Dylan Dog e l'Isola di Wells

Dylan Dog e l’Isola di Wells

Approfittando del trentennale di Dylan Dog, su questo blog ho strutturato una piccola riflessione sull’adattamento letterario in questa storica testata.

Fin dal suo nome Dylan fonde presunti “alto” e “basso” letterario, Hard Boiled e Dylan Thomas (qui); il suo autore, Tiziano Sclavi, è lo sceneggiatore più “letterario” del fumetto italiano moderno, anche solo per la sua doppia produzione, di scrittore e di fumettista: il primo che potrebbe essere (a pieno merito) inserito in una antologia delle superiori (vedi qui).

Avevo accennato, a margine di un discorso più ampio sull’Inferno a fumetti, di come anche in Dylan sia un elemento costitutivo e reinterpretato (vedi qui); non solo “Inferno” dantesco ma “Inferni”, con consapevolezza di Bulgakov, di Kafka, di Sartre – oltre che di Romero, ovviamente.  Su questo ci sarebbe ovviamente da fare uno studio più ampio e dettagliato. Similmente, avevo accennato di come il Frankenstein di Mary Shelley sia stato un modello seminale, al di là dell’albo-omaggio di Chiaverotti.

La prima consistente citazione dylaniata, come avevamo visto, era apparsa nella Zona del Crepuscolo, con un inserto del Valdemar di Poe, riferimento centrale del Dylan Dog sclaviano.

lovecraftA margine del precedente articolo, tra l’altro, va annotato che molto meno spazio ha avuto nel Dylan “storico” H.P. Lovecraft, l’altro gran maestro dell’horror americano, fa una sua comparsata in “Cagliostro!”, con una scena dello splatter del periodo, in cui si dà in pasto a uno dei suoi Uomini-Pesce. L’intervento dello pseudo-Lovecraft non ha oltretutto conseguenze nella narrazione.

Credo che il significato potrebbe proprio essere quello di una “anti-citazione”: mentre il Valdemar di Poe veniva riconosciuto come modello, Lovecraft molto meno. Anche, penso, per le sue note posizioni “razzistiche”: legate ai suoi anni, certo (“è morto nel 1937”, dice Sclavi) ma comunque credo non gradite all’autore. Lo omaggia il giusto, ma non più.

Una scena simile sarà poi citata in modo preciso da Roberto Recchioni ne Al servizio del caos, adattandola ad Alan Moore (all’interno quindi del medium fumetto: ma Moore è anche scrittore). Sarebbe curioso se capire se con senso di garbata presa di distanza (Recchioni è molto più vicino a Miller che a Moore, per dire), oppure no. Sicuramente, è significativo che appaia in questo ciclo, per ora frammentario, che va a ricuperare l’orrore lovecraftiano, più presente su Dylan nel “rinascimento dylaniato” rispetto a prima.

islandofdrmoreau

Ma se Poe è il primo autore a godere di una citazione ampia, il primo “integrale” adattamento letterario è L’isola misteriosa (N.23) di Sclavi e Ambrosini: la citazione de L’isola del dottor Moreau (1895) di H.G.Wells è evidente fin dal titolo. E l’albo infatti riflette abbastanza sul meta-letterario fumettistico.

All’inizio, l’albo parte citando un altro racconto di fantascienza, “Fiori per Algernon” (1958) di Daniel Keyes. Anche qui il protagonista è un povero hillbillie ritardato, amico con un topo di nome Algernon, che diviene intelligente dopo un’esperimento (governativo in Keyes, ufologico in Sclavi). Siamo, oltretutto, negli anni ’50, e come scopriremo in seguito, “trent’anni prima”: quindi, nel 1958 (l’albo è del 1988), l’anno in cui il racconto è composto. Stephen, a p.7, cita anche La guerra dei mondi di Wells, e in particolare l’adattamento radiofonico di Orson Welles, del 1938, che potrebbe anche aver sentito da bambino (se avesse, ad esempio, trent’anni: l’età è giovane, ma indefinita da come appare il disegno).

“Ora conosco Chaucer e Dante Alighieri, Shakespeare e Poe” afferma Stephen (un rimando a King? in questo caso, il rischio è di sovrainterpretare, per quanto sia possibile un rimando kinghiano, in particolare a Il tagliaerbe, ovviamente il racconto originale, senza realtà virtuale) dopo il contatto con l’alieno. Un rimando che, sul finale, Sclavi collega al monolite di 2001. A Space Odissey rimando a Stanley Kubrick, certo, ma anche a Arthur C. Clarke, autore dell’opera originaria. Gli autori citati non sono ovviamente casuali, ma costituiscono delle potenziali fonti di Dylan Dog, in varia misura.

La citazione a Moreau è esplicitata a p.20, quando il nome è ripreso come nome del luogo. Il fatto che la citazione vada al romanzo di Wells e non tanto a uno degli adattamenti filmici (che, come vedremo, sono richiamati) si evidenzia anche dalle frequenti citazioni letterarie: si evoca il “Dracula di Stoker” e il “Barilotto di Amontillado di Poe” (p.30) .

Ancora più interessante la citazione di Vitaliano Brancati, quando Dylan dice di sé “Sento l’ala della stupidità sfiorarmi”, richiamando un passo de Paolo il caldo (1955), il romanzo postumo della “Trilogia del Gallismo” (dopo Don Giovanni in Sicilia del 1939 e Il bell’Antonio del 1949) dell’autore: “in successivi accessi di fantastica gelosia, si aggrovigliava sempre di più in se stesso fino a sentire l’ala della stupidità sfiorargli il cervello”, si dice infatti del protagonista. Interessante questo parallelismo che Sclavi istituisce qui con una trilogia che analizza la fragilità di un erotismo maschile che si pretende mitologicamente forte e si svela poi in tutta la sua debolezza (come nella citazione stessa si evidenzia), perché ovviamente ha molto da dire, come suggestione, di Dylan stesso.

Il rapporto con il cavallo “Little John” (da p.24 in poi) potrebbe essere un rimando a Nietzche, che mostra la sua follia “parlando con un cavallo” durante il soggiorno a Torino. Lancaster, che appare a p.28, cita ovviamente Burt Lancaster (anche nell’aspetto fisico) che ha interpretato Moreau nel film del 1977. Un rimando filmico, certo: ma anche meta-letterario: perché Lancaster è anche l’interprete de Il Gattopardo (1958) di Tomasi Di Lampedusa. Una citazione che, qui, rimanda alla sua metamorfosi felina (e, in generale, alle capacità di trasformarsi: il Gattopardo, il principe dallo stemma omonimo, è il camaleonte politico per eccellenza). Ma, a suo modo, si collega anche alla Sicilia di Vitaliano Brancati, citata poco prima. E, naturalmente, il 1958 è anche l’anno di Fiori per Algernon.

Il disvelamento pieno della citazione di Moreau avviene a p.50, la cesura di metà albo che è spesso risolutiva nelle vicende di Dylan Dog, nonostante il rispetto rigorosissimo della struttura in tre atti, che a lungo veniva rimarcata nell’albo da tre titoli interni, come avviene anche qui (l’ultimo albo “a tre titoli”, penso non casualmente, è “Marty”, n.244, l’ultimo albo di Sclavi – ultimo, almeno, fino al recente ritorno per il trentennale).

Quindi Dylan scopre appunto di trovarsi su un’isola molto simile a quella del dottor Moreau; appare il radicale animalismo di Dylan, che non si difende dall’attacco animale, mentre il Groucho “inquietante” che piace a Recchioni non ha esitazioni a sparare per salvare l’amico, pur avendo capito – dall’espressione – che il “mostro” che va a uccidere non è malvagio (p.54-56). Oltretutto prima, in 53, Groucho significativamente “sbaglia” la scena topica (“Dylan, la pistola!”), cosa che potrebbe rimarcare una certa intenzionalità della scelta.

L’importanza della scelta dylaniana nei confronti dei mostri-animali, il suo radicale animalismo, è segnato dall’apparire di una citazione molto importante, sul piano visivo: il “Terzo Stato dei Mostri” (riecheggiato, in modo più impreciso, anche in copertina) che appare a p.59, riprendendo Pellizza da Volpedo. Importante, ovviamente, perché diventerà la copertina interna della serie con l’arrivo di Stano a copertinista, diventando una efficace sintesi della visione sclaviana del personaggio.

A parte questo rimando visuale continua il dipanarsi della citazione letteraria: Dylan collega esplicitamente Moreau a Wells, palesando così anche il collegamento con “il nostro amico” Lord Wells (p.63), che è un’altra citazione dello scrittore. Apparso nel numero 5, Gli Uccisori, la sua figura di scienziato pazzo diviene uno dei personaggi-cardine della serie (un onore che non spetta allo stesso Poe, per dire), e costituisce la principale concessione di Sclavi a una scienza folle ma buona. La sequenza con gli uomini-pesce che si fondono in un ciclopico uomo-piovra paga alla fine un tributo anche a Lovecraft, prima del finale circolare (e molto sclaviano) che torna ad Algernon.

In questo albo si può così vedere quasi programmaticamente all’opera la “fedeltà infedele” tipica di Sclavi: la citazione di Wells è da un lato stravolta e contaminata con vari elementi eterodossi, ma in realtà, nel messaggio di fondo, rimane fedele allo spirito dell’opera originaria: la attualizza, mescolandola con altre (soprattutto letterarie, appunto), e la rende fruibile a un grande pubblico, invitando anche implicitamente il lettore ad avvicinarsi all’originale.

Un esempio quindi del suo modus operandi: l’ultima cosa che mi pare significativo sottolineare è che il primo albo-citazione letterario è un “adattamento” (come detto, molto libero) del padre della fantascienza Wells, che ottiene un posto preminente nella serie. Quasi a indicare che la fantascienza ha un ruolo rilevante in Dylan (basti pensare al futuro di Morgana, con elementi alla Blade Runner, film ma anche romanzo di Philip K. Dick, ora omaggiato da Il pianeta dei morti di Bilotta) a fianco della tradizione dell’orrore.

Una centralità, probabilmente, che deriva dalla capacità della science-fiction di rimettere in discussione la realtà, una radice quasi altrettanto importante dell’immaginario del personaggio.

E con questo post la nostra riflessione per il trentennale dylaniato volge verso la sua conclusione (per quanto, potenzialmente, sia un lavoro infinito). Manca solo da esplorare un ultimo aspetto piuttosto interessante: il rapporto con Pirandello e, più in generale, col canone letterario italiano.