D’amore di morte e di altri progetti: intervista a Gipi

Una lunga chiacchierata con Gianni Pacinotti, in arte Gipi, sul suo nuovo libro “La terra dei figli”, su Orfani e sulla sua situazione personale odierna.

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo grafico, “La terra dei figli”, abbiamo intervistato Gianni Pacinotti, dai più conosciuto come , uno dei più importanti artisti del panorama italiano e internazionale.
Ancora una volta ne esce una figura umana e artistica di grande spessore, sincera e capace di ridere e di far riflettere delle sue virtù e debolezze. Non a caso per il titolo dell’intervista ho scelto di citare apertamente quello di “D’amore di morte e di altre sciocchezze”, l’opera musicale di Francesco Guccini, un’altra grande mente italiana.

Ciao Gianni, intanto ti ringrazio per la consueta gentilezza e per avere accettato questa l’intervista. Recentemente è stato pubblicato il tuo ultimo romanzo “La terra dei figli”, edito da . Qual è stato il motivo che ti ha spinto a voler dare la tua visione del mondo dopo la catastrofe, tema che già in molti hanno affrontato?
L’idea per l’ambientazione è nata in un modo che quasi mi fa vergognare.
Avevo guardato un video di Casaleggio sul nuovo mondo da lui immaginato. Un mondo che si sarebbe realizzato dopo una guerra (batteriologica, se non ricordo male) che, dopo aver decimato la popolazione mondiale, avrebbe portato i sopravvissuti a vivere 20 anni in dei bunker sotterranei per poi uscirne felici e contenti e portarli a fondare una nuova società basata su una democrazia dal basso in cui ognuno da casa propria (via internet, tra 20 anni…), tramite un clic del mouse avrebbe eletto il governo mondiale ecc. ecc.
Pensai a quel mondo, a quei vent’anni nel bunker e alle persone che ne sarebbero uscite fuori, e immaginai una conclusione un po’ diversa e meno ottimistica.

D'amore di morte e di altri progetti: intervista a Gipi

Il romanzo è uno stupendo romanzo di genere, scarno, diretto e che fa della “semplicità” il suo punto di forza. Il libro è privo di alcuni tuoi schemi di racconto classici come la metanarrazione o una voce fuori campo che racconta la storia: il lettore vive direttamente le esperienze dei protagonisti senza nessuna interferenza narrativa. Una tua scelta ben precisa questa?
Sì. La prima scelta che ho fatto riguardo al metodo di lavoro. Non sapevo molto della trama all’inizio della lavorazione ma ero sicuro che non avrei lavorato come nei libri precedenti.
Così mi sono dato subito delle regole, me le sono proprio scritte, per poterle rileggere nei momenti di stanchezza, insicurezza e fragilità (praticamente sempre) in modo da ricordarle e non cedere alla tentazione di riutilizzare schemi già usati nei libri precedenti.

Il fulcro della storia ruota attorno temi a te cari come i rapporti con i propri genitori (in particolare il padre), l’avventatezza dettata dalla gioventù o ancora la guerra, qui già avvenuta e causa di un mondo selvaggio e violento. Oggi come uomo ti identifichi più nei padri o nei figli?
Di certo ho l’età per immaginarmi come padre, e non avendo figli questa operazione di fantasia mi appassiona e mi strugge insieme. Credo che soprattutto questo struggimento sia stato un buon motore per scrivere.
Però, chiaramente, sono anche i figli e gli altri personaggi della storia. Penso che sia inevitabile, anche se ho cercato di dare ad ogni personaggio un carattere proprio: quando leggo storie dove i personaggi sembrano tutti la stessa persona, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalle loro conoscenze o esperienze, mi girano i coglioni.

D'amore di morte e di altri progetti: intervista a Gipi

Il tuo libro sembra una premonizione, esce infatti in un momento socio politico internazionale clamoroso, con Donald Trump che è stato appena dichiarato presidente degli USA e con la conseguente paura di quello che potrebbe succedere. Una casualità, certo, ma è davvero così facile pronosticare le scelte degli uomini?
Penso che in linea di massima sia semplice.
C’è una cosa terribile dell’avere una certa età della quel nessuno mi aveva avvisato e che è stata una scoperta piuttosto inquietante: si cominciano a vedere degli schemi.
Non solo sul piano storico, ma anche personale. Parabole che si compiono. Giovani ribelli che diventano assessori, brave persone che con un minimo di potere diventano delle merde totali, creature di talento che vengono mangiate vive dalla notorietà, posso farti tantissimi esempi.
La cosa che ho scoperto è che dopo una certa età cominci a intravedere dei percorsi ciclici che si ripetono ed è molto triste riconoscerli quando sono ancora sul nascere, e se guardi alla storia degli uomini ci sono cicli di disastro che si ripetono da sempre.
In parallelo, per fortuna, c’è sempre un miglioramento (dovuto principalmente alla curiosità della scienza, secondo me) ma è costellato di impedimenti, frenate, e arresti drammatici.

D'amore di morte e di altri progetti: intervista a Gipi
Donald Trump visto da Gipi

Il libro mi ha ricordato lo stupendo romanzo di McCarthy “La strada”. Colpiscono entrambi come un macigno il lettore per lo stato animalesco, la ricerca della violenza e la cancellazione dell’affetto. Per sopravvivere bisogna essere forti a qualunque costo. Il finale però da spazio alla speranza, a nove possibilità per i figli del tuo libro. Credi davvero a una seconda possibilità per l’uomo e a tutte le sue contraddizioni?
Sono un pessimista ottimista. Quindi sì. Credo che le cose, in linea generale, cambino e possano migliorare sempre.

Con Unastoria sei tornato al fumetto dopo una pausa durata anni, un racconto criptico, malinconico e onirico, con “La terra dei figli” invece, nonostante i temi, sembri più a tuo agio, sciolto, e con addosso una grande voglia di raccontare e dare spazio alla vicenda. Possiamo considerare il tuo nuovo libro il tuo vero ritorno
Per me non è un ritorno, è proprio una nuova fase del mio lavoro. Quando ho terminato Unastoria l’ho firmato, in calce all’ultima tavola: “Gipi – 1963-2013”.
Ho messo la data di nascita e quella di morte. Quando l’ho fatto ero mosso solo dall’ipocondria; una serie di problemi di salute (che non mi mollano mai, alla fine) mi faceva pensare che avrei tirato le cuoia.
Adesso penso che quella data di morte potesse rappresentare la morte di un mio modo di rapportarmi con il racconto: forse la fine del racconto basato su me stesso, sulle mie paturnie, forse, semplicemente, le cose erano cambiate e non avevo più voglia di rompere i coglioni ai lettori con le menate sui cazzi miei (questo non so dirlo in modo più forbito).

A Lucca sei stato sommerso dall’affetto dei fan. La gente ti ama, ti vede come una persona normale, semplice e alla portata. Quanto è importante per l’uomo, ma anche per l’artista, questa componente?
Non è che la gente mi vede come una persona normale: io sono una persona normale.
Ma voglio rivelarti qui un grande (piccolissimo) segreto: tutti lo siamo.
La notorietà (o un principio minimo e limitatissimo di notorietà, come nel mio caso) non può impedirti di essere una persona normale. Non c’è nessuna possibilità, e neppure nessun desiderio, da parte mia, di elevarsi a qualcos’altro.
Le persone sono persone e basta. Qualunque ruolo ricoprano, qualunque sia il loro mestiere o la loro abilità.
Certo, la notorietà o il successo possono illudere di essere diventati altro, ma in quel caso non è che non si è più una persona normale, si è solo diventati una persona normale peggiore.
Nei libri precedenti è innegabile (e per me adesso è pure motivo di leggera vergogna) che cercassi spudoratamente l’amore dei lettori verso la mia persona.
La cosa importante, per me, de “La terra dei figli” è aver rinunciato a questo desiderio d’amore.
Spero che i lettori vogliano bene ai protagonisti della storia, al padre, ai suoi figli, alla strega, a tutti quanti, e che possano parteggiare per loro, augurargli il meglio.
Spero che al contempo la storia sia abbastanza efficace da far dimenticare ai lettori chi l’ha scritta, che non debbano chiedersi se l’autore è sincero o meno, se è una buona persona o meno. La mia speranza, per questo libro era tutta qui.

D'amore di morte e di altri progetti: intervista a Gipi

Sempre a Lucca è stato annunciato che sarai il copertinista della nuova stagione di “Orfani”, la serie creata da Roberto Recchioni e Emiliano Mammucari. In una nostra precedente conversazione ti eri detto impreparato ad affrontare un certo tipo di fumetto. È cambiato qualcosa da allora, vista quest’ultima scelta?
Non è cambiato niente. Non sarei in grado di lavorare su quel tipo di fumetto perché non rientra nel mio modo di lavorare e nelle mie capacità grafiche. Ma non faccio un fumetto, faccio tre copertine.
Sul web ho letto un po’ di stronzate a proposito di questa mia scelta, come se avessi infranto chissà quale regola scritta o meno.
La mia scelta di lavorare su quelle copertine ha in realtà delle motivazioni molto banali. Quella serie di Orfani è scritta da un amico che stimo: Emiliano Mammuccari, e nel progetto c’è un altro amico che stimo: Mauro Uzzeo. Questo è stato il motivo principale per il quale ho accettato: l’amicizia.
Poi, intendiamoci, non le faccio a gratis, ma il motivo primario della mia scelta è stato quello.
Mi piace parlare e confrontarmi con Emiliano: anche se lavoriamo su temi e con modi completamente diversi la passione per il lavoro è la stessa, e a me questo fa molto bene.
Detto questo, ho appena terminato la prima copertina e ho sofferto moltissimo per farla perché ci tenevo a fare un buon lavoro e stavo su un terreno distante dai miei standard e, soprattutto, non volevo applicare i miei standard a un progetto che secondo me non li prevedeva. Così mi sono trovato a disegnare in modo diverso dal solito ma, alla fine, mi sono divertito molto.

Consideriamo “Orfani” un punto di partenza, una sfida: quale sarebbe il personaggio del fumetto italiano che più ti affascina e su cui ti piacerebbe lavorare?
Senza voler far torti a nessuno, non ci sono personaggi sui quali vorrei lavorare.
È una questione di attitudine, credo. Non mi interessa l’idea di lavorare su un personaggio e non ho mai scritto una storia pensando a un personaggio. A me interessa raccontare, e questo interesse cambia di volta in volta. Mi piace la libertà, soprattutto, e voglio poter cambiare soggetto, ambientazione e trama ogni volta. Quindi mi sentirei a disagio a lavorare su un personaggio con regole e caratteristiche predeterminate.

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Parliamo di BRUTI. Un tuo bilancio su questa esperienza e quali novità possiamo aspettarci? Magari un nuovo gioco?
Bruti è stato un lavoro durissimo. Veramente. Non voglio fare quello che si lamenta ma per me e soprattutto per mia moglie, Chiara, che ha preso in mando le redini di tutto il progetto, è stata veramente una fatica.
Ci siamo trovati a fare il lavoro di un’azienda in due, tre persone.
Però è stato anche un percorso pieno di soddisfazioni, si sono create numerose comunità di giocatori appassionati ed è impossibile per me non volergli bene; ragazzi con tantissimo entusiasmo che organizzano eventi, tornei, ritrovi dove, alla fine, lo scopo finale è stare insieme e divertirsi.
Con molti di loro sono diventato amico e sono nate collaborazioni, e poi grazie a Bruti ho incontrato tanti giovani disegnatori ai quali spero di poter dare una mano a crescere e fare la loro strada.
Insomma, faticaccia a parte, è stata una cosa buona.
Per i giochi nuovi, a parte la prima espansione di Bruti, “Ciurma” che è uscita a Lucca Comics ho delle cose in cantiere, ma vedremo più avanti.

Domandone finale: c’è stato il Gianni giovane e tribolato, poi quello di mezza età travolto dal successo. Ora Gianni come si sente come persona e come autore? Quanto è cambiato
Inevitabilmente, biologicamente, cambiato tanto. Faccio sempre più fatica a disegnare, ho la schiena a pezzi e sono cecato.
Altre cose no, sono sempre le stesse. Ogni lavoro nuovo ho un milione di dubbi, penso sempre che sto facendo una merda. Poi mi entusiasmo, ho picchi di grandiosità patologica, e poi ricado nella convinzione di non valere niente. Ma è sempre stato così: potrei anche vendere un milione di copie o vincere tutti i premi del mondo, resterebbe così, ormai lo so con certezza.
Un’altra cosa che è cambiata, credo, è che mi sono arreso all’idea di essere uno che fa i fumetti.
Ho ancora altri desideri e interessi, dalla musica al cinema, l’animazione, la scrittura, ma c’è una vocina sconsolata che mi ripete, sempre più spesso: “sei uno che fa i fumetti Giannino, ci devi stà.”

Un’ultima cosa… l’ultima volta che ci eravamo sentiti ti avevo chiesto cosa voleva fare Gipi da grande, tu avevi risposto “Il vecchio che disegna e racconta, se ci arrivo. Più avanti il cadavere, immagino” (Tutte le volte che la rileggo rido da solo come uno scemo). I propositi sono rimasti invariati?
Assolutamente.

Intervista realizzata via mail il 12/11/2016

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Foto di Marco Sinpe

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