Frankenstein!

Frankenstein!

Dato che ho aperto questo blog nel trentennale di Dylan Dog, ho deciso di dedicare alcuni post agli adattamenti letterari contenuti nel fumetto (i primi due articoli qui e qui). Uno degli albi a cui sono più affezionato è il numero 60, Frankenstein!, anche perché sulla sua prima ristampa apparve l’unica lettera che ho inviato alla testata, contenente una parodia orrorifico-dylandoghiana del San Martino di Carducci (letteratura e fumetto, anche qui).

Il tema di Frankenstein è così trasversale alla storia del fumetto che è impossibile tracciare una mappatura sintetica: moltissimi antagonisti derivano dalla figura archetipa dello scienziato folle, più o meno modificata o adattata. Di recente, il tema è stato affrontato, in modo differente, in due notevoli fumetti italiani come l’ultimo Greystorm e il Duckstein disneyiano, ma anche ne I maestri dell’orrore ad opera di Gualtieri, mentre Keiner Flug si appresta a pubblicarne l’interpretazione di Espinosa. Quattro uscite italiane importanti in questo 2016, senza dover cercare più di tanto: ma come si può vedere scartabellando Lo Spazio Bianco, la fortuna del personaggio è molto vasta anche nel fumetto.

Ma Frankenstein è un riferimento importante, a livello seminale, per Dylan Dog, al di là di questo albo. L’iniziale visione del personaggio codificata da Tiziano Sclavi, infatti, si basa su una visione pessimistica della scienza, soprattutto della scienza medica, caratterizzata da una inarrestabile hybris, una arroganza che innanzitutto contraddistingue il principale antagonista della serie, il dottor Xabaras, che applica il principio frankensteiniano sui non-morti, mescolandolo al tema degli zombi caraibici riportati in auge da Romero.

Ma anche il dottor Hicks, altro antagonista ricorrente, si contraddistingue per una delirante ossessione scientifica, cui di recente Roberto Recchioni ha aggiunto il suo Dottor Vonnegut, da Mater Morbi in poi (presentando, però, anche figure di medici positivi che gli fanno da contraltare).

Per tale ragione, l’albo Frankenstein! (col punto esclamativo), del 1991, può essere visto come un momento particolarmente significativo di tale riflessione. Sceneggiato da Claudio Chiaverotti per i disegni di Giovanni Freghieri, fin dal titolo evoca in modo esplicito il  romanzo originario, ideato a partire dal 1816 e pubblicato per la prima volta nel 1818.

L’adattamento su Dylan Dog avviene quando siamo ormai a un punto in cui la serie ha una sua fisionomia ben definita, nella seconda metà di quei primi cento numeri che costituiscono il canone del personaggio.

La trasposizione, ovviamente mediata anche dalle ricezioni cinematografiche, viene così a interagire pienamente con la filosofia della testata, che da tempo celebra in copertina il “terzo stato dei mostri”, e precisamente dal passaggio a copertinista di Angelo Stano, al numero 43. Per paradosso, la sostituzione del primo frontespizio di Claudio Villa, più tradizionale, fa sparire appunto Frankie dalla copertina, dove aveva un ruolo centrale (tornato col secondo frontespizio di Stano, quello derivato da Golconda, dove appare però sullo sfondo a destra, è di nuovo sparito con quello del terzo copertinista Gigi Cavenago, apparso nel numero 364).

Frankenstein quindi è perfetto per una declinazione “patetica” del tema del mostro, che è non solo mantenuta (risponde anche alla tradizione delle letture cinematografiche migliori) ma accentuata, in ossequio allo spirito di Dylan; l’elemento interessante sta nel fatto che lo scienziato creatore non è presentato come una incarnazione dell’hybris scientifica ma una figura umana (7,ii e oltre).

 

La storia segue i canoni classici con l’unica variazione dei poteri telepatici sviluppati dalla Creatura, su cui Dylan ironizza in modo meta-letterario a p.16, sottolineando come “non basta a fare un remake”.

Il tema della Creatura telepate serve ovviamente a mostrare la percezione da parte della stessa del male del mondo, dove secondo canoni sclaviani i veri mostri sono i normali. Droga, prostituzione, violenza sui minori vengono trattati in toni cupi ma delicati e melanconici, in un Chiaverotti a tratti ancora molto vicino alla lezione di Sclavi. Non manca un cameo, in 93.iii, dei tre grandi dittatori fascisti, Hitler, Mussolini e Franco, mentre in 66.ii troviamo un “bloody hell” d’annata (esclamato però da un vecchietto al bar, e non da Dylan).

Nel corso della trama si conferma, inoltre, che le motivazioni di scienziato e assistente sono benefiche, non superomistiche, come già implicito nella trattazione dell’esordio. Ovviamente, la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, ma in questo albo Chiaverotti sembra quasi bilanciare, in qualche modo, la critica molto dura verso la scienza medica avanzata in Goblin, in cui sembrava addirittura radicalizzare la critica sclaviana (benché nell’albo non manchi anche una legittima tirata contro la vivisezione).

Il gusto di Chiaverotti per l’affastellarsi di finali a sorpresa e rovesciamenti finali porta però a mettere in discussione anche la lettura “patetica” nell’ultimo rovesciamento. Non solo la “creatura” è infatti realmente un “mostro di Frankenstein”, composto di pezzi di cadaveri, ma la stessa madre, che aveva convinto Dylan della natura pienamente umana della creatura, è un assemblaggio di corpi femminili, una sorta di “sposa di Frankenstein” che torna a comportarsi, nell’ultima pagina, da “mostro classico”.

Un rovesciamento finale che è la parte più lontana dallo sclaviano, un rovesciamento con cui Chiaverotti, dopo aver seguito la formula del maestro, la rovescia provocatoriamente.

L’albo non è diventato un “grande classico” di Dylan, a differenza di altre storie del periodo, forse anche perché schiacciato dal modello ingombrante di cui è un adattamento tutto sommato fedele, e che lo rende quindi una storia meno iconica per Dylan in quanto tale. Tuttavia, il suo ruolo centrale su un importante filone dylaniato come quello del mad doctor la rende una storia degna, forse, di una maggiore considerazione.