Fumetto: la lezione di Italo Calvino.

Fumetto: la lezione di Italo Calvino.

Italo Calvino (1923-1985) è un nome che talvolta ricorre su LSB; non tanto al centro di un fumetto specifico, finora, quando “nello spazio bianco” dell’interpretazione, per la quale il suo lavoro di decostruzione e decodifica delle narrazioni è essenziale, anche a fumetti. Qui le occorrenze in cui l’autore è citato, a dimostrazione di una certa rilevanza.

Le “Lezioni americane” del 1984-85, ad Harward, sono il suo testamento spirituale; di esse ha parlato qui Paolo Morales intervistato da Lamola nel 2012, riconoscendo l’importanza della lezione della Leggerezza.

Nelle sue sei lezioni (gli unici italiani chiamati a tale onore sono stati lui e Umberto Eco, uno tra l’altro che di fumetti se ne intendeva) Calvino infatti illustra sei caratteristiche sempre più importanti nei testi, specie nel futuro (“proposte per il terzo millennio” è il sottotitolo).

La Leggerezza è la prima lezione, la più citata. Altre caratteristiche a lui care saranno Rapidità, Esattezza, Molteplicità e, per ultima, la Consistency, ultima lezione solo abbozzata. Ma la quarta lezione parla di Visibilità: ovvero un testo deve (sempre più) saper rendere visuale ciò di cui tratta. E qui Calvino parla anche di fumetti.

Il primo maestro di Visibilità è Dante con le sue immaginifiche allegorie medioevali; di questo fa quasi una scienza Ignazio da Loyola, i cui esercizi spirituali sono esercizi, molto spesso, di visualizzazione (ad esempio, della terribilità dell’inferno). Ma anche il Rinascimento ama la narrazione visuale, nella pittura e nei Tarocchi cari a Calvino.

Ma, nel Novecento, a cavallo tra Moderno e Post-Moderno, il trait d’union tra civiltà del libro e civiltà delle immagini è costituito dai fumetti. Scrive infatti Calvino:

“L’esperienza della mia prima formazione è già quella d’un figlio della “civiltà delle immagini”, anche se essa era ancora agli inizi, lontana dall’inflazione di oggi. Diciamo che sono figlio di un’epoca intermedia, in cui erano molto importanti le illustrazioni colorate che accompagnavano l’infanzia, nei libri e nei settimanali infantili e nei giocattoli. Credo che l’essere nato in quel periodo ha marcato profondamente la mia formazione.

Il mio mondo immaginario è stato influenzato per prima cosa dalle figure del “Corriere dei Piccoli”, allora il più diffuso settimanale italiano per bambini. Parlo d’una parte della mia vita che va dai tre anni ai tredici, prima che la passione per il cinema diventasse per me una possessione assoluta che durò per tutta l’adolescenza. Anzi, credo che il periodo decisivo sia stato tra i tre e i sei anni, prima che io imparassi a leggere.

 

Negli anni Venti il “Corriere dei Piccoli” pubblicava in Italia i più noti comics americani del tempo: Happy Hooligan, the Katzenjammer Kids, Felix the Cat, Maggie and Jiggs, tutti ribattezzati con nomi italiani. E c’erano delle serie italiane, alcune di ottima qualità come gusto grafico e stile dell’epoca. A quel tempo in Italia il sistema dei balloons con le frasi del dialogo non era ancora entrato nell’uso (cominciò negli anni Trenta quando fu importato Mickey Mouse); il “Corriere dei Piccoli” ridisegnava i cartoons americani senza balloons, che venivano sostituiti da due o quattro versi sotto ogni cartoon.

Comunque io che non sapevo leggere potevo fare benissimo a meno delle parole, perché mi bastavano le figure. Vivevo con questo giornalino che mia madre aveva cominciato a comprare e a collezionare già prima della mia nascita e di cui faceva rilegare le annate. Passavo le ore percorrendo i cartoons d’ogni serie da un numero all’altro, mi raccontavo mentalmente le storie interpretando le scene in diversi modi, producevo delle varianti, fondevo i singoli episodi in una storia più ampia, scoprivo e isolavo e collegavo delle costanti in ogni serie, contaminavo una serie con l’altra, immaginavo nuove serie in cui personaggi secondari diventavano protagonisti.

 

Quando imparai a leggere, il vantaggio che ricavai fu minimo: quei versi sempliciotti a rime baciate non fornivano informazioni illuminanti; spesso erano interpretazioni della storia fatte a lume di naso, tali e quali come le mie; era chiaro che il versificatore non aveva la minima idea di quel che poteva essere scritto nei balloons dell’originale, perché non capiva l’inglese o perché lavorava su cartoons già ridisegnati e resi muti. Comunque io preferivo ignorare le righe scritte e continuare nella mia occupazione favorita di fantasticare dentro le figure e nella loro successione.

Questa abitudine ha portato certamente un ritardo nelle mie capacità di concentrarmi sulla parola scritta (l’attenzione necessaria per la lettura l’ho ottenuta solo più tardi e con sforzo), ma la lettura delle figure senza parole è stata certo per me una scuola di tabulazione, di stilizzazione, di composizione dell’immagine. Per esempio l’eleganza grafica di Pat O’Sullivan nel campire nel piccolo cartoon quadrato la sagoma nera di Felix the Cat su una strada che si perde nel paesaggio sormontato da una luna piena nel cielo nero, credo che sia rimasta per me un modello.

L’operazione che ho compiuto in età matura, di ricavare delle storie dalla successione delle misteriose figure dei tarocchi, interpretando la stessa figura ogni volta in maniera diversa, certamente ha le sue radici in quel mio farneticare infantile su pagine piene di figure. È una sorta di iconologia fantastica che ho tentato nel Castello dei destini incrociati: non solo con i tarocchi, ma anche con i quadri della grande pittura.

 

 


Difatti ho cercato d’interpretare le pitture di Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, seguendo i cicli di San Giorgio e San Gerolamo come fossero una storia unica, la vita d’una sola persona, e di identificare la mia vita con quella del Giorgio-Gerolamo?. Questa iconologia fantastica è diventata il mio modo abituale di esprimere la mia grande passione per la pittura: ho adottato il metodo di raccontare le mie storie partendo da quadri famosi della storia dell’arte, o comunque da figure che esercitano su di me una certa suggestione.”

In buona sostanza, Calvino pone il fondamento del suo lavoro forse più sperimentale, Il castello dei destini incrociati (1969), realizzato interpretando casuali estrazioni di carte dei tarocchi, nella sua formazione “a fumetti”. Ma è evidente che l’autore non parla solo di sé in senso soggettivistico (sono vere “Lezioni”, del resto), e quindi i fumetti divengono, per Calvino, un modo per “leggere gli antichi come fossero moderni”, secondo un principio per lui spesso centrale nell’attualizzazione del classico. Anche i cicli pittorici del Rinascimento vanno riletti tenendo conto che si tratta di arte sequenziale; una prospettiva che sarebbe diventata pienamente acquisita nella cultura fumettistica forse solo con Scott McCloud (per quanto già Will Eisner abbia indirizzato lo studio del medium in questo senso).

Curioso che Calvino non parli dei fumetti italiani coevi, di ottima fattura, dal Signor Bonaventura di Sergio Tofano ad altri meno iconici ma ugualmente di alto livello: Tofano aveva addirittura illustrato, nel 1963, il suo Marcovaldo. Potrebbe aver inciso il fatto di parlare a una platea americana, oppure il discorso sulla ri-significazione che nel caso dei fumetti italiani non avrebbe funzionato.

Calvino comunque collaborò col fumetto italiano della sua epoca: dal 1967, suoi racconti appaiono su Linus (illustrati da Emilio Tadini), la rivista seminale del fumetto “colto” italiano, cui collaboravano Eco, Oreste Del Buono, Elio Vittorini e molti altri autori di primo piano.

Anche Dino Battaglia, autore in primis fumettistico, illustrò opere di Calvino come Andato al comando nel 1974, su Alterlinus. Pino Zac, addirittura, realizzerà uno sperimentale adattamento di animazione mista nel 1970, sul Cavaliere inesistente, che si può vedere qui su Youtube.

Non molto “autoriale” invece almeno la veste grafica del Visconte Dimezzato a fumetti, proposto in questo Roditek del 1989, come storia compendiaria di un giallo per ragazzi, “Asso di Picche”.

In tempi più recenti, è interessante il lavoro di Luca Poli per Il cavaliere inesistente (vedi qui); la trilogia degli Antenati, l’opera principale degli anni ’50, viene completata dallo spagnolo Roger Olmos che ha realizzato in questo 2016 un libro per immagini sul Barone rampante (libro visuale più che strettamente fumetti), di cui si può leggere qui. Una delle opere più difficili, come Se una notte d’inverno un viaggiatore, ha avuto una recente edizione a fumetti per Beccogiallo, su cui dovremo prima o poi ritornare.

Insomma, ci sembra comunque dimostrata l’importanza di un autore come Italo Calvino per il fumetto: un autore ormai stabilmente nel nostro canone letterario, che col fumetto ha avuto più di una interrelazione, che ci sembra utile approfondire e consolidare nella percezione collettiva.