Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&st

Gabriele Mainetti ha ottenuto al Bif&st il riconoscimento intitolato a Ettore Scola come miglior regista esordiente per il suo Lo chiamavano Jeeg Robot.

Il consenso di pubblico e critica che l’opera prima di ha registrato sin dal suo arrivo nelle sale cinematografiche è stato confermato dalla platea del Bif&st, il Bari International Film Festival.

Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&st

Giunto alla settima edizione, il programma del Festival è stato seguito e dettagliatamente curato da Ettore Scola – che ne accolse l’incarico a presidente nel 2010 – fino a pochi giorni prima della sua scomparsa. E, accanto a un’ampia retrospettiva su Marcello Mastroianni, proprio a Scola il Bif&st 2016 ha dedicato un tributo attraverso film, documentari, interviste, incontri con i protagonisti del suo cinema.

Sempre a nome del grande regista e sceneggiatore originario di Trevico, quest’anno è stato istituito il premio per il miglior regista di opera prima o seconda. Premio – decretato dalla giuria del pubblico, formata da trenta spettatori selezionati e presieduta dal regista Andrea Segre – che si è aggiudicato Gabriele Mainetti per il film Lo chiamavano Jeeg Robot.

Mainetti ha ricevuto il premio, nella serata dell’8 aprile, dalle mani di Gigliola Scola e Luciano Tovoli. Visibilmente emozionato, ha commentato:

“Sono onoratissimo. E mi fa stranissimo vedere il nome di Scola, Mainetti e di Jeeg Robot tutti e tre insieme!”.

Ha poi ringraziato Ettore Scola per il grande esempio che ha dato al cinema italiano, come regista e sceneggiatore, e ha idealmente dedicato il premio al pubblico “per cui questo film è stato fatto, e da cui è stato accolto”.

Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&stDurante la conferenza stampa del giorno precedente, Mainetti non ha risparmiato aneddoti legati alla realizzazione del film e racconti legati ad alcuni retroscena poco noti: “Questo film ho dovuto produrlo io, perché non ho trovato produttori che pensassero che questa cosa potesse funzionare dal punto di vista commerciale. Quando ho iniziato a proporre il progetto, nel 2010, i produttori sembravano non avere interesse per quello che era considerato cinema di genere. Oltre al fatto che emergeva sempre la questione della fattibilità, nel senso che continuavano a dirmi che in Italia non avevamo ancora la tecnica giusta per fare un cinema di questo tipo”.

Si è anche speso in elogi e ringraziamenti a , definendo la sua decisione di ingrassare ben venti chili per interpretare il personaggio di Enzo Ceccotti come una dimostrazione di grande generosità. “Claudio è un amico, tanto amico da sottoporsi a diversi provini prima che io avessi l’intuizione che venti chili in più avrebbero aiutato il personaggio a trovare il suo equilibrio”, ha detto Mainetti. “Claudio è il tipo di attore che ha una certa fragilità nello sguardo, ma che nel film doveva emergere solo da un certo punto in poi, mentre in tutta la prima parte sarebbe dovuto apparire corazzato, anche nel fisico”.

Il regista ha anche spiegato che la sigla di Jeeg Robot che nel film si ascolta quando Enzo inizia a guardare il DVD del cartone, non è quella originale cantata da Roberto Fogu, ma è stata interpretata dallo stesso Santamaria, imitando la voce di Fogu. Allo stesso modo, Santamaria ha ridoppiato un dialogo dell’anime nella scena in cui Enzo e Alessia sono davanti alla Tv, e che per un problema di diritti non poteva essere riprodotto in originale all’interno del film.

Di ha detto di essere rimasto colpito dalla sua grande umanità e dal suo talento naturale per la recitazione, che ha avuto la capacità di mettere a disposizione per l’esperienza filmica. “Ilenia ha lavorato molto sul personaggio di Alessia, trasformandosi in una bambina nel corpo di una donna. In questo ha fatto davvero l’esperienza dell’attore, e se parlasse un italiano pulito potrebbe andare ovunque!”.

Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&st

Mainetti ha anche confessato che il supereroe a cui si è ispirato per il suo film non è sempre stato Jeeg Robot, ma che all’inizio doveva trattarsi di Goldrake, il “robottone” di cui seguiva le avventure quando era bambino: “L’idea originaria è nata da me e dall’autore del soggetto, Nicola Guaglianone, che conosco da vent’anni e con il quale ho già collaborato. Poi ci ha affiancato Menotti ed è allora che abbiamo pensato a un supereroe come solo noi potevamo raccontarlo”.

“Non sono un lettore di fumetti DC o Marvel, perché ho sempre letto prevalentemente Bonelli e manga soprattutto”, ha proseguito il regista, “e partendo da questo abbiamo realizzato che i supereroi della nostra infanzia non erano Batman o Superman, ma i mecha giapponesi. A quel punto abbiamo deciso per Jeeg Robot per esigenze di copione: ci piaceva che Hiroshi Shiba all’inzio della storia fosse un viziato che non voleva responsabilità, ma che poi scopre di avere una superforza. E poi, da nerd quali siamo, ci piaceva il fatto che mentre Mazinga o Goldrake venivano pilotati, in Jeeg Robot fosse proprio Hiroshi a trasformarsi nella testa del mecha, con le componenti che gli venivano lanciate… da una femmina!”.

Durante la conferenza stampa abbiamo domandato a Mainetti se in fase di scrittura o di lavorazione del film si sia avvalso della consulenza di qualche fumettista o editore di fumetti, ma ci ha risposto di no, sebbene di fatto lo stesso Menotti sia stato un fumettista: “Lui aveva in mente un superuomo come Ranxerox, che in qualche fumetto italiano ritroviamo in versioni analoghe, assenti però nel cinema. Sul grande schermo c’erano stati solo piccoli esperimenti come L’uomo puma, mentre noi abbiamo dato a questo progetto tutto quello che avevamo, sviluppandolo come poi si è visto”.

Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&stOspite del Bif&st è stata anche Ilenia Pastorelli – presente sia in conferenza stampa che durante la serata di premiazione – che, con la freschezza e simpatia che la caratterizzano, ha confessato ai giornalisti le sue difficoltà per entrare nel personaggio di Alessia, una bambina in un corpo di donna, che continua ad avere una fiducia spassionata verso la gente nonostante una vita densa di drammi: Alessia ha una fiducia verso gli altri che io non ho, ma ha saputo insegnarmi molto in questo senso. Mi sono avvicinata a lei e al suo mondo ingenuo mettendo da parte la mia femminilità, togliendo i tacchi, i trucchi, la spazzola, immaginando come lei fosse e ho sentito subito, a pelle, di conoscerla… In questo modo sono diventata Alessia, in un film coraggioso e innovativo che affronta temi importanti come quello della violenza sulle donne, ma lo fa attraverso una chiave fumettistica e quasi fiabesca, che mi è piaciuta molto”.

Pastorelli ha anche annunciato che presto studierà recitazione, e ha ricordato alcuni episodi divertenti durante il casting per il film, come il fatto che il suo agente fosse certo che non sarebbe stata presa per la parte: “Mi ha detto: ‘C’è un ruolo di protagonista per questo film, ma tanto è sicuro che non ci riesci!’”, ha raccontato con grande spontaneità. Oppure il suo primo provino andato male perché non riusciva a piangere: «Ero convinta che nel cinema fosse tutto finto, anche le lacrime, e quando si sono accorti che non sapevo piangere (mentre il ruolo lo richiedeva) mi hanno scartata. Sono tornata a casa e mia madre mi ha sgridata, ricordandomi che avevamo il mutuo da pagare e che quella parte mi serviva. Allora ho richiamato il regista, gli ho chiesto di fare un altro provino e gli ho assicurato che avrei pianto: così ho iniziato a pensare al mutuo e ci sono riuscita!».

«Sul set ci sono decine di persone, i tecnici, i microfonisti, le telecamere… tutti che ti guardano. Quando ho pianto davanti a loro mi è sembrato di spogliarmi nuda, mi sono vergognata tantissimo, ho provato sensazioni molto particolari»,

ha ammesso.

A fine conferenza stampa le abbiamo domandato quali fumetti legga o abbia letto da ragazzina, e ci ha risposto che è cresciuta leggendo i “giornaletti” di Valentina o di Diabolik che le passava suo cugino, “Anche se crescendo ho perso quella leggerezza he avevo quando leggevo quel tipo di fumetti”, ha aggiunto. “Però mi piacevano molto i cartoni animati che passavano su Bim Bum Bam! Il mio preferito era Ransie la strega, o comunque quelli “da maschi”, mentre detestavo personaggi come Barbie o le principesse Disney, che non mi dicevano niente: erano tutte alte, magre e bionde, e aspettavano solo il principe azzurro sul cavallo bianco. Hanno rovinato intere generazioni e ci hanno creato aspettative assurde sull’uomo ideale!”, ha scherzato, iniziando a canticchiare la sigla di apertura di Ransie.

Presente alla manifestazione anche , che in Lo chiamavano Jeeg Robot ha ricoperto il ruolo di un villain diventato subito iconico, lo Zingaro.

Lo chiamavano Jeeg Robot conquista il Bif&st

A proposito del successo del suo personaggio, con la timidezza che lo contraddistingue quando è davanti ai microfoni, Marinelli ha commentato: “Io non so fare il cattivo, nel senso che non sono decisamente un tipo che fa paura. Ma per entrare nei panni dello Zingaro mi sono ricordato di alcune cose che mi facevano paura, come quando a otto anni ho visto Il silenzio degli innocenti, un film decisamente… particolare! I personaggi di quel film, quello di Buffalo Bill in special modo, non sono cattivi perché vogliono mettere paura, ma perché sono completamente fuori controllo, e allo stesso tempo hanno dei grandi drammi interiori. Ricordo che ai provini mi ero approcciato al personaggio in modo un po’ più romantico: sono andato a cercare l’origine dei suoi problemi, ma interpretavo lo Zingaro in modo molto teatrale, divertendomi, esagerando nella recitazione, e invece Gabriele [Mainetti] mi portava con i piedi per terra, mi riportava alla dimensione di Tor Bella Monaca”.

Quanto all’interpretazione canora dello Zingaro, Marinelli ha raccontato che è stata voluta non solo come un suo elemento caratterizzante, ma per creare un background convincente del personaggio, scegliendo un episodio che in gioventù potesse averlo impressionato. “Abbiamo trovato su YouTube questo filmato di Anna Oxa al Festival di Sanremo, con un look maschile e credo una ventiquattr’ore in mano, che ci ha colpito tantissimo. Poi ci siamo ispirati anche ad altri suoi vecchi video di repertorio, e alle interpretazioni di altre cantanti degli anni Ottanta”.

A chi gli ha domandato come scelga i copioni, Marinelli ha risposto ironicamente che li sceglie alla cieca, ma poi ha ammesso che, sebbene non gliene arrivino molti, anche se più che in passato, si limita a leggerli, e durante la lettura riesce immediatamente a capire se una storia o un personaggio gli piacciono: “Se un copione va bene me ne accorgo perché inizio a recitare le battute ad alta voce”.

“Nel momento in cui si ha il privilegio di poter fare una scelta, è giusto farla, anche se poi serve anche tanta fortuna, e fino ad ora io ne ho avuta”, ha aggiunto.

“Penso che le cose si facciano con attenzione solo quando si ha paura di sbagliare”.

Oltre al Premio Ettore Scola a Gabriele Mainetti, Lo chiamavano Jeeg Robot ha ricevuto il Premio della critica e il premio del pubblico come miglior film in concorso alla Festa do Cinema Italiano di Lisbona, ed è candidato a ben sedici David di Donatello, tra cui quello per il miglior regista esordiente, la miglior sceneggiatura e i migliori interpreti maschili e femminili protagonisti e non protagonisti.

Il film tornerà nuovamente nelle sale a partire dal 21 aprile 2016, con una distribuzione a livello nazionale.

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