficili da mettere insieme in un unico stream of consciousness, le cose devono stare a fermentare, fissarle subito su carta, in testo o immagine, significa un po’ sputtanarle a mio avviso. Un po’ tradirsi, come aprire la bocca a sproposito. è terribile rendersi conto ogni volta della fatica che ormai provo a scrivere con le mani e non con una tastiera. Ci stiamo disadattando, le mani, gli occhi, tutto.
La letteratura è un media per me imprescindibile, ma per i tempi odierni richiede uno sforzo tanto e tale che solo poche persone davvero riescono nell’intento.

Smilodonte è un fumetto fatto di rapide e inquietanti incursioni nel fantastico e nella fantasia, che invade la realtà e la percezione di un ragazzo. Quanto era sottile il confine per te? Quali erano le “porte” per passare dal reale al fantastico?
Sin da piccolo sono preda di allucinazioni a occhi aperti, déjà vu e via dicendo. Quando cammino faccio una fatica tremenda a focalizzare ciò che mi circonda, tutto ha caratteri indistinti. Non a caso se qualcuno mi incrocia per strada facilmente dovrà chiamarmi o gesticolare per richiamare la mia attenzione, sono come dentro una bolla, preda di perenne distrazione. Quindi posso dire che non ci sia mai stato un confine, se non quello posto dal mio organismo, una sottile membrana. Prima ancora delle letture, delle immagini, di tutte le informazioni che popolano il mondo avevo strutturato una mia “seconda vista.” Il mondo fantastico degli scrittori, disegnatori, musicisti che ho amato sin dall’infanzia si è integrato, sovrapponendo visione a visione.

I disegni, raccontare con i fumetti, era un rifugio, una fuga o cos’altro?
Era più che altro una forma di catarsi. Avevo un compagno alle medie apparentemente molto portato per il fumetto, ma che in realtà aveva memorizzato gli “stilemi grafici” dei personaggi in particolare di Wizard of Id, BC, Beetle Bailey, Croc, che io già adoravo. Riusciva a replicarli molto bene e mi fu di grande aiuto per comprendere che c’erano approcci diversi al linguaggio. Putroppo lui si limito’ quasi sempre e solo al disegno, e quasi mai al fumetto. Quello che mi colpì era che lui non si rendeva conto di avere a disposizione un mezzo espressivo, un modo per dare una forma ai suoi pensieri reconditi. Io ne avevo assolutamente bisogno, le scuole dell’obbligo, specialmente le medie non sono state gradevoli, molte cose in quel periodo non lo sono state. Ma tutto a suo modo serve se visto dalla “giusta” prospettiva, senno’ non sarei qui a rispondere alle tue domande.

In una vignetta l’Alberto del fumetto grida alla madre “IO NON CI SONO, IO NON ESISTO”. Quali sentimenti, quali sensazioni, quali desideri si nascondevano dietro questo grido?
In realtà non sto gridando, solo parlando. E non sono frasi dirette a qualcuno, solo una affermazione. Non esiste una violenza tra le persone nel libro ma solo la violenza vissuta a livello emotivo interiore dal protagonista. Una incapacità ad esprimersi che si traduce in una pressione terribile che poi prende forma nella nuvola di fumo nero di cui sopra.

In una scena il telefono diventa un elemento inquietante, quasi un simbolo di un’ansia profonda. Cosa vuoi rappresentare con questo?
All’apparenza si tratta di un legame con il mondo esterno, ma in realtà esprime la condizione di isolamento e poi di autoisolamento che mi ritrovavo a vivere. Alla fine diviene una comunicazione a circuito chiuso. Passavo ore, di domenica a casa da solo nel tentativo di studiare, in attesa che il telefono squillasse. Alle volte digitavo un numero, lo lasciavo squillare, certo che nessuno avrebbe risposto. Poi, quando qualcuno sollevava la cornetta all’altro capo, riagganciavo.

Il racconto è pieno di simbologie, come il tempio di ossa nel finale, il teschio dell’animale… Da dove nasce questa attenzione verso l’astrazione dei concetti, la ricerca dell’iconografia?
Penso sia sempre stata insita in me. Quando scrivo il mio pensiero si dipana lineare, mentre la mia esposizione verbale è spesso labirintica, ho sempre avuto un interesse forte per tutto quello che è implicito piuttosto che esplicito, per ciò che è passibile di interpretazione piuttosto che chiaro e lampante. C’é una matrice arcana che alberga in ogni parte del corpo, un mistero celato in ogni anfratto del passato dell’umanità. I simboli sono i guardiani dell’alba di una era antica, dove il mondo era accettato sia nella sua matrice sovrannaturale come terrena senza frapporre nel mentre banalità quali il divino, concetto su cui per assurdo si basa tutta la concezione del “reale” attuale.

“È il senso che si dà a ogni passo che cambia le cose” Quanto è stata dura prender coscienza di questo?
Come respirare, in un certo senso. Come la prima boccata d’aria con cui appena nati ci si riempie i polmoni. Fa male.

Nella dedica finale scrivi: “A mio padre, che un giorno mi disse ‘I libri sono i migliori amici dei ragazzì, e non seppe cosa mise in moto”. Durante la lettura, si avverte una certa distanza dai genitori, quella difficoltà di comunicazione tipica dell’adolescenza. Pero’ al contempo questa dedica sembra un gesto di rappacificazione.
Ti rimando nuovamente alle parole di Larcenet a cui mi sono riallacciato prima: diciamo che nella crescita sono giunto a una non-concezione della famiglia, a un’affermazione del singolo individuo piuttosto che dell’impasto nucleare. Il senso di assenza che permea il mio rapporto con Verona inevitabilmente nel corso del tempo si è riflesso anche sulla mia idea di famiglia: una città che afferma valori in cui non mi sono mai rispecchiato, valori di cui si fanno portavoce anche tanti familiari. Ho vissuto la mia infanzia e adolescenza in modo sofferente, ho cominciato a focalizzare quando avevo già lasciato casa: fare ritorno a Verona è sempre traumatico, ma mi serve a rapportarmi con rinnovato vigore al resto del mondo che non c’é (stando a Shakespeare) al di fuori delle mura cittadine. Ricordarmi che, come cittadino del mondo che non c’é, io non esisto, e il mio silenzio è nero come un urlo stagnante nella strozza di un bimbo incazzato.

Riferimenti:
Alberto Corradi, il blog: ossario.blogspot.com
Alberto Corradi su MySpace: www.myspace.com/stanzaobscura
Alberto Corradi in Mostro e Morto: mostroemorto.blogspot.com
Black Velvet Editrice: www.blackvelveteditrice.com

Clicca per commentare

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inizio