Il flauto magico di Gino Gavioli: la meravigliosa seduzione del fiabesco.

Il flauto magico di Gino Gavioli: la meravigliosa seduzione del fiabesco.

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Il 19 novembre 2016 è scomparso, a 93 anni, Gino Gavioli, tra i più importanti decani del fumetto italiano. Gavioli è già stato ottimamente ricordato qui da Marco D’Angelo; se aggiungo qualche riga su questo altro blog è perché, tra le altre cose, Gavioli è stato un maestro dell’adattamento letterario a fumetti, nelle sue opere per il Giornalino.

Nato nel 1923, si diploma a Brera nel 1940. Dopo la guerra, col fratello Roberto fonda nel 1953 la Gamma Film, pioniera dell’animazione italiana, con cui realizza vari importanti cartoon del nascente Carosello.

La TV italiana è dell’anno successivo, il 1954; Carosello arriva nel 1957,  contribuisce al successo televisivo nell’Italia sulla soglia del boom. Gavioli realizza Ulisse e l’ombra (1959) e numerosi altri cortometraggi animati fino ai primi anni ’70.

In parallelo, collabora col Corriere dei Piccoli e, fin dal 1962, col Giornalino dei Paolini, dove tra l’altro collabora, come già ricordato, con Tiziano Sclavi per Vita da Cani (1984); ma anche nel surreale medioevo de Lo gran Girodelmondo, liberamente ispirato all’Armata Brancaleone. Il suo segno, finché dura l’esperienza televisiva, è asciutto, sintetico, quasi d’un’astrazione geometrica.

Gavioli è però sul Giornalino, innanzitutto, l’autore di numerosi brillanti adattamenti letterari, dal finire dei ’70 ai primi degli ’80. Si tratta della fase in cui l’esperienza televisiva di Carosello è ormai conclusa: Carosello chiude nel 1977; gli adattamenti di Gavioli iniziano, almeno in modo intensivo, dal 1978.

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Dato il suo segno comunque non realistico-avventuroso, ma comico e quasi “per l’infanzia”, a Gavioli vengono in gran prevalenza assegnate storie tratte dal grandissimo repertorio della fiaba: e lui si adegua, impreziosendo il segno per ingentilirlo, in una nuova sintesi più ricca, più “meravigliosa”, più fiabesca.

Con questo segno fiabesco illustra le fiabe di Andersen (1978-1979), di cui ingentilisce la tristezza senza che si modifichi la trama, su sceneggiature di Antonio Guerci. Ad esempio il mondo della Piccola Fiammiferaia, qui sopra, è reso come una graziosissima boule de neige più che come un atto d’accusa dickensiano. Ma non senza una perfetta efficacia emotiva, a suo modo: meno rabbia, più malinconia.

Seguono gli adattamenti dai fratelli Grimm (1984 c.), e anche fiabe orientali come Aladino, moderne come quelle di Wilde (ne avevo accennato qui); in un certo senso, i Fioretti di San Francesco d’Assisi, apologhi fiabeschi che sono al fondamento della nostra lingua letteraria. 

Gavioli adatta anche per il Giornalino classici dell’infanzia come il Libro della Giungla di Kipling, il Peter Pan di Barrie, l’Alice di Carroll. Sia nelle fiabe (ad esempio, la Sirenetta) che nei classici infantili si configura quasi una impossibile sfida a distanza con Disney americana dell’animazione, dove gli adattamenti di Gavioli, con un segno cartoonesco, forniscono una versione alternativa, ben più fedele ma niente affatto priva di una personale interpretazione. L’esattezza dell’esprit de geometrie di Gavioli lo porta spesso a un balloon rettangolare perfettamente allineato alle vignette, inusuale nel canone italiano, per produrre una incredibile eleganza formale. Il suo tratto ingentilisce le cupe fiabe di Andersen, smussandone la nordica austerità senza tradirne la lettera.

La tavola risulta sempre ariosa, anche nel montaggio che pare prediligere lo sviluppo verticale, senza nessuna ansia di affollare la pagina ma con vignette molto libere e spaziate, spesso scontornate, che si prendono tutto il respiro che serve loro a sviluppare con la dovuta grazia la narrazione.

Il massimo lo dà forse coi Grimm, dove l’ambientazione medioevale gli permette di sfoggiare la nuova ricchezza del segno, che parte dalla lezione della sintesi dell’animazione ma la ingemma di preziosismi da gotico fiammeggiante. In alcuni casi, certe soluzioni filologiche di recupero di scansioni dell’arte sequenziale medievale paiono tener dietro a un maestro assoluto come De Luca, che l’aveva sperimentata nei suoi lavori: in Gavioli ciò avviene con meno intenzionali sperimentalismi ma senza nemmeno timori, come ad esempio nel Flauto Magico di Hamelin, qui sotto, che è forse il suo capolavoro in quest’ambito.

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Altre volte il suo segno viene ad ingentilire storie rivolte a un pubblico più adulto, in prevalenza scelte tra quelle che, per una natura umoristica, si possono ritenere adattabili al pubblico infantile. In questo ambito rientrano il Tartarino di Tarascona, il Don Chisciotte, il Barone di Munchausen, di cui Gavioli esalta con efficacia il comune gusto garbatamente onirico e surreale.

Forse una delle storie più interessanti, però, è quella dove il suo segno è usato “in contrasto”, ovvero un grande classico dell’Avventura con la maiuscola: il Capitan Fracassa di Theopile Gautier, che sulla carta dovremmo pensare affidato a qualche disegnatore “realistico”. Ebbene: su testi di Giuseppe Ramello, Gavioli svolge comunque un lavoro egregio. L’ironia con cui avvolge la narrazione – anche in Gautier del resto l’azione va sempre letta con un sorriso – non toglie nulla all’efficacia drammatica della chilometrica storia, qui efficacemente condensata in una cinquantina di tavole.

Nelle fiabe, l’impianto di Gavioli è spesso più libero: qui esigenze legate alla materia narrativa lo portano all’uso di una gabbia italiana più classica. Certo ci mette più comicità di quella inizialmente pensata da Gauthier, ma la storia funziona benissimo, quasi una sorta di Promessi Sposi d’azione comica, di grande ritmo e godibilità. Mi sarebbe davvero piaciuto vederlo trattare con il suo segno anche altri grandi classici dell’Avventura, che avrebbe saputo, credo, interpretare perfettamente.

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