Cristina Mormile: samurai e demoni

Cristina Mormile ci racconta la sua esperienza, dalla Francia all'Italia, dal Giappone Medioevale alla Craven Road del Dylan Dog Color Fest.

Cristina Mormile, lodigiana, classe 1983. Ha frequentato il Liceo artistico Callisto Piazza di Lodi e la Scuola del Fumetto di Milano. In Francia ha esordito nel 2007 con Eden Killer, per Soleil, su testi di Jean-François Di Giorgio. Successivamente ha firmato i disegni di Le Journal d’Ambre, Western Valley (pubblicato in Italia dalla Editoriale Cosmo, in bianco e nero), Samurai Légendes e Samurai (pubblicati attualmente in Italia da Panini Comics). Per la Sergio Bonelli Editore ha disegnato una storia per il ventesimo numero della collana Dylan Dog Color Fest.

Dalla provincia alla grande metropoli

Tutta la nostra generazione, alla fine degli anni Novanta ha vissuto in prima persona il fenomeno dei Kappa Boys e l’invasione dei fumetti dal Giappone. Sei nata e cresciuta a Lodi, a sud di Milano: la vita in provincia alimenta un desiderio di evasione, geografica ed emotiva, che in parte trovava sollievo proprio nelle letture shōjo. Quanto di tutto questo torna nelle tue opere, a partire dagli omaggi più evidenti (Le journal d’ambre) fino alle influenze che questo imprinting adolescenziale ha lasciato traccia nel tuo stile e, mi pare in parte, nel character design?
Quando il mio sceneggiatore mi ha proposto il progetto de Le journal d’ambre senza ancora sapere dove ambientarlo, gli ho subito proposto Lodi. Perché la mia città mi mancava sempre: con il passare degli anni i viaggi all’estero aumentavano e quando tornavo a casa mi emozionavo di fronte a vecchi incroci identici a come li ricordavo. Mi sono detta che valeva la pena provare a imprigionarli su carta: così, se anche la città fosse andata a catafascio, in qualche modo ne avrei preservato la memoria.
L’influenza dei manga è stata certamente notevole. Fin troppo, forse. Amante delle sceneggiature di un immenso Adachi e della finezza grafica di Hutatane e Katzura, mi sono ritrovata a disegnare personaggi con occhi troppo grandi o gambe troppo lunghe. Le mie protagoniste erano eterne adolescenti, tutte bellissime e vagamente asiatiche. Insomma, è proprio vero che i ricordi fanno parte di noi… ma i datori di lavoro non sono sempre stati d’accordo con le mie scelte!

Cristina Mormile: samurai e demoniNei primi anni 2000 l’idea di poter vivere disegnando fumetti non era opinione diffusa e condivisa. Quanto gli studi al liceo artistico hanno influito sulla tua decisione?
Effettivamente in quegli anni a malapena si poteva concepire il fumetto come lavoro. Non tanto perché non fosse un’occupazione remunerata e a tempo pieno, quanto piuttosto perché per la maggior parte delle persone era normale acquistare un albo in edicola senza pensare a chi l’avesse realizzato. Pochi si chiedevano chi ci fosse dietro una tavola disegnata.
Devo dire comunque che, al di là del bagaglio tecnico specifico del liceo artistico, quegli anni scolastici non hanno in alcun modo influito sulla mia scelta.
A quei tempi non sapevo davvero che fare: amavo disegnare, ma sceglierlo per la vita mi pareva impossibile. Il diploma si avvicinava e io ero indecisa tra il corso di scultura all’Università delle Belle Arti di Brera, la facoltà di Architettura, e un corso di pittura.
Fino a quando una persona a cui dovrò sempre molto mi ha detto che esisteva, a Milano, una Scuola del Fumetto: non è servito niente di più. L’idea è diventata realtà. Poi sogno. Ora vita quotidiana da dodici anni.

Quanto e come gli anni successivi in Via Savona ti hanno preparato in funzione della tua scelta?
Mi hanno preparato, ma non abbastanza.
Al primo anno della Scuola del Fumetto ho scoperto i fumetti francesi, ed è stato amore a prima vista. Più ne leggevo, più aumentava l’ingordigia di averne altri.
Ma a sentirne parlare compagni e professori concordavano su quanto lavorare oltralpe fosse dura. Molti rifiuti, altrettanti problemi. Partivo un po’ perdente, ma con molta volontà. Mi dicevo che se i francesi avevano rifiutato così tanti disegnatori più bravi, con me avrebbero fatto un banchetto luculliano. E invece mi hanno detto sì.
Negli anni successivi ho avuto modo di capire quanto avrei dovuto impegnarmi maggiormente sulla griglia francese, sulle inquadrature e sull’equilibrio visivo di una tavola, ma imparare lavorando è stato, ed è tutt’oggi, un grande privilegio.

Quanto ti riconosci ancora oggi nel Cirano di Bergerac, pubblicato subito dopo il diploma?
Beh, quando guardo il Cirano, fatico moltissimo a riconoscermi: ovviamente, col senno di poi, vedo tutti i miei errori: rivedo ancora alcune caratteristiche del mio tratto, ma per tutto il resto stento credere che l’ho disegnato io.
Per fortuna, all’epoca, avevo a fianco persone speciali che mi hanno guidata e sostenuta tantissimo.

Dall’Italia alla Francia e ritorno

Lavori ormai da più di dieci anni per il mercato d’Oltralpe, dove hai raccontato come l’approccio italiano al disegno sia laggiù definito come “fatto in fretta”, “troppo povero di dettagli per soddisfare gli editor”.
Come sei riuscita ad adeguare la tua formazione (il tuo gusto?) a dei canoni di valutazione e a un approccio così differenti? Quali i tuoi nuovi riferimenti rispetto al passato?

Non riesco a domandarmi come si fa, perché lavorando ho imparato a non scervellarmi sulle cose, ma a buttarmi. Se cominci a dirti che non sei capace, che quella tal cosa non l’hai studiata, il foglio resterà bianco e si farà beffe di te. Se non pensi ad altro che alla storia, invece, andrà meglio.
Il resto l’ha fatto Jean-François Di Giorgio, lo sceneggiatore: mi ha insegnato praticamente tutto.
Mi ha evidenziato ogni difetto e spronato ogni volta che mi vedeva abbattuta di fronte all’ennesima critica. È stato amico, confidente, collaboratore. È stata la persona che quando ho perso coraggio mi ha detto “Ehi, non dimenticare che questo è il mestiere che ami. E se ti conosco bene non sopporteresti di fare nient’altro”.
I riferimenti invece, beh, quelli sono ovunque. Vanno da autori che ammiro e leggo (come Lauffray, Bonhomme, Yslaire) a libri e siti di documentazione storica, fino a ricerche iconografiche sui costumi d’epoca; ogni anno di lavoro, inoltre, lascia un utile bagaglio di esperienze per il futuro.

Cristina Mormile: samurai e demoni

In effetti, da sempre, lavori in coppia con Di Giorgio: le sue storie ti consentono di esprimerti al meglio nella cura per gli sfondi, per le architetture e in generale per il dettaglio. Come approcci le sceneggiature che ti vengono consegnate?
Le leggo attentamente e poi parlo con lo sceneggiatore (preferibilmente di persona, perché il telefono è per me una delle più grandi fonti di malintesi) e gli faccio un sacco di domande.
Voglio sapere quale emozione deve evocare una data sequenza, come il soggettista immagina un certo personaggio (se preferisce che io rispetti il suo ideale o se invece posso re-inventare e partire da zero); a volte, visto che ho la fortuna di lavorare con una persona estremamente aperta al dialogo, se vedo incongruenze o parti meno accattivanti, propongo cambi alla sceneggiatura. Inutile dire che poi vengo ricambiata con la stessa attenzione durante tutta la realizzazione dello story-board, ricevendo consigli su cosa funziona e cosa no: a volte, prima di arrivare alle matite definitive, correggiamo le quarantasei pagine di storyboard anche tre volte.

Quanto sono dettagliate? Quali margini di libertà ti lasciano in termini di impaginazione e distribuzione degli elementi sulla tavola e nelle vignette?
Le sceneggiature, così come i disegnatori, gli sceneggiatori e i coloristi, si evolvono continuamente.
All’inizio della nostra collaborazione/amicizia, le sceneggiature di Jean-François erano dettagliatissime: nulla veniva lasciato al dubbio, neppure le sequenze di combattimento. Col tempo ho scoperto che preferivo avere un po’ più di libertà e lui ha adattato di conseguenza la sua scrittura. Ora quando sceneggia, ogni tanto, mi lascia quattro pagine vuote, scrivendo soltanto “Combattimento. Ma alla fine vince l’eroe!”: io ho carta bianca e sono felice come una bimba.

Roberto Recchoini, appassionato di tematiche legate al Giappone medioevale, nota il tuo lavoro su Samurai: le leggende, da lì arriva la proposta di disegnare una storia per il Dylan Dog Color Fest, di cui è curatore. Anche qui sarebbe interessante capire quali sono state le differenze, le eventuali difficoltà, tra le direttive Bonelli e quelle Soleil. Quanto pesa la diversa gestione delle dead-line di consegna sulla resa finale? Mi riferisco anche allo scarto tra tempi di pubblicazione rispetto a quelli di produzione.
In Soleil viene data una griglia per la pagina fin da subito. Non mi è concesso sgarrare di un millimetro perché poi in tipografia è un problema. Vogliono i bordi della tavola pulitissimi, i contorni delle vignette senza sbavature, i baloon su un livello separato. Insomma, tecnicamente parlando, sono estremamente precisi; fortunatamente essendo in primis amante dell’ordine, le loro richieste mi aiutano a calibrare meglio l’organizzazione del planning di lavoro, soprattutto grazie alle dead-line, scritte nero su bianco anche sul contratto. Quando consegno so che tre o quattro mesi dopo, il tomo disegnato esce. Partendo da questi presupposti, lavorare per l’Italia è stata un’esperienza molto diversa. Roberto Recchioni mi ha consegnato la sceneggiatura in tranche separate. La griglia della pagina l’ho ricevuta alla fine e ho ricalibrato col computer gli errori fatti nel corso del lavoro. Dalla data di consegna delle tavole alla pubblicazione effettiva sono passati due anni. Cosa che di per sé non cambia nulla agli occhi dei lettori. Ma può capitare che il disegnatore, all’uscita dell’albo, riconosca appena il proprio disegno. A me piace cercare di migliorare i miei difetti di numero in numero e vedere tutti quegli errori fatti anni prima è stato un po’ come prendersi uno schiaffo! È stata comunque un’esperienza molto formativa.

Cristina Mormile: samurai e demoni

Rupert Everett, l’originale punto di partenza per l’interpretazione del volto di Dylan Dog, è stato ormai superato da una codificazione a posteriori, stratificatasi su decine di autori successivi a Claudio Villa: tu da dove sei partita per rendere graficamente l’Indagatore dell’incubo?
In tutta onestà, mi era stato chiesto di ispirarmi a Giampiero Casertano. Io mi sono permessa di studiare anche Carlo Ambrosini. Il riferimento a due maestri del fumetto rende ancora più coscienti delle proprie mancanze… ma è stato comunque un onore provare.

Soleil ha da poco dato alle stampe l’undicesimo volume di Samurai, in Italia esce in questi giorni per Panini il secondo volume del suo spin-off, Samurai: le leggende, da ormai parecchi anni lavori sulla serie, come valuti l’esperienza e quanto ancora (e perché) riesce a coinvolgerti emotivamente oltre che professionalmente?
Effettivamente abbiamo già pubblicato quattro tomi di Samurai: le leggende e da quando ho ripreso la serie principale di “Samurai”, altri due tomi. I due titoli convivono e si spalleggiano.
C’è chi a disegnare la stessa serie per anni si annoia, lo so. Ma devo dire che per me il procedimento è inverso: più il tempo passa, più sento i personaggi miei. Così come l’universo giapponese, le architetture, le atmosfere, le gestualità. È un po’ come fare immersione dieci metri sott’acqua: quando scendi di due metri ti rendi conto che ti senti a disagio con il boccaglio e le bombole, ma man mano che prosegui, dimentichi gli intralci e lo stress, quel che resta è soltanto quello che c’è sott’acqua. Disegnare queste due serie è la stessa cosa: ho dimenticato il disagio dei primi tomi, in cui non riuscivo a sentire davvero il personaggio, o in cui dovevo cercare ogni singolo edificio per non sbagliare il sottotetto di una pagoda. Ora invece disegno e mi sento bene, perfettamente a mio agio con lo sceneggiatore, con i ritmi narrativi e l’atmosfera.

Hai in cantiere nuove produzioni?
Sto realizzando contemporaneamente i tomi 12 e 13 di Samurai, ma anche il tomo 5 di Samurai: le leggende. Insomma… ora come ora, sempre per restare in tema, sono in apnea.

Di nuovo in viaggio: tra Tenerife, Bruxelles, Lucca

Cristina Mormile: samurai e demoniVivi a Tenerife con il tuo compagno e con Malko, un gatto che ti fa da art director, come spesso racconti sul tuo seguito profilo Facebook. Lavori da casa, non in uno studio. Questo immagino imponga una certa autodisciplina. Come organizzi le tue giornate?
L’appellativo di art director affibiato a Malko, l’ha creato Roberto, il mio ragazzo, perché la gatta si piazza come un condor sulla scrivania in attesa di coccole. Ovvio che quando non le ottiene si siede sul foglio da disegno e sembra di avere un vero art director tra i piedi.
Mi alzo quando posso. Utopisticamente vorrei iniziare alle 8.00, in pratica, tra la colazione e le routine di inizio giornata, inizio verso le 9.00. Poi giù a muso duro. Faccio solo le pause pasto, poi, se posso, lavoro fino alle 23.00. I giorni liberi li prendo quando posso, ma in quest’ultimo anno, con una cadenza di due albi realistici, non ne ho ancora trovati. L’autodisciplina ce la si impone per forza: il miglior pensiero per non alzarti dalla sedia è l’affitto da pagare!
Ogni due ore circa mi alzo e faccio stretching, altrimenti addio schiena. Gioco a tennis tre volte la settimana: perché un corpo non resiste seduto dodici ore al giorno senza distruggersi.

Quali sono i tuoi strumenti di lavoro?
Disegno su fogli Schoeller 35×50 con pennelli della Windsor&Newton serie 7, dallo 00 allo 02, più un pennello grande per le grosse campiture di nero. Ho un fedelissimo tavolo luminoso ultrapiatto a led, perfetto anche per quando torno in Italia a trovare la famiglia, e utilizzo china Rotring di cui adoro la densità senza rovinare i pennelli. Ho anche un cavalletto inclinato per evitare che Malko starnutisca sulla tavola e che io abbia una prematura scogliosi.

Qual è il metodo?
Domanda complessa: procediamo con ordine.
La ricerca della documentazione a volte prende un mese buono per ogni singolo tomo. Cerco luoghi suggestivi in cui ambientare le scene della storia. Si passa dalla ricerca sui libri, a quella on-line, fino ai siti turistici e persino agli album di viaggio degli amici che condividono le mie stesse passioni. La cosa più difficile da stabilire è stata l’ambientazione di Samurai, perché l’epoca Edo presuppone certi obblighi: alcuni materiali ancora non esistevano, così come alcune armi e vestiti, che cambiavano e si arricchivano secondo le varie dinastie. Imparare a scoprire il Giappone, le unità di misura dell’epoca, le leggende, i mostri e gli aneddoti, senza averlo ancora visitato!
Collaboro con Jean-François da anni, e posso dire che una delle cose più belle del lavorare assieme è avere l’intera sceneggiatura fin da subito. Il che permette di leggere attentamente, valutare, ma soprattutto evitare incongruenze. Per esempio, se mi inviasse la sceneggiatura a pezzi e io scoprissi a pagina quarantasei che la protagonista deve indossare per la prima volta una collana che doveva stare sul comodino sin dall’inizio, sarebbe un vero disastro perché nel frattempo io avrei già inchiostrato e chiuso tutte le tavole precedenti! Vien da sé che per evitare errori banali realizzo le pagine nell’ordine numerico. Generalmente in tranche di sei/dieci pagine.
Col colorista cerco d’interfacciarmi il più sinceramente possibile: preparo dei papiri di indicazioni e references per aiutarlo a capire le intenzioni dello sceneggiatore, oltre alle mie aspettative di disegnatrice.
Il letterista non esiste: perché faccio da sola. Mi piace scegliere la disposizione e la forma dei balloon, il carattere di scrittura… tutto insomma!

Cristina Mormile: samurai e demoni

Torni spesso in Belgio, prevalentemente per eventi legati alle tue pubblicazioni. Qual è il tuo rapporto con le librerie, quanto reputi importante il tuo contributo, sotto forma di dedica personalizzata, per la sopravvivenza del cartaceo e di tali realtà commerciali e distributive? Qual è la percezione che hai della diffusione del digitale nel tuo mercato di riferimento?
Domanda spinosa a dir poco.
Io torno per fare dediche nelle librerie, perché amo incontrare i lettori. Con il Belgio ho un rapporto particolare: è tutto iniziato lì e mi sento sempre in debito sia con i librai, che sin dall’inizio si sono dimostrati gentili e fiduciosi, sia verso amici che vedo troppo raramente e che ho il piacere di ritrovare a ogni passaggio.
La sopravvivenza del cartaceo diventa difficile, dinnanzi all’avanzare del digitale. Mi distraggo un attimo e nei contratti compaiono postille che cercano di convincermi che il digitale è meglio. Ostento una sicurezza che non ho e mi schiero con il cartaceo. Sono e rimango un vecchio dinosauro.

L’Italia è invece rimasto “soltanto” il luogo degli affetti. Torni spesso per il Lucca Comics & Games che è per te più un’occasione di incontro tra amici e colleghi. Hai tuttavia qualche progetto di lavoro in corso o qualche personaggio con cui ti piacerebbe misurarti?
Se mi fosse data la possibilità di scegliere, vorrei disegnare Sandman, ma visto che è impossibile, provo a mettere qualcosa di mio in tutto quello che faccio.
Al momento, come ti dicevo, la lavorazione in contemporanea sulla serie Samurai e del relativo spin-off Samurai: le leggende toglie qualsiasi briciola di tempo a ogni eventuale altro progetto. Ma va bene così. Disegno e non penso ad altro.

 

Intervista condotta via mail nel giugno 2017.

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