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Interviste

Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.

S. è stato un importante passo nella carriera fumettistica di Gipi, un toccante omaggio al ricordo di suo padre. In occasione della ristampa di quest'opera,...
Articolo aggiornato il 18/04/2015

S. è stato un importante passo nella carriera fumettistica di un toccante omaggio al ricordo di suo padre morto pochi anni prima della sua realizzazione. Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.
Materia difficile e insidiosa quella dei ritratti a delle persone scomparse da poco, soprattutto se hanno fatto parte in maniera determinante della propria vita, come solo un genitore può esserlo. Un terreno minato sul quale è facile cadere nella trappola della retorica o del lacrimevole, spesso incapaci nel trovare il giusto metro per distanziarsi da sentimenti che per forza, nel bene e nel male, sono troppo ingombranti per poterli lasciarli da parte. È questione di dotarsi della giusta visuale, di scegliere un registro il meno comodo possibile, di prendere la via meno facile. Cosa da fuoriclasse della narrazione, come Gianni Pacinotti è.
Per questo sorprenderà il lettore la struttura del romanzo composta da una manciata di aneddoti narrati più volte da visuali e soggettive diverse, un avanti e indietro nel tempo nel quale Gipi si appropria dei ricordi, dei racconti e delle parole (anzi, del modo di parlare) del padre. E proprio dall’affascinante struttura narrativa di S. inizia la nostra intervista.

In S., il tuo nuovo libro che ho avuto il piacere di leggere in anteprima, grazie a te, mi ha molto colpito la sua struttura che, senza voler fare paragoni inutili, mi è sembrata avere una costruzione cinematografica, soprattutto nel modo con cui gestisci alcuni aneddoti che tuo padre ti ha raccontato, riprendendoli più volte durante la storia, da diversi punti di osservazione.
Mentre ci lavoravo mi domandavo se questo spezzettamento l’aveva già fatto qualcuno nella storia dei fumetti, questo sbriciolare le storie. Com’è noto, io di fumetti ne so molto poco. Era una cosa che non avevo mai visto. Però ne so poco, ripeto. Avevo paura di percorrere una strada che magari qualcun altro poteva essersi già fatto e pure meglio di me.

A memoria una struttura del genere mi sembra abbastanza inedita, soprattutto raccontata in questo maniera. Fare una sceneggiatura in questo modo è stata una scelta consapevole oppure è stata una conseguenza di ciò che volevi raccontare?
In realtà la risposta potrebbe far un po’ ridere, perché quando insegnavo alla Scuola di Fumetto a Lucca annoiavo sempre gli studenti perché si sforzassero nel sapere sempre di cosa stavano parlando. Li stressavo per l’attenzione alla struttura, insomma rompevo sempre perché avessero ben presente di avere in mano tutti i fili della sceneggiatura, che tutto funzionasse a dovere ed essere sempre certi dell’argomento che stavano trattando. In S. invece ho lavorato in uno stato d’abbandono totale, nel senso che se volessi farti vedere la sceneggiatura di questo libro non potrei mostrarti niente perché non c’è sceneggiatura. Un giorno ho preso un’agenda nera, ho numerato le pagine e poi ci ho scritto cose tipo “arrivano alla spiaggia”, poi due pagine dopo “a sciare”, e così via.

Più che una sceneggiatura, un canovaccio.
Sì, che poi però ho buttato.
Quindi anche quel nulla che mi ero preparato non l’ho usato. E difatti se leggi la storia e la raffronti con quello che c’era scritto in quell’agenda non trovi nessuna corrispondenza, soprattutto dal primo quarto in poi. Questo perché questo racconto era particolare per me, era una cosa che prima non avevo mai fatto e che spero non rifarò mai. Era l’esperimento che avevo in mente da tanto tempo consistente nel fare una storia lunga tutta di getto, cento pagine tutte improvvisate, visto che mi ero accorto che quando facevo storie improvvisate, ma ovviamente corte, di solito c’era una buona forza dovuta al fatto che tutto era istintivo, non ponderato. Ero sempre stato convinto però che non si potesse usare questo metodo su una storia lunga. Questa volta invece ho proceduto in questo senso, facendo le ultime settanta pagine improvvisando riga per riga. Di ciò mi sono stupito per primo io.
La sfida maggiore però era non lavorare come se stessi scrivendo una specie di diario romantico, ma gestire (improvvisando) una struttura vera e propria, con diverse ambientazioni, personaggi e tempi narrativi differenti.

Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.Ad una prima lettura questa struttura dà l’idea di un meccanismo studiato a priori, perché raccontare una scena, poi ribaltarla da un altro angolo di lettura, poi riprenderla più avanti da un altro ancora dà l’idea comunque di una scelta molto ponderata ed elaborata. Leggendo più attentamente invece si denota una fluidità del racconto che mette in crisi questa prima impressione. Un meccanismo perfetto, ma in realtà non c’è nessun meccanismo?
Ci sono un paio d’idee di base che mi hanno aiutato a tenere in mano la struttura, ma sono escamotage sentimentali. Dopo che mio padre morì , nei primi mesi seguenti non stavo benissimo, come si può immaginare. Un giorno prendo Mattatoio numero 5 di Kurt Vonnegut, che non avevo mai letto, nel quale l’autore fa un’operazione che gli ho rubato pari pari. Mi spiego: Vonnegut a vent’anni è prigioniero a Dresda, lui che era un soldato americano, proprio quando la città venne bombardata e devastata con ordigni incendiari. Di fronte all’esperienza più terrificante di tutta la sua vita, Vonnegut siccome vuole fare lo scrittore pensa “farò un libro su tutto ciò , perché devo raccontare al mondo quest’orrore.” Ma quando torna in America e inizia al lavorare su quest’idea per anni non riesce a metter giù una riga. La cosa buffa è che quando il libro lo scrive, per reggere quel dolore, tutto quel male, s’inventa un escamotage sentimentale, immaginandosi questi alieni provenienti dal pianeta Tralfamador, che hanno la capacità di vedere la quinta dimensione, cioé il tempo, in maniera solida, non un divenire continuo ma al contrario una cosa statica. Quindi guardando me non mi vedrebbero in questo istante, ma nella mia estensione, da quando sono nato a quando saro’ in punto di morte. Mi vedono intero, un millepiedi fatto da tutti gli attimi della mia vita. E questo modo di vedere quelle vite dà ad esse una solidità particolare. Quindi non si guarda alle persone scomparse come delle persone scomparse, ma le si guarda come delle “entità “. Leggendo questo libro inaspettatamente mi sentii meglio, e cominciai a pensare alla vita del mio babbo in quei termini: non una persona che era nata, era vissuta e poi è morta, ma come una vita nella sua interezza, lì , visibile, e che esisterà sempre.
So che questo, ora, potrebbe sembrare frutto di un delirio, ma in quei momenti drammatici questa idea è stata una salvezza per la mia testa.
Quando ho iniziato a lavorare a S., la cosa che mi sono detto è stata: voglio usare quella visione come struttura narrativa, usando l’idea di Vonnegut non come orpello o filosofia, ma proprio come struttura drammatica. Volevo convertire un’idea in struttura per la storia.
In concreto, per fare un esempio dell’influenza che ha avuto sulla struttura l’idea di Vonnegut, i salti nel tempo che faccio nel libro non sono mai annunciati e il verbo che uso è sempre al presente, tranne alla fine che quando ho ceduto un po’ le briglie, ammorbidendo il racconto.

Alla fine del libro ti denudi e dici “la fidanzata di S.” e tra parentesi “mia madre”, cosa che in tutto il libro non affermi.
Infatti, queste cose le tiro fuori piano piano perché volevo alleggerire l’importanza della mia figura, per non essere il personaggio che sta sullo sfondo, dicendo “È mia madre”. Se dico invece ” la fidanzata di S.” sto parlando solo di loro, togliendomi un po’ dai riflettori, evitando così pietismi un po’ disturbanti.

Se ti può rinfrancare, mi è sembrata una scrittura tutt’altro che retorica o lacrimevole, anche se non nascondo di aver provato una giusta dose di commozione alla fine.
Ovviamente anche a me risulta commovente, ma allo stesso tempo tutte le volte che mi mettevo a frignare (internamente sono state tantissime, ma esternamente una sola) quando la storia prendeva una piega troppo triste, mi dicevo “adesso accosto una cazzata”, ma non perché pensassi che così funzionasse meglio, ma semplicemente perché stavo scrivendo cose che mi risultavano talmente dolorose che dentro di me ogni tanto si accendeva una lucina che mi diceva “Gianni, ridiamo due minuti o c’impicchiamo?”. E così la storia è tutta un’altalena tra andare giù e tornare su, che per me è poi l’equivalente dello stare in vita.

Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.

Tornando alla struttura narrativa, hai affermato che questa scelta dell’improvvisazione era una cosa che volevi da tempo sperimentare. c’è qualche attinenza tra questa scelta e il tema del racconto oppure le due cose sono slegate?
Assolutamente è tutto attinente. Quando ho iniziato questo lavoro mi sono dato un po’ di regole. Per prima cosa ero consapevole di andare a toccare un argomento delicato, perché questo libro lo leggeranno altri e lo leggeranno anche le mie sorelle, mia madre, il fratello e la sorella di mio padre. Molte persone rischiavano di soffrire leggendolo, ma solo io ne avrei tratto giovamento. Era importante ricordarsi ciò .
Quindi mi sono detto: “Okay babbino, racconto le cose che tu raccontavi, ma scriverò come avresti scritto tu“. Questo voleva dire scrivere di getto, significava che non avrei dovuto correggere, perché il mio babbo scriveva peggio di me, perché la scrittura io l’ho fatta diventare un mestiere, mentre lui componeva poesie di Natale solo per farci ridere. In questo libro non volevo fare il mio solito lavoro di cura, di limatura, aggiustando ogni parola, per raccontare lui. Per cui per tutta la metà del libro, tutte le cose scritte, gli errori di forma, le parole storte, tutti gli errori di ritmo, li ho lasciati lì . Se l’avessi potuta riscrivere, l’avrei scritta “meglio”. Per me invece era un contratto importante da fare col mio babbo, col suo ricordo: cioé , io ti offro l’imperfezione. Faccio un libro per cui mi potranno dire che scrivo di merda, ma per me sarà come un’offerta.

A me però non sembra scritto così male, anzi…
In realtà ora nemmeno a me sembra, forse perché questo libro per me è stata una cosa magica, ed è la prima volta che finisco un libro e sono così contento, tra l’altro. Sono sempre pieno di dubbi, ma in confronto le altre volte ne avevo molti di più.

Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.Forse ti senti così contento perché l’ostacolo da superare era alto…
Sì , e poi la mia paura era quella di comportarmi male, di fare una cosa immorale, per l’idea che ho io di moralità.

Non posso entrare nei tuoi pensieri né sapere cosa penseranno i tuoi familiari, ma credo che il ritratto che hai fatto di tuo padre sia comunque molto tenero. Tra l’altro partendo da quello che di solito risalta di più in una persona, ossia non i pregi ma i difetti, quelli, ben inteso, non insormontabili né insopportabili…
Lo penso anch’io. Tra l’altro l’unico modo per me di rispettare qualcuno e di volergli bene è vederlo com’è , quindi anche nei suoi difetti. Sicuramente nei prossimi giorni mi chiederanno che tipo di storia sia: se io ho sempre saputo rispondere sul contenuto di un libro stavolta sono in difficoltà e mi viene proprio di rispondere, nel modo più vomitevole immaginabile, che è proprio una storia d’amore. Solo quello: l’unico filo narrativo che mi sono tenuto stretto è proprio quello dell’affetto e quindi è naturale che se qualcosa ho trasmesso sia proprio questo. Essendo un sentimento base, e come insegna Truffaut “nelle storie importanti si parla solo di amore e morte”, se ho trasmesso questo concetto allora la storia dovrebbe funzionare. È anche brutto parlare di “funzionamento”, soprattutto riguardo ad una cosa per me così intima, ma in fondo questo è pure il mio mestiere. La contraddizione è inevitabile. Ormai mi sono arreso.

Credo che se durante la realizzazione di un fumetto, di una tavola, qualche volta pensi “guarda, questa tavola può funzionare!” non è che commetti qualche peccato…
No, certo. Anzi, questo libro è pieno di trucchi. Ho cercato di stare sul filo: da una parte l’emotività e l’istinto, dall’altra il mestiere del raccontare la storia.

È frutto dell’improvvisazione anche la scelta di raccontare tuo padre attraverso i suoi racconti?
Non proprio. L’idea di “usare” la sua voce c’era fin dall’inizio. c’è stato un momento in cui l’idea del libro si è manifestata in una forma precisa, nella quale la questione dei “racconti di S.”, la formula “S. dice..”, era già presente.
Era un modo per dare la parola a lui, per mettermi da parte. Così facendo, inoltre, speravo che il libro prendesse un tono diverso dal solito, diverso “dal mio”.
All’inizio mi sembrava tutto molto naturale. Farmi da parte e far raccontare a mio padre le sue storie. “S. dice…”

Lo stile grafico S. è abbastanza omogeneo, ma da pagina 82, per tutta la scena del forno crematorio, mancano i contorni: perché?
La ragione è sentimentale ed etica. Quella è la scena più dura di tutto il libro.
Il rischio nel mettere il tratto nero era che diventasse troppo “cartoon”, perché quel rischio c’è sempre per quanto puoi avere un tratto acido, o cattivo, di getto. Il rischio è che la scena fosse visualizzata con figure da fumetto nell’accezione peggiore del termine. In quella scena io non me lo potevo permettere. Era per me talmente drammatica che non potevo rischiare di disegnare dei paperini. Quindi mi son detto: “resto a pittura”.

Una scena che credo sia il cuore più intimo del libro e che hai voluto differenziare, anche se in maniera lieve?
Sì e se ci pensi è proprio una sconfitta perché Spiegelman è riuscito a disegnare Maus, raccontando tutto il dramma del suo mondo, attraverso i topini.

Quella però è indubbiamente una scelta estetica diametralmente opposta.
Certo, ma sono proprio io che non ce lo fatta. Non è che ho trovato il limite di un mezzo, ma ho trovato il limite mio.

Trovo molto vera la considerazione che hai fatto sui tuoi finali, definendoli tradizionali, tanto che nei miei articoli su LSB ti ho sempre definito un autore moderno, ma comunque “classico” (passami il termine) per la costruzione delle storie. Un narratore, direi, che bada molto agli equilibri e che cerca di tenere ben saldo il timone della storia.
Negli ultimi tempi hai dichiarato più volte di avere una certa affinità con gli autori del gruppo Canicola che però percorrono, in modo eccellente, altre strade per realizzare i propri fumetti. Che rapporto c’è tra te e loro?

Come ho già detto io non leggo molti fumetti, e non lo dico per fare lo strambo, ma è una cosa triste e vera e sono di solito più interessato agli autori che ai prodotti. E difatti la vicinanza che ho con i canicoliani è arrivata per prima cosa dall’amicizia con Giacomo Nanni. Pur avendo dei mezzi diversi coi quali raccontare le storie loro sono nel mondo e lo raccontano, un po’ come faccio io, ovviamente con le dovute differenze. Loro raccontano ciò che hanno attorno con il loro filtro, io con il mio. Amanda Vähämäki lo racconta coi sogni, Giacomo Nanni con un’intimità fantastica. Quindi è più una vicinanza di attitudine che di stile. Se ci pensi, neanche tra me e Igort non c’è tutta questa vicinanza stilistica, ma la sento forte nell’attitudine al lavoro che facciamo.
Il resto del mondo fumettistico lo sento piuttosto distante, e non perché voglia fare lo snob, ma perché sento una differenza d’intenti e di temi.
Per esempio, fare questo libro per me non è fare “entertaiment”, non voglio fare un altro “Lost”, non cerco le trovate, non voglio fare una trama “figa”, non voglio avere un personaggio affascinante. Lavoro completamente da un’altra parte. Mi viene naturale, non è una scelta di campo e quindi non “parteggio” per il mio campo.
Mi divertono le storie dove domina la volontà d’intrattenimento, ma non potrei mai lavorarci su. È una questione di carattere.
Scrivo davvero per capire le cose. Per riuscire ad essere “presente” come non riesco ad esserlo nella vita fuori dalle storie, nella vita “vera” intendo.
Naturalmente, a seguito delle motivazioni personali viene il mestiere della scrittura, del creare tensione e via dicendo. È il mestiere, immagino, ma non è lo scopo principale.

Una chiacchierata con Gipi, aspettando S.

Eppure secondo me nei tuoi fumetti la componente intrattenimento è molto alta.
Cerco di stare in equilibrio.
Da una parte le mie esigenze personali e private, quelle che chiamo “le motivazioni profonde”.
In assenza di queste motivazioni non lavoro proprio, non scrivo, non disegno.
In presenza di motivazioni profonde posso invece anche imbastire una storia “tradizionale”, un noir (come è stato definito “hanno ritrovato la macchina” o “Appunti per una storia di guerra”).
Ma a monte DEVE esserci una di queste motivazioni. Un’occasione di crescita.
In quest’equilibrio cerco una strada dove i lettori possano trovarsi a loro agio, una via sulla quale possano seguirmi senza troppa fatica, anche se l’argomento trattato (quello che contiene la motivazione profonda) può essere complicato.

c’è ovviamente differenza tra gli altri tuoi libri e questo, ma non mi sembra poi scritto così male, come dici tu. Per contro ho notato in alcuni punti dove il lettering è fatto veramente male, e credo di proposito. Perché ?
In S. ho scritto male. Alcuni periodi hanno proprio degli errori, ed in altri punti il lettering è ostico.
Questo sembra in contraddizione con quanto appena scritto, ma non lo è . È legato alla motivazione profonda, ed ha un effetto di rallentamento della lettura e di “patto d’intimità ” con il lettore che, spero, avrà un senso preciso nella storia.
Naturalmente sono pure preoccupato per questa scelta radicale.
Qualche giorno fa un mio amico si è messo a leggere l’edizione di Appunti per una storia di guerra uscita per Rizzoli qui a casa mia ed io appostato come un merlo me lo sono riletto da dietro la sua spalla. Non l’avevo mai ripreso in mano e mi sono accorto che in quell’occasione avevo realizzato una storia proprio a modo, che scorre bene, con le transizioni da una scena all’altra tutte fluide, con i dialoghi tutti ben limati. E lì per lì , mi sono un po’ spaventato per il libro nuovo perché a suo modo è un po’ più violento nell’approccio narrativo.

La mia sensazione, alla prima lettura, invece è che addirittura questo libro sia ancora più scorrevole di Appunti per una storia di guerra, e so che magari sto dando un giudizio azzardato. In S. questo andare avanti e indietro nel tempo e il flusso di coscienza costante narrato dalla tua voce al presente rendono tutto omogeneo e ampiamente scorrevole.
Mi fa piacere.
Spero davvero che nella lettura si senta la voce che ho sentito io, quella che mi ha guidato mentre disegnavo, e spero che si possa ridere come ho riso io in alcuni punti ed essere trasportati come lo sono stato in alcuni tratti.
Spero, insomma, che tu abbia ragione.
La storia, le sue motivazioni profonde, esigevano un piccolo sacrificio di forma. L’ho fatto. Speriamo che funzioni.

Abbiamo parlato di:
S.
Gipi
Fandango, ultima edizione 2013
112 pagine, brossurato, colori – 15,50€
ISBN: 9788876182549

Riferimenti:
Il blog di Gipi: giannigipi.blogspot.com
Il sito della Coconino Press: www.coconinopress.it
L’ormai leggendaria prima intervista di LoSpazioBianco a Gipi:
Esternare arte: intervista a Gipi (prima parte)
Esternare arte: intervista a Gipi (seconda parte)

Intervista rilasciata a novembre 2006

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