I tesori di Boscarato

I tesori di Boscarato

In questi giorni in cui si palesano le candidature per il Premio Carlo Boscarato, l’autorevole premio fumettistico legato al festival di Treviso (città di cui Boscarato, naturalmente, era originario) mi pare interessante accennare al lavoro del disegnatore trevigiano che ha ispirato il suddetto concorso; con particolare riferimento, naturalmente, all’adattamento letterario a fumetti che è il tema di questo blog “Come un romanzo”.

Boscarato, classe 1926, aveva esordito sulla stampa cattolica dell’immediato dopoguerra, e in particolare sul glorioso Vittorioso postbellico, per cui lavora dal 1948 fino alla chiusura nel 1967. Dall’anno seguente passa sul rinnovato Giornalino, testata cattolica dei Paolini di Alba nata già nel 1924, ma che raggiungerà una delle sue particolari età dell’oro in questa nuova fase. Se volessimo usare uno schema un po’ semplificatorio ma efficace, il Vittorioso è stata la stampa a fumetti del cattolicesimo pre-conciliare; che chiude non a caso poco dopo la piena recezione dei dettami conciliari (tra cui, per dire, l’abolizione dell’Indice dei Libri Proibiti, nel 1965, con enorme rilievo anche come cambio di paradigma culturale).

Il Giornalino e la sua rinascita attorno agli anni del ’68 rappresenta una nuova cultura cattolica per ragazzi più aperta alle istanze della laicità. E anche Boscarato in qualche modo ne è uno degli interpreti, naturalmente nelle sue competenze, ovvero per quanto concerne il disegno. Tuttavia, la frequente collaborazione con lo sceneggiatore Claudio Nizzi crea una sorta di stile piuttosto riconoscibile di questo duo, dove il realismo minuzioso e profondamente verista di Boscarato ha un ruolo determinante.

Il loro primo lavoro, meno noto, è Nico e Pepo (1968), le vicende umoristiche di due disoccupati che si affannano a sbarcare il lunario con vari espedienti in una città industriale del Nord Italia (forse ispirata a Torino, dato che i due incontrano in una puntata un personaggio ispirato a Giovanni Agnelli). Qui è possibile leggerne un esempio, “A cena dal commendatore”, che permette di notare il perfetto affiatamento tra i due autori: il caustico sarcasmo di Nizzi contro una società opulenta che però esclude dal banchetto chi sta ai margini è resa possibile solo dal tratto a un tempo realistico e comico di Boscarato: non sarebbe resa con altrettanta efficacia né da un tratto puramente realistico, né da un tratto completamente comico e caricaturale. L’abitudine di Boscarato – confermata più volte da Nizzi – di trarre ispirazione per i suoi comprimari da persone realmente conosciute contribuisce a questo senso veristico molto forte.

Questa coppia comica non ha comunque un particolare successo, come pure Bruno Stark (1970) con Mario Basari e Giorgio Reli (1971) con Gianni Caratelli. Grande fortuna ha invece tra i lettori del Giornalino il personaggio successivo, Larry Yuma (1971), di nuovo in coppia con Nizzi. Con questo personaggio la testata cattolica realizza un “suo” western, alternativo a quelli della grande tradizione bonelliana, da Tex in poi. Qui un esempio di questa serie.

Non si tratta affatto di un “clone di Tex”, come sbrigativamente è stato a volte liquidato da certa critica meno accorta: se Tex nel 1948 guardava chiaramente al modello di John Wayne (sapendolo, naturalmente, reinterpretare), Larry Yuma guarda allo Spaghetti-Western di Sergio Leone, e in particolare rielabora (anche qui, in modo non didascalico) l’immagine iconica dei personaggi di Clint Eastwood nella trilogia del dollaro, e figure similari. Un genere, quello di Leone e soci, che Gianluigi Bonelli comunque voleva – con alcune ragioni – derivato dal suo Tex e dal suo western; quindi una connessione vi sarebbe pure tra i due fumetti, ma probabilmente mediata dal genere filmico in voga in quegli anni.

In questo è ancor più evidente il nuovo clima del Giornalino di quegli anni che permette una pur limitata maggiore libertà artistica. Nato intorno al 1964 come genere, il western all’italiana era visto con grande scetticismo (per usare un eufemismo) dagli ambienti cattolici più conservatori, che già in passato si erano schierati con forza contro il western Bonelli (anche opportunisticamente, per favorire appunto le testate cattoliche per ragazzi). Nasce così Larry Yuma, il misterioso “straniero” vagabondo, dallo sguardo perennemente coperto dalla visiera del cappello: nella sua immagine iconica (e, per converso, in quella grottesca degli antagonisti, che con la loro grettezza fanno risaltare ancor meglio la sua spartana eleganza) un ruolo fondamentale ha il tratto distinto di Boscarato.

Il limite di Larry Yuma è più sul versante delle sceneggiature, non tanto per una responsabilità di Nizzi, quanto per i limiti oggettivi di una testata cattolica. Brusco e tagliente nelle battute, Larry Yuma non può mai usare realmente il minimo sindacale di violenza per un western, e risolve tutto a suo di pugni o, al limite, usa la Colt per disarmare senza nemmeno ferire.

Forse per questo tra le opere più pienamente riuscite di Nizzi e Boscarato possiamo annoverare i due notevoli adattamenti letterari: l’Oliver Twist (1837) di Charles Dickens e l’Isola del tesoro (1883) di Robert Stevenson. Due capolavori della letteratura inglese ottocentesca, in cui la violenza presente era giustificata dal contesto “letterario”, lasciando relativamente maggiore libertà d’azione (anche se, in entrambi i casi, si tratta comunque di opere dove gli eccessi sono sempre dalla parte dei “cattivi”, chiaramente definiti come tali).

Il primo dei due adattamenti è l’Isola del tesoro, nel 1981 (vedi qui), nell’imminenza del centenario del romanzo. L’opera di Stevenson è il romanzo d’avventura piratesca allo stato puro, già adattato da un mostro sacro del fumetto, Hugo Pratt, nel 1965 per il Corrierino (il grande concorrente “laico” del Giornalino). Boscarato realizza l’opera secondo il suo approccio personale al realismo, lontano dall’ineffabile tratto di sintesi del grande veneziano, realizzando con Nizzi un lavoro che comunque funziona benissimo, a suo modo, nell’evocare la grande avventura piratesca.

Ciò porta a un secondo tentativo due anni dopo, nel 1983, con l’opera di Dickens, parimenti avventurosa e più intrisa di messaggi sociali, particolarmente cari al Giornalino e ampiamente presenti sia nell’amara satira di Nico e Pepo, sia sottotraccia nelle storie di Larry Yuma (i deboli che egli difende sono spesso neri, messicani, indiani maltrattati da arroganti wasp altezzosi; in una storia interviene perfino il Ku Klux Klan: senza, comunque, mai pregiudicare il prevalere del lato avventuroso). L’adattamento è fedele e ancor più congeniale, forse, al “verismo” di Boscarato; ma certo l’avventura pura di Treasure Island è intrinsecamente più fondante (anche) del genere avventuroso fumettistico.

Possibile che l’autore avrebbe realizzato ulteriori adattamenti, sempre cari al Giornalino, ma la morte precoce nel 1987 ci ha privato di altre sue opere. Ma da soli, questi due esempi bastano a inserirlo a pieno titolo nel canone italiano degli adattamenti a fumetti, come Larry Yuma a collocarlo nella storia del fumetto italico tout court.