Deadly Class e la Gioventù Reaganiana

Deadly Class è l’originale teen drama di Rick Remender e Wes Craig ambientato alla fine degli anni ‘80 che inaugura la collana Panini 100% HD.

Deadly Class e la Gioventù ReaganianaEsordisce in Italia Deadly Class, l’adrenalinica serie di e Wes Craig.
La storia è molto semplice: Marcus è un adolescente che ha perso tutto, compresi i suoi genitori, e si trova solo a vivere per strada come un senzatetto.
Odia ormai la vita, odia l’indifferenza del mondo, odia la solitudine, odia la sua condizione, ma soprattutto odia Ronald Reagan, l’uomo che ha permesso a una donna schizofrenica di essere tenuta fuori dalle strutture sanitarie, e di buttarsi dal ponte di San Francisco cadendo sopra i suoi genitori, e coinvolgendoli in una morte ai limiti del farsesco.
La rottura viene innescata da Saya che lo introduce nella scuola di Arti Letali Kings Dominion, in cui vengono educati i migliori assassini del pianeta.

La serie di cui Remender getta le basi in questo volume necessita quanto mai di una contestualizzazione temporale e ambientale. L’autore crea un universo narrativo collocato in una precisa fase storica, che impregna l’atmosfera generale di tutto il fumetto, e anzi ne è vero e proprio motore e ragion d’essere.

Com’è cresciuta la gioventù Reaganiana?

Deadly Class e la Gioventù ReaganianaRemender pone al centro della narrazione un’epoca, la fine degli anni ’80, che egli stesso ha vissuto in prima persona in età giovanile. L’opera è dunque una sorta di memoir mascherato, in cui l’autore (su sua stessa ammissione) parla di esperienze personali, romanzandole e condendole di fittizio.

Gli anni ’80 oltreoceano sono segnati dall’ingombrante presenza del presidente Ronald Reagan, e dell’affermarsi delle sue politiche neoliberiste.
Il neoliberismo deriva dal liberalismo di stampo classico, e consiste nell’inerzia dello Stato nei confronti dell’economia e della società in generale. Le politiche economiche sono volte alla totale liberalizzazione e autoregolazione dei mercati, e alla promozione dell’iniziativa economica personale senza alcun tipo di aiuto da parte dello Stato.
Uno Stato dunque poco presente, che ha guadagnato consensi proprio grazie ai tagli sulla pressione fiscale, da sempre accolta con grande piacere dalla pancia dei cittadini, che comportò un aumento della produzione e dell’occupazione. A questi tagli si affiancarono tuttavia delle riduzioni per le spese sociali e sanitarie del welfare (i tagli ai fondi delle strutture di sanità mentale descritti nell’opera ne sono un esempio) e l’abbassamento delle garanzie dei diritti sindacali sul lavoro; fecero inoltre da contraltare dei sostanziosi aumenti per la spesa in armamenti.
Insomma, lo Stato neoliberista ripone totale fiducia nell’iniziativa propulsiva del singolo, ma dimentica totalmente coloro che necessitano di aiuto e non sono autosufficienti. È una soluzione, potremmo dire, di stampo borghese, per quanto il termine abbia oggi ancora senso.

Deadly Class e la Gioventù ReaganianaMa il reaganismo, oltre a un insieme di politiche economiche, è anche uno stile di vita. Questa politica macroeconomica e macrocosmica, che premiava l’egoismo e l’iniziativa imprenditoriale, si riflette nei microcosmici legami sociali. Il clima globale statale influenzò dunque quello atomistico dei rapporti.
Reaganomics è prima di tutto un modo di pensare, una way of life che è stata a buon diritto ribattezzata edonismo reaganiano (1)  e che impregnò di sé tutta la cultura degli anni ‘80.
Il reaganismo è il contesto sociale in cui l’economia soffoca la politica, l’aspetto esteriore scavalca e sputa sopra l’essenza, l’individualismo soppianta il collettivismo.

Non a caso il ruolo di presidente degli Stati Uniti viene interpretato da un personaggio grottesco, incarnazione del dilagare dell’apparenza: Reagan era un ex attore, la cui miglior perfomance avvenne nel film Delitti senza Castigo, nel quale recitò la frase che lo rese celebre “dov’è il resto di me?”, dopo che gli fu amputata parte del corpo.
Ciò che conta è dunque l’aspetto esteriore, l’abbigliamento, i gesti, la loquela, l’affermazione personale economica che è di conseguenza anche affermazione sociale. Tutto ciò a cui un uomo aspirava era la costruzione meticolosa e l’alimentazione dell’immagine di sé: un promiscuo edonismo.

Simili politiche neoliberiste furono attuate inoltre in Inghilterra da Margaret Thatcher, e divennero più volte bersaglio della sanguinosa critica di Alan Moore in opere come V for Vendetta, Watchmen e soprattuto Sacco amniotico.
Nel frattempo, negli States fiorirono con qualche anno di ritardo rispetto al Regno Unito le subculture antisistema, reazioni rabbiose che sfociarono nella diffusione di alcuni generi musicali come il punk, anch’esso elemento fortemente presente in Deadly Class.
Una realtà politica e umana che venne intelligentemente colta e parodiata in diretta anche da Frank Miller proprio sul finire degli anni ’80 con il suo The Dark Knight Returns.

La ricetta di Remender

Rick Remender pesca a piene mani da questo contesto sociale che lo ha segnato profondamente, e lo restituisce incanalandolo in un’opera fresca, intrisa del carattere pop dell’epoca, che rende la lettura fortemente piacevole.
Deadly Class alterna fasi di matura introspezione e intimo flusso di coscienza a scene adrenaliniche e pulp di stampo tarantiniano, in una equilibrata mescolanza dinamica che ha come punto di forza le grandi doti di scrittura dell’autore.
Lo sceneggiatore confeziona un teen-drama ambientato in una scuola che somiglia in tutto e per tutto alla tipica high school americana.

Deadly Class e la Gioventù ReaganianaRemender sfrutta il parallelo brutale degli assassinii come maschera dell’adolescenza e della vita: dipinge una storia di ragazzi che non sanno cosa fare del loro futuro, vi lega genuini e giovanili intrecci sentimentali e li sviluppa nel tipico ambiente scolastico divenuto ormai quasi un cliché. Quell’ambiente in cui, proprio come accadeva su larga scala nella società, tutti cercavano di apparire: dall’abbigliamento, alla musica ascoltata, alla competizione. Tutti si mettevano in mostra per guadagnare popolarità, i poveracci venivano isolati e maltrattati, e gli “sfigati” fumavano spinelli relegati nel retro dell’istituto.
Dietro queste maschere dure si nascondono però ragazzi sensibili e in cerca di connessione con l’esterno, con enormi carenze affettive nei confronti delle figure genitoriali, pieni di paure, domande e speranze infrante.

Remender riesce a descrivere come pochi hanno saputo fare la traumatica e difficile condizione transitoria dell’adolescenza e a riportare il lettore a questa: in Deadly Class emergono nettamente il nichilismo giovanile e il sentimento di inadeguatezza, la rabbia e la voglia di distruggere e autodistruggersi, la ricerca di se stessi in un mondo che appare totalmente alieno e spaventoso, ma anche l’enorme e raro sentimento di chi, ancora non formatosi, respira genuinamente l’aria della libertà.
Marcus è un personaggio che funziona proprio per la sua semplicità. È un “eroe poveraccio” la cui grandezza è insita proprio nella capacità eroica di affrontare ogni giorno l’esistenza senza arrendersi. Un protagonista incazzato col mondo e con la vita, che commette in continuazione sbagli, alla ricerca del suo personale motivo di vita e crescita. È contrario allo status quo, ascolta musica alternativa, antepone e palesa i propri sentimenti e trascura l’apparenza a costo di sembrare debole, desidera degli amici come compagni d’avventura. La sua voglia di uccidere Ronald Reagan è paradigmatica della condizione di una generazione che non trovava mezzo di sfogo alternativo alla rabbia, sentimento pregnante di tutta la cultura punk. L’impulso distruttivo di Marcus è rivolta verso un uomo, quell’uomo che incarna un sistema. Non avendo mezzi per reagire a un’intera società, Marcus ne bersaglia la manifestazione carnale e tangibile, attraverso l’impulsiva risposta giovanile volta a raggiungere la meta più velocemente e senza riflettere.

Verso la metà del volume vi è poi un repentino cambio di registro che conduce alla conclusione, introdotta da un meraviglioso viaggio di crescita on the road in stile Kerouac, filtrato da atmosfere cruente e pulp, fra Las Vegas, hippie, droga e violenza.
Marcus, forte della vicinanza dei suoi compagni, impara a trovare la sua ragione di vita nonostante la costante presenza della morte, che rende i protagonisti scheletri viventi come efficacemente rappresentato in copertina:

Poi alla fine, l’ho accettato. Ho accettato la mia caduta. Ho accettato che ogni giorno sarebbe stato peggiore del precedente. […] Un ragazzino.
Seduto sull’altalena.
Ad ammirare il tramonto.
E finalmente vuole vivere.
In un luogo circondato dalla morte.

Il valore aggiunto di Wes Craig e Lee Loughridge

Deadly Class e la Gioventù ReaganianaI disegni di Wes Craig sono sporchi e cupi, e i tratti somatici dei suoi volti sono rozzi e austeri. La conduzione registica delle tavole è cadenzata in maniera certosina: nei casi di monologhi interiori del protagonista attraverso vignette ampie e con stacchi su vasti spazi, spesso disconnessi dalla narrazione; ingabbiate e frenetiche invece, spesso dal taglio diagonale e dinamico nelle scene concitate; per arrivare a divenire addirittura caotiche, nei momenti di spannung, in cui all’interno di una macrovignetta vengono giustapposti e sparsi quasi alla rinfusa dei piccoli riquadri, che fotografano singoli istanti della scena generale. Craig crea inoltre, per le parti in cui il racconto si fa più lineare e meno concitato, una sorta di gabbia ricorrente nelle tavole, che aiuta molto la scorrevolezza e fluidità delle vicende narrate.

Nulla però funzionerebbe così bene senza i meravigliosi colori di Lee Loughridge: piatti, netti e in perenne contrasto fra tonalità fiammanti e luminose e tavolozze più sbiadite e pallide.
Il connubio fra disegni e colori esplode poi definitivamente nella parte in cui Marcus vive la sua avventura sotto effetto di droghe, fra figure deformate e grottesche, e colori acidi e psichedelici, restituendo un’atmosfera lisergica che regala un’esperienza molto vivida.

In conclusione, Deadly Class ha un impianto di base che può apparire canonico: è alla fin fine un racconto scolastico come tanti, in cui si gioca sui sentimenti e sulle piccole situazione quotidiane di ragazzi disadattati, condite da molta violenza.
L’opera è prevalentemente dedicata a un pubblico giovanile, o che comunque deve aspettarsi e apprezzare le atmosfere di un classico teen drama.
Eppure Remender riesce a conferire una fortissima spinta propulsiva alle vicende, con dei monologhi profondi e di grande brillantezza formale e contenutistico, legati a sovrastrutture sociali e politiche che ricreano magistralmente le atmosfere punk giovanili della fine degli anni ’80, e che sono il simbolo di un’epoca e di una generazione, con un risultato davvero imperdibile.Deadly Class e la Gioventù Reaganiana
Le vicende di Marcus e dei suoi compagni incarnano a pieno il naufragio dell’adolescenza e la ricerca di appigli in un’età in cui si cerca di comporre i pezzi sparsi della propria identità.
In una parola l’opera ha lo scopo di rispondere a una domanda che ormai, avendo letto questo pezzo, dovrebbe esservi familiare; un quesito che sembrava essere solo una frase ad effetto, pur nascondendo inconsapevolmente un mondo dietro di sé, e che ha comicamente fatto la fortuna dell’uomo qui più odiato: Dov’è il resto di me?.

Abbiamo parlato di:
Deadly Class – 1987. Gioventù Reaganiana
Rick Remender, Wes Craig
Traduzione di Fabio Gamberini
, ottobre 2015
180 pagine, cartonato, a colori – 17,00 €
ISBN: 9788891216434

 


Note:
  1. espressione coniata da Roberto D’Agostino 

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