Deadpool e i classici

Deadpool e i classici

Uno dei casi più interessanti di adattamento letterario a fumetti è quello messo in scena in un celebre ciclo di storie di Deadpool, non a caso omaggiato in una delle tre immagini nella testata di questo blog.

Con il recente Logan, in questi giorni nei cinema, è arrivato anche il trailer del secondo film dedicato al “mercenario chiacchierone”. Direi quindi che è una buona occasione per affrontare la riscrittura dei classici deadpooliana.

Deadpool, come è noto, è un mercenario dotato di poteri sovraumani consapevole della sua condizione di personaggio dei fumetti, creato nel 1991 dallo sceneggiatore Fabian Nicieza e dal discusso disegnatore Rob Liefeld.

La rottura completa della quarta parete (rara nel caso del fumetto, soprattutto americano) si fonde con la sua follia, e per liberarsi della sua prigione di carta decide di eliminare tutti i personaggi della Marvel, nel cui universo narrativo si trova inserito.

Ma quello Marvel, più che un universo, è un multiverso, cosa che gli rende pressoché impossibile portare a compimento questa impresa: egli decide dunque di uccidere i classici, essendo le storie moderne dei comics basate su quelle antiche.

Nasce così Deadpool uccide i classici, che sotto l’apparenza di una ironia facile e dissacrante è una decostruzione tutt’altro che banale.
Scritta da Cullen Bunn e disegnata da Matteo Lolli, questa avventura comincia in medias res, con Deadpool intento ad attaccare, come un nuovo Capitano Achab, la Moby Dick di Melville; la scena anche ripresa in copertina, il classico americano per eccellenza.

Per divenire un metacida (termine introdotto dall’albo per indicare un assassino multi-dimensionale letterario) Deadpool si reca in biblioteca, dove svogliato legge gli incipit di Tales of two cities di Dickens, di Anna Karenina di Tolstoj, della Lettera scarlatta di Hawtorne, cercando di capire quali sono le storie seminali che conducono ai supereroi.

Annoiato dall’impresa (ma forse anche rendendosi conto che ogni classico influenza gli altri classici), decide di tagliare la testa al toro e ucciderli tutti. Torna quindi indietro nel continuum temporale e inizia la sua quest infernale. Gli avversari da eliminare non sembrano scelti casualmente, comunque, ma con una certa consapevolezza della loro influenza sul medium.

Il primo, il Don Chisciotte di Cervantes, è innanzitutto il primo romanzo moderno in assoluto; e per tale ragione probabilmente è ripreso, in connessione al già citato Moby Dick, primo grande romanzo americano. Ma Don Chisciotte è anche una parodia dei classici poemi cavallereschi, come Deadpool lo è del genere supereroico.
Tuttavia, mentre Deadpool è una parodia cinica e disincantata, Don Chisciotte è una parodia carica di patetismo per questo povero mortale un po’ folle che combatte (o almeno, si illude) contro nemici più grandi di lui, e quindi, proprio per questo, moralmente più nobile di un Orlando o di un altro paladino dotato di forze eccezionali.

Verrebbe da dire: Don Chisciotte è il modello del supereroe marvelliano, decostruzione del più classico modello della DC Comics dell’età dell’oro, più granitico e meno problematico. Non è forse un caso che il Superman di Siegel e Shuster, nella copertina del suo celebre primo numero, citi visivamente (secondo molti) il rinascimentale Ercole che combatte l’Idra del Pollaiolo (1475), prototipo visivo di eroi come l’Orlando del Furioso ed altri.


Il secondo obiettivo – che appare in copertina, e nell’inizio in medias res: quindi sottolineato di nuovo come molto importante – è appunto Moby Dick, considerato in modo quasi unanime il primo grande romanzo americano.

Ma all’interno di Moby Dick, Deadpool ritrova anche Pinocchio: una citazione incrociata ma congrua, in quanto il burattino finirà divorato anch’egli – come lo stesso Deadpool – da una balena. Ed ecco che sulla scena giunge anche il Nautilus: l’intento di Deadpool di far collassare il multiverso narrativo (“l’ideaverso”) sta funzionando.
Viene confermata anche l’idea che le storie siano consapevolmente scelte in quanto seminali: Chisciotte è il modello del supereroe, mentre Achab lo è di molti supercattivi; qui viene citato il Generale Thunderbolt, arcinemico di Hulk. Ma l’italiano Pinocchio di Carlo Lorenzini detto Collodi (la nostra opera dell’ottocento più nota all’estero, con buona pace di Manzoni) è a sua volta modello di tutti i super-eroi “robotici” in senso lato (pur essendo un robot, o meglio un golem, di legno). E il capitano Nemo di Jules Verne è il modello di molti supereroi cupi, segnati da un profondo passato (in Italia, Nathan Never è influenzato in modo esplicito, e inizialmente doveva chiamarsi Nathan Nemo. Ci dovremo tornare).

 


L’uccisione del Tom Sawyer di Mark Twain appare soprattutto come una brillante crudeltà gratuita verso il più grande classico della letteratura dell’infanzia americano, modello dichiarato del Bart Simpson di Matt Groening, fumetto e cartoon ritenuto al suo apparire “diseducativo” dagli stessi pedagogisti che, per la maggiore autorevolezza, non potevano perseguire Tom.

Dracula di Bram Stoker è il modello assoluto del cattivo “gotico” dal romanticismo in poi (ma anche di supereroi come Batman, uomo-pipistrello notturno per terrorizzare i malvagi), mentre la citazione della Sleepy Hollow (1820) di Washington Irving è interessante, perché introduce il tema della doppia seminalità: fonte sia di un supereroe come Ghost Rider che di un supercattivo come il Goblin.

Piccole Donne della Alcott, il grande classico della letteratura per ragazze americano, è la fonte delle supereroine moderne. E anche qui il parallelo non è così peregrino, perché in effetti le ragazze della Alcott costituiscono un primo modello di ragazza indipendente (soprattutto la protagonista Jo) abbastanza innovativo sotto il profilo letterario, una cui indiretta filiazione (nella cultura di massa) sono probabilmente le supereroine.

L’uccisione dello Scrooge di Dickens elimina anche Paperone, mentre il formarsi di un fronte organizzato dallo Sherlock Holmes di sir Arthur Conan Doyle rimanda indirettamente all’altro grande esperimento sui classici (su cui dovremo tornare), quello di Alan Moore nella sua Lega degli Uomini Straordinari.

Deadpool si fa alleato del mostro di Frankenstein di Mary Shelley, di cui in fondo è in parte una proiezione lui stesso, come frutto di esperimenti indicibili. Devasta l’isola di Moreau di Wells, quella di Lilliput del Gulliver di Swift, la Roma cesariana di Shakespeare, la giungla del libro della Giungla di Kipling che fornirà spunti all’omonimo film disneyiano, ma anche a Tarzan e alle sue numerose riprese supereroistiche.

Dopo le isole, in un crescendo rossiniano, distrugge vari miti acquatici: il Nautilus e la Sirenetta di Andersen, ma anche Scilla e Cariddi (dall’Odissea di Omero: e già Andersen è derivativo, in modo palese, del mito classico).

Nel mentre, Holmes esamina le scene del delitto del Macbeth, del Corvo di Poe, del Dorian Gray  di Oscar Wilde, del Gregor Samsa di Kafka (il concetto di mutante), e dei
Tre Moschettieri di Dumas (con cui dovrebbe uccidere il concetto stesso di gruppo di eroi: in fondo, si dichiarano tre, ma con D’Artagnan sono i fantastici quattro spadaccini).

Lo scontro finale con Holmes ricalca ovviamente quello con Moriarty, e la descrizione dell’operazione di black magick metaletterario è particolarmente raffinata: Deadpool rivela di sapere di non aver realmente “ucciso per sempre” i classici, questo è oltre la sua possibilità. Ma ha generato un “seme”, una idea virale e distruttiva, quella che i classici possono essere scherniti e annichiliti, che col tempo porterà alla loro cancellazione e quindi al nirvana che egli agogna. Holmes ha quindi sconfitto materialmente Deadpool, ma il protagonista ha vinto. A Holmes non resta che cercare di ricordare i classici, che vanno svanendo: e anche questa è una citazione, dal celebre finale del Farheneit 451 di Bradbury, dove il pentito fireman Montag si unisce a una comunità che tiene la memoria orale dei capolavori del passato.

Da un lato, questo diviene un omaggio a Sherlock Holmes, che è posto come l’ultimo grande modello letterario dei supereroi e prima dei supereroi (che, non a caso, nascono anche come Detective Comics, ad esempio nel caso di Batman).

D’altro canto, quella di Deadpool sempra la dissacrazione suprema, l’atto liberatorio con cui il fumetto dichiara di non rispettare nulla di sacro nei valori dell’Alta Letteratura (rigorosamente con maiuscole). Però, per paradosso, questa violenta riscrittura può anche essere vista, a un livello più colto, come l’estremo atto di amore verso i classici, che vivono solo se continuano ad essere presenti nella società in modo anche polemico e combattivo, e non se vengono ibernati negli armadi sigillati di una biblioteca (che, non essendo futurista-marinettiano, ritengo ovviamente indispensabili: ma mi si passi la metafora). Dissacrare i libri non li elimina, come dice Deadpool al suo lettore ingenuo di primo livello: ne allunga anzi la vita, mentre solo l’oblio può cancellare l’esistenza di un volume (prima nella sua rilevanza e poi, col tempo, magari anche materialmente).

Insomma, come diceva benissimo Italo Calvino (qui il discorso competo), “Classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”.

Certo, a meno che non ci passi sopra Deadpool.