Zanardi: il rivoluzionario contro la rivoluzione, il ribelle dei ribelli

Zanardi: il rivoluzionario contro la rivoluzione, il ribelle dei ribelli

Andrea Pazienza il genio. Andrea pazienza il narratore. Andrea Pazienza l’artista. Andrea Pazienza il rivoluzionario. Andrea Pazienza, molteplice e uno, tra le più grandi personalità dell’universo culturale italiano. Andrea Pazienza è morto nel 1988, a 32 anni, probabilmente di overdose. Andrea Pazienza è un rompicapo, un cubo di Rubik, un intero cosmo troppo difficile da decifrare.

Lui disegna, scrive, scarabocchia fin da quando è nato, o almeno così dice, e nel 1977 pubblica il suo primo capolavoro “Le Straordinarie avventure di Pentothal”. Nel 1981 il protagonista della sua nuova opera, pubblicata sulla rivista culturale “Frigidaire”, è il biondo dal naso arcuato chiamato Massimo Zanardi. Massimo Zanardi è uno studente bolognese che frequenta l’ultimo anno di liceo : snello, furbo, malvagio. Ha solo due amici, o meglio due spalle, Colasanti e Petrilli, il primo bellissimo e sadico, il secondo buffo e ingenuo. Per capire Massimo Zanardi bisogna capire, almeno in parte, Andrea Pazienza e soprattutto chi era Andrea mentre scriveva di Zanardi.

Nel 1981 Pazienza è un ex marxista-leninista deluso dal fallimento del movimento studentesco del ’77, un nichilista disilluso che non ha più fiducia in niente. E così è Zanardi, creatura gelida e rapace, predatore velenoso. Le avventure di Zanardi si districano attraverso stupri, pestaggi, droghe e quant’altro. Il biondo farebbe qualsiasi cosa servisse per autodistruggersi e per distruggere quello che ha intorno, tutto ciò che lo circonda. A tratti, Zanna (per gli amici) ricorda Alexander DeLarge, l’egocentrico protagonista di “Arancia Meccanica”, film cult di Stanley Kubrick. Zanardi però è meno barocco, meno dandy ma più punk, è un chiaro esponente della Bologna dei primi anni ’80 della rivoluzione fallita.

In Zanardi la vita non vale nulla, personaggi muoiono e rinascono in maniera brutale, perché valgono molto di più i soldi e la droga (per i quali Zanna si danna), senza i quali non si può vivere in un universo dominato dall’estremo nichilismo. E’ come se Zanardi cercasse la distruzione per sopravvivere. Come se in un mondo come il suo, disilluso e spietato, freddo e ruvido, la violenza fosse l’unico modo per continuare ad esistere. In quel mondo questo è l’unico modo di vivere possibile per uno come Zanna. Per Zanardi non esistono regole.

Egli è il dio della discordia che raggiunge attraverso la violenza il suo riscatto, il riscatto di una generazione. A differenza di altri in Zanardi io non vedo l’annullamento delle emozioni ma (vedo) dei sentimenti ben precisi. Zanardi è arido ma non anaffettivo, vive in una sfera emozionale propria e unica. E’ nell’anarchia e nella violenza (non solo fisica) che Zanardi riempie il proprio vuoto. Lui è un liceale che ha già scavato il mondo e in fondo ha trovato solo disincanto.

Come scrisse Gino Castaldo “La sua cattiveria è una risposta all’insopprimibile ingiustizia del mondo”. Zanardi è il simbolo di una ribellione a una realtà cristallizzata, ostile e immutabile. E’ il vessillo della lotta al perbenismo. Zanardi è il rivoluzionario contro la rivoluzione, è l’incendiario che riduce in fiamme il mondo. Zanardi ha bisogno della violenza, lo fa sentire vivo, è l’unico binario che ha trovato per percorrere questo mondo.

Così la storia di Zanardi finisce nel 1988 dentro un fast food : ma il biondo dal naso arcuato vive dentro di noi, infinito ed immutabile, il ribelle dei ribelli, e osserva ancora il mondo immobile e la rivoluzione fallita, oramai conscio che nessuna rivoluzione avrà mai un esito positivo e che nessun potere sarà mai buono.