Daredevil Born Again: una parabola cristiana

Daredevil Born Again: una parabola cristiana

Nel 1981 la Marvel affida a Frank Miller (solo 24 anni) la testata intitolata “Daredevil” per rivitalizzare un personaggio morente. Probabilmente nessuno, neanche i più grandi ottimisti, avrebbero potuto immaginare cosa avrebbe fatto Miller con il personaggio né chi sarebbe divenuto da lì a dieci anni. La “Saga di Elektra” fu già uno sconcertante esplosivo di stile, ritmo e introspezione ma Miller decise di lasciare la testata due anni dopo, nel 1983. Il ritorno del fumettista del Maryland nel 1986 però lasciò tutti a bocca aperta: Frank Miller, coadiuvato ai disegni da un grandissimo David Mazzucchelli, genera uno dei capolavori della storia dei comics americani: “Born Again”.

Parlare oggi delle influenze pulp, noir e hard boiled di Frank Miller sarebbe superfluo, quindi non perderemo tempo. Miller trattò senza remore e in modo lucido ed esplicito argomenti come la pornografia e la droga, accompagnato dall’energia delle matite di Mazzucchelli e dall’esplosività dei suoi colori forti capaci di colpire con impeto gli occhi e le corde emozionali dei lettori.

Miller prende tra le mani un personaggio con una vita editoriale non esattamente brillante, lo plasma, lo rende fragile e addolorato, sensibile, solo e solitario. Lo lascia macerare per qualche anno e poi torna, decidendo che è giunto il momento per Matt Murdock di affrontare il suo viaggio catartico. Questo racconta “Born Again”, un lungo itinere di purificazione, nel quale un uomo distrutto va alla caccia di se stesso. A differenza di altri grandi autori di quegli anni come il sempreverde Alan Moore, Miller decide di non abbandonare la natura supereroistica pura della sua storia, di non setacciare forzatamente dei lati nascosti o dimenticati del suo personaggio dimenticandosi di essere sulla testata di un uomo che indossa una calzamaglia rossa. Frank decide di gettare il supereroe in una fornace mistica per donargli una dimensione quasi mitica (come Joyce fece con i personaggi del suo “Ulisse”), per posizionarlo in una chiara parabola religiosa. Il viaggio dell’avvocato cieco inizia “in medias res”, in una situazione già avviata: il diavolo di Hell’s Kitchen si ritrova a dover affrontare un difficile viaggio, materiale e metaforico, attraverso il suo passato e la sua mente confusa. Il Devil di Miller è chiuso in una scatola, sembra senza via d’uscita, costretto a vagare tra un susseguirsi di colpi sferrati e dosi di follia.

Con il cervello a pezzi, Murdock affronta la sua caduta negli Inferi, pronto a fare i conti con i propri demoni. Il primo capitolo della storia è infatti intitolato “Apocalisse” ed è il crollo di nervi del protagonista, l’inizio della lenta distruzione della sua vita, la genesi del piano perfetto del suo nemico giurato: Kingpin. Il secondo capitolo è intitolato “Purgatorio”, il che rende ancora più chiara la metafora voluta da Miller.

Il degrado psicofisico dell’eroe, la sua frustrazione, sono lo specchio della crocifissione di Cristo. Quello di Matt è il cammino, attraverso le pagine, di Gesù verso il Golgota, lì dove sarà torturato. Il terzo capitolo è intitolato “Paria!”, il nome dell’ultima casta del sistema sociale indiano. I paria sono considerati inferiori agli animali, esseri senz’anima e senza dignità. Sono coloro che non hanno nulla e proprio così, come un moderno San Francesco, Daredevil dovrà spogliarsi di ogni cosa, perdere persino la speranza, per divenire un uomo che non ha più nulla da perdere, un uomo senza paura.

Il culmine dell’iconografia cristiana è sicuramente tra la fine del terzo capitolo e l’inizio del quarto, intitolato “Rinascita”, in cui vediamo prima una riproposizione della “Pietà” di Michelangelo in cui Matt Murdock interpreta Cristo e sua madre, una suora, interpreta la Madonna. In seguito troviamo un rimando alla “Deposizione di Cristo”, con l’avvocato cieco steso sul letto, vittima delle angherie di chi ha voluto distruggergli la vita, esempio pulsante del dolore e del sacrificio dell’eroe. Nel capitolo intitolato “Rinascita” Maggie, la suora che ha preso in cura Matt, piange come la Vergine Maria al capezzale del figlio morente, dentro un triangolo divino.

In “Salvezza” abbiamo la vera redenzione dell’eroe che, rinato, esce dalla propria tomba per sconfiggere se stesso, battere i suoi demoni, rinascere dalle proprie fiamme come un uomo nuovo, pronto ad affrontare un’America assassina e violenta. “Armageddon” è l’ultimo capitolo dell’opera, in cui Miller ci mostra il cadavere dell’America su una delle scrivanie del “Daily Bugle” e una delle migliori (e più interessanti) versioni di Captain America che siano mai apparse. Nell’ultimo atto la fiamma della distruzione si spegne, il fuoco muore e resta solo la cenere dalla quale Matt Murdock può rinascere come l’araba fenice. L’ultima distruzione, la fine, è allo stesso tempo un punto d’inizio. La run di Miller si chiude racchiudendo tanto potenziale: un Kingpin distrutto ma pronto a tornare all’attacco, un Daredevil rinato pronto ad affrontare la nuova vita, una Hell’s Kitchen da ricostruire.

“Daredevil: Born Again” è un’opera dinamica, dirompente, potentissima. Un dramma puro tra l’hard boiled ed il noir che non dimentica la matrice supereroistica ma la esalta. Un viaggio attraverso la mente dell’eroe e la società disagiata americana, attraverso la psiche e l’animo del supereroe.  Una storia di depressione, distruzione, sconfitta, degrado, fallimenti e tradimenti, fino alla rinascita. Un racconto di perdizione in cui il supereroe, il diavolo, si perde tra le fiamme poichè, come per tutti, perdersi è l’unico modo che ha per ritrovarsi.