CAPITOLO 1, ovvero: Dove si inizia a conoscere Josh Simmons e la sua ricerca della “verità emotiva”

Dopo un’introduzione postata molto tempo fa e qualche intoppo, inizia la preannunciata esplorazione dell’utilizzo del genere horror e della violenza nel fumetto statunitense, usati non come semplice e banale intrattenimento, ma come un modo per raccontare una società e, soprattutto, una personale visione e percezione del mondo.

Partiamo quindi da uno sceneggiatore e disegnatore che pubblica da circa una quindicina d’anni, ma la cui produzione è inedita in Italia. Sto parlando di Josh Simmons, classe 1977, specializzato soprattutto in racconti brevi. Se provate a sfogliare qualche sua storia, potreste avere una reazione immediata e spontanea di rifiuto di fronte a quelle pagine, facilmente etichettabili come “insostenibili”. Sarebbe però profondamente sbagliato liquidare la sua opera come una sequela di pagine di violenza estrema. Sbagliato perché dietro a quelle situazioni portate all’eccesso c’è un autore estremamente dotato, che utilizza il genere e l’horror per esplorare idee o temi che esprimono un profondo malessere e un atto di accusa nei confronti dell’abuso del potere per reprimere e umiliare.

Il primo exploit artistico di questo autore avviene all’inizio degli anni Zero, quando entra a far parte dei Know Nothing Family Cirkus Sideshow, arrivati all’ambiente circense da quello che all’inizio era un gruppo punk. Collaborano con il “The End of the World Cirkus” e lo spettacolo è fondamentalmente costituito da vari personaggi bizzarri che fanno cose ancora più bizzarre (per esempio, una ragazza attacca una confezione di sei lattine di birra al piercing delle sue labbra vaginali oppure un uomo si fa una fellatio mentre è sdraiato su un letto di chiodi). All’interno di questo caravanserraglio umano, Simmons ha il compito di truccarsi come un clown cattivo che va a disturbare gli spettatori, e di realizzare uno spettacolo di burattini. Questa esperienza dura diversi anni e verrà raccontata a fumetti dallo stesso autore nel volume edito da Top Shelf Cirkus New Orleans.

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E sono proprio i fumetti il medium con cui sceglie di esprimersi, realizzando numerose storie che appaiono su fanzine, albi autoprodotti e riviste antologiche, come «Happy» (Top Shelf), «SPX», «Kramers Ergot», «Mome» (Fantagraphics Books), «Habitat» (Oily Comics), «Nemesis Enforcer», e che gli permettono di delineare e sviluppare il proprio approccio ai comics: al di là del genere prescelto, che rappresenta semplicemente un “territorio” familiare per il lettore, è presente un profondo malessere esistenziale e una violenza che si manifesta in maniera strisciante, più che esplodere improvvisamente. Raramente è la risposta a una situazione o a un elemento scatenante, ma è, piuttosto, parte della storia, descritta in maniera dettagliata e con una precisione quasi chirurgica. C’è un distacco nella sua rappresentazione, illustrata in tutta la sua ferocia, senza nessun tipo di filtro e il benché minimo compiacimento. Anzi, si percepisce quasi un senso di pietà nei confronti degli sfortunati protagonisti, quasi una partecipazione al dolore che provano, non solo “fisico” ma, soprattutto, interiore.

L’orrore e la violenza irrompono sconvolgendo la vita dei personaggi, spesso annichilendoli e distruggendoli nei modi più odiosi . Sono storie di sopraffazione nei confronti dei deboli e degli innocenti, che non possono fare altro che arrendersi e subire ogni tipo di umiliazione, morale e fisica. L’uso della violenza, per quanto eccessiva, non deve distogliere dalla materia esposta. Non è gratuita e ammiccante, ma sempre sgradevole e angosciante, e il genere viene piegato e modificato, arrivando spesso a una conclusione completamente diversa rispetto a quello che ci si poteva attendere considerati i presupposti iniziali.

Viene raccontato quello che più di profondo prova l’autore, per esplorare quelle parti  personali della propria vita e delle proprie esperienze. È lui il primo ad ammettere di essere interessato a quanto gli esseri umani possano essere sadici e folli, sebbene non creda che tutte le relazioni interpersonali siano così malate. Per questo motivo, crea le proprie storie scegliendo, come strada estrema, di partire dalla prospettiva dell’aggressore o dello psicopatico. Considera l’horror come una variazione del melodramma, quindi una realtà estremizzata, ed è all’interno di questa struttura che è in grado di arrivare a quella che lui definisce una “realtà emotiva”. Sebbene al momento sia il genere che gli interessa maggiormente, non vuole lasciarsi intrappolare da esso: quello che per lui è fondamentale è realizzare storie che siano intelligenti, originali e ben realizzate. Un esempio alternativo che ha realizzato è, per esempio, il racconto “Happy New Year – A true story” pubblicato dal «Seattle Weekly» nel luglio del 2016 e che racconta con ironia l’ultimo capodanno dell’autore.

Simmons è principalmente un autore completo, ma ha collaborato anche con altre autori. Si nota in queste storie un “lieve” alleggerimento nelle atmosfere, una violenza meno presente (graficamente), come in “Daddy, disegnata da James Romberger, anche se “The Scales”, un altro racconto pubblicato su «Creepy» #13 (Dark Horse Comics) con i disegni di Dean Haspiel, riesce a mostrare un taglio abbastanza personale sul tema piuttosto sfruttato delle famiglie disfunzionali, tipiche di un certo horror rurale, che ha il suo esempio cardine nel film Non aprite quella porta.

“The Scales”: testi di Josh Simmons, disegni di Dean Haspiel

Da citare invece come perfetto esempio di una collaborazione che funziona a tutti gli effetti è l’incompiuto “The White Rhinoceros”, pubblicato negli ultimi quattro numeri della rivista «Mome», per i testi di Shaun Partridge. Una surreale storia ambientata nel paese di Razzalandia, impregnato di “magia razziale” e popolato da esseri strani, mostri e veicoli con caratteristiche piuttosto singolari. Due umani si trovano improvvisamente catapultati in questa situazione e hanno delle difficoltà ad adattarsi, anche a causa dei fraintendimenti linguistici con gli abitanti che incontrano: i modi di dire e i giochi di parole, tipici della lingua inglese, hanno qui un’accezione completamente diversa, provocando un forte disorientamento nei personaggi principali. Purtroppo la storia non si è conclusa a causa della chiusura anticipata dell’antologia, ma si nota fin dalle prime pagine che l’equilibrio tra la follia della storia e dei dialoghi e la giocosità del disegno e degli eccessivi colori pop è totale. Ci troviamo solo apparentemente distanti dalle atmosfere tipiche delle storie di Simmons, ma se togliamo la tragicità di cui è pervasa la maggior parte delle sue opere, quello che rimane è quell’ironia e quella follia che qui hanno un’accezione più allegra e spensierata.

Una tavola dalla prima puntata di “The White Rhinoceros”: testi di Shaun Partridge, disegni di Josh Simmons

La produzione artistica di Josh Simmons non si limita a questi racconti a fumetti, ma si allarga anche verso altre direzioni, toccando una delle sue passioni più forti: il cinema. Ha realizzato alcuni cortometraggi che mostrano un percorso e una maturazione analoga a quella dei fumetti. “Angeleyes, il suo primo exploit video del 2008, lo si può considerare un divertissement: prende infatti un film amatoriale di quando era bambino e, mettendo come base una delle sue canzoni preferite degli Abba, tratta le riprese di se stesso che balla vicino a una piscina proprio come un video pop degli anni Ottanta, con rozzi effetti grafici computerizzati a non finire.

Il secondo corto mantiene la giocosità precedente, e inserisce alcuni elementi dissonanti, tipici delle sue storie. “B-Ball Queens” non ha praticamente storia e consta di due situazioni: la prima ritrae tre ragazze che, con vestiti aderentissimi e scarpe a spillo, mangiano su una panchina, in un bosco di fronte a un fiume. Addentano della frutta con i classici e stereotipati ammiccamenti del cibo come metafora sessuale, e solo dopo un po’ ci accorgiamo che quelle ragazze sono in realtà degli uomini travestiti. Stacco: i tre si trovano su un campetto di pallacanestro e iniziano a giocare a basket, mantenendo i vestiti eleganti e le scarpe che avevano esibiti in precedenza. È nella naturalezza del travestitismo e nell’apparente tranquillità del pasto lungo il fiume che il corto si insinua nello spettatore e gli fa percepire che ci può essere qualcosa di più, rispetto alle apparentemente semplici scene che sta vedendo: la dote che ha Simmons nel raccontare a fumetti si trasferisce anche qui.

Tutto questo è evidente nel finto spot “UTZbuyUTZ: un uomo in mutande, dietro una finestra e illuminato da una luce rossa, tiene in mano un sacchetto di patatine Utz, lo schiaccia e provoca del rumore. Non succede nulla e l’atmosfera, se non malsana, è sicuramente inquietante per la stranezza che viene rappresentata. L’influenza di certe situazioni messe in scena nelle opere di David Lynch forse non è così lontana, soprattutto per l’abilità di creare effetti stranianti praticamente dal nulla.

Queste sensazioni vengono focalizzate nell’ultimo corto che, per atmosfere e musiche, sembra rifarsi anche alle opere degli anni Ottanta del regista John Carpenter. L’ispirazione di “The Leaderproviene da un sogno che l’autore ha avuto e potrebbe, con il suo taglio molto realistico e, allo stesso tempo, onirico e inquietante, sembrare uno dei tanti racconti a fumetti che ha realizzato in questi anni: un giovane nota due ragazze scalze e con una tunica. Le segue fino a una casa, dove troverà una strana setta… di nuovo, gli elementi sono minimi, ma l’effetto malsano che riesce a trasmettere viene amplificato dal modo in cui li presenta e li fa interagire.

Fino a questo momento abbiamo parlato di esempi di storie che trovano nella sintesi la loro forza, ma Josh Simmons si è cimentato anche in narrazioni più lunghe. House (2007) è una storia senza parole di una settantina di pagine, in cui si racconta l’odissea da incubo di due ragazze e un uomo, che si trovano immersi in strane e torbide atmosfere.

L’anno seguente è la volta della raccolta in volume del primo capitolo di Jennifer Farm, colossale e impegnativo progetto iniziato nel gennaio del 2000 e che accompagnerà Simmons ancora per una trentina d’anni. L’idea fondamentale è di disegnare una tavola al mese per cinquant’anni per arrivare a realizzare una storia di 600 pagine, da raccogliere ogni otto anni. Finora sono usciti due libri, centrati sul personaggio femminile principale che dà il titolo alla serie e che si trova coinvolta in indescrivibili situazioni tra il surreale, il grottesco e lo splatter. Dall’andamento a volte altalenante, non è chiara verso quale direzione voglia andare la storia, e può dare l’impressione di essere più un esercizio stilistico, realizzato quasi per una propria sfida personale, che un fumetto realizzata con uno scopo narrativo ben preciso.

Questa panoramica dell’opera di Josh Simmons non si può però considerare conclusa senza parlare in dettaglio di The Furry Trap, l’antologia di undici racconti che sintetizza in maniera esemplare il suo concetto di horror, ma soprattutto di Black River, il graphic novel pubblicato nel 2015, che rappresenta il punto più alto e maturo raggiunto fino a questo momento dall’autore… ma di questo avremo modo di parlare nei prossimi due appuntamenti.