CAPITOLO 2, ovvero: Dove The Furry Trap ci introduce nel mondo di Josh Simmons

La scorsa settimana ho parlato della variegata opera di Josh Simmons, tra performance, racconti a fumetti e cortometraggi video. Ora è il momento di entrare più nel dettaglio della sua produzione, esaminando l’antologia The Furry Trap, edita nel 2012 da Fantagraphics Books e che raccoglie il meglio della sua produzione horror pubblicata tra il 2004 e il 2011, una straordinaria selezione che ci permette di capire meglio la sua importanza. Certo, non è un’operazione semplice quella di descrivere storie a fumetti che probabilmente saranno in pochi ad aver letto e, nello stesso tempo, cercare di non spoilerare troppo per suscitare l’interesse a cercare questo libro, se le mie parole e argomentazioni vi intrigheranno… ma cercherò di portare avanti questa “impresa impossibile”.

Dietro una copertina a dir poco inquietante – in due stanze, forse sotterranee, si vedono delle impronte insanguinate che si dirigono verso un altro luogo, fuori campo – c’è la chiave del lavoro di Simmons: nonostante la crudezza delle scene rappresentate, il lavoro principale viene effettuato dal cervello del lettore che amplifica gli elementi orrorifici e le situazioni cruente, riempiendo con la propria fantasia, lasciata libera di scatenarsi in questi nuovi territori in cui è stata introdotta, gli spazi di non detto/non espresso/non disegnato che l’autore gli lascia. All’interno di questo cartonato sono contenuti undici racconti, alternati in maniera regolare tra un racconto lungo e uno breve,  che offrono uno spaccato esemplare della varietà, qualità ed evoluzione della sua produzione.

La prima storia, “In a Land of Magic”, può sembrare fuorviante paragonata a quelle successive, sia per l’uso del colore – adatto al genere fantasy che viene “massacrato” – sia per l’apparente goliardia della storia: una coppia di elfi felici vengono attaccati dal classico stregone cattivo, che ha la peggio perché il giovane elfo in realtà è uno psicopatico che violenta a morte quello che si pensava essere il “villain” della storia. Se la storia gioca la facile carta del ribaltamento totale della situazione, sono la violenza e l’insistita componente sessuale che rendono questa storia qualcosa di diverso.

Dopo “Christmas Eve”, un breve racconto “natalizio” dal taglio realistico che, oltre al finale crudele, si caratterizza per la presenza casuale e surreale dell’autore canadese di fumetti Dave Sim, ecco la prima gemma dell’antologia: “Mark of the Bat”. In una Gotham City, che per ovvi motivi di copyright non viene citata esplicitamente, composta da edifici fatiscenti e per nulla moderni, Batman continua a fare il suo lavoro di vigilante. Non dorme in una lussuosa villa, ma sulla cima di un grattacielo, e proprio su quello squallido luogo incontra una sua “fan”, vestita con un costume che ricorda quello di Catwoman, a cui spiega la sua attuale strategia: poiché non è in grado di riconoscere chi commette i crimini, quando trova chi pensa possa compiere qualche azione illegale, gli lascia preventivamente un marchio indelebile, in modo che tutti possano capire che cosa potenzialmente potrebbe fare. Questo grottesco e truculento marchio, reminiscente della lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne, è il colpo di scena che unisce perfettamente e logicamente lo spirito del personaggio messo alla berlina e quello dell’autore, soprattutto nel finale che, in modo molto sottile, fa percepire il dolore e la frustrazione del super-eroe che non riuscirà mai a concludere definitivamente l’impossibile compito che si è prefissato.

“Asshole Roommate” è un racconto di una manciata di pagine che ritrae in maniera grottesca le traversie che si possono avere durante la convivenza con un compagno di appartamento poco amichevole (in questo caso si tratta di una specie di “cosa” che può cambiare aspetto e che cerca di uccidere il ragazzo umano), a cui fa seguito un’altra storia lunga dallo spessore maggiore: “Night of the Jibblers”. C’è un’iniziale apparenza di normalità nella storia di un anziano che vive in una baracca e sopravvive vendendo delle bamboline, accanto al micro-negozietto di Valdez, un uomo dal volto sfigurato. L’elemento straniante si introduce grazie al racconto che il proprietario dello stand fa a una coppia di bambini: si sta avvicinando al loro villaggio un branco di esseri che, di notte, attaccano e mangiano piccoli animali. Valdez si raccomanda di non uscire di notte, cosa che, ovviamente, i due faranno, finendo massacrati nel bosco da questi mostri assetati di sangue. Nel frattempo, il vecchio ha un incubo: si trova in un edificio e un ufficiale gli ordina di riempire, assieme ad altri soldati, un buco usando il cumulo di sterco che si trova lì accanto. L’umiliazione arriva a livelli quasi intollerabili quando ordinano al vecchio, siccome non è sufficientemente veloce, di usare non solo le mani ma di portare le feci anche con la bocca. L’uomo si sveglia di soprassalto e sente le voci dei jibbler che hanno raggiunto la capanna. Tira fuori una pistola, forse il retaggio del passato a cui l’incubo potrebbe fare riferimento, e cerca di rimanere sveglio per tutta la notte. Il giorno dopo arriva tardi al lavoro perché si era addormentato, e Valdez lo informa che i bambini del giorno prima sono scomparsi. Il vecchio ritorna a casa, cerca nuovamente di restare sveglio ma non ce la fa, e il sogno della sera precedente riprende. Si risveglia a causa dei guaiti disperati del proprio cane: esce e vede che i mostri lo stanno torturando. Cerca inutilmente di salvarlo e poi si barrica in casa. Ricade addormentato e si trova a parlare con un ragazzo – il figlio? Oppure un amico? -, di come si fosse sentito disperato quando il giovane era morto di cancro. È un dialogo malinconico quello che i due si scambiano, anche se viene espresso chiaramente che è l’anziano a parlare e a esprimersi per entrambi. È un momento toccante, questo, che ricrea il senso di abbandono, quando si perde tutto e tutti, che verosimilmente Simmons voleva esprimere con questa storia. Tutto il resto è sovrastruttura, mascheramento, utilizzo del genere. Il protagonista si sveglia per l’ultima volta, trovando una delle creature nella stanza: lo attacca, e ha ovviamente la peggio. Questo è forse la storia che usa in maniera più evidente il genere per parlare e raccontare qualcosa di diverso. È un viaggio doloroso quello che viene intrapreso, ma probabilmente più per l’autore, che si mette a nudo rivelando emozioni molto personali.

“Head of a Dog” è la criptica storia di una tavola di un uomo che su una nave, che assomiglia quasi a un piccola città, grida che quella stupida barca ha la testa di un cane. A questa segue “Jesus Christ”, un racconto senza parole che abbandona ogni pretesa realistica e abbraccia il registro surreale e simbolico: qualcosa cade su un pianeta e si rivela come un gigantesco centauro pieno di cicatrici, che sconvolge la vita degli abitanti, visti solo in qualche vignetta come esseri microscopici che emettono suoni incomprensibili. Alternando momenti violenti ad altri più onirici, la creatura si scatena sul pianeta e sulla città tentacolare. Il senso del racconto non è immediatamente comprensibile sebbene, sia per il titolo che per certi simboli, possiamo intuire che rappresenti i sentimenti contrastanti di attrazione e repulsione di Simmons verso la religione, probabilmente considerata come una commistione inestricabile di violenza e amore. È una storia che lascia al lettore la propria interpretazione, che agisce nel subconscio, come molte delle situazioni descritte negli altri racconti, che agita qualcosa nel profondo, che riesce a entrare in contatto con chi guarda sbigottito queste pagine apocalittiche che si dispiegano sotto i nostri occhi e che si interrompono improvvisamente, sebbene si possa intuire che la sospensione corrisponda a un momento di pausa da parte dell’essere “divino” (?) prima che si scateni ancora una volta in una nuova zona del pianeta oppure su un’altra città.

Nella storia breve “Mutant” un essere mutante uccide un ragazzo, viene inseguito e apparentemente distrutto con una violenza e un odio analogo a quello che si scatena in dimostrazioni di intolleranza. Di registro completamente diverso è la storia lunga “Cockbone”: molto intensa, spiazzante e, per certi aspetti, anticipatrice del successivo libro Black River, è ambientata in un futuro imprecisato e concentra l’attenzione su una famiglia composta dai due genitori e tre fratelli, di cui uno – quello a cui fa riferimento il titolo – ritardato. Rozzi, volgari e legati da legami incestuosi, all’apparenza sembrano la classica famiglia redneck, come è stata rappresentata in molte storie ambientate negli Stati Uniti rurali. A tenere “legati” i componenti è il fatto che tutti si nutrono dello sperma di Cockbone, dotato di una sostanza psicotropa che li rende felici. Un giorno il protagonista scopre di avere una malattia venerea e, nel tentativo di “curarsi”, rompe in due il suo pene. I familiari sono disperati perché temono di non poter più bere il suo sperma e, in uno scoppio di rabbia, i due fratelli e il padre si massacrano accusandosi a vicenda di avere infettato Cockbone. La madre e il giovane malato partono per andare alla ricerca della zia, una strega che forse potrebbe curarlo. Attraversano un mondo devastato, con aerei che sganciano bombe e distruggono città, e branchi di cani che attaccano chiunque. Ii dialoghi sono come sempre fondamentali perché rivelano quali siano i reali interessi dell’autore. In questo caso i personaggi – o meglio, la madre, attraverso un monologo – tratteggiano la disperazione della vita in quel mondo, il loro tentativo di creare dei rapporti e dei legami che li possano far sopravvivere in un ambiente spietato che non cerca altro che di divorarli e distruggerli. Sarà proprio quello il loro destino: la madre verrà massacrata da dei cani rabbiosi, mentre lui probabilmente farà una fine analoga, a opera di un essere femminile sporco, disgustoso, ributtante che emette versi e che potrebbe essere quella zia che tanto avevano cercato. Ciò che colpisce non è solo l’ambientazione rappresentata né i rapporti familiari, ma la voluta incompiutezza della storia: lo scopo del viaggio viene negato quando si interrompe bruscamente, senza permettere ai due personaggi di avere la possibilità di raggiungere la propria destinazione per cercare di risolvere e migliorare la propria situazione. La loro inutilità e insignificanza viene esplicitata in questo fallimento che lascia nel lettore un senso di malessere per l’insensatezza di tutta la vicenda, a cui non viene fornita la benché minima possibilità di soluzione.

Il racconto che dà il titolo all’antologia conferma la sensazione di inquietudine strisciante, di stranezza sempre più presente e insinuante, in cui non c’è nemmeno più bisogno di utilizzare la violenza. Un uomo guarda un film: non si capisce di che cosa si tratti, ma dai dialoghi e da qualche scena si intuisce che si potrebbe trattare di un film porno particolarmente violento. Nel buio della sala cinematografica gli si avvicina qualcuno che cerca di sbottonargli i pantaloni affermando di avere un istinto che non riesce a reprimere. L’uomo lo allontana e quando esce si accorge che è sporco di quello che sembra – almeno dai colori – un misto di sangue ed escrementi. In lontananza, il tipo che ha cercato di abbordarlo, di schiena, a torso nudo, canticchia e accenna un passo di danza. L’inquietudine del non detto, l’incomprensibilità del fatto apre la strada all’interpretazione di quello che si è appena visto e di che cosa possa significare. Lo squallore della situazione e i pochi indizi, lasciati in maniera casuale, scatena automaticamente la fantasia in chi legge, proprio come la copertina dell’antologia descritta all’inizio, e i territori in cui ci si trova a entrare timidamente sono tutto tranne che rassicuranti. In questa manciata di pagine Simmons dimostra di essere evoluto dall’autore del primo racconto della raccolta, e di riuscire a realizzare dei piccoli gioielli di orrore psicologico.

La storia lunga “Demonwood” chiude il libro, elevando le tematiche e le atmosfere dei racconti precedenti. Un uomo inizia a lavorare in un parco giochi. Il suo compito, come quello degli altri compagni, è di liberare le fondamenta da vari pezzi di legno prima che quello spazio riapra in estate. La giornata passa nella monotonia del lavoro e quando sta per andare via, la macchina non parte. Un paio di colleghi gli chiedono se ha bisogno di aiuto, ma lui minimizza il problema. I due gli consigliano di non restare lì a lungo perché sembra che di notte si aggirino dei demoni. Quando il sole tramonta, compare un bambino che minaccia di violentare l’intera famiglia dell’uomo, mentre con la massima tranquillità si mangia un hot dog, beve una lattina di coca cola e fuma una sigaretta. Il piccolo lo denigra per quello che non è riuscito a fare nella vita, per quanto è povero e per i fallimenti che ha subito. Tira fuori un lungo bastone, gli spiega che cosa farà alla sua famiglia con quello, e lo invita a non restare là ma a tornare dai suoi familiari. Quando entra a casa, vede un gruppo di uomini, tutti estremamente pallidi, che sembrano la versione più grande – ma non adulta – del bambino. Anche lui è là, sopra le spalle di uno di quegli strani individui che tiene sotto il braccio il bastone che avevamo visto prima. La storia si chiude con il bambino che, in maniera casuale, afferma che il divertimento sta per cominciare. Malessere è di nuovo la parola d’ordine per questa storia, a cui si aggiunge il senso di inadeguatezza che prova il protagonista, dettagliatamente illustrato dal bambino che, inspiegabilmente, sa tutto di lui e, attraverso la sua superiorità, lo giudica e lo umilia. Ridicolizza le sue debolezze e lo conduce verso il suo inevitabile destino di dolore, sopraffazione e morte. Viene trasmesso anche un senso di impotenza: l’uomo non si ribella a quello che, almeno nell’aspetto, sembra un piccolo inoffensivo e indifeso. Balbetta qualcosa all’inizio, ma ben presto tace, ascolta affranto e obbedisce a quello che gli viene detto di fare. È facile intuire che, come sta subendo l’arroganza del suo interlocutore, così avrà subito il potere delle altre persone incontrate nella sua vita. Come si può intuire da questa descrizione, Simmons è perfettamente in grado di gestire la materia e le sensazioni di disagio e di sopraffazione senza far vedere una sola goccia di sangue. È la creazione di ambientazioni realistiche e quotidiane dove si scatena la violenza (psicologica) quello che gli interessa rappresentare, una (ri)creazione delle dinamiche della vita di tutti i giorni – in un’intervista condotta qualche anno fa ha definito il suo lavoro quotidiano “deprimente” – inserite nell’ambientazione apparentemente fantastica del genere. La violenza verbale del monologo del bambino è terrificante, ma la si accetta perché è inserita in una cornice in cui l’autore ci richiede una volontaria “sospensione della credibilità”: siamo in uno scenario “horror”, dove il monologo è pronunciato da un bambino che palesemente non può sapere, dire o fare quello che invece sa, dice e fa. Capiamo inconsciamente che siamo di fronte a uno scarto fantastico, e accettiamo quello che viene espresso, per quanto sia duro: se infatti quelle stesse parole fossero espresse in una storia quotidiana e realistica, diventerebbero molto più spietate di quello che già ci sembrano in questo modo. Il genere, in questo caso, attenua e rende più accettabile il contenuto centrale e importante di questa storia e delle altre presenti in questa antologia.

L’insieme di tutto questo materiale e la maturazione raggiunta come autore hanno avuto un ulteriore effetto, e cioè di preparare la strada al libro successivo, Black River, uscito nel 2015: un “on the road” posto in uno scenario post-apocalittico in cui vengono messe a frutto le lezioni imparate nel corso dei lunghi anni passati a lavorare per riviste e antologie, e di cui parlerò la prossima volta.