CAPITOLO 3, ovvero: Dove si esplora il labirintico percorso di “Black River” di Josh Simmons

Se nell’antologia The Furry Trap, di cui ho parlato diffusamente la settimana scorsa, si vedeva l’evoluzione grafica, ma soprattutto narrativa, di Josh Simmons, per cui l’autore riusciva a passare da storie horror, in cui inizialmente la violenza era rappresentata dettagliatamente, quasi a oggettivizzare la situazione, senza però indugiarvi in maniera morbosa, a dei racconti in cui l’effetto di malessere e inquietudine veniva trasmesso senza passare attraverso un uso esplicito del sangue e della letterale distruzione fisica della vittima, è con Black River, volume uscito nel 2015 dalla Fantagraphics Books, lo stesso editore dell’antologia appena citata, che la maturità di Simmons raggiunge il suo apice.

L’autore vede in sogno un gruppo di donne sporche e disperate, talmente segnate dalle loro esperienze e dall’incessante viaggio, iniziato anni prima, da avere un’età indefinita. Nella mente di Simmons questa situazione si espande fino ad arrivare a raccontare la storia di un mondo allo sbando, che in parte può far venire in mente il suo racconto “Cockbone”, dove la civiltà è stata distrutta da un evento mai descritto e a cui non si fa mai accenno, dove le città sono diventate dei centri da cui è difficile entrare e farsi accettare, e dove tutto quello che resta è una strada percorsa da esseri senza futuro, che cercano di sopravvivere e di arrivare a sera, possibilmente vivi. In questa ambientazione, un gruppo composto da sette donne e un uomo si aggira per un mondo desolato, cercando di sopravvivere in mezzo a masse di veri e propri barbari, persone che in breve tempo hanno già completamente dimenticato la propria umanità.

La cupezza dell’ambientazione viene sottolineata anche dall’abbandono del colore a favore di un bianco e nero netto, in cui il dettaglio e il tratteggio insistito spesso delineano forme quasi tridimensionali come delle colossali nuvole di fumo, la luce di quella che sembra un’aurora boreale, edifici fatiscenti, la pioggia battente. L’abbandono del colore è una scelta quasi obbligata da parte dell’autore che, nonostante la giovane età, sente di non avere la forza sufficiente per realizzare tutte le storie che ha in testa, per cui decide che lo utilizzerà solo in casi sporadici, a favore dell’utilizzo più rapido della semplice china.

Ci troviamo di fronte a un classico esempio di futuro apocalittico, un genere che ha sempre avuto un certo successo e che sembra proliferare in momenti storici come quello contemporaneo, dove l’ansia per il domani e il costante timore di un pericolo incombente è diffuso. Determinati elementi di questo che ormai rappresenta un genere vero e proprio sono quindi presenti in questa storia, ma non solo. Una cosa particolare che Simmons ha scoperto solo dopo aver pubblicato il libro è l’esistenza di un film cecoslovacco del 1967, Konec srpna v Hotelu Ozon (Fine agosto all’hotel Ozono), che ha forti affinità con la sua storia (un gruppo di donne cerca di sopravvivere in una ambientazione post-atomica). Similitudini ci sono anche con quello che ormai è diventato un classico dell’on the road post-apocalittico, nonostante sia stato pubblicato solo nel 2006, cioè il romanzo La strada di Cormac McCarthy. in quest’ultimo caso, pur utilizzando una situazione analoga, Simmons esprime una propria visione del mondo, oltre a narrare e a sviluppare la storia in modo estremamente personale. Di conseguenza, gli eventuali punti in comune che si possono notare nella storia, rispetto a queste e ad altre opere, non vanno a scapito dell’originalità del fumetto, bensì mostrano e sottolineano quali possano essere gli elementi base di questo genere e di come, pur partendo da presupposti simili, le vicende si possano sviluppare diversamente.

Un fotogramma dal film cecoslovacco Konec srpna v Hotelu Ozon (Fine agosto all’hotel Ozono)

Come nella Strada di McCarthy, il concetto di sopravvivenza percepito dagli ultimi abitanti della Terra raggiunge il grado minimo della sua accezione: cercare di non morire, senza possedere uno scopo o la speranza di ottenere qualcosa. In entrambe le opere è presente un vago obiettivo (nella Strada raggiungere il mare, qui invece arrivare alla città di Gattenburg) che fornisce una spinta iniziale, un obiettivo, anche se probabilmente in entrambi i casi i protagonisti fingono di credere a quell’idea: nel loro subconscio sanno che non arriveranno mai a nulla. A conferma di questo, in entrambe le storie a un certo punto l’obiettivo viene accantonato, completamente dimenticato a favore della sopravvivenza, che ritorna a essere l’unico pensiero principale della loro esistenza.

Questo espediente narrativo, questo scopo apparente fornisce lo spunto iniziale della storia, quando Simmons “inganna” il lettore realizzando una prima sequenza positiva nella vita del gruppo: trovano una specie di bunker pieno di scorte alimentari, vestiti e armi. Recuperano anche un diario dove si parla di Gattenburg e di come sia possibile farsi accettare ed entrare in quella città se si riesce a vincere una gara di tiro al bersaglio. Durante la serata spensierata, in cui vengono presentati gli otto personaggi e le loro dinamiche interpersonali, il gruppo decide di provare ad arrivare in quel luogo.

Dopo quel momentaneo istante felice, la tragicità della loro situazione viene immediatamente espressa dalla prima di una lunga serie di tragedie: il mattino successivo vedono in lontananza una di loro aggrappata a una lastra di ghiaccio nel fiume gelato, quasi morta assiderata: è questa la loro quotidianità, non quella della scena iniziale, positiva e quasi allegra. Siamo quindi immediatamente catapultati, assieme ai personaggi, nella tragica vita di desolazione e morte che li aveva sempre accompagnati.

Il mondo rappresentato da Simmons conosce e parla solo il linguaggio della violenza, dello scontro teso all’eliminazione dell’antagonista, ormai riflesso automatico nelle relazione tra i vari individui.

Durante il loro viaggio, incontrano vari esempi di questa umanità che sta regredendo in maniera sempre più accentuata. Una ragazza, Caramel, li conduce in un locale dove un vecchio comico si esibisce in uno spettacolo di cabaret, davanti a uno scarso pubblico più interessato alle pasticche di Gumdrop, una droga gratuita a disposizione degli avventori, che al monologo dell’uomo. Entra un nuovo gruppetto di disperati strafatti: prima il capo ammazza uno dei suoi perché disturba lo spettacolo, poi fa letteralmente a pezzi il comico e inizia a improvvisare lui stesso un monologo. La conseguenza è che viene crivellato di proiettili dal gruppo delle donne. Un’esplosione di violenza immotivata che finisce bruscamente così come era iniziata.

Successivamente, trovano un momentaneo rifugio in una specie di anfiteatro e vengono assalite da un gruppo di motociclisti che le rapisce e le porta nel loro rifugio. Questa sequenza narrativa è centrale non solo perché arriva “fisicamente” all’incirca a metà del libro, ma anche perché segna un punto di svolta per le protagoniste e dà inizio al declino del gruppo. Dopo che Benji, un ragazzo dai tratti quasi angelici, le informa che dovranno attendere il loro turno per farli divertire, gli aggressori iniziano a prendere una alla volta le donne, dopo aver ucciso l’unico uomo del loro gruppo. La sequenza è terribile, quasi insostenibile nell’attesa e nel vano tentativo di una di loro di ribellarsi a quello che stanno subendo. Dopo qualche sforzo, la donna più colossale, fisicamente, riesce a sopraffare una delle guardie e a liberare le altre, che si impadroniscono di alcune armi e massacrano tutti gli aguzzini. La violenza ha nuovamente il sopravvento e, sebbene in questo caso abbia anche una funzione catartica per tutto quello che le protagoniste hanno subito e per quello che le attendeva, ne usciranno distrutte psicologicamente e con un’altra compagna in meno.

Il viaggio continua, senza particolari eventi: il cammino procede, punteggiato solo dalle soste per riposarsi, mangiare e dormire. Due donne sembrano particolarmente segnate dagli avvenimenti precedenti, e parlottano tra loro: durante la battaglia erano finite in un lago, ma erano riuscite a salvarsi. Anna, una delle due, afferma di essere sicura di quello che aveva visto e a un certo punto, durante la marcia, si suicida sparandosi in bocca. L’altra donna si confida e rivela quello che aveva sconvolto così profondamente Anna: la morta era convinta di aver visto viva la compagna che era stata uccisa dai violentatori mentre, in fondo del lago, si stava mangiando un uomo.

Per quanto la situazione sia diversa, anche qui c’è una similitudine con La strada. Nel romanzo le nuove generazioni, incarnate dal figlio del protagonista, sono persone differenti da quelle che avevano abitato il “vecchio mondo”, rappresentato dal padre. Non hanno conosciuto la civiltà come era prima dello sconvolgimento, non hanno coscienza di che cosa possa essere la tranquillità e la pace, di conseguenza rappresentano e sono diventati un’altra “razza”, che non potrà mai capire completamente coloro che sono venuti prima; in maniera analoga, questa scena di Black River, nella sua oniricità – non si sa infatti quanto reale possa essere – fa intuire una possibile modifica “fisica” e un’evoluzione di quella che un tempo era la razza umana: un essere predatore le cui regole di vita sono completamente distanti da quelle che una volta possedevano, portando quindi a compimento la trasformazione nel fisico, e quindi non solo a livello psicologico, di quello che un tempo era l’uomo.

Il tempo passa tra incontri con altri gruppi e la fame che le porta a nutrirsi di tutto, anche delle cose più immonde. Arrivano ai bordi di una città: non è la mèta ambita inizialmente, ormai dimenticata – accennano al fatto che l’avevano trovata anni prima, ed era distrutta -, ma un luogo dove probabilmente, se avranno la meglio, potranno sopravvivere per un altro po’. Decidono di attaccare e il libro finisce con questa ennesima situazione di violenza, lasciata incerta e aperta. Non ha importanza se le donne riusciranno ad avere la meglio oppure se moriranno in quell’attacco. Il loro destino, come quello del resto del pianeta, è già segnato: non potrà mai più esistere un futuro.

Il gruppo di donne non attraversa in maniera indifferente questi orrori. Il libro è costellato da affermazioni che mettono in luce quanto le protagoniste siano stravolte da queste esperienze che non hanno mai fine e che si potranno concludere solo con la loro morte, dato che la flebile speranza, l’illusione di trovare quella vagheggiata città si scontra con la dura realtà. Dopo la scena nel locale Anna ammette, quasi felice e piangendo per l’esperienza appena passata e per le droghe prese, che non vede l’ora di scoprire quanto potrà peggiorare la loro situazione. L’unico uomo del gruppo rivela alla sua compagna che è sempre spaventato. Verso la fine Suzie, la ragazza che all’inizio le aveva convinte a recarsi verso la “mitica” città di Gattenberg, afferma «… Voglio morire. Voglio scomparire. Voglio essere dimenticata. Non voglio lasciare nessuna traccia della mia esistenza in questo mondo». Vivere diventa una graduale distruzione, sia fisica che psicologica, che sono in pochi a poter reggere. C’è chi decide di farla finita, chi di scappare, chi infine cerca testardamente di sopravvivere, probabilmente grazie all’istinto animalesco che ti porta a voler sopravvivere a ogni costo, che ti porta a compiere qualsiasi atto, anche il più terribile, pur di rimanere in vita ancora per un altro minuto. È l’azzeramento totale della nostra civiltà, non tanto per la distruzione delle città, dei mezzi, degli “oggetti fisici” che rappresentavano il nostro progresso, quanto perché alla fine basta davvero poco per riportarci indietro e ridiventare degli esseri di puro istinto, e nulla più.

Questo viaggio si rivela un’esperienza per tutte le parti coinvolte: per i personaggi all’interno della finzione narrativa del fumetto, per i lettori che intraprendono assieme al gruppo uno spostamento all’interno di questo futuro immaginario, e per l’autore che, in un’opera non troppo lunga, dimostra una notevole maturità, rispetto alle sue storie precedenti, e realizza un libro denso e traboccante di stimoli, idee, sensazioni ed emozioni… tutte egualmente forti e potenti.