Duckleto. La comica tragedia di Salati e De Lorenzi.

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Topolino 3184, in edicola dal 30 novembre 2016, presenta in copertina Il principe Duckleto, una storia di Giorgio Salati per i disegni di Paolo De Lorenzi, che firma anche la copertina dell’albo (colori di Max Monteduro).

Salati (che qui su LSB ha un bellissimo blog) si è scelto un tema impegnativo, perché Amleto è l’opera simbolo di Shakespeare; Amleto con il teschio di Jorick in mano è il simbolo stesso della tragedia shakespeariana, anzi della Tragedia tout court. La difficoltà sta anche nell’adattare una delle sanguinosissime tragedie shakespeariane in un ambito, quello della Disney moderna, dove i riferimenti macabri vanno smussati ancor più che in passato. In questo è molto bravo anche De Lorenzi, che riesce a mantenere un difficile equilibrio: molto efficace a rendere la naturale comicità dei Paperi, soprattutto nelle “scene mute” riesce a evocare un senso di tragedia e mistero, come in controluce (il Duckleto in campo lungo, a fondo pagina, ne è per me l’esempio migliore).

La difficoltà di questo adattamento, se vogliamo, che è evidente fin dalla copertina, dove il teschio di Duckleto viene sostituito da una zucca (nella vignetta d’apertura dell’albo, però, l’illustrazione di Silvia Ziche mette in scena un teschio). L’impressione è che – al di là di vincoli editoriali – Salati voglia intenzionalmente scrivere una storia perfettamente leggibile anche al pubblico più infantile della testata (che è il vero pubblico di riferimento) e solo in subordine, con battute “di secondo livello” (il testo è ricchissimo, ad ogni riga, ma di queste non voglio guastarvene nemmeno una), strizzare l’occhio al lettore adulto di Topolino, sistematico o occasionale (come me).

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Da qui la scelta di un registro comico parodistico, che sfrutta le limitazioni di un adattamento di questo tipo (non mostrare la violenza in Amleto…) per portare a un umorismo surreale che è sempre stato tipico della testata. Tra l’altro Salati gioca di fino: ad esempio, se da un lato la conclusione è incruenta e comica, in qualche modo è coerente a suo modo con l’everybody dies del Bardo Inglese, rifuggendo da un lieto fine più scontato.

 

La divisione in due atti è tipica di molte storie medio-lunghe disneyane, ma qui è molto teatrale, come molto shakespeariana è la meta-narrazione che porta al racconto della storia come scritta da un immaginario Duckspeare, uno Shakespeare del mondo dei paperi, e letta a Paperino dai nipoti nei pressi del Deposito, pardon, del Castello di Ducksinore (ma alla fine, una bella splash page coi personaggi-attori sottolinea ancora la natura meta-teatrale di questa dramma a fumetti).

Un vantaggio per Salati è che l’ambientazione shakespeariana offre la possibilità ideale per adoperare quel linguaggio volutamente aulico e antiquato che è parte del fascino di Topolino, parodiando il linguaggio shakespeariano. Un espediente divertente per il lettore adulto, e in fondo educativo per il lettore bambino, che impara un lessico fatto di “esecrabile” e “quisquilie”, “infide brodaglie”, e “patimenti” (ho citato solo una pagina, e nemmeno la più fitta). Salati non manca di ironizzare anche su questo, nella ripresa del secondo atto, a p.46.

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Salati, nella bella intervista che gli viene riservata come intermezzo tra i due atti, evidenzia del resto come in Shakespeare (ma in fondo, nel teatro in genere) registro tragico e registro comico non sono assolutamente separati, e come abbiamo le black comedies, così c’è del comico in Danimarca, ad esempio nel rapporto tra Amleto e Polonio (la scena del cammello sembra disneyiana, ma è Shakespeare originale – tranne il palloncino).

Paperino è quindi avvicinabile ad Amleto, in una sana dissacrazione del mito, proprio perché ne condivide alcuni tratti: “sarcasmo, lunaticità, vittimismo”, sottolinea Salati, correttamente.

Forse però la vis comica del fumetto nasce anche dal contrasto che c’è tra i due personaggi più che dalle somiglianze (che servono invece a rendere il confronto possibile). Per fare un altro paragone dissacrante, viene in mente la commedia galenica degli umori, inventata da Ben Johnson negli stessi anni di Shakespeare: non più basata sulla fissità della maschera, ma sulla relativa “scientificità” della dottrina galenica degli umori, la rudimentale teoria medica e anche psicologica dell’antichità greca, che il rinascimento riscopriva.

Johnson si esercitò a porre i suoi personaggi sia “nel loro umore”, sia “fuori dal loro umore”: ecco, qui mi sembra più che siamo nel secondo dei casi.

Paperino è colto anche in qualche esitazione, per dovuto omaggio al dubbio amletico (ma sembra più la sua eterna pigrizia, l’eterna voglia di vacanza negata dal dispotico zione), ma resta il frenetico papero che conosciamo, molto più sanguigno che melanconico, come è invece il vero modello di Amleto, e che è infatti l’unico dei quattro umori ad essere assente in commedia.

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Salati prende poi due personaggi con un ruolo minore nell’opera e ne amplifica il ruolo, e in entrambi possiamo riscontrare un umore ippocratico in azione.

Uno è il “personaggio doppio” di Guildenstern e Rosenkrantz, figure marginali ma riscoperte nel 1964 da Tom Stoppard nella sua interpretazione dell’opera. Salati dà qui loro spessore facendone una incarnazione dell’umore flemmatico, nella totale inettitudine beota di Ciccio e Paperoga, cortigiani “impiastri di corte”.

Ancor più centrale (fin dalla cover), Paperone nella parte del padre d’Amleto è una perfetta incarnazione del collerico, soggetto a frequenti travasi di bile; egli sostituisce al macigno psicologico freudiano dell’assenza del nobile Padre l’invadenza a piattonate dell’avido Zio.

Tra l’altro, Paperone è uno dei personaggi a fumetti più teatrali, essendo una derivazione abbastanza diretta dell’archetipo dell’Avaro, tramite lo Scrooge di Dickens, fonte dichiarata da Carl Barks fin dal nome originale inglese, e più remotamente dell’Avaro di Moliere, dal Pantalone della commedia dell’Arte, dall’avaro dell’Aulularia di Plauto. Insomma, il meccanismo comico tra lui e Paperino è antichissimo e strettamente teatrale, patrone e servo (poco callidus) dalla commedia Atellana in poi.

Commedia e Comics, dottrina degli umori ed umorismo insomma; anche se Salati (servito molto bene dai disegni di De Lorenzi) in realtà punta in realtà in primis soprattutto al puro divertimento suo e del lettore infantile (anagraficamente e no).

Però, a suo modo, la storia ci mostra come la forza di un classico come Amleto è nella sua eterna “sgangherabilità”, ovvero di come sia possibile reinterpretarlo infinitamente senza ridurlo a uno stereotipo, ma dicendo per suo tramite qualcosa di nuovo.

Insomma, per concludere col buon vecchio palindromo di Arrigo Boito,

Ebro è Otel, ma Amleto è Orbe.

Otello è ebbro (di ira e gelosia), ma Amleto è il Mondo.
E anche per questo può tornare sempre ad essere rappresentato.

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