INTRODUZIONE, ovvero: Dove si iniziano a fare i preparativi di viaggio

Qualche mese fa, due episodi slegati tra loro hanno riacceso il mio interesse per una questione che era rimasta sopita per lungo tempo in un angolo della mia mente: la lettura dei libri TEOTW (The end of the fucking world) di Charles Forsman e Black River di Josh Simmons, in cui la presenza della violenza, fisica e psicologica, è centrale nello svolgimento della storia, si è incrociata con la visione di un post su Facebook di Massimo Perissinotto che ricordava come sulla rivista degli anni Novanta «Fuego» si fosse aperto un dibattito molto articolato e combattuto sul tema dell’uso della violenza nel fumetto. Questi due eventi casuali hanno riacceso il mio interesse sulla questione, e hanno dato il via a una riflessione sulla sensazione che queste due tematiche sembrano essere tornate nuovamente il territorio privilegiato – preferito? – di certi autori che le usano come grimaldello per raccontare qualcosa di diverso dalla semplice rappresentazione di eventi sconvolgenti o di situazioni estreme.

"TEOTFW" © Charles Forsman.

“TEOTFW” © Charles Forsman

Il tema della violenza, e in parte dell’horror, mi ha sempre colpito e interessato per il modo con cui può essere rappresentata, per l’uso che se ne può fare, ma anche per le reazioni che è in grado di generare nel lettore o nello spettatore. Fastidio, inquietudine, nausea, ma anche partecipazione, esaltazione e soddisfazione catartica. Che cos’è che le provoca? Come agiscono i meccanismi in linguaggi diversi come il fumetto e il cinema per creare, quando ci si trova davanti a situazioni simili, un analogo livello di immedesimazione? È giusto, infine, farsi coinvolgere, soprattutto se c’è un senso di partecipazione (pensiamo, per esempio, all’euforia che il lettore o lo spettatore prova quando il cattivo di turno trova la sua tanto attesa punizione)? Queste emozioni, almeno per quello che mi riguarda, sono trasmesse più frequentemente e più facilmente dal cinema, soprattutto di derivazione statunitense dove il tema della rivincita e della rivalsa impregna profondamente le storie che provengono da quella nazione, mentre nel fumetto la reazione a questi stimoli può essere più rara e, probabilmente, meno intensa… ma comunque sempre presente.

"Black River" © Josh Simmons

“Black River” © Josh Simmons

Oltre ai due titoli citati all’inizio, mi si è composto di fronte, quasi casualmente, un percorso di libri diversi che avevano tali affinità e che mi hanno fatto osservare ancora una volta, come già accaduto in passato, come queste forme e questi contenuti così dirompenti venissero usati in maniera consapevole non più (o non solo) da autori o case editrici che tentavano di creare, in maniera programmatica e strumentale, dei casi editoriali oppure che cercavano di realizzare delle storie, nel migliori dei casi, appena passabili. No, c’erano nuovamente degli autori che utilizzavano la violenza e l’horror come un mezzo per parlare, in maniera “distante” ma nello stesso tempo più partecipe, della nostra realtà. Quello che l’horror, nei suoi esempi migliori, ha sempre fatto, qualunque fosse il mezzo espressivo prescelto (narrativa, cinema o fumetto).

Guardandomi attorno nel panorama anglosassone, mi sono quindi trovato a (ri)scoprire titoli e autori che avevano intrapreso questa strada oppure che avevano inserito, nel loro percorso creativo, questi elementi, senza aver scatenato nessuna alzata di scudi o attacchi. Ormai è piuttosto risaputo che negli Stati Uniti è più facile subire un attacco per qualcosa legato al sesso, come è successo pochi anni fa a Milo Manara per una copertina “eccessivamente” ammiccante” realizzata per la Marvel Comics, che per delle scene particolarmente truculente, come ampiamente dimostrato da certi fenomeni editoriali del passato, tipo la moda periodica delle “bad girls”, oppure le pubblicazioni di certe case editrici come la defunta Chaos, la Avatar del primo periodo e le attuali Boundless e Coffin Comics.

Apparentemente, sembrano essere passati i tempi di Fredric Wertham e della sua crociata iniziata con il libro Seduction of the Innocent, in cui la linea di fumetti della casa editrice EC Comics venne attaccata per i contenuti violenti che “traviavano” e seducevano, appunto, la mente dei giovani lettori. È forse perché finalmente i lettori di fumetti sono più maturi e sanno leggere e interpretare meglio il significato della violenza? Oppure la ragione è che siamo talmente anestetizzati dalle scene che vediamo tutti i giorni che il sangue disegnato non ci fa più impressione? Oppure perché il fumetto – magari questo tipo di fumetto – è lontano dai radar di chi è sempre pronto, in maniera miope, a criticare le cose che non capisce o che non sono in linea con il proprio pensiero? O, infine, forse è perché la violenza non viene più considerata un argomento così scomodo e tabù, mentre sono altri i temi che è “meglio non toccare”, pena l’attacco immediato – come il sesso, la religione o la politica.

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Sembra esserci una sorta di filo rosso per cui l’horror e la violenza sono nuovamente utilizzati come filtro per leggere il nostro mondo – forse anche per interpretarlo -, elevandolo quindi a elemento fondamentale, e non gratuito, della storia che raccontano. Per cominciare, quindi, a fare qualche esempio legato all’horror, una casa editrice considerata fino a qualche anno fa di serie B come la Avatar è diventata, a un certo punto, quasi il “rifugio” di autori come Alan Moore, Warren Ellis, Garth Ennis e David Lapham, che hanno realizzato qui le loro storie più estreme… è stato forse un modo per mostrare come la tanto lodata etichetta Vertigo fosse diventata solo un’accozzaglia di storie che usavano il turpiloquio e qualche scena forte per scandalizzare esclusivamente gli adolescenti alle loro prime letture post-supereroistiche? Oppure agli inizi degli anni Zero era riuscita a diventare, probabilmente inconsapevolmente, la “risposta creativa” a quelle limitazioni che venivano posta dalle altre case editrici… magari perché, pur di richiamare certi scrittori, era disposta a dare completa carta bianca per le storie che avrebbero realizzato?

Di tutto quel gruppo di sceneggiatori, Alan Moore è rimasto l’unico a perseguire senza interruzioni quella strada, con l’esplorazione delle tematiche lovecraftiane culminata nella colossale, per dimensioni e portata, Providence, una delle opere più dense della sua ultima produzione, e reinventando l’universo simil-zombie inventato da Garth Ennis, con “Crossed +100”, serie dove immagina un “nuovo inizio”, realizza il primo ciclo – gettando le basi di quello che sarebbe poi potuto seguire – e passa il testimone agli autori che hanno continuato e concluso la vicenda.

"Crossed +100" © Avatar Press, Inc.

“Crossed +100” © Avatar Press, Inc.

A questo si aggiunge poi il suo nuovo progetto, “Cinema Purgatorio”, il primo numero finanziato tramite Kickstarter, e poi stampato regolarmente dalla Avatar. Si tratta di una nuova antologia horror, curata da lui e Kevin O’Neill, che sembra riprendere, almeno nelle intenzioni, lo spirito delle testate (non solo horror) della EC Comics di Harvey Kurzman, per la varietà di tematiche, respiro e ambientazioni, e a cui collaborano diversi team di autori, capitanati da sceneggiatori come Garth Ennis e Kieron Gillen.

"Cinema Purgatorio" © Alan Moore & Kevin O'Neill

“Cinema Purgatorio” © Alan Moore & Kevin O’Neill

Per ritornare agli zombie, appena citati per la serie di “survival horror” creata dallo scrittore irlandese, Brian Ralph realizza per la Drawn & Quarterly Daybreak, un fumetto minimale dove la quotidianità, a cui ci si cerca di aggrappare, viene vista letteralmente in soggettiva, attraverso gli occhi del protagonista che cerca di sopravvivere in un mondo allo sfacelo, percorso dai morti viventi.

"Daybreak" © Brian Ralph

“Daybreak” © Brian Ralph

Un territorio analogo è toccato dal già citato Black River di Josh Simmons, uscito per Fantagraphics Books, in cui il pianeta è ricaduto in un nuovo “medioevo”, che si ciba delle rovine tecnologiche del mondo alla deriva da cui proviene, ed è attraversato da un gruppo di sopravvissuti che intraprendono un viaggio che mescola la visione pessimistica di The Road di Cormac McCarthy con la speranza irreale per un mondo migliore presente nel distopico Racconto dell’ancella di Margaret Atwood.

"Black River" © Josh Simmons

“Black River” © Josh Simmons

Richard Sala, dopo una parentesi con un libro “per ragazzi” pubblicato dalla First Second, continua nella sua personale esplorazione dei generi di serie B, a metà tra horror, thriller all’italiana e, recentemente, in modo ancora più esplicito, anche il feuilleton. Il suo ultimo Violenzia and Other deadly Amusements amplifica l’astrattezza che aveva sempre caratterizzato questo autore: la protagonista che dà il titolo al libro è una vendicatrice senza una motivazione esplicitata che perseguita un gruppo di uomini, eliminandoli uno a uno. A un certo punto forse si intuiscono le cause e l’oscuro passato che l’ha instradata in quel percorso di sangue, ma diventa l’elemento meno interessante: il centro dell’attenzione è, in realtà, l’azione frenetica che ne deriva, rendendo praticamente inutile la presenza di qualsiasi tipo di macguffin.

"Violenzia and Other Deadly Amusements" © Richard Sala

“Violenzia and Other Deadly Amusements” © Richard Sala

Se ci spostiamo nella zona dell’uso della “violenza pura”, sempre per Fantagraphics, Terror Assaulter (O.M.W.A.T. – One Man War Against Terror) di Benjamin Marra segue un’analoga rielaborazione del genere (in questo caso, i film d’azione e di spionaggio degli anni Settanta e Ottanta), realizzando un fumetto che sembra intriso anche di due opere fumettistiche apparentemente contrapposte come Cannon di Wally Wood e Trashman di Spain Rodriguez. Il risultato finale è una vicenda lisergica che “rivela” e utilizza i luoghi comuni di James Bond, mescolandoli a una visione del mondo conservatrice e “statunitense-centrica”, come nella migliore tradizione dei film action del passato, e, allo stesso tempo, ridicolizzandoli e spingendo il piede sull’acceleratore dell’estremizzazione di ogni situazione. Da notare che, proprio recentemente, lo stesso autore ha postato su Facebook come la Marvel Comics abbia utilizzato proprio in questi mesi lo stesso sottotitolo “One Man War Against Terror” per la sua nuova testata supereroistica “Solo”… in questo caso, però, senza il sottotesto grottesco che tale definizione aveva nel libro di Marra.

"Terror Assaulter" © Benjamin Marra

“Terror Assaulter” © Benjamin Marra

Sempre per Fantagraphics, c’è il già citato TEOTW (The end of the fucking world) di Charles Forsman, opera dolente a metà tra La rabbia giovane di Terrence Malick e Assassini nati di Oliver Stone, che si pone come crocevia interessante di un giovane autore che passa dal fumetto di vita quotidiana, come il precedente Celebrated Summer, a “Revenger”, l’attuale serie autoprodotta – e finanziata dai lettori tramite Patreon – che rivisita le situazioni dei “film di vendetta” degli anni Settanta e Ottanta.

"TEOTFW" © Charles Forsman

“TEOTFW” © Charles Forsman

Anche Rich Tommaso, in questa tendenza che attraversa vari autori, si rifà a certe atmosfere anni Settanta, aggiungendo anche un pizzico di Tarantino, e realizza “Dark Corridor”, un interessante comic book, purtroppo concluso al settimo numero, che trova la sua vera dimensione proprio nella pubblicazione seriale più che nella successiva e, inevitabile, raccolta in volume. In quest’opera il tono della violenza viene “attenuato” solo dal tratto grafico del disegnatore (leggero, stilizzato e non realistico), ma la storia che racconta è spietata e non lascia presagire nessuna speranza per il futuro. A marcare un ulteriore collegamento in questo discorso, è l’opera che realizza successivamente, al momento baciata da maggior fortuna: “She-Wolf”, cioè la storia di un’adolescente licantropa. I toni si attenuano e i riferimenti si spostano a toccare opere come Voglia di vincere (ovvero Teen Wolf), ma il sangue continua a scorrere.

"Dark Corridor" © Rich Tommaso

“Dark Corridor” © Rich Tommaso

In maniera circolare, ritorniamo alla Avatar con “Über”, fumetto super-eroistico di Kieron Gillen e Canaan White ambientato alla fine della Seconda Guerra Mondiale dove, quasi prendendo a prestito un’idea piuttosto simile del primo ciclo di Zenith di Grant Morrison, si ipotizza che i nazisti siano arrivati per primi alla creazione del super-uomo, utilizzato come strumento per cercare di ribaltare quella sconfitta che appare ormai quasi inevitabile. Da qui, scaturiranno continue battaglie, scontri letteralmente all’ultimo sangue, intrighi e congiure, che influenzeranno il destino del conflitto.

"Über" © Avatar Press, Inc.

“Über” © Avatar Press, Inc.

Questi sono solo alcuni degli autori e delle opere che ho intenzione di affrontare e di cui vi parlerò nelle prossime settimane. Il viaggio di esplorazione non seguirà necessariamente l’ordine appena esposto, bensì dinamiche e ritmi diversi, che saranno influenzati anche da altre letture e scoperte – che inevitabilmente accadranno -, per verificare se è vero che il sangue possa diventare la chiave di accesso e di lettura per capire fumetti che sembrano abbandonare i terreni “sicuri” (ma a rischio di manierismo) delle storie di vita quotidiana o autobiografiche per abbracciare invece quelli molto più complessi, problematici e, a volte, controversi del genere.