Divini Comics: l'Inferno di Dante nel fumetto.

Divini Comics: l’Inferno di Dante nel fumetto.

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Nella testata di questo blog dedicato a Fumetti e Letteratura, la prima vignetta è dedicata a Dante Alighieri, e non per caso. Dante infatti è ovviamente il capostipite della letteratura europea, ma anche uno degli autori letterari più citati e adattati a fumetti. Ripreso per la sua importanza, certo: ma anche perché parte della sua opera – ovviamente: l’Inferno – si presta molto bene a una interpretazione visuale, che da sempre è stata una sfida per i vari artisti, da Botticelli a Gustave Doré.

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L’immagine, in particolare, riprende il Dante di Go Nagai, che si ispirò all’autore fiorentino nel suo “Mao Dante” (1971) da cui trarrà poi spunto per il suo fortunato “Devilman” (vedi qui, su LSB), tornando infine sulla “Divina Commedia” vera e propria nel 1993, affrontando anche le due cantiche successive all’Inferno (vedi qui, ad opera di Andrea Leggieri). Già di per sé un motivo d’interesse: si aggiunga – ci torneremo – che così l’Alighieri viene ad essere uno dei fondamenti di tutto il genere Mecha, che mira in fondo a fondere modernità, mito degli Oni nipponici e cultura apocalittica occidentale.

Dampyr Alighieri: il Dante di Burattini e Longo.

Avrei forse spostato più avanti un tema di questa portata, tanto più che i 750 anni della nascita di Dante sono appena stati celebrati l’anno scorso. Però la sua influenza continua, con una curiosa sinergia: al cinema, l’Inferno di Dan Brown (che su questo blog non mi riguarda) e nel fumetto, il dodicesimo speciale di “Dampyr” di Moreno Burattini, con l’esordio sul personaggio del curatore zagoriano, per i disegni di Fabrizio Longo (anch’egli all’esordio su questa testata, pur essendo anch’egli un professionista consolidato), che si intitola “La porta dell’inferno” ed è colmo di citazioni dantesche.

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Burattini, fumettista popolare quanto colto (dice che scriver questo Dampyr gli ha “fatto tremare le vene e i polsi”…) non è del tutto nuovo all’adattamento dantesco, che ha già operato per “Cattivik” (1992), sui disegni del cuneese Giorgio Sommacal. Lì addirittura, in chiave comica, Burattini aveva compiuto un più raro viaggio nei tre regni danteschi. Qui, per ora, si limita alla discesa infera, che giustamente chiarisce come “il più terrificante viaggio nell’orrore mai realizzato”.

Naturalmente non siamo in presenza di un adattamento in senso stretto: ma nei passi in cui Burattini rimanda Dante, si dimostra lettore piuttosto fedele, così come Longo (su guida dello stesso Burattini) resta piuttosto fedele alla visione più consolidata dell’Inferno, quella del Doré.

La struttura della storia è piuttosto classica, nel segno del tipico “giallismo” bonelliano: la sparizione che dà l’avvio all’indagine avviene secondo i canoni del I canto dell’Inferno.

Prevedibilmente, lo stesso Draka scende agli Inferi, dove come detto Longo dimostra di aver ben appreso la lezione della grandiosità ottocentesca di Doré, e di averne saputo offrire un efficace adeguamento allo stile fumettistico, specialmente nelle semi-splash come quella destinata alla Porta degli Inferi (che dà il titolo all’albo) o agli Ignavi.

Interessanti le scelte di Burattini, che coniuga efficacia narrativa e una certa fedeltà all’originale: c’è quindi ovviamente Caronte, ma anche il Castello degli Spiriti Magni e Minosse, scelte meno ovvie, e poi di nuovo, tra i grandi must, i Lussuriosi (qui l’influsso di Doré è davvero forte), Cerbero, le mura di Dite e poi, accelerando la narrazione, il Minotauro, Gerione e quindi direttamente il fondo degli Inferi, con l’immancabile Lucifero.

Tra le omissioni più significative, se vogliamo, tutta la parte su Bonifacio VIII e la corruzione della chiesa, forse anche per la necessaria prudenza bonelliana: difatti fa capolino la tomba di papa Anastasio tra gli eretici, quasi a compensazione.

La scelta dei passi citati ha una forte coerenza interna: sono le cose che vedrebbe, “realisticamente”, un pellegrino infero che non fosse lì per erudizione sua e nostra, come Dante, ma mirasse all’uscita, alla “natural burella”, con la massima velocità possibile.

All’interno degli Inferi, Draka, il dampyr, si comporta infatti all’opposto di Dante nella palude stigia: non cede all’Ira contro gli Iracondi, come fa invece Dante contro Filippo Argenti (e come fa invece il demone che accompagna gli eroi, facendo una brutta fine) e sembra quasi, moralmente, sia questa intelligente prudenza a salvarlo.

Burattini sembra anche dichiararsi consapevole dei rischi della sua operazione; fa infatti compiere ai suoi personaggi rimasti a Firenze un incantesimo che alcuni direbbero di “chaos magick” per salvare gli amici perduti nel testo di Dante: riscrivono infatti il verso finale dell’Inferno (con un centone dantesco) per permettere agli amici di uscire, invece di andare nel Purgatorio (un prossimo speciale?). Quasi un modo di ribadire come ogni riscrittura artistica è in fondo grattare un palinsesto per riscrivere l’opera, non maneggiarla coi guanti.

L’adattamento di Burattini e Longo dunque si colloca, con originalità, su un lungo percorso di adattamento dantesco del fumetto, che quasi raccoglie il testimone dell’illustrazione dantesca ai primi del Novecento; una storia già in gran parte ricostruita dalla mostra “Dante, che mito!”, nell’occasione dei tre quarti di millennio del Poeta (vedi qui).

Intermezzo didattico: modesta proposta.

Quale senso ha, allora, questa seconda parte dell’articolo, che indaga in modo sintetico gli illustri predecessori di Burattini? Se vogliamo, un senso blandamente “militante”. Da docente di lettere, da sempre ritengo che il fumetto dovrebbe rientrare all’interno del percorso scolastico, per sommi cenni e naturalmente non in modo pedante.

Ritengo anche dovrebbe rientrare all’interno del percorso di letteratura, più che di quello di arte. Innanzitutto per una valorizzazione della dimensione narrativa del fumetto, che non è ovvia al vastissimo pubblico. In second’ordine, però, per una ragione pratica: alle scuole superiori, tranne gli indirizzi liceali, sparisce lo studio della storia dell’arte. E quindi, empiricamente, l’insegnamento di lettere è lo spazio dove si potrebbe inserire questo eventuale studio.

Ritengo inoltre che il modo per far entrare davvero il fumetto nelle scuole è farlo entrare nei libri di testo, più che – come avviene ora – tramite progetti specifici del singolo insegnante. Questo perché significherebbe un suo riconoscimento specifico, ben più rilevante: inoltre, anche se l’insegnante decide di omettere quella sezione, il singolo allievo può decidere di approfondire.

Al biennio delle superiori, dove si studiano in forma preliminari i generi, qualcosa si fa già, e il libro di testo che ho in uso, “Interminati spazi”, molto valido e molto adottato, fa qualche accenno, non senza qualche limite (ne scriverò magari in un futuro post).

Nel triennio, però, il discorso è abbandonato. Logicamente: se il percorso della storia della letteratura procede in modo strettamente cronologico, è difficile inserire il fumetto. L’unica possibilità di intervenire ragionevolmente è intersecare il fumetto al canone. E il modo più plausibile sono gli adattamenti.

Il discorso permette tra l’altro di sviluppare un tema che andrebbe insegnato: quello della “fortuna” di un testo, che non si esaurisce mai con la sua pubblicazione, ma implica le sue influenze successive, anche in altre arti.

L’obiezione plausibile è quella che non si può inserire troppo materiale, che il libro ha limiti di costo e spazio.  Su Dante, però, il discorso è diverso: perché la Commedia va affrontata nel dettaglio, nell’arco di tutto il triennio (liceo) o in terza (scuole non liceali), e prevede di solito un volume a parte. Per cui, sarebbe anche possibile una documentazione più ampia. Il vantaggio, inoltre, è che per la sua importanza lo hanno affrontato molti fumettisti rilevanti. Quindi, quanto riportato qui sotto non va nel senso dell’esaustività, ma in un’ottica di un potenziale dossier scolastico. Si noterà che mi sono concentrato sul fumetto italiano: la nostra è infatti Letteratura Italiana, ed è più facile giustificare una digressione nel fumetto nazionale.

Terzine Sequenziali, Vignette Incatenate: i fumetti danteschi.

botticelli

In un certo senso, per la sua scansione in gironi, l’inferno (e le altre due cantiche) ha un aspetto “sequenziale”, che passa inevitabilmente alle sue illustrazioni, a partire da quella celebre del Botticelli, a fine ‘400. La discesa di Dante e Virgilio tra i vari gironi ricorda, nel suo espediente visuale, quello ripreso da Gianni De Luca nei suoi adattamenti shakespeariani.

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“Ho scritto venti drammi: in verità mi tedia /
colui che mi sovrasta con solo una Commedia!”
(Golia)

Ci sono sicuramente molte riprese di Dante nella vignettistica ottocentesca italiana; probabilmente qualcuna anche sequenziale. Non è sequenziale questa vignetta di Golia (probabilmente degli anni ’10) che però ha un tratto molto cartoonesco e usa le rime baciate (come Bonaventura) per schernire D’Annunzio con un impietoso paragone.

 

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E non è fumetto nemmeno questa Silly Symphony del 1929, Hell’s Bells, dove troviamo Lucifero in trono con ai piedi Cerbero a tre teste: ma forse il tema della danse macabre a sfondo infernale inizialmente seduce più ancora l’animazione che il fumetto.

 

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La rovina in Commedia (1947) di Jacovitti, per “Belzebù” (appropriato…) è uno dei primi casi del fumetto italiano “moderno” post-bellico, e per certi versi, nella sua ironia caustica (il Jacovitti satirico è spesso a suo modo tetro e sanguigno, lontano da quello fumettista puro, più giocoso) anticipa il Cattivik di Burattini. Sarebbe un’ottima occasione per introdurre un autore fondante del fumetto italiano (e non solo).

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La versione di Martina, del 1949 (tutta in terzine dantesche, a cui Burattini, a suo modo, ne aggiunge una), è il modello di tutta una vasta tradizione disneyana di omaggio a Dante.  E anche qui, come nel manga e nell’anime nipponico, Dante è seminale nella Disney italiana: non solo per la precocità dell’omaggio, ma anche perché quelle meravigliose terzine (scrittori blasonati sono manieristi meno abili di Martina su Dante) sono a fondamento del gusto erudito della scrittura topolinesca, ancora molto in voga negli ’80 (per un giusto senso “pedagogico”, in fondo, che diveniva un umorismo ineffabile e finissimo).

La scelta di Martina piuttosto che dei suoi emuli è quasi obbligata, in senso didattico, non solo per la sua autorevolezza, ma per l’adesione letterale al gioco dantesco. Si potrebbe accennare agli altri autori, spiegando dell’esistenza di questa tradizione adattativa, e dell’importanza della Disney italiana sul fumetto.

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Una influenza indiretta del dante disneyano di Martina può essere vista anche nel “Geppo” (1954) di Dossi e Sangalli per l’editore Bianconi, di cui sarà forse la testata più interessante. Afferma infatti Sandro Dossi intervistato su LSB da Andrea Leggieri:

(L’idea di inserire Dante Alighieri) “Nasce da subito! Nel primo numero di Geppo, che abbiamo pensato insieme io e Sangalli, abbiamo fatto saltar fuori anche lui che si affacciava su Firenze, ma si trattava di un’apparizione occasionale ed è finita lì. È capitato un’altra volta con Sangalli, un’altra comparsata, e poi io l’ho ripreso nell’episodio Un viaggio insolito, da cui nacque poi l’idea di Inferno 2000.”

Conferma quindi un certo intento “autoriale” anche in un fumetto che i più non assocerebbero a tale concezione (aspirazione ovviamente contrastata, ammette lo stesso Dossi, dalle ragioni commerciali spicciole), e che forse meriterebbe riscoprire.

In una eventuale scelta didattica, Geppo può sembrare quasi paradossale. Però, per assurdo, la sua comicità basica può funzionare in un “alleggerimento didattico” che chiunque insegna realmente sa necessario, e indubbiamente, tra i fumetti italiani, è quello che ha sviluppato Dante non in un omaggio occasionale, ma di fatto “seriale” (ovviamente, riprenderei qualcuna delle storie realmente dantesche). Il fatto che sia un fumetto “minore”, oltretutto, permette di dare uno scorcio anche su un canone meno “aulico”, che è proprio del genere. In Dante c’è Barbariccia, Geppo almeno è educato.

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La ripresa più dettagliata e filologica (più che un adattamento, un commento disegnato e umoristico) è quella di Marcello Toninelli (vedi qui) che dopo il lavoro sulla Commedia, avviato nel 1984, ha adattato numerosi altri grandi classici. Come ho detto, nell’ipotesi del dossier parlo di qualche fumetto da allegare anche in forma virtuale, e di uno da allegare in forma reale. Per questo non penserei a nessuna delle due ipotesi: pubblicherei una striscia per ogni pagina della Commedia, in basso, ovviamente in corrispondenza del passo relativo. Non per una superiorità strettamente artistica (valuto comunque l’opera di Toninelli un ottimo lavoro) ma per la sua perfetta funzionalità didattica.

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Nel popolare bonelliano, invece, Dylan Dog (1986) combatte fin dagli esordi contro potenze infernali, ma i suoi Inferi, più un multiverso che un luogo solo, non si sono mai sistematicamente intrecciati con Dante, preferendogli inferni prettamente visivi, da Dalì a Bosch, o più novecenteschi, sulla scorta di Sartre e simili. Sul Bonelliano andrebbe una voce integrata del dossier, di cui a Dylan Dog va fatto un cenno (come pure a Martin Mystere, che di Dante ha parlato; e non escluderei nemmeno una nota per Hellnoir di Ruju, miniserie in un inferno comunque dantesco).

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Invece è il fantascientifico “Nathan Never” (1991) di Medda, Serra e Vigna a riconoscere all’Inferno un ruolo fondante: non solo gli dedica uno dei primi albi, “Inferno”, con tanto di didascalie dantesche a contrappuntare la discesa agli Inferi dell’Agente Alfa; ma nell’albo rivela come la struttura a sette livelli della città neveriana (sempre più dominati dal crimine, man mano che si scende) sono una voluta ripresa del modello dantesco. Curioso che soprattutto Serra, tra gli autori italiani, sia stato uno dei primi a guardare con grande attenzione ai manga, e soprattutto a Go Nagai (e il cerchio si chiude).

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Tra i Bonellidi, anche Dago ha avuto un escursus infernale (vedi qui), ma soprattutto Detective Dante di Bartoli e Recchioni ha costruito la sua struttura in tre stagioni su Inferno, Purgatorio e Paradiso (LSB ne aveva recensito già il numero uno, qui).

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Per molte cose che includerei a margine del canone, qualcosa che – pur ritenendo valido nel suo ambito – escluderei di  inserire (per ora). Oggi Dante, infatti, continua ad apparire come riferimento imprescindibile anche nella variegata galassia della memetica da social network, tra goliardia e webmarketing liceale. Molte di queste operazioni lambiscono il fumetto, come quella di Don Alemanno per Feudalesimo e Libertà (vedi qui); e lo stesso FeL, in fondo, nasce come operazione “dantesca” (più il Monarchia che la Commedia, a rigore):

“FeL propone di abbandonare la corrotta democrazia per restituire il comando a Lo Imperatore, l’unico uomo degno di governare la plebe. Lo stile di FeL trova la sua massima espressione in questi libri, nei quali i cinque consiglieri dello Imperatore hanno riassunto i tratti salienti del Suo pensiero.”

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Numerosi poi gli adattamenti della Commedia nel “fumetto d’autore”, per cui davvero ci vorrebbe una trattatistica ben più ampia di questo pur lungo post: su alcuni dovremo, prima o poi, tornare.

Ricordiamo in particolare il Dante Alighieri e il Farinata degli Uberti di Kleiner Flug (vedi quie qui le belle recensioni di David Padovani, e qui una sua intervista ad Alessio D’Uva), casa editrice che proprio sulla scorta dell’adattamento dantesco ha creato un modello editoriale di biografie illustri.

C’è anche l’adattamento di Siviero e Marra (di cui si è parlato qui); e questo solo per limitarci ai casi più recenti.

Probabilmente, la scelta più realistica per un eventuale fumetto realistico da associare alla Commedia (magari con una selezione di pagine più o meno ampia) ricadrebbe inizialmente sul fumetto d’autore; specialmente in una prima fase in cui un’operazione “azzardata” come dare spazio ai fumetti nel canone dovrebbe avvenire con la massima sacralità per la Cultura con la C maiuscola.

Forse un punto d’incontro potrebbe essere proprio questa ripresa di Burattini e Longo, dato che Dampyr costituisce un potenziale equilibrio ideale tra popolare e autoriale.

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Un giorno, Dante passava dinanzi alla bottega di un fabbro, il quale, battendo il martello sull’incudine, canticchiava alcuni suoi versi, storpiandoli. Allora Dante, senza dir nulla, entrò nella bottega del fabbro e, presi a uno a uno gli arnesi, li gettò in mezzo alla strada. Il fabbro, irritato, gli domandò chi gli dava il diritto di maltrattare così i ferri del suo mestiere. – E tu non storpiavi poc’anzi i miei versi? – rispose Dante. E così il fabbro, se volle cantare, si contentò delle canzonette e non strapazzò più i versi del grande Poeta. (adattamento dal Trecentonovelle del Sacchetti, 1390; da qui)

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“Qui comincia l’avventura
del signor Bonaventura:”
(Sergio Tofano, 1917)

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“mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia et aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!”
(Dante Alighieri, 1314)