Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Thu, 29 Jan 2015 22:34:19 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1 Dylan Dog 341 – Al servizio del caos http://www.lospaziobianco.it/139944-dylan-dog-341-servizio-caos http://www.lospaziobianco.it/139944-dylan-dog-341-servizio-caos#comments Thu, 29 Jan 2015 08:30:53 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=139944 Roberto Recchioni e il gioco al rialzo sulla serie dell’indagatore dell’incubo si concretizza nell'albo numero 341, dove vengono introdotti John Ghost e temi che attualizzano il contesto della serie.

Scritto da Guglielmo Nigro, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Dyd341_coverQualche giorno fa, per preparare un incontro di meditazione, ho letto alcune pagine di un libro del maestro indiano Osho, Liberi di Essere (ed. Mondadori), in cui viene acutamente descritta la differenza tra reazione e risposta alle tante situazioni che ci si presentano giornalmente.
In sintesi, la reazione è inconsapevole, meccanica, non creativa, basata quasi esclusivamente sulle conoscenze passate e sulle abitudini. La risposta è creativa, intuitiva e libera, non-condizionata, realizzata da una persona “risvegliata”, in altre parole pienamente consapevole nel qui e ora, secondo la tipica concezione zen.
Osho racconta anche una storiella divertente, di come un uomo molto scaltro trovi il modo di vendere un’assicurazione sulla vita a una ricchissima signora che non si faceva avvicinare da alcun assicuratore. L’uomo ci riesce grazie alla sua intelligenza e lavorando esclusivamente sulle reazioni stereotipate e prevedibili della ricca signora. Se le persone si muovono attraverso processi non innovativi ma prevedibili, basta trovarne la chiave di lettura per controllarle. Esponenzialmente, per controllare il mondo.

John GhostRoberto Recchioni, in Dylan Dog #341, parte dallo stesso presupposto per mettere in scena il nuovo arcinemico dell’Indagatore dell’incubo, John Ghost. Costui potrebbe essere l’astuto uomo che vende l’assicurazione sulla vita alla ricca signora, ma il cui campo da gioco è l’intero pianeta. Tutto ciò facendo leva, inutile dirlo, sulla stupidità umana o, con più accortezza, su uno dei meccanismi più potenti che regolano la nostra vita e la nostra presunta libertà individuale: l’abitudine.

È ormai noto che da qualche mese su Dylan Dog è in atto un rilancio editoriale molto pubblicizzato che ha l’ambizione di rinnovare il personaggio, attualizzarlo e superare un’impasse creativa ormai decennale. Le prime storie di questo progetto sono state assai deludenti, perché non hanno mostrato alcun reale cambio di direzione e si sono appoggiate su idee e, soprattutto, sviluppi narrativi imbalsamati e meccanici.

Posso dire senza ripensamenti che il numero 341 mostra invece elementi decisamente diversi che, senza gridare al miracolo, permettono al lettore di tirare un sospiro di sollievo.

Dyd_341_01La sceneggiatura di Recchioni è lineare, dinamica e misurata. L’autore romano, pur mostrando i segni tipici del suo stile iperbolico e anti-verosimile, conduce la storia alla sua conclusione con alcuni passaggi divertenti e coinvolgenti, in grado di porre solide basi per gli scenari futuri della serie.
Sorretto dagli ottimi disegni di Angelo Stano e Daniele Bigliardo, Recchioni si arrischia in territori non certo facili, intanto perché mette Dylan Dog direttamente a confronto con le contraddizioni della tecnologia, che sono proprie del protagonista (Dylan è stato fin qui ideologicamente contrario a ogni forma di innovazione tecnologica recente) e socio-economiche (lo sfruttamento di manodopera a basso costo per il ricco mondo occidentale), e poi perché gioca al rialzo sul piano del contesto in cui si muovono le storie della serie.
Il secondo punto è decisamente il più interessante: John Ghost è l’attore principale di uno scenario reazionario in pieno stile dietrologista, dove il nemico vero è il sistema socio-politico occidentale, qui incarnato da una monarchia anglosassone decisamente disturbante e aliena.
Divertente e pienamente riuscito anche il riferimento metafumettistico all’autore britannico Alan Moore, coerentemente rappresentato come una sorta di santone della creatività, in grado di fondere innovazione ed esoterismo.
Per queste ragioni, e per il ritmo generale della sceneggiatura, che rimane sempre godibile e condotto con giocosa ironia, la lettura risulta piacevole e sopra la media delle storie dell’Indagatore dell’incubo degli ultimi anni.

Dyd_341_02Lo stesso giocoso divertimento sembra trasparire dai disegni di Stano e Bigliardo, che curano ogni tavola con equilibrio, con espressività e con un ottimo bilanciamento tra realismo e sintesi, dove a dominare è l’attenzione alle “inquadrature” di ogni vignetta. La messa in scena dei personaggi, grazie allo stile dell’inedita coppia, media scena dopo scena tra la necessità di una resa spettacolare tipica delle narrazioni complottistiche, e la semplicità dei siparietti comici propri della commedia brillante.

Nonostante questi semi narrativi decisamente ricchi, Al servizio del caos mostra anche alcuni limiti.
In particolare, il soggetto alla base della vicenda è troppo esile e inconsistente. L’indagine da cui tutto ha origine è risolta in modo troppo sbrigativo e “sospetto”. Nuovamente, come nei precedenti numeri, si avverte uno squilibrio eccessivo tra i motivi esterni alla storia (volontà e progettualità editoriali) e le dinamiche interne. La credibilità della vicenda e il suo senso vengono parzialmente inficiati da tali semplificazioni, al punto che viene in parte messa in dubbio la stessa intelligenza dei personaggi, in particolare quella del protagonista.

Dyd_341_03Anche le riflessioni e gli “assiomi” sociologici che fanno da impalcatura alla storia, per quanto possano risultare stimolanti e innovativi rispetto a quanto abituati a leggere sul Dylan Dog degli ultimi anni, appaiono in definitiva fin troppo semplicistici e riduzionisti.
Chiedendo venia per l’analogia fin troppo facile, l’impressione è che Recchioni voglia assumersi il rischio di giocare al Grant Morrison più mainstream all’interno di una delle testate italiane più celebri, e immobili, degli ultimi anni. L’approccio iconoclasta ma rispettoso del senso originario del personaggio; la volontaria ambiguità tra sospensione dell’incredulità e sua rottura in chiave metanarrativa; lo scenario britannico che si affaccia al mondo intero, con derive fantapolitiche in chiave complottistiche, ecc.
Recchioni sembra voler attingere ad anni di letture di questo tipo prodotte negli Stati Uniti grazie alla cosiddetta British invasion, di cui appunto Morrison rappresenta uno dei suoi massimi esponenti.

Non sarà facile essere all’altezza di questo ruolo, per quanto la retorica autoriale propria del fumetto seriale possa sempre risolvere la questione in un semplice “abbiamo scherzato”. Personalmente spero nel processo inverso, e quindi in un progetto strutturato che costringa autori, editore e personaggi a un progressivo innalzamento della posta in gioco e del rischio. I semi questa volta potrebbero essere buoni.
Sperando che sempre più lettori consapevoli si preparino a generare risposte creative piuttosto che reazioni stereotipate a queste storie.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #341 – Al servizio del caos
Roberto Recchioni, Angelo Stano, Daniele Bigliardo
Sergio Bonelli Editore, febbraio 2015
98 pagine, brossurato, bianco e nero – € 3,20

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Scritto da Guglielmo Nigro, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Golem: la potenza narrativa di LRNZ http://www.lospaziobianco.it/139474-golem-potenza-narrativa-lrnz http://www.lospaziobianco.it/139474-golem-potenza-narrativa-lrnz#comments Mon, 26 Jan 2015 08:30:21 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=139474 Golem è l'affresco narrativo di un mondo complesso, attraverso il quale LRNZ pone l'accento sulle dinamiche sociali e sui rapporti tra individui.

Scritto da David Padovani, tratto da Lo Spazio Bianco.


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“Hai aspettato tutto questo tempo per proteggermi, a vegliare sui miei sogni…
… ma non c’è più bisogno che tu soffra così…
… perché mi hai insegnato a sognare a occhi aperti, e nessuno può più farmi del male, ora.
Grazie, papà.” (Golem)

Golem coverGolem, l’ultima importante fatica professionale di LRNZ, al secolo Lorenzo Ceccotti, è uno di quei fumetti che, prima di tutto, vanno letti più volte e che non lasciano indifferenti.
Partiamo dall’aspetto più semplice, forse, e immediato: Golem è un fumetto di fantascienza distopica.
La storia è ambientata nell’Italia del 2030, appena quindici anni nel futuro da oggi, in una nazione che sembra avere finalmente raggiunto un grado di benessere elevato per tutti i suoi cittadini.
Il consumismo è diventato l’unico vero motore di questa nostra società prossimo futura; i cittadini godono dell’alto grado di tecnologizzazione e sono costantemente connessi ai loro apparecchi digitali che anticipano ogni loro bisogno.
Il nostro Paese è divenuto uno dei pilastri dell’Eurasia, la nuova unione politica internazionale che ha fatto di una nuova valuta, lo Pseudo, uno dei suoi punti di forza: la crisi economica del primo decennio del 2000, con tutte le sue nefaste conseguenze, sembra solo un ricordo lontano.

Ma quella che appare a prima vista come un’epoca di benessere e prosperità, è fondata su una grande bugia e sul ferreo controllo che quattro grandi corporazioni industriali esercitano su ogni cittadino proprio attraverso la diffusione dei loro prodotti. È destino di  un bambino che si sta affacciando all’adolescenza cercare di svelare come stanno realmente le cose, aiutato da un gruppo di eversivi che non hanno voluto barattare le loro coscienze con una vita di vuoto e finto benessere.

Fantascienza distopica che, data la prossimità temporale e lo spaccato sociale presentato, potrebbe essere facilmente un’evoluzione diretta del nostro presente; Golem è per questo anche una grande riflessione su temi odierni importanti quali i rapporti tra politica e società, tra società civile e singoli cittadini, tra cittadini e libero arbitrio.

Golem_01

LRNZ ha progettato per venti anni questa storia, modificandola, ampliandola, trasformandola, facendola crescere durante la sua stessa maturazione come uomo e come artista.
Il risultato non poteva che essere un qualcosa di complesso e stratificato, un’opera che somma dentro di sé più livelli di lettura. Questo, a patto che il lettore sia interessato e pronto a recepirli.
Come raccontato dallo stesso autore, anche dentro le singole tavole si possono cogliere più informazioni stratificate, affinché ognuna di esse possa, oltre che portare avanti la storia generale, rivelare dettagli ermetici ed esoterici.
Dai più complessi, ritrovabili nella simbologia “misteriosa” nascosta tra le vignette, ai più immediati, individuabili nei nomi degli stessi personaggi. Ogni scelta etimologica di LRNZ è frutto di un attento studio affinché sia specchio della caratteristica psicologica principale dei personaggi. Da Oudeis – il “nessuno” del greco antico usato da Ulisse per sfuggire a Polifemo -, Presidente della Repubblica Italiana ridotto a vuoto simulacro in mano alle multinazionali, a Lamaco (generale ateniese del V secolo A.C.) e Oxyopes (nome scientifico di un aracnide), due dei membri del gruppo eversivo Shorai.
La stessa parola “shorai”, che in giapponese vuol dire futuro e che al suo interno contiene il termine sho, pino è dimostrazione della sottile attenzione posta dall’autore: il suono sho-sho ricorda quello fatto dagli aghi di pino e dimostra con quanta profondità LRNZ abbia legato il nome di Ago Critone, padre di Steno – il bambino protagonista – e motore di una delle componenti fondamentali della vicenda, al gruppo eversivo che cerca di liberare la popolazione dal giogo nascosto delle corporazioni.

Golem_02Per tale complessità e ricchezza si parlava della necessità, e del piacere, di più letture per Golem: perché ogni lettura arricchisce l’esperienza del lettore, gli regala nuovi tasselli, nuovi punti di vista narrativi e nuovi significati. Ma lo fa con una lievità e una grazia uniche sia da un punto di vista grafico che narrativo.
È questo uno dei meriti che vanno riconosciuti all’arte di LRNZ, quello cioè di avere creato un fumetto capace di creare interesse e di affascinare lettori di età e formazione culturale diversa: dall’adolescente che inizia a perlustrare il mondo del fumetto con più consapevolezza, fino al fruitore più maturo per il quale il fumetto è un tassello di una passione per la lettura che si dipana anche in altri generi e forme.

In Golem la complessità non si esplica solo a livello di significati e di piani di lettura sovrapposti, ma anche dal punto di vista grafico, a dimostrazione della grande conoscenza e padronanza che LRNZ possiede del mezzo fumetto e come questa conoscenza sia strettamente funzionale a ciò che racconta.
Alla prima, lo stile adottato da Lorenzo Ceccotti può apparire mutuato direttamente dai manga. Questo però è un giudizio tranchant e superficiale che può generare, come detto anche nella postfazione del volume, un “equivoco giapponese” sullo stile dell’autore.
Se è indubbio che tra i punti di riferimento di LRNZ ci siano maestri quali Katsuhiro Otomo, Osamu Tezuka e Hayao Miyazaki, è anche vero che, a un’attenta analisi delle tavole, si possono ritrovare commistioni dal fumetto come dalla pittura, sia occidentali che orientali.

Golem_03Come nei migliori esempi di design, dove la funzionalità di un oggetto ha un valore paritetico alla sua estetica, LRNZ sfrutta la capacità di un linguaggio narrativo specifico perché funzionale a ciò che deve narrare e a come vuole narrarlo. Un uso tecnico del linguaggio del fumetto, o meglio dei linguaggi del fumetto, impressionante.
In questo sta la bravura di LRNZ, che deriva anche dal suo aspetto professionale e dai suoi studi di designer. Per narrare una storia così ricca e complessa senza rinunciare a una fluidità e “semplicità” di lettura (almeno apparentemente), l’autore mutua la funzionalità,  il dinamismo e la velocità tipiche di certi stilemi classici del fumetto giapponese.

Una cifra che, all’apparenza, sembra dunque aderire agli stilemi manga, a una più attenta analisi risulta priva di alcuni elementi caratteristici di quel linguaggio, quali le onomatopee e le linee cinetiche di movimento (se si eccettuano, forse, per quest’ultime, tre vignette in tutto il volume) e presenti invece un tratto tipico della linea chiara francese, che in più di una vignetta e di un’inquadratura richiama alla mente la matita di Moebius, e (dichiaratamente) di Winsor McCay.
Lo stesso colore è elemento che non si presenta abitualmente nei manga. In questo caso, l’autore ne aveva bisogno, gli era necessario ai fini narrativi; perciò ha fatto riferimento al mondo dell’animazione, giapponese in particolare. Ma non solo. Perché sfogliando le pagine di Golem, ricche di colori saturi che accendono e riempiono il nostro occhio, sembra di primo acchito di trovarsi davanti ai fotogrammi di alcuni anime; tuttavia, soffermandoci sulla vignetta, possiamo trovare elementi  – un cielo, uno sfondo – che richiamano la pittura occidentale. Altra sintesi tecnica perfettamente riuscita.

Golem_stile pittorico

Ma si può andare oltre, perché, a ben osservare, in Golem coesistono almeno tre (ma anche più) registri grafici principali. Se del primo abbiamo già parlato e serve a narrare la vicenda principale, vi si affiancano lo stile pittorico e impressionistico con cui LRNZ mostra le visioni di Steno, che si rivelano in tutta la loro potenza verso il finale, e le parti dove l’autore fa largo uso della grafica vettoriale, per illustrare ciò che gli Shorai vedono nei loro visori durante le operazioni sul campo.Golem_04
A ciò si aggiunga l’uso di pagine completamente campite di nero, per le quali si può azzardare un accostamento al media cinematografico; in un film, il montaggio è importante quanto regia e fotografia, e attraverso di esso tutto il girato viene analizzato e ricomposto in base alle esigenze narrative, ritmiche ed espressive della storia.
Ceccotti fa qualcosa di analogo: gli stacchi neri servono a modificare il ritmo narrativo, a passare da una linea temporale a un’altra, a favorire un cambio di prospettiva o punto di vista tra i personaggi.

La necessità di racchiudere una storia complessa come quella di Golem ha di fatto costretto LRNZ a tagliare e omettere alcuni passaggi, a evitare di focalizzare il suo obiettivo su alcuni aspetti del mondo da lui costruito che avrebbero necessitato un approfondimento, ma che per ragioni di “semplificazione” editoriale non hanno trovato spazio nel volume stampato.
Penso, per esempio, a un approfondimento sulle multinazionali che detengono il potere nel mondo di Steno. E a una attenzione più approfondita da un punto di vista politico e sociale dell’Unione Euroasiatica, tralasciata perché all’autore sicuramente interessava puntare l’attenzione sulla nostra nazione. Queste ellissi credo siano state volute e magari verranno recuperate nei contenuti digitali speciali promessi dall’autore che inizieranno a essere pubblicati dalla fine di gennaio.

Golem è dunque una grande storia allegorica, una riflessione su molti aspetti della nostra società, un racconto sulla potenza dell’amore. È tutto ciò e molto altro ancora.

Abbiamo parlato di:
Golem
LRNZ
Bao Pub., 2015
280 pagine, brossurato, colore, € 25,00
ISBN: 978-8865432570

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Scritto da David Padovani, tratto da Lo Spazio Bianco.


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L’arte della Felicità: un taxi, una voce alla radio, tante storie e, alla fine, il suono di un pianoforte http://www.lospaziobianco.it/138598-larte-felicita-taxi-voce-radio-tante-storie-fine-suono-pianoforte http://www.lospaziobianco.it/138598-larte-felicita-taxi-voce-radio-tante-storie-fine-suono-pianoforte#comments Sun, 25 Jan 2015 08:30:04 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138598 Il cammino dell'anima alla ricerca di una "felicità che non costa nulla". La trasposizione a fumetti del pluripremiato film d'animazione di Alessandro Rak.

Scritto da Claudia Grieco, tratto da Lo Spazio Bianco.


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arte-felicita-coverNel novembre 2014 Rizzoli Lizard ha pubblicato L’Arte della Felicità, trasposizione a fumetti dell’omonimo film realizzato da M.A.D. Entertainment con la regia di Alessandro Rak.
Il film è stato presentato nel 2013 al Festival del Cinema di Venezia dove ha vinto il Premio della Critica e, inoltre, nel dicembre 2013, è stato proclamato Miglior film d’animazione agli European Film Awards. Dal cinema alla graphic novel il passo è stato breve: i disegni dello stesso Rak (arricchiti nella versione cinematografica da tecnologie 2d e 3d) sono stati trasportati sulla carta stampata, dando vita ad una nuova versione della storia, anticipata dalla prefazione di Roberto Saviano.

Due fratelli napoletani, Alfredo e Sergio, musicisti, compiono due opposte scelte di vita, derivate da diverse disposizioni interiori: il maggiore tra i due, il saggio e tenace Alfredo, sceglie la religione buddista e si trasferisce in Tibet; il più giovane, il ribelle e inquieto Sergio, sulla scia dell’allontanamento del fratello (e delle sue motivazioni) sprofonda in una crisi profonda che sfocia nel bisogno di trovare una nuova via.
La sua è la strada alla ricerca de L’arte della felicità.

pioggia

Alessandro Rak ci proietta subito nel paesaggio verde, brillante e lussureggiante che circonda il tempio buddista in Tibet dove si trova Alfredo e che contrasta nettamente con i toni grigi della realtà urbana di una Napoli bagnata da una pioggia incessante e sommersa dai rifiuti. I colori contrapposti dei paesaggi rispecchiano la serenità del monaco buddista che va incontro al suo destino, rispetto al tormento di Sergio che, alla guida di un taxi, percorre ininterrottamente le strade della città partenopea durante il temporale, in compagnia di diversi passeggeri, ognuno con la sua storia da condividere.
Il percorso del taxi è la metafora del cammino di un’anima inquieta, che si snoda materialmente nelle pagine di questo libro, scandito in nove diversi capitoli, in cui si avvicendano i racconti dei personaggi,  interrotti dalle riflessioni e dalla rabbia di Sergio, dai ricordi dell’infanzia e dai fantasmi del passato e del presente.

alfredoA livello grafico, ogni capitolo è introdotto dalla presenza fortemente simbolica di una macchinina caricata a molla che percorre un binario, su cui poi si pongono degli ostacoli, che allontanano il veicolo dal percorso. L’automobilina finisce allora per camminare su un tappeto tra statuine buddiste, porta incensi e mucchi di diapositive, investendo carte da gioco, sagome di carta, giocatori del Subbuteo.

La rappresentazione dettagliata di oggetti degli oggetti è ripresa nell’abitacolo del taxi in cui Sergio si è rinchiuso (dove compaiono fotografie, mozziconi di sigarette, una lettera…) e finisce per riflettere contemporaneamente la confusione della sua anima e quella della città all’esterno, con la sua spazzatura, il rumore dei clacson, del traffico e della pioggia.
La storia è costruita da Rak attraverso un complesso montaggio: oltre all’alternarsi delle voci di Alfredo e Sergio, vi
sono salti temporali e incastri narrativi continui. Il protagonista è spesso visto dal basso all’interno della sua autovettura, caratterizzato da una fortissima espressività e rivolto verso un invisibile e silenzioso testimone dei suoi monologhi. I continui flashback sono riflessi nell’alternarsi di colori, e persino lo stile del disegno cambia adattandosi allo scorrere di alcuni momenti. I ricordi di Sergio che guarda il mondo con i suoi disarmanti occhioni di bambino sono virati in arancio, mentre è solo tratteggiata l’immagine di uno sconfortante futuro con conseguente apocalisse finale, costruita geometricamente con toni rossi, blu, viola e arancio molto netti in stile pop (illustrazioni queste di Fabio Abbreccia). tv
Al culmine di questa elaborata sequenza appare l’incubo di Sergio: l’eruzione del Vesuvio che incendia l’aria su una Piazza del Gesù bombardata dai lapilli, con un cielo cupo e rossastro, e un susseguirsi veloce e coinvolgente di immagini e sensazioni fino ad un climax finale, a cui seguirà la volontà del tassista di tornare a vivere la propria vita.
Questo vortice di meravigliosi disegni riesce con straordinaria varietà a risucchiare il lettore nel sogno/incubo di Sergio, che sotto la guida di Alfredo “smette di girare in tondo” e ritrova la musica e il coraggio di sedersi al pianoforte in un cortile pieno di luce dorata.
L’energia fino a questo momento compressa nella città che sembra quasi sul punto di crollare su se stessa, e, allo stesso tempo, trattenuta nel dolore del protagonista, viene finalmente liberata. La storia, pur nella sua semplicità, supera la vicenda di Sergio, si pone attraverso il luogo e il tempo e si colloca in una prospettiva universale.
“All’Arte della Felicità sono le 8:30 di una splendida mattina di dicembre… l’aria è stranamente profumata, il cielo limpido, la città, la mia città… bellissima! Come la speranza… (…) Due fratelli, un pianoforte, un violino, che prenderanno due sentieri diversi, ma qui sono ancora insieme… e poi dicono che non c’è poesia!”

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Abbiamo parlato di:

L’arte della Felicità
Alessandro Rak
Rizzoli Lizard, 2014
180 pagine, brossurato, colori – 16,00€
ISBN: 978-88-17-07825-2

 

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Scritto da Claudia Grieco, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Ottimizzare la memoria tentando di ricomporre un vissuto: Defragment di AkaB http://www.lospaziobianco.it/138984-ottimizzare-memoria-tentando-ricomporre-vissuto-defragment-akab http://www.lospaziobianco.it/138984-ottimizzare-memoria-tentando-ricomporre-vissuto-defragment-akab#comments Fri, 23 Jan 2015 08:30:03 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138984 Frammenti e immagini fugaci, evocazioni o incipit di storie. Come avviene in informatica, AkaB sottopone la memoria alla deframmentazione, riscoprendo l’equivalenza delle storie e dei ricordi.

Scritto da Marco Pacella, tratto da Lo Spazio Bianco.


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“In informatica la deframmentazione è un’operazione di ottimizzazione dell’archiviazione dei dati di un computer. Consiste nella frammentazione dei file presenti, ristrutturandone l’allocazione, permettendo così di ridurre drasticamente i tempi di accesso e lettura della memoria”.

È lo stesso AkaB a chiarire l’origine del titolo akab copertinadel suo nuovo lavoro, Defragment.
Anche la memoria di un computer può giocare brutti scherzi, figuriamoci quella umana. Non sarebbe male allora tentare di compiere un’ottimizzazione nel proprio archivio dei ricordi e delle esperienze personali.

Da qui sembra partire AkaB in questo suo allucinato percorso che solo apparentemente si muove a ritroso. La successione temporale, infatti, scivola fra le mani. Esemplari sono i pochi rimandi geometrici collocati fra le tavole – laforma perfetta di un triangolo equilatero, più avanti una sezione aurea sbagliata – messi lì a ricordarci quanto sia difficile fare luce su ciò che siamo, o siamo stati, con le chiavi e gli strumenti della razionalità e dell’armonia.

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“Il passato è tutto quello che abbiamo. Ma anche il passato non esiste. Non esiste più. Rimane solo quello che riusciamo a ricordare. Quello che abbiamo scordato è come non fosse mai esistito”.

La deframmentazione della memoria complica le cose, invece di venirci in soccorso. La chiarezza, l’ottimizzazione dei dati, sono puntualmente contraddette dall’emergere di un amalgama indistinto, in cui l’autobiografia, i ricordi vecchi e nuovi, lampi, particolari o immagini più nitide convivono sullo stesso piano e vengono illuminati e restituiti per il breve volgere di qualche vignetta, come in un gesto veloce col mestolo nella pentola, cercando di pescare e portare a galla le parti semidisciolte dopo la cottura.
Sembra di sentire la voce di Antonio Rezza, quando dice che “il filo del discorso è lo stesso filo che ti impicca”.

akab2Defragment mette in gioco sesso, malattia, piccoli e grandi traumi, con rimandi a opere e artisti più o meno recenti (da Basquiat ad Antonio Ligabue, da Bernini al Nosferatu di Murnau) ed elementi di storie che potrebbero portare altrove e invece si spezzano inesorabilmente, complice una scrittura altrettanto frammentaria, a tratti evocativa e allo stesso tempo molto concreta, quasi violenta.
AkaB guida dritto su questo percorso accidentato, non addolcisce e non accarezza. Tratta questa materia informe con un tratto volutamente sgraziato ma fortemente espressivo. Neri profondi, velature grigie e bianchi sporchi dominano le tavole, regolarmente divise in due scene ciascuna. Tratti sovrapposti come dissolvenze incrociate cinematografiche fanno intravedere nuove forme, altri livelli oltre le apparenze, accentuando l’instabilità del discorso.

Molti gli artisti citati, dicevamo. Ma forse potremmo richiamarne un altro senza discostarci troppo dall’atmosfera imbastita da AkaB. Il Jean Fautrier delle Teste d’ostaggio, per esempio: una materia sofferta, pastosa, coniugata con un frammento anatomico che in sé racchiude il tutto del corpo. La testa come luogo della memoria, il nostro disco rigido da deframmentare.

Abbiamo parlato di:
Defragment
AkaB
Blu Gallery, 2015
136 pagine, brossurato, bianco e nero – 18,00 €
ISBN 9788894030914

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Scritto da Marco Pacella, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Universal War Two #1: si è spento il sole http://www.lospaziobianco.it/138274-universal-war-two-vol-1-spento-sole http://www.lospaziobianco.it/138274-universal-war-two-vol-1-spento-sole#comments Wed, 21 Jan 2015 16:00:25 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138274 Con “Il tempo del deserto” prende il via il secondo ciclo dell’imponente opera di Denis Bajran, Universal War Two.

Scritto da David Padovani, tratto da Lo Spazio Bianco.


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UWT_coverIl tempo del deserto, pubblicato da Mondadori Comics nella sua collana Prima, è il volume iniziale di Universal War Two (UWT) di Denis Bajran. L’autore francese ha sin dal principio pensato questa sua immensa opera come suddivisa in tre cicli di sei volumi ciascuno. Dopo Universal War One (UWO), che presto verrà ristampata da 001 Edizioni in un formato economico, ecco dunque arrivare il primo dei sei tasselli della Seconda Guerra Universale, che in (un imprecisato) futuro saranno seguiti dai conclusivi sei tomi della Terza.

Se al centro di UWO c’era una squadriglia di ufficiali sottoposti a corte marziale, impegnati in uno scenario di guerra tra gli esseri umani per il controllo del sistema solare, il secondo ciclo punta l’attenzione su dei giovani coscritti, discendenti di uno di quegli ufficiali, che si trovano a muoversi su uno scenario bellico scatenatosi per il dominio della galassia1.

Sono passati tredici anni dalla conclusione della Prima guerra universale e dall’apparizione dei superguerrieri cananeni che, pur mettendo fine al conflitto, non erano riusciti a impedire alle forze delle Compagnie Industriali di Colonizzazione di scatenare una quasi apocalisse. Il sistema solare vive con la spada di Damocle del wormhole aperto dentro il Sole che ne sta consumando il nucleo, lasciando a Marte (rinominato Terra tre, mentre Terra due è la Luna) non più di cinque anni di vita e poco di più al resto del Sistema Solare.

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Se la quasi totalità delle vicende di UWO si sviluppava negli interni di navi spaziali, Bajran in questo volume decide di spostare l’azione sul suolo terraformato di Marte, in scenari più ampi, dominati dalle tinte gialle e rosse dei deserti marziani e delle polverose città in essi costruite.

UWT_02Lo spostamento di ambientazione coincide anche con uno spostamento del punto di vista narrativo verso tematiche più sociali, comunque sempre inquadrate in un contesto da fantascienza hard che continua a essere il motore portante dell’azione. Approccio che si esplica nelle sequenze ambientate nello spazio, vicino al Sole, dove gli scienziati cananeni tentano di trovare una soluzione al wormhole che lo sta consumando e dove all’improvviso compare un misterioso ed enorme triangolo nero.
Bajran fa riflettere il lettore sulle conseguenze delle azioni del popolo cananita che, investito del compito di guidare l’umanità superstite dopo la caduta delle CIC,è a tutti gli effetti diventato ormai una vera e propria forza di occupazione sui pianeti abitati dagli uomini.
La situazione descritta su Marte assomiglia da vicino a quella che si vive nei territori occupati da Israele in Palestina: l’atteggiamento dei cananiti e le condizioni in cui è costretta a vivere la popolazione marziana originaria sono metafora neanche tanto sottile di quanto sta accadendo da tempo in Medio Oriente. A tutto ciò soggiace l’idea di fondo, già presente sin da UWO, di un genere umano incapace di reprimere le sue tendenze omicide. L’incognita che Bajran inserisce in questo ciclo, appena accennata in questo primo tomo, è di origine aliena e sarà interessante capire che tipo di variabile potrà costituire visto che anch’essa appare conseguenza della scellerata azione umana.

UWT_01Seppur questo volume segni l’inizio di una nuova saga fruibile a se stante, è indubbio che leggerlo ignorando le vicende di UWO impedisca di godere a pieno della storia e dei suoi vari risvolti narrativi. L’autore è bravo a riassumere a grandi linee le vicende passate senza risultare troppo didascalico, ma anzi creando la curiosità di andare a recuperare i volumi di UWO per poter capire tutti i passaggi che hanno portato a ciò che accade qua.
Chiaro che la diluizione temporale della pubblicazione di UWO (1997-2006) e di questo primo tomo di UWT (2014) non gioca a favore di una facile leggibilità e fruibilità della storia, come onestamente riconosciuto anche dallo stesso autore nella postfazione.

Dal punto di vista grafico, Denis Bajran continua il solido e convincente lavoro sviluppato nei volumi di UWO. La resa della tecnologia, così come delle sequenze ambientate nello spazio, è realistica e spettacolare. A questo si aggiunge un’accattivante resa dei paesaggi marziani, nella visualizzazione come nella colorazione.

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Come è tipico dell’autore, l’azione narrativa è portata avanti dai rapporti tra i personaggi e dunque estrema cura è data ai primi piani e alla recitazione dei protagonisti, con una notevole capacità di restituzione degli stati d’animo e dei sentimenti spesso estremi da loro provati. Il taglio delle tavole è sempre molto ispirato ai comics supereroistici statunitensi, dichiarata passione dell’autore, e si passa da pagine più strutturate dal punto di vista geometrico, con una griglia riconoscibile, a pagine a più ampio respiro che servono soprattutto a trasmettere al lettore l’immensità degli spazi siderali dello spazio, come l’impressionante differenza di dimensioni che può esistere tra una pur enorme nave spaziale e una stella come il Sole. Notevole è anche l’uso della grafica digitale, passione che ha coinvolto sempre più Bajran negli anni, che comunque non appesantisce mai la tavola e non copre lo stile dell’autore che, nel passaggio dal disegno a mano a quello al computer, non si è snaturato e ha mantenuto la sua riconoscibilità.

Il tempo del deserto sembra dunque ricevere il testimone da UWO e portare avanti la stessa elevata qualità narrativa, continuando a fare dell’epopea fantascientifica di Bajran uno dei più riusciti esempi degli ultimi anni del fumetto di genere in ambito BD.

Abbiamo parlato di:
Universal War Two #1 – Il tempo del deserto
Denis Bajran
Traduzione di Leonardo Taiuti
Mondadori Comics, collana Prima, 2014
56 pagine, cartonato, colori, € 9,99
ISBN: 978-8877598547

 

 


  1. Il terzo ciclo vedrà infine gli umani scontrarsi in una guerra per il dominio dello spazio-tempo, elemento narrativo principale anche di UWO e UWT 

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Scritto da David Padovani, tratto da Lo Spazio Bianco.


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“Sock Monkey”, la poesia dello humor, tra forma e sostanza http://www.lospaziobianco.it/138790-sock-monkey-poesia-humor http://www.lospaziobianco.it/138790-sock-monkey-poesia-humor#comments Wed, 21 Jan 2015 08:30:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138790 Sock Monkey di Tony Millionaire, un fumetto che sancisce il distacco tra la forma e la sostanza, l’obiettiva differenza tra la realtà e l’apparenza.

Scritto da Rossella Lo Faro, tratto da Lo Spazio Bianco.


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SockMonkeyCoverIn America, si sa, tutto è permeato di quella magia impossibile da ritrovare in luoghi non benedetti dalla Statua della Libertà; tra i tanti aspetti, anche quello ludico vanta una tradizione diversa da quella italiana: lì un “sock monkey” è un giocattolo che, lavorato da resti di calzini, prende la forma di una scimmietta.
È a questa tradizione che si ispira il lavoro probabilmente più importante di Tony Millionaire, che non le reca un tributo ma, anzi, si impegna a espropriarne dall’interno il significato originale. Rendendo protagonista dei suoi sketch comici la scimmia più amata dai bambini americani, caricata però di caratteristiche decisamente non fanciullesche, Millionaire infatti dichiara fin da subito il leitmotiv delle sua arte: il distacco tra la forma e la sostanza, l’obiettiva differenza tra la realtà e l’apparenza.

La scimmia Zio Gabby e l’amico Sir Corvo nascono alla fine degli anni ’90 dal talento di Millionaire, al secolo Scott Richardson, celebre cartoonist di strip stravaganti dalle tinte fosche: sono storie che non assicurano sempre un lieto fine, e che per questo appassionano il pubblico ormai stanco di banali storie buoniste, apparse su testate del calibro del New York Times, del New Yorker, del Wall Street Journal.

In una casa vittoriana che crea un’ambientazione onirica per gli eventi, abitano la scimmia protagonista con una passione segreta per la poesia, il corvo ubriacone dagli occhi di bottone che non sa come volare, la malefica bambola di porcellana Inches, e la proprietaria di tutti questi giocattoli, la piccola Anne Louise, che resta tuttavia sullo sfondo. Inutile soffermarsi sulle singole storie (in tutto undici), che non possono essere analizzate senza rovinare l’effetto comico-brutale del finale. Al lettore basti dunque sapere che le avventure dei due compari regalano una lettura originale, che attraversa il macabro ma termina con un’amara risata. Paradossale, è vero: ma è proprio questo l’effetto straniante cercato da Millionaire, che ha pubblicato per Dark Horse per circa un decennio le peripezie di una delle coppie più strambe e tenere del mondo dei fumetti, e di cui ora in America è uscita la raccolta ufficiale nell’elegante volume Sock Monkey Treasury: A “Tony Millionaire’s Sock Monkey” Collection, approdato a fine 2014 in Italia per Edizioni BD, fortemente voluto dalla direttrice della collana Psycho Pop Micol Beltramini.

Sock MonkeyPresentata al pubblico in occasione del Lucca Comics and Games 2014, l’edizione cartonata in bianco e nero presenta degli stupefacenti – l’aggettivo è quanto mai pertinente – inserti a colori, con un disegno dalla linea sottile ma ricco di dettagli, quasi baroccheggiante nella sua sovrabbondanza indispensabile.
L’impianto del volume è elegante: ogni titolo della storia è riportato in lingua originale in caratteri di volta in volta diversi, accomunati da linee classiche e senza troppi fronzoli, ma con uno sfondo grafico accattivante. Un plauso va inoltre riconosciuto alla resa perfetta in italiano dell’originale linguaggio irriverente (un esempio su tutti: l’uso di Grande Giove! al posto dell’esclamazione in inglese arcaico Gadzooks!), che Millionaire usa come strumento essenziale per dare un taglio ai luoghi comuni in fatto di fumetto.

D’altronde, sono chiare l’influenza della cultura pop nel ritmo dei dialoghi allucinanti, quasi nevrotici, e l’ispirazione di certa letteratura alta, che richiama le gesta del postmodernismo americano, ma che non dimentica la tradizione: Melville, ad esempio, è l’indiscusso padre della storia “The Inches incident”, non a caso l’unica con una struttura più strettamente letteraria, come la suddivisione in capitoli o l’andamento lento e fluido del racconto.
La varietà della scrittura si avverte nella netta discrepanza tra le avventure in bianco e nero e quelle a colori: più crude e permeate di uno humor nero glaciale le prime; le seconde, invece, tenere e fiabesche, appartenenti ad un mondo incantato in grado di trasportare il lettore nella sua dimensione fanciullesca con racconti delicati, quasi stridenti con le storie precedenti, ma sempre in linea con la spietata rappresentazione di una realtà, che spesso è dura e incomprensibile, ma a volte regala momenti di tenerezza inaspettati da accogliere con stupore e lo sbrilluccichìo degli occhi, proprio come la scimmietta di pezza di fronte ai misteri della natura.

Sock Monkey

E visto il grande successo ottenuto in patria e all’estero, Tony Millionaire ha anche pubblicato in America una storia illustrata con la collaborazione dell’animatore Matt Danner, Sock Monkey Into The Deep Woods, che narra le origini della storia della scimmietta dissacrante e che è il punto di partenza per una trasposizione cinematografica, a metà tra la computer grafica e il live action. Ecco il trailer originale:

Abbiamo parlato di:
Sock Monkey Treasury
Tony Millionaire
Edizioni BD, Novembre 2014
Cartonato, bianco e nero e colori, 320 pagine – 29,00 €
ISBN: 9788868830519

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Scritto da Rossella Lo Faro, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Tra Battling Boy e Aurora West: in viaggio nel nuovo universo creato dal Paul Pope http://www.lospaziobianco.it/138695-battling-boy-aurora-west-viaggio-nuovo-universo-creato-paul-pope http://www.lospaziobianco.it/138695-battling-boy-aurora-west-viaggio-nuovo-universo-creato-paul-pope#comments Tue, 20 Jan 2015 17:30:53 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138695 Dopo aver introdotto la città di Arcopolis con suoi problemi in Battling Boy, Paul Pope, avvelendosi della collaborazione con JT Betty e David Rubin in Aurora West, ci porta indietro nel tempo alla scoperta dei segreti dei suoi eroi

Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Battling boy 1Grazie a Bao Publishing, tra il 2013 e la fine del 2014 abbiamo avuto l’oppurtunità di leggere in contemponea con gli Stati Uniti, Battling Boy e Aurora West, i primi due volumi facenti parte il nuovo progetto di Paul Pope. Il soggetto, nato dalla rielaborazione di una proposta per una nuova serie di Kamandi fatta dall’autore agli editor DC, che la scartarono ritenendola un prodotto per soli ragazzi, ha trovato nuova vita grazie a First Second che ha dato la possibilità all’autore di realizzare Battling Boy e Battling Boy – La caduta della casata West, e il prequel Aurora West, quest’ultimo con l’aiuto di JT Betty e David Rubín.

I fumetti in questione narrano le vicende che si svolgono ad Arcopolis; posto un tempo tranquillo, ora in balìa di mostri di ogni forma e dimensione che hanno il solo scopo di distruggere la città e rapirne i bambini. In contrapposizione alle strane creature, gli unici che possono qualcosa sono eroi sui generis come i West, nucleo familiare composto da Haggard, Rosetta e la piccola Aurora che, con duri allenamenti e l’utilizzo di tecnologia all’avanguardia, sono diventati l’unico fronte di resistenza della città. A loro si unisce Battling Boy, semidio arrivato sulla Terra per estirparne il male e compiere così il rito iniziatico che gli permetta di tornare trionfante dai propri genitori.

La storia viene plasmata attorno ad alcuni archetipi primordiali che ci permettono immediatamente di inquadrare le problematiche dei vari personaggi e alcune situazioni di base evitando inutili spiegoni e dando luogo a una narrazione fluida e piacevole. Primo su tutti vi è il forte legame tra l’opera e Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler; Paul Pope costruisce una storia in cui i due giovani protagonisti si trovano, sin dalle prime tavole, ad affrontare il percorso che attende i prescelti, l’affrontare tramite innumerevoli prove le proprie paure e sconfiggerle. L’aderenza del fumetto al percorso definito da Vogler dà modo all’autore di concentrarsi sul come ciò avvenga, arricchendo la storia, di per sé iperclassica; il tutto grazie all’ottimo ritmo dei dialoghi e al funzionale stile grafico adottato che incuriosisce il lettore per il velo di mistero che circonda la natura e gli scopi dei villain che infestano Arcopolis.

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Nonostante il rapporto tra l’opera di Paul Pope e il fumetto supereroistico appaia subito lampante soprattutto per via dei topoi che vi ricorrono (da Battling Boy ad Aurora West che richiamano, rispettivamente, Superman e Batman, all’omaggio cartaceo rappresentato da The Invincible Haggard West, centunesimo numero dell’omonima serie fittizia realizzato dall’autore anche sottoforma di comic book, fino al rapporto complesso che si crea tra politici e paladini della giustizia), l’aggiunta di dettagli particolarmente originali dona freschezza all’opera e dà modo al lettore di accettare di buon grado le soluzioni più classiche. Per esempio, l’arsenale di Battling Boy, caratterizzato da una serie di t-shirt che raffigurano animali differenti in grado di fargli acquisire particolari qualità (dalla superforza alla saggezza), è un modo molto divertente e insolito di dotare di poteri uno dei personaggi principali.

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Altro fattore che permette di apprezzare l’uso degli archetipi e del citazionismo (uno su tutti il padre del protagonista molto simile a Thor, ma anche il Charlie Brown che appare tra i bambini tratti in salvo da Aurora durante una “battuta di caccia” ai mostri) è la scorrevolezza della lettura. Grazie a dialoghi brevi e a passaggi particolarmente significativi, le pagine risultano chiare e veloci, delineando le basi per lo scontro finale con le mostruosità che hanno infestato Arcopolis.
Questa caratteristica avvicina moltissimo l’opera alla fluidità narrativa dei manga veicolata in particolar modo dall’estremo dinamismo dei disegni di Pope e Rubín.
A tal proposito le dimensioni (brossurato 12,5 x 19 cm) e il bianco e nero di Aurora West sono davvero scelte ben pensate che ricordano molto il cosiddetto formato tankobon, cioè quello dei singoli volumi in bianco e nero tipici dei manga giapponesi. Battling Boy, invece, pur essendo anch’esso un volume di piccole dimensioni, è stato concepito in maniera differente: si tratta di un cartonato con sovracoperta completamente a colori.

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Tra i bambini tratti in salvo da Aurora West nell’omonimo fumetto spunta Charlie Brown

Il forte interesse di Pope e Rubin per i prodotti giapponesi è percepibile anche quando si analizza lo stile dei due disegnatori. Paul Pope, che ha a lungo lavorato nel paese del Sol Levante, imparando a utilizzare i pennini calligrafici e impostando su tali strumenti il suo stile grafico, ha con il tempo acquisito un tratto del tutto riconoscibile che unisce alcuni elementi dell’underground americano (il segno sporco, il modo in cui vengono ritratte alcune espressioni facciali) a quelli dei manga (la longilineità dei personaggi, l’impaginazione delle vignette e la scelta di inquadrature che donano freneticità all’azione).
Lo stile di David Rubín
appare altrettanto particolare, in perfetta linea con quella dell’ideatore del progetto, allontanandosi anch’esso dal tratto realistico e donando particolare espressività ad Aurora, ritratta in maniera efficace in ogni sua posa. Il risultato ottenuto è una certa omogeneità di stile che permette al lettore di non storcere il naso passando da un volume all’altro grazie all’ottima prova di entrambi.

Aurora west 1Particolarmente accattivante appare infine la caratterizzazione grafica dei personaggi; al di là dello stile indie di Battling Boy e della coerenza visiva dei costumi dei West, il lavoro effettuato sui mostri e sulle loro molteplici forme è encomiabile, permettendoci sin da subito di individuare le diverse specie e le loro abitudini. Ne è un esempio la cura con cui sono stati resi riconoscibili Sadisto e i suoi compagni, dotati ciascuno di mantelli e strumenti diversi in modo da dare al lettore la possibilità di seguire con facilità la portata degli scontri che gli si parano davanti.

Insomma, la saga di Battling Boy ci appare, sia per la particolarità del tratto dei due disegnatori, sia per il dinanismo delle tavole e il buon modo di sfruttare tematiche classiche, una storia a fumetti da non lasciarsi sfuggire, in cui non solo i ragazzi, ma anche un pubblico più adulto può affezionarsi alle vicende dei giovani protagonisti.

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Abbiamo parlato di:
Battling Boy
Paul Pope
Bao Publishing, 2013
208 pagine, Cartonato 16×22 – 19 euro
ISBN: 978886543181

Aurora West
Paul Pope, JT Betty, David Rubín
Bao Publishing
160 pegine, Brossurato, 12,5 x 19 – 13 euro
ISBN: 9788865432730

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Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Biorg Trinity: apocalisse bio-meccanica http://www.lospaziobianco.it/138221-biorg-trinity-apocalisse-bio-meccanica http://www.lospaziobianco.it/138221-biorg-trinity-apocalisse-bio-meccanica#comments Sun, 18 Jan 2015 09:30:28 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138221 Maijo Otaro e Oh! Great ci conducono in un futuro apocalittico, dove l'umanità è preda del virus Bio Bug, che permette, a chi ne è colpito, la fusione con qualsiasi oggetto o essere vivente.

Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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coverSbarca anche in Italia Biorg Trinity uno dei manga più attesi della stagione fumettistica appena terminata.
Scritto dal romanziere e mangaka Maijo Otaro e disegnato dalla superstar Ito Iture, conosciuto come Oh! Great, autore di opere di grande successo come Inferno e Paradiso, Biorg Trinity si presenta come un’opera in cui convergono brillantemente numerosi generi, che spaziano dalla fantascienza alla commedia per arrivare all’horror.

È un mondo distopico e affascinate quello ideato da Otaro, che vede la terra preda di un misterioso virus chiamato Bio Bug, che permette (e condanna) a chi ne è stato colpito la fusione con qualsiasi oggetto o essere vivente, assorbendone le caratteristiche principali. La malattia ha ben presto dato il via a una devastante guerra tra i contagiati e gli esseri umani “normali”, che sembra però avere trovato una risoluzione con la scoperta di un vaccino e di una costituzione per i diritti di queste nuove e creature.
Su questo scenario apocalittico agiscono il protagonista Fujii e i tre co-protagonisti principali: la prorompente Kiwako, Fumiho, l’amore irraggiungibile di Fujii e lo scontroso ed enigmatico Hosa.

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B2iorg Trinity è un manga che sprigiona, già a una prima e rapida occhiata, un fascino che porta a seguire con interesse e attenzione le numerose trame e sotto trame che già dal primo numero vengono impostate. Davvero interessante il lavoro dello scrittore che riesce ad amalgamare in modo convincente gli elementi del genere Seinen (manga di target più adulto) ad alcuni più classici dello shonen, come le relazioni sentimentali tra i protagonisti ancora adolescenti, e un erotismo molto soft.
Sebbene la storia perda alcune volte fluidità e sia interrotta forse troppo spesso dagli intermezzi comici, non si può negare che lo scrittore sia riuscito a realizzare a una trama ben congegnata e dalle innumerevoli potenzialità.

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Molto spazio è poi dato all’approfondimento della vita e della condizione sociale dei “Bug” (le persone affette dal virus), odiati e temuti dalla gente comune per i loro poteri e perseguitati dai Biorg Hunter, una misteriosa setta dedita all’uccisione dei contagiati. 5
Non a caso la maggior parte di loro ha trovato rifugio in Australia, proclamata prima nazione Bug durante la Guerra d’Indipendenza Bug del 2021, particolari che non possono non ricordare i famosi X-Men, i mutanti Marvel, e la loro Genosha, nata come stato totalitario basato sulla schiavitù mutante, in seguito diventata la patria/simbolo della loro razza. Anche qui, come nel comic book americano, i contagiati vivono un rapporto conflittuale con la loro nuova condizione: chi come una maledizione, chi invece come una possibilità da sfruttare per i propri fini.

Una storia con queste caratteriste dà occasione al disegnatore Oh! Great di mettere in campo tutto il suo visionario talento pop, con mutazioni incredibili e fusioni impensabili, come la stupenda ragazza-moto Kiwako . Il suo stile ricercato e in grado di restituire anche il più piccolo dettaglio, sembra essersi evoluto verso una stilizzazione maggiore, ma senza per questo perdere le sue consuete e migliori peculiarità.
Peccato che l’ottimo lavoro svolto sia nel disegno che nella costruzione della tavola venga compromesso dal formato troppo piccolo dei volumetti Tankobon, che non permette di cogliere in pieno la bravura dell’artista e rendendo, in qualche caso, difficile seguire l’azione.

Un primo numero davvero convincente, che candida Biorg Trinity a diventare uno dei best-seller di questo 2015.

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Abbiamo parlato di:
Biorg Trinity #1
Maijio Otaro, Oh! Great
Traduzione di: Emilio Martini
Panini Comics, 2014
240 pagine, brossurato, bianco e nero – €4,50
ISBN: 9772385006908

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Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Nevermind di Tuono Pettinato: Kurt Cobain prima di diventare un mito  http://www.lospaziobianco.it/137634-nevermind-tuono-pettinato-biografia-inconsueta-kurt-cobain-diventare-mito http://www.lospaziobianco.it/137634-nevermind-tuono-pettinato-biografia-inconsueta-kurt-cobain-diventare-mito#comments Fri, 16 Jan 2015 08:30:52 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=137634 "Nevermind" di Tuono Pettinato è la storia di un bambino fragile e solare di nome Kurt Cobain. Storia di dolore, incomprensione ma anche di un’amicizia fuori dal comune.  

Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.


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ca_vaina_nmScrivere biografie non è mai facile.

Ancora più difficile è raccontare la storia di un uomo che è diventato, suo malgrado, mito della musica, pioniere  del grunge, persona su cui tutti hanno voluto dire qualcosa o dare una propria opinione, a prescindere da quanto realmente avessero compreso la sua complessità e unicità. Una sfida che farebbe paura a chiunque.
Ma non a Andrea Paggiaro, in arte Tuono Pettinato, vincitore del premio come miglior autore completo all’edizione del Premio Gran  Guinigi a Lucca C&G  2014.

Per parlare di Kurt Cobain, la scelta sembra semplice: basta seguire passo passo, nascosti nel bosco, un ragazzino di Aberdeen, Washington. E raccontare, dal principio, la sua storia.
La storia di Boddah, un amico immaginario, e Kurt, un bambino pieno di vita, innamorato della musica fin dalla tenera età, talmente pieno di energie da essere considerato iperattivo. Un bambino troppo sensibile per un mondo duro e difficile, che non lo comprende e che crolla pian piano attorno a lui, lasciandolo senza punti di riferimento: una famiglia spaccata dal divorzio, i continui trasferimenti da una casa a un’altra, un padre sportivo e competitivo che mai è riuscito a capirlo, il tutto peggiorato da un contesto soffocante, limitante e limitato come quello delle periferie statunitensi  degli anni ‘80, popolate da rednecks e jocks, conformiste e incapace di accettare l’eccentrico, il diverso.

Tuono Pettinato ci accompagna nei dolori del giovane Kurt, che sempre meno compreso da chi gli sta accanto, a parte pochissimi amici emarginati come lui, si chiude sempre più in se  stesso, rifugiandosi nello stordimento della musica prima e delle droghe poi, per allontanarsi da quel mondo di pieno di falsità e ipocrisie, per irriderne modelli “vincenti”, schierandosi dalla parte degli sconfitti, degli emarginati, cantandone il dolore, la rabbia, la frustrazione, cercando di raggiungere il proprio, personale Nirvana.
Ma, nonostante i tentativi, il senso di inadeguatezza e di colpa nei confronti del mondo intero non lo abbandona mai: sempre fuori posto, perfino sul palco, di fronte a un pubblico adorante, perfino nella sua oasi e prigione musicale. E allora, complici anche il peso della celebrità e degli scandali annessi, deciderà di compiere l’ormai tristemente famoso passo estremo.

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Con la sensibilità e l’eleganza che contraddistinguono i suoi lavori più riusciti, Tuono Pettinato sceglie di offrire al lettore una prospettiva diversa della vita di Cobain, accennando velocemente ai dolori e alle angosce del Kurt  adulto e concentrandosi invece sull’infanzia e l’adolescenza, periodi in cui quelle sofferenze affondano le proprie radici. Ne emerge una storia di grande profondità, rispettosa e piena di umana empatia, lontana da pietismi, un ritratto ricco e pieno di sfaccettature. L’autore si sofferma su alcuni scorci quotidiani della vita del ragazzo di Aberdeen, eventi minuti eppure fondamentali per capire chi fosse Kurt Cobain prima di essere conosciuto in tutto il mondo come leader dei Nirvana e riluttante simbolo della “Generazione X”.

nevermind_contez_p72Grazie a una narrazione fluida e coinvolgente, il lettore non solo legge, ma vive questi momenti: canta a squarciagola insieme a Kurt e al suo amico immaginario, assapora con lui la spensieratezza e subito dopo il dolore della perdita di certezze, dello sradicamento, dell’incomprensione, cerca un appiglio per non scivolare nel baratro e lo trova nel liberatorio, emozionante incontro con la musica punk, nei primi, irriverenti concerti insieme ai pochi compagni, all’apice della felicità che “è prima del successo. […] Il successo rovina tutto”, prima della caduta, prima che il disagio diventi opprimente e ineludibile.

Tutto il resto, quello che non si vede, che non si vive, è raccontato dalla voce fuori campo dell’amico Boddah, che appare gradualmente all’inizio del racconto come tigre di pezza che  si materializza in mezzo a un bosco e fin da subito appare ben più di un mero espediente narrativo, ma si impone come coprotagonista, presenza attiva e imprescindibile per la storia.

Una storia di amicizia, un rapporto molto particolare e poco ortodosso, che nasce dalla solitudine e dall’inadeguatezza. Una storia di musica, colonna sonora che accompagna tutta la vicenda di Kurt e tutta la narrazione, che prende il sopravvento quando le parole diventano superflue e solo la poesia accompagnata dalle note può esprimere la gioia e il dolore, il malessere e il tentativo di riscatto, la fragilità, la spensieratezza, la rabbia e la sconfitta.

Il tratto sintetico e chiaro si adatta perfettamente al tono della storia e si fonde in maniera organica  con il testo . I continui rimandi alle strisce dei Peanuts, ai cartoni animati di Hanna & Barbera  e soprattutto a Calvin & Hobbes (Kurt & Boddah, possiamo ormai dire), sono armonizzati in uno stile personale, intimo, che mescola sapientemente ironia, delicatezza e immagini di grande impatto emotivo, come le scene della distruzione della batteria, della crocifissione mass-mediatica o dello struggente cammino finale, che riportano alla mente alcuni passaggi inquietanti e disarmanti di Corpicino, storia che per molte tematiche si avvicina a questa biografia (la società mistificatrice e incurante, la ribellione attraverso la morte).
Il ritmo, all’inizio disteso e concentrato su singoli eventi, si fa pian piano sempre più serrato: le ellissi  temporali sempre più estese e i continui flash-forward  dipingono i risultati di un’infanzia difficile e dolorosa e fanno correre la storia verso la fine ineluttabile.

Come già accaduto in Enigma – La strana storia di Alan Turing, l’amara conclusione è addolcita da una nota di struggente tenerezza: l’incompreso e solitario Kurt non è da solo nel suo cammino finale, vuole che ci sia l’unico che lo ha sempre capito, il suo migliore amico Boddah.
Tuono Pettinato li immagina allontanarsi, così come erano comparsi, oltre la vignetta. In un mondo accessibile e comprensibile solo a loro: il  mondo di Kurt e Boddah.
Il ciclo si chiude e  in sottofondo risuonano le parole che avevano aperto la storia : “I’m so happy, ‘cause today I found my friends, they’re in my head…”. 

Abbiamo parlato di:
Nevermind
Tuono Pettinato
Rizzoli Lizard, 2014
89 pagine, brossurato, bianco e nero – 13 €
ISBN 978881707518

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Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Una poetica Trieste, dal romanzo di Stelio Mattioni al fumetto di Vanna Vinci http://www.lospaziobianco.it/138182-poetica-trieste-romanzo-stelio-mattioni-fumetto-vanna-vinci http://www.lospaziobianco.it/138182-poetica-trieste-romanzo-stelio-mattioni-fumetto-vanna-vinci#comments Thu, 15 Jan 2015 08:30:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138182 Una storia poetica, un tratto impeccabile, un formato originale. Questo è "Il richiamo di Alma", graphic novel di Vanna Vinci tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore triestino Stelio Mattioni.

Scritto da Elena Biagi, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Ne Il richiamo di Alma il delicato tratto di Vanna Vinci si unisce al fascino della rappresentazione di Trieste, città che già in passato con Aida al confine aveva fatto da sfondo alle vicende narrate dell’autrice.
La trama è semplice ed è tratta dall’omonimo romanzo di Stelio Mattioni: il protagonista – giovane triestino di bell’aspetto – incontra casualmente una ragazza, Alma, e ne rimane affascinato a tal punto da trasformarla in un’ossessione. Gran parte della narrazione è occupata dal girovagare del protagonista per le strade della città, dagli incontri fugaci agli indizi contrastanti e capaci solo di aumentare la sua ossessione. La moltitudine di spazi di Trieste si sposa perfettamente con il tratto di Vanna Vinci, creando interessanti soluzioni visive, raccolte anche negli acquarelli in appendice al volume: “appunti visivi della città di Trieste”.

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Le immagini di Aida al confine ritornano, i paesaggi perfetti, gli scorci dettagliati, i vicoli e i palazzi tutti toponomasticamente esatti. Ma rispetto al lavoro precedente ne Il richiamo di Alma i ruoli sono ribaltati: così come Aida non riusciva a studiare perché troppo ossessionata da Nino, il protagonista è talmente preso dal pensiero di Alma da non essere capace di concludere niente.

In bilico tra sogno e realtà, l’esistenza di Alma non è mai del tutto né smentita né confermata: Alma esiste, lui l’ha conosciuta e le ha parlato, ma allo stesso tempo la sua mutevolezza, insieme alla sua capacità di scomparire, la colloca più vicina alla figura di un spettro che a quella di un essere concreto. Le sue sembianze fisiche subiscono continue variazioni ad ogni incontro con il protagonista così che i dubbi relativi alla sua esistenza trovano riscontro anche nella rappresentazione grafica.

Ề Alma a tenere le redini del gioco, a richiamare a sé il protagonista quando vuole incontrarlo e a sparire quando lo desidera, e lui, sempre più ossessionato, sembra diventare un fantasma a sua volta. Presto tutto – perfino la malattia della madre – diventa secondario rispetto ad Alma, le cui apparizioni a metà fra sogno e realtà rendono questo graphic novel un labirintico viaggio onirico.

almaimm2 copyLa lettura avanza guidata dall’urgenza di scoprire quale sia effettivamente la verità; l’indolenza del protagonista, che senza opporre alcuna resistenza si lascia trascinare nel vortice dell’ossessione – complice la città che fa da sfondo – evoca il girovagare degli inetti sveviani.

L’unica pecca che possiamo trovare nell’opera è l’assenza di una vera trama: la storia è “solo” un ottimo pretesto per un susseguirsi di magnifici scorci di Trieste forniti al lettore con minuziosa precisione. Validissima comunque e degna di nota la capacità dell’autrice di comunicare al lettore l’ossessione che cattura il protagonista e che lo conduce in un vortice di inutilità che anche ad anni di distanza segnerà la sua esistenza.

Originale la soluzione adottata per il packaging: il volume, stampato in formato orizzontale, è contenuto in un protettivo cofanetto a colori. Il formato rettangolare – detto anche all’italiana – favorisce la visione panoramica della storia narrata e si adatta bene alla moltitudine di paesaggi presenti.

Abbiamo parlato di:
Il richiamo di Alma
Vanna Vinci
Bao Publishing, 2014
80 pagine, colori, cartonato – € 14,00
ISBN 9788865432556

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Scritto da Elena Biagi, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Canicola: il sole non caccia le ombre nel noir crudele di Baru http://www.lospaziobianco.it/138458-canicola-sole-caccia-ombre-noir-crudele-baru http://www.lospaziobianco.it/138458-canicola-sole-caccia-ombre-noir-crudele-baru#comments Wed, 14 Jan 2015 16:00:40 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138458 Troppa luminosità acceca, si sa, e fa precipitare nel buio. Da questo concetto è partito Baru per realizzare graficamente il romanzo a fumetti "La canicola", un racconto attraversato in quasi tutte le sue pagine da un’abbacinante luce estiva e però, malgrado questo, torbidamente nero.

Scritto da Giuseppe Pollicelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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BaruTroppa luminosità acceca, si sa, e fa precipitare nel buio.
È il dato da cui è partito il disegnatore francese Baru (pseudonimo di Hervé Baruléa, classe 1947) per realizzare graficamente il romanzo a fumetti La canicola, un racconto attraversato in quasi tutte le sue pagine da un’abbacinante luce estiva e però, malgrado questo, torbidamente nero.
Di più: nerissimo.

Un noir dalle atmosfere malate che ruota attorno ai rapporti morbosi che legano fra di loro i componenti di una famiglia più che mai disfunzionale e residente in una fattoria situata in un punto imprecisato della campagna transalpina.
Il graphic novel in questione è un adattamento del romanzo omonimo (inedito in Italia) dello scrittore Jean Vautrin, anche autore della sceneggiatura a fumetti. Nato nel 1933 nella regione della Lorena, Vautrin (all’anagrafe Jean Herman) è uno specialista del poliziesco e del thriller ma nella sua lunga carriera – oltre a cimentarsi con l’attività di regista cinematografico, dirigendo cinque film – ha scritto molte altre cose.

la-canicolaE difatti ne La canicola si avvertono echi di mondi solitamente distanti da quelli tipici del noir: il modello, semmai, sembrano essere certe narrazioni imperniate sulle perversioni e le ambiguità di alcuni nuclei familiari dell’America più rurale e arretrata. Ne La canicola l’orribile tran tran di una famiglia di rozzi campagnoli viene sconvolto dall’irruzione, nella loro fattoria, di un criminale americano, tale Jimmy Cobb, reduce da una ricca rapina e in cerca di un rifugio. Il problema più grosso è che Cobb è braccato sia dalla polizia sia da altri gangster, il che mette fatalmente in pericolo tutti gli elementi della piccola comunità rurale.
Alcuni dei quali, almeno all’inizio, accolgono favorevolmente l’avvento del bandito: la depressa Jessie vede in lui un potenziale uccisore di Horace, il suo coniuge greve e violento, capofamiglia colmo di frustrazioni e perennemente dedito all’alcol e alla masturbazione; il piccolo Joachim, picchiato sistematicamente da Horace (che è il suo padre putativo), spera di cambiare vita grazie alla refurtiva di Cobb; da ambizioni analoghe a quelle del ragazzino è mosso Socrate, zio sovrappeso con un ridicolo cappello calcato sulla testa e una prostata a pezzi; la patetica ninfomane Ségolène, che vive assieme a Horace e agli altri ma i cui legami con la famiglia restano non del tutto chiariti, si accontenterebbe invece che il gangster desse soddisfazione alle sue brame sessuali.

la-canicola6Se la situazione, all’interno della fattoria, assomiglia insomma a quella di una bomba non disinnescata che potrebbe esplodere da un momento all’altro, Jimmy Cobb è il detonatore perfetto: dal momento in cui l’americano si rifugia nel casale, tutto precipita inesorabilmente, originando una tragedia terribile ma assai poco catartica.
L’impressione è infatti che chi rimarrà in vita proseguirà con le condotte belluine di sempre: ancora nella fattoria, oppure lontano da essa, ma sempre bestiale nei comportamenti, animale tra gli animali, laido quanto il cinghiale e la scrofa che si accoppiano nelle tavole finali del fumetto.

Anzi di più, perché gli animali sono innocenti nella loro bassezza, mentre l’umanità abbrutita raccontataci da Vautrin e dal segno grottesco di Baru, mossa com’è da aspirazioni non si sa se più bieche o più ridicole, no. E quasi non resta che sperare che l’implacabile sole la bruci una volta per tutte, assieme alle incolpevoli spighe di grano.

Abbiamo parlato di:
La canicola
Jean Vautrin, Baru
Traduzione di Stefano Sacchitella
Coconino Press Fandango, 2014
112 pagine, brossurato, colori – 17,00€
ISBN: 9788876182686

Originariamente pubblicato su “Libero” del 23 dicembre 2014.

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Scritto da Giuseppe Pollicelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Priya’s Shakti: dall’India un fumetto contro la violenza sulle donne http://www.lospaziobianco.it/138069-priyas-shakti-dallindia-fumetto-violenza-donne http://www.lospaziobianco.it/138069-priyas-shakti-dallindia-fumetto-violenza-donne#comments Tue, 13 Jan 2015 17:30:23 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=138069 Ram Devineni, scrittore indiano, fortemente colpito dalle implicazioni culturali sulle violenze sessuali avvenute a Delhi nel dicembre 2012, insieme con Dan Goldmann, idea una nuova paladina in lotta contro la violenza sulle donne.

Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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priyashakti_coverIl 16 dicembre del 2012, Jyoti Singh Pandey, una ventitreenne indiana che si trovava insieme con un amico su un bus privato a Munirka, un quartiere di South Delhi, subì violenza sessuale. Il caso generò polemiche e, purtroppo, non restò l’unico. Soprattutto rese evidente quello che era, per certi versi, tenuto sotto un tappeto: l’India ha un problema culturale, prima ancora che legale, con le violenze sessuali.
E’ quanto afferma Ram Devineni in una intervista al sito Comic Book Resources. Il fumettista indiano, che all’epoca si trovava a Delhi, sull’onda delle proteste che si levarono per quanto accaduto, ha realizzato con Dan Goldmann il fumetto Priya’s Shakti con l’obiettivo di cambiare la mentalità indiana partendo dalle giovani generazioni:

Il nostro pubblico principale è costituito da adolescenti nell’India e intorno al mondo. La popolazione dell’India è molto giovane. Circa la metà della popolazione è sotto i 25 anni, e sono il pubblico principale per i nostri fumetti. Sebbene il nostro obiettivo è col tempo quello di raggiungere un pubblico più ampio, abbiamo scelto inizialmente di concentrarci su un enorme bacino demografico che crediamo sarà molto ricettivo sia al messaggio sia al formato del fumetto.

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Influenzato, come ammesso da Devineni, dagli albi di Amar Chitra Katha, Priya’s Shakti ha per protagonista la dea Parvati che si incarna all’interno del corpo di Priya, una ragazza che ha subito violenza. Dopo una fase iniziale in cui si considera anche una azione violenta contro i maschi, Priya/Parvati decide di cambiare metodo di azione: va in giro per i villaggi indiani a cavallo di una tigre per educare tutti gli indiani al rispetto delle donne e della loro dignità.
Se la storia è, in effetti, radicata culturalmente all’interno della tradizione religiosa indiana (anche in questo pantheon esistono precedenti di divinità che si incarnano all’interno degli esseri umani), dal punto di vista grafico Goldmann sembra aver adottato come riferimento J.H. Williams III, quanto meno per il tratto e la descrizione dei personaggi, mentre le vignette sono separate una dall’altra non con la classica griglia geometrica, ma attraverso linee ondulate, che, insieme agli effetti psichedelici, trasmettono al lettore un’idea mistica, quasi di comunione tra il divino e l’umano.

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All’albo, che può essere letto online su Issuu, è anche associato un progetto di realtà aumentata: utilizzando l’applicazione per smartphone Blippar è possibile accedere a una serie di animazioni, realizzate a partire dai disegni di alcuni studenti grazie al Popcorn Maker di Mozilla. Oltre al sito ufficiale, è attivo anche un account instagram.

Abbiamo parlato di:
Priya’s Shakti
di Ram Devineni, Dan Goldmann
digitale, 32 pagine, colore, gratuito
ISBN ebook: 9781892494399

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Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Occhio di falco #11: supereroi con il potere di capire come vivono i non udenti http://www.lospaziobianco.it/137784-occhio-falco-11-supereroi-potere-capire-vivono-udenti http://www.lospaziobianco.it/137784-occhio-falco-11-supereroi-potere-capire-vivono-udenti#comments Tue, 13 Jan 2015 08:30:01 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=137784 L’osannata serie di Fraction e Aja presenta un episodio provocatorio e molto particolare, narrato dalla prospettiva di un non udente.

Scritto da Giuseppe Lamola, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Occhio di falco 11Esprimere in una storia a fumetti le sensazioni di un non udente è difficile, ma evidentemente non impossibile.
Matt Fraction e David Aja l’hanno dimostrato in Hawkeye #19, episodio molto discusso e decisamente particolare, in cui gli autori proseguono nella narrazione delle gesta di un Clint Barton (Occhio di falco) sempre meno Vendicatore e sempre più umano.

Alcuni numeri prima1, infatti, sia Clint che suo fratello Barney erano stati colpiti duramente dal Clown, efferato killer assoldato dalla mafia esteuropea. Clint ha riportato danni alle orecchie e si è trovato nella condizione di essere (momentaneamente?) sordo. Ecco perché buona parte dei balloon della storia sono completamente in bianco, raffigurazione precisa del silenzio, oppure contengono solo stralci di discorsi, impossibili da percepire nella loro interezza.
Molto azzeccata poi l’idea di mantenere, nelle scene in cui Clint non compare, i classici dialoghi con i balloon pieni di parole, a rimarcare che l’udito degli altri personaggi funziona normalmente. Dal contrasto tra le scene dialogate e quelle mute emerge tutto l’isolamento e il disagio di Clint.

Ma Fraction e Aja vanno oltre: nei passaggi in cui il fratello di Clint prova a comunicare con lui a gesti vengono riportate, parallelamente alla narrazione per immagini, le illustrazioni in lingua dei segni.
Queste illustrazioni appaiono senza una traduzione con le note in calce: il lettore che non conosce il linguaggio dei segni comprenderà ben poco di tali dialoghi (per di più, si tratta del linguaggio americano, l’American Sign Language, ben poco diffuso in Italia).
È una scelta ben precisa da parte degli autori: far immedesimare i lettori con la sensazione di non comprendere tutto, di avere degli ostacoli comunicativi. Proprio come accade quotidianamente ai non udenti. Il fumetto supereroistico trascende così i limiti della narrazione di storie diventando anche veicolo di messaggi sociali.

Dal punto di vista stilistico, Fraction e Aja continuano il loro percorso di distacco dal fumetto supereroistico tradizionale. Tale approccio decisamente innovativo era culminato, alcuni mesi prima, nell’episodio interamente incentrato sulla prospettiva del cane di Occhio di falco, Lucky, che si trovava a condurre una sorta di indagine su un misterioso delitto2. Ma in “Ciò che non viene detto” l’integrazione tra immagini e parole è ancor più fondamentale: David Aja è chiamato a suggerire alcuni concetti, a sopperire mediante le espressioni dei volti alla mancanza delle parole.

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Complice l’impeccabile colorazione di Matt Hollingsworth, il disegnatore spagnolo riesce egregiamente nell’intento. Pregevole inoltre sia la sequenza iniziale, con le prime due tavole realizzate in maniera speculare per suggerire un raffronto tra il passato e il presente, sia la sequenza finale, con un montaggio incrociato che aumenta la suspense.

Per realizzare questo episodio, la coppia di autori ha impiegato diverso tempo (che si è andato ad aggiungere alla famigerata lentezza nelle consegne delle tavole di David Aja). Essi infatti si sono avvalsi di consulenze di specialisti del settore e di amici non udenti, come riportato nelle interessanti note dell’albo a cura di Aurelio Pasini.

Anche per far fronte a tali ritardi, Matt Fraction ha ideato da tempo una sorta di spin-off interno alla serie in cui, a numeri alterni rispetto alle vicende di Clint, si sviluppano le avventure Kate Bishop, la giovane Occhio di falco al femminile in trasferta a Los Angeles.

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A lei è dedicata la seconda storia di quest’albo, in cui si conclude repentinamente la sua lotta contro la nemesi che da tempo le dà filo da torcere: Madame Masque. La quadratura delle trame rimaste in sospeso appare un po’ banale e affrettata: basti pensare alla maniera inverosimile in cui vengono svelati i misteri riguardanti la figura di Harold H. Harold, uno dei pochi amici di Kate. Probabilmente, parte di questa accelerazione narrativa è da imputarsi al ricongiungimento della strada di Kate con quella di Clint (cosa che avverrà nel prossimo numero).
Lo stile di Annie Wu ai disegni differisce notevolmente da quello di David Aja e contribuisce alla leggerezza della lettura con un tratto pulito e una costruzione maggiormente lineare delle tavole. Nell’arco dei mesi, nonostante le gesta di Kate siano riuscite a stemperare il tono della trama portante, a tratti molto cupo, l’effetto finale è stato quello di diluirne l’efficacia, correndo il rischio di suscitare il disinteresse del lettore verso una serie per il resto dall’indubbia qualità.

Abbiamo parlato di:
Occhio di falco #11 (Marvel Select #20)
Matt Fraction, David Aja, Annie Wu
Traduzione di Fabio Gamberini
Panini Comics – dicembre 2014
48 pagine, colori, spillato – € 3,00
ISBN: 9 772280 127906 40020

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  1. Precisamente nella storia “Giochi e passatempi” (Hawkeye #15), pubblicata in Italia su Occhio di falco #9 – Marvel Select #18 

  2. Avviene in Hawkeye #11, pubblicato in Italia su Occhio di falco #6 – Marvel Select #15 

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Scritto da Giuseppe Lamola, tratto da Lo Spazio Bianco.


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http://www.lospaziobianco.it/137784-occhio-falco-11-supereroi-potere-capire-vivono-udenti/feed 0
Orfani: Ringo #3 – Roma città aperta (e distrutta) http://www.lospaziobianco.it/137107-orfani-ringo-3-citta-aperta-recchioni-ambrosini http://www.lospaziobianco.it/137107-orfani-ringo-3-citta-aperta-recchioni-ambrosini#comments Mon, 12 Jan 2015 07:00:23 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=137107 Ringo, insieme a Seba, Rosa e Nuè, fa tappa in una Roma post-apocalittica, in un albo scorrevole realizzato da Recchioni e Ambrosini.

Scritto da Giuseppe Lamola, tratto da Lo Spazio Bianco.


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orfani-roma-ringo-3Sempre braccati dalle forze governative, Ringo e i tre giovani orfani giungono a Roma e trovano rifugio in un palazzo abbandonato. Nuè è debilitato (sin dal numero precedente) e ciò costringe Ringo a partire alla ricerca delle medicine per curarlo, assieme all’irruento Seba. È l’occasione per proseguire con il tema del viaggio in un luogo ostile, ma anche per riprendere le dinamiche padre/figlio introdotte nel secondo episodio.
Ringo contrappone il proprio modello educativo a quello della presidentessa Juric: non vuole insegnare ai suoi “allievi” a combattere, per evitare di renderli piccoli guerrieri inarrestabili, come venne fatto con lui e i suoi compagni. Tuttavia, ancora non è noto chi dei tre sia suo figlio (o figlia), e questa persistente ambiguità sicuramente non giova alle relazioni interpersonali tra i protagonisti.
L’incapacità di Ringo nel proteggere i tre giovani che gli sono stati “affidati” emerge nel momento in cui lascia due di loro sguarniti, in balìa di potenziali criminali. Così come nell’episodio precedente li aveva infilati nella tana del lupo, di nuovo Ringo effettua una scelta dai risultati poco brillanti (pur se in qualche modo costretta dalle circostanze), che lo porta nuovamente a un inevitabile scontro finale con uno dei Corvi.

Ringo-LRNZ-roma
Lo scontro, però, non ci viene mostrato direttamente: in un elegante ed efficace cambio di prospettiva, le inquadrature seguono i giovani orfani mentre attendono l’esito dello scontro dall’esterno del palazzo, in silenzio e in sospeso come i lettori. La storia si ripete e Ringo è costretto a uccidere un “essere” che aveva già dovuto ammazzare, con travaglio, in passato. Il risultato di tale conflitto rimanda infatti a una scena della prima stagione di Orfani (dal decimo episodio): è un déjà-vu, motivo per cui mostrarci ogni dettaglio della lotta sarebbe superfluo. Tale esito rappresenta inoltre un sapiente richiamo alla ciclicità degli eventi, con una ridondanza che viene ulteriormente sottolineata dalla reiterata crudeltà della presidentessa Juric nel finale dell’albo.

I protagonisti si muovono in un mondo popolato da criminali e reietti, in cui non c’è spazio per la memoria: il Colosseo, San Pietro e tanti altri luoghi che per secoli hanno conservato il loro valore simbolico, sono trasfigurati in pura presenza scenica.
Ringo 3 coverIl richiamo alla Storia dell’Arte viene conferito anche dalla splendida copertina di Emiliano Mammucari, che cita la pietà di Michelangelo.1
Tale scultura fa da sfondo a uno degli snodi chiave dell’episodio, in cui vengono introdotte nuove figure, come “la Signora”. Da lei Seba si reca per ottenere gli agognati farmaci per il suo amico e scopre un’ambigua organizzazione societaria insediatasi nell’ex Basilica di San Pietro. Questi personaggi e contesti vengono solamente accennati durante la storia, senza rimanere veramente impressi.

Un quarto dell’albo, forse troppo, è dedicato a una sorta di riassunto delle puntate precedenti. Per il resto, la narrazione di Roberto Recchioni è, al solito, rapida, diretta e sintetica all’osso: la trama, molto scorrevole, procede senza particolari intoppi.
Visti nel complesso, però, i tre albi di questa nuova stagione usciti finora hanno visto, dopo un esordio che imprimeva una decisa accelerazione, un calo del ritmo negli albi successivi, in assenza di un concomitante approfondimento tematico che giustificasse appieno tale lentezza. Manca una vera e propria caratterizzazione di Ringo, che appare a tratti statico e intrappolato in un manierismo da eroe tutto d’un pezzo.

Ringo e Dark KnightInteressante comunque è la lettura che emerge dalla splash page di pag. 94, che ci mostra Ringo in una posa del tutto simile a quella di una famosa cover di The Dark Knight Returns di Frank Miller. Il paragone tra l’ex Pistolero e il Cavaliere Oscuro ultracinquantenne di Miller sicuramente potrebbe coinvolgere l’atteggiamento rinunciatario con cui Ringo aveva abbandonato la lotta contro un sistema ingiusto (ovvero, come avevamo trovato il personaggio nel primo episodio di Orfani: Ringo), del tutto simile al ritiro per vari anni dalla vita supereroistica di Bruce Wayne in TDKR.

La resa grafica è affidata allo stile tratteggiato e “classico” di Carlo Ambrosini, il cui tratto in teoria si conforma poco allo stile dinamico della serie. Il suo Ringo ha un atteggiamento da duro, ma sa essere sarcastico e persino sornione all’occorrenza. Ambrosini realizza tavole caratterizzate da una certa disomogeneità tra le vignette: la raffigurazione dei personaggi oscilla tra una profondità che scava nelle loro anime e una mimica scarsamente espressiva. Maggiore efficacia si evidenzia nella rappresentazione di Roma, degli ambienti e delle sculture. La colorazione di Giovanna Niro si concentra nuovamente su alcune tonalità dominanti, tra cui il verde, e conferisce alle tavole di Ambrosini ulteriore spessore.

Ringo n.3

Impossibile, in chiusura, non fare un richiamo al film del 1945 di Roberto Rossellini, caposaldo del neorealismo cinematografico italiano citato nel titolo dell’albo. Il racconto della paura, della miseria, del degrado in una città devastata dalla guerra accomunerebbe il lungometraggio al fumetto: solo che in Ringo (come già nella prima stagione di Orfani) la guerra è più effimera, meno conosciuta in tutti i suoi aspetti e probabilmente specchio dei nostri tempi, in cui tutto diventa virtuale. Ciò rende perciò i protagonisti, dall’ex Pistolero a Seba, Rosa e Nuè un po’ più distanti e sinora non pienamente coinvolgenti.

Abbiamo parlato di:
Orfani: Ringo #3 – Città aperta
Roberto Recchioni, Carlo Ambrosini
Sergio Bonelli Editore – Dicembre 2014
98 pagine, brossurato, colori – € 4,50
ISBN: 9 772283 302003 40015

 


  1. Non è la prima volta che la scultura di Michelangelo viene ripresa nella copertina di un fumetto; solo per citare alcuni esempi famosi: in Daredevil #164 di Frank Miller (1980), in Death of Captain Marvel di Jim Starlin (1982) e in Crisis on Infinite Earths #7, di George Perèz (1985). 

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Scritto da Giuseppe Lamola, tratto da Lo Spazio Bianco.


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Un supereroe per le strade della capitale: recensione di Mercurio Loi http://www.lospaziobianco.it/137349-supereroe-strade-capitale-recensione-mercurio http://www.lospaziobianco.it/137349-supereroe-strade-capitale-recensione-mercurio#comments Fri, 09 Jan 2015 08:30:28 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=137349 Recensione Abbiamo letto in anteprima il 28° numero de Le Storie, firmato da Alessandro Bilotta ai testi e Matteo Mosca ai disegni: ecco una recensione in anteprima.

Scritto da Salvatore Cervasio, tratto da Lo Spazio Bianco.


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La copertina di Aldo De Gennaro

La copertina di Aldo De Gennaro

Mercurio Loi, numero 28 della collana Le Storie, è facilmente riconoscibile come un esperimento. Mi spiego meglio: l’ albo firmato daAlessandro Bilotta (il terzo firmato in coppia col disegnatore Matteo Mosca) sembra proprio uno starting point, l’episodio pilota di una serie. Presenta infatti i personaggi, le loro interazioni, e lascia molti punti interrogativi, molte possibilità non sfruttate, a causa logicamente l’impossibilità di sviluppare tutte le strade nelle 110 canoniche tavole della storia.

Naso aquilino, da classico antico romano, professore universitario (probabilmente di Storia), esperto di sortilegi, scettico, supereroe. Questa la descrizione del personaggio più aderente alla realtà. Sì, supereroe.
Pur essendo la sua storia ambientata circa a metà del XIX secolo, Loi è un perfetto supereroe, questo soprattutto a causa di quello che si rivelerà il suo avversario, il suo villain: un suo ex alleato, che sfrutta la creazione di un gas che costringe chi lo inala a momenti di terrore. Un archetipo, questo, che risulta più congeniale a nemici di supereroi DC e Marvel quali lo Spaventapasseri di batmaniana memoria.

interniLoi è un supereroe anche e soprattutto nel suo modo di agire: ligio al suo dovere verso la sua doppia vita, continua a lavorare con onestà senza fare favoritismi; cerca sempre il meglio per gli altri, prima che per sé; è altruista, e realmente non si conoscono le sue motivazioni. Più supereroe di così?
In più, c’è da aggiungere che lo sceneggiatore romano sfrutta le sue conoscenze tratte dai fumetti americani, regalando più di un siparietto che tutti noi abbiamo avuto più volte modo di leggere nei fumetti dell’Uomo Ragno, come quello delle battutine durante le risse, ad esempio.

Questa storia è molto diversa da quelle precedentemente presentate da Bilotta, pur non mancando alcune delle sue tematiche tipo, quali la paura del protagonista verso gli insetti (in questo caso ragni) già apparsa in Valter Buio, o la difficoltà di vivere dopo le delusioni di un amore o di un abbandono.
Mercurio Loi è infatti, al di là delle similitudini rintracciabili nei riguardi di un tipo di narrazione quasi supereroistica, un racconto più avventuroso degli altri firmati dallo sceneggiatore, con il protagonista che si trova a dover sconfiggere un nemico e risolvere un mistero.

Anche l’ambientazione, e Bilotta sceglie per l’ennesima volta Roma, aiuta a cavarsi d’impaccio e a togliere al lettore quella fastidiosa sensazione di già visto, già letto. La Roma di metà XIX secolo brilla in tutta la sua bellezza grazie a delle tavole di grande impatto di Matteo Mosca, ottimo soprattutto nelle panoramiche che mostrano le stradine, le viuzze, i cortili, le segrete di una città di strada.
Allo stesso interno1tempo la magniloquenza dei  paesaggi e di alcune strutture (come ad esempio Fortezza Sant’Angelo, dove è ambientata la parte più importante dell’intrigo) ci trasportano visceralmente all’interno di un mondo scomparso e irrintracciabile.
Anche alcune costruzioni della tavola rispondono ottimamente alle esigenze narrative, regalando un’amalgama quasi chimica tra i due autori, che non a caso stanno collaborando spesso su questa collana, sinergia che ha portato alla pubblicazione di alcuni tra i migliori albi de Le Storie.

In questo momento non si conosce alcun destino possibile per Mercurio Loi, o almeno chi scrive non lo conosce, ma certamente l’opera di Bilotta e Mosca meriterebbe di avere ancora un soffio di vita. Il che ci porta a riflettere su come la serie stessa sia un perfetto contenitore di serie o miniserie, delle quali testare il gradimento del pubblico e della critica, per poi tentare una pubblicazione autonoma.
E’ già noto che le due avventure ambientate nel Giappone feudale create da Roberto Recchioni e Andrea Accardi saranno ulteriormente sviluppate in una serie a sé stante, dato che certifica la volontà della Bonelli di dare una continuità ad alcune di queste pubblicazioni. Chissà che la stessa sorte non tocchi al supereroe romano di Bilotta e Mosca.

Abbiamo parlato di:
Le Storie #28 – Mercurio Loi
Alessandro Bilotta, Matteo Mosca
Sergio Bonelli Editore, gennaio 2015
114 pagine, brossurato, bianco e nero – € 3,80

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Scritto da Salvatore Cervasio, tratto da Lo Spazio Bianco.


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