Ogni Promessi è debito: Manzoni a fumetti.

Ogni Promessi è debito: Manzoni a fumetti.

Di recente, una bella mostra milanese dedicata ai Promessi Sposi (ne abbiamo scritto qui) mi offre l’occasione per omaggiare anche qui sul blog la più autorevole opera letteraria italiana, seconda solo alla Divina Commedia. Non fosse altro perché, se la Commedia diletta gli studenti del triennio delle superiori, i Promessi sono la gioia degli allievi del biennio nelle scuole di ogni ordine e grado.

Il rapporto tra i Promessi e il fumetto ha un suo fondamento fin dalle origini. Alessandro Manzoni infatti, che desiderava ben più dei venticinque lettori dichiarati con la sua classica ironia e finta umiltà, aveva tenuto molto al fatto che l’opera fosse illustrata dal bravo Francesco Gonin (1808-1889), che creò delle efficaci incisioni per l’edizione del 1840, quella definitiva, il pieno successo dell’opera dopo vent’anni di lenti rimaneggiamenti.

Gonin è illustratore, è ovvio: ma l’efficacia narrativa delle sue tavole è indubbia, come quella sopra che mostra il celeberrimo incipit della narrazione, dopo vaste divagazioni storiche e meta-letterarie.

Prima che fumetto, i Promessi Sposi sarà un film di Eleuterio Rodolfi, nel 1913 (e moltissime altre volte in seguito, fino alle interpretazioni comiche del Trio e di altri, e financo ai video youtube degli Oblivion); come frequente, dal film saranno tratte delle cartoline – che la mostra succitata indaga e documenta – una nuova larvale “sequenzialità”.

Le figurine disegnate per la Magnesia San Pellegrino da Domenico Natoli nel 1953 sono un ulteriore passo verso una versione disegnata. Ma negli anni ’50 arriva anche una prima trasposizione a fumetto, sul Marc’Aurelio, quella di Vittorio Vighi (vedi qui), che è forse la prima trasposizione fumettistica dell’opera. Curioso notare che Topolino aveva fin da subito trasposto Dante, mentre per Manzoni aspetterà molto di più, e il primo adattamento non nasce su una rivista di fumetti per ragazzi, ma su una rivista di satira rivolta a un pubblico adulto, con un piglio decisamente dissacratorio.

Forse – in modo anche inconscio – nasce anche il problema di non creare una “dissonanza cognitiva” nei giovani allievi che sono i destinatari dei fumetti per ragazzi: Dante lo affronteranno solo in seguito, mentre Manzoni lo leggono già alle elementari, e mettere in burletta quello che la signora maestra narra in modo serio è poco conveniente, almeno allora (Guareschi, che era Guareschi!, metterà sempre un ossequioso disclaimer alla sua bonaria satira testuale di Cuore, riadattato ai turbolenti anni ’40 del dopoguerra: “non vogliamo prendere in giro Cuore, ci è troppo caro…”).

Una trasposizione molto interessante, al limite tra albo a fumetti e libro illustrato, è quella realizzata nel 1966 dalle edizioni La Rondine come album di figurine. Come immagini sono utilizzate le incisioni originali del Gonin, colorizzate. Naturalmente non vi sono balloons, ma solo didascalie: ma di fatto quella che si è montata è molto simile a una tavola di fumetto. Qui si parla più ampiamente di quest’opera, che va di nuovo nella direzione di un omaggio rispettosissimo, ben documentato con ampie schede sull’autore e sul contesto storico, e con l’aderenza massima che deriva dal riprendere l’iconografia “curata personalmente dal Manzoni”, si ribadisce sulle bustine.

Il 1973, centenario della morte del Manzoni, è forse lo stimolo a nuove opere. Nel 1975 è la volta di I Prosposi Messi (se ne parla qui), in stile jacovittiano, mentre a quanto so Jacovitti non ha mai trattato, tra i vari classici, direttamente questo.

Una prima importante trasposizione disneyana invece è quella dei Promessi paperi, nel 1976: sceneggiatura di Edoardo Segantini, disegni di Giulio Chierchini, un comico ribaltamento parodistico nella tradizione disneyana più classica. Il matrimonio “s’ha da fare al più presto”, non scoppia la peste ma le Poste di Milano (applicazione, sembra, dei cambi di vocale consigliati da Rodari per movimentare una storia) e così via. Aiuta il fatto che i personaggi sono tutti perfetti per essere comicamente “fuori parte”: Paperino è uno sfaccendato mentre Renzo è operoso, Paperina è volitiva quanto Lucia remissiva, Paperone taccagno quanto Rodrigo dilapidatore, e così via.

I topi arriveranno con più di dieci anni di distanza, con i Promessi topi (1989) di Bruno Sarda, disegni di Franco Valussi. Il meccanismo è simile: la storia è forse più fedele all’originale, per quanto ricca comunque di variazioni comiche, ma meno basata sul rovesciamento dei caratteri: Topolino è un Renzo più credibile, da personaggio volenteroso qual è, anche più efficiente del protagonista originale, di cui è di sicuro, nel suo universo narrativo, più astuto.

Il più importante adattamento realistico è sicuramente quello di Claudio Nizzi per i disegni di Paolo Piffarerio, realizzato sempre nel 1989 per il Giornalino, la principale testata cattolica a fumetti del periodo. L’adattamento è fedele e preciso, nei testi come nei disegni: l’intento pedagogico è decisamente prevalente, ma non va a scapito dell’efficacia narrativa. I disegni di Piffarerio sono decisivi nell’imprimere alla storia quella classica ironia manzoniana che la contraddistingue, grazie a uno stile lievemente caricato delle fisionomie dei personaggi: chi più, chi meno, ma senza risparmiare del tutto nessuno dei protagonisti (nemmeno Lucia, in qualche rara espressione sopra le righe, rendendola più “viva”, in proporzione, della “madonnina infilzata” che è nel romanzo). Lo stesso Manzoni narratore viene effigiato mentre narra, con ineffabile aplomb, le vicende dei suoi personaggi.

 

In seguito, saranno frequenti soprattutto le variazioni comiche sui Promessi: il Giornalino farà una versione con i Flintstones, ad esempio, e non mancano citazioni in altri albi disneyani. Una curiosità: Piffarerio collaborò a lungo anche con Alan Ford, e il fumetto di Max Bunker omaggiò a sua volta il romanzo, in una parodia del 1997, per i disegni però di Dario Perucca. Magnus, il grande fumettista connesso ai lavori di Bunker, realizzò nel 1967 una pregevolissima edizione illustrata del capolavoro manzoniano, ma non fumettistica (vedi immagine qui sopra).

Marcello Toninelli, molto di recente, ha invece reinterpretato nel suo stile l’opera del Manzoni (2016), omaggio che arriva dopo la riscrittura di grandissimi classici come Divina Commedia, Iliade, Odissea.

Nell’ambito realistico, però, dopo il meritorio lavoro del Giornalino (e anche qui: quasi un omaggio doveroso, da parte del principale giornale cattolico per ragazzi) non vi sono state altre riscritture importanti. Spesso il lavoro in questo senso sui Promessi avviene come laboratorio didattico, facendo realizzare agli allievi il fumetto come momento didattico (qui un’esperienza molto alta da parte di Keiner Flug, ma non mancano – documentati in rete – anche esperimenti più amatoriali ma comunque dignitosi o almeno volenterosi).

Guido Crepax (1993-2003) giunge tardi a Promessi Sposi, con un “commento visivo” all’opera (vedi qui) più che un vero fumetto. Sicuramente l’autore avrebbe potuto non solo estrapolarne lo spirito gotico, come avverrà – ora vedremo – su Dylan Dog, ma anche farne esplodere le represse contraddizioni erotiche. Il suo commento visivo è del 2001, quindi una delle sue ultime produzioni.

Concludo con quello che è invece l’unico vero omaggio d’autore nel fumetto realistico, la riscrittura molto libera dell’opera operata da Paola Barbato per lo Speciale 19 di Dylan Dog, nel 2005. Il titolo, La peste, è manzoniano, ma l’ambientazione decisamente moderna. I disegni sono quelli di Corrado Roi, che aveva già illustrato La morte rossa nell’adattamento per Dylan Dog, perfetto, con le sue classiche spugnature, per una Londra nebbiosa che si può confondere tra le brume con la Milano del gran finale manzoniano. Ci sono alcuni elementi, totalmente trasfigurati: un matrimonio contrastato, un Innominato, una pestilenza. Ci sono quindi i Monatti (fin dalla cover), c’è la madre di Cecilia, resa inquietante il giusto.

La Barbato riesce in quest’albo a cogliere – sia pure in modo molto libero – quel che di gotico si cela nei Promessi Sposi, quello che aveva portato lo stesso Poe ad essere un grande estimatore del romanzo, specie ovviamente il finale sotto il dominio del morbo. In più, l’autrice riesce a fondere bene il gotico di Manzoni con il gotico di Dylan Dog, che ha il suo fondamento anch’esso in un morbo secentesco, quello che cerca invano di curare Xabaras.

La Londra del Dylan di Tiziano Sclavi è una Pavia mascherata, si è spesso detto con qualche fondamento: qui la Barbato dimostra come c’è anche molto di Milano, inevitabilmente: la Milano reale che ospita la Casa editrice, probabilmente, ma anche la remota Milano della peste di manzoniana memoria, che aleggia nelle ricorrenti pestilenze di violenza, follia ed orrore che devastano l’Inghilterra dylaniata.

L’editoriale (di Mauro Marcheselli?) è un proclama di intenso odio scolastico per Manzoni; odio ironico, ma pur sempre genuino, pare di cogliere.

Nel 2008, anche Giancarlo Marzano fa un Dylan Dog con qualche rimando manzoniano, almeno nel titolo: Gli untori. Disegnato da Montanari e Grassani, l’albo riprende appunto il solo concetto di Untori, sviluppandolo in modo autonomo anche se tutto sommato coerente con le idee di Manzoni (più ancora che nei Promessi, nella Storia della colonna infame, opera storica connessa agli studi documentari per la realizzazione dell’opera).

Una connessione labile, quindi, in questo caso: ma in fondo, il segno della sotterranea vitalità che i Promessi continuano ad esercitare, del debito che il fumetto ha con l’opera, a quasi duecento anni dalla sua prima apparizione.