Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Tue, 16 Sep 2014 09:00:03 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.0 Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista http://www.lospaziobianco.it/22449-porco-rosso-miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista http://www.lospaziobianco.it/22449-porco-rosso-miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista#comments Sun, 14 Sep 2014 13:30:57 +0000 http://www.lospaziobianco.it/22449-Porco-rosso-Miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista | di Luigi Gavazzi
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Porco Rosso di Miyazaki Hayao è un grande esempio di scrittura per il cinema e una pellicola da vedere anche da coloro che non seguono il cinema di animazione.

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Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista | di Luigi Gavazzi
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Non perdetevi Porco Rosso di Miyazaki Hayao, il film di animazione giapponese prodotto nel 1992. Dovete vederlo perché è un grande esempio di scrittura per il cinema e vi piacerà anche se non avete mai considerato il cinema di animazione (io comunque non entro nel merito dell’animazione e del disegno, non ci capisco).

Il film ha una sceneggiatura molto bella e alcuni personaggi, soprattutto il protagonista Marco Pagot, nel presente della vicenda però conosciuto da tutti come Porco Rosso, sono delle vere perle.

Porco Rosso è un aviatore abilissimo, è stato un asso dell’Aeronautica italiana durante la Grande Guerra e ora – siamo nel 1929 – vive facendo il cacciatore di taglie, ai danni dei piloti-pirati di idrovolanti che infestano il Mare Adriatico.

Porco Rosso è chiamato così perché si è trasformato in un uomo maiale per una maledizione che, dopo la Grande Guerra, è caduta su di lui. Non sappiamo quale sia questa maledizione, né quali siano le cause precise che hanno portato Marco a vivere così, solitario, nei cieli e, quando non è in missione, in una piccola isola della costa dalmata: intuiamo solo che gli orrori della guerra l’hanno trasformato, trasfigurato, appunto. Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere del 11 novembre 2010:

l’impermeabile con il bavero rialzato e la cintura stretta in vita sembra uscita dall’armadio di Bogart e il gusto di fare a cazzotti rimanda al John Wayne più epico, quello di La Taverna dei sette peccati o di Un uomo tranquillo.

Soprattutto, come ogni solitario che colpisce e lascia il segno sui lettori (oh, sugli spettatori, scusate) Porco Rosso è uno di quelli che James Wood ha definito “personaggi opachi”1 quelli insomma, che devono il loro fascino ma anche la loro credibilità narrativa al fatto di non esplicitare la spiegazione causale che li muove e che muove l’intreccio. Stephen Greenblat nel suo Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico ha scritto che Shakespeare si rese conto che avrebbe potuto amplificare l’effetto delle sue storie “solo se avesse sottratto dall’intreccio un elemento esplicativo chiave, occultando così il principio logico, la motivazione, o il principio etico che spiegava il dipanarsi dell’azione. Il nuovo principio non era la costruzione di un mistero da svelare, ma la creazione di un’opacità strategica.


Ecco, fatte le debite proporzioni, il personaggio di Porco Rosso funziona soprattutto per questa sua splendida opacità: sappiamo che è uno dei buoni della storia, ma non sappiamo esattamente cosa lo muova, cosa lo avvicini e allontani da Gina - la donna che vive nell’hotel sull’isola con un passato di amori interrotti dalla morte e che è innamorata di Porco Rosso.

Come ricorda Mereghetti, Porco Rosso assomiglia un po’ anche al Rick Blaine (Humphrey Bogart) di Casablanca e la stessa atmosfera del film di Miyazaki ha il fascino del mondo europeo fra le due guerre, con i fascismi brulicanti per l’Europa, la crisi economica, le folle nazionaliste.

E ovviamente Porco Rosso è antifascista: anche qui, nessuna teorizzazione del perché è antifascista. E’ antifascista e basta; verrebbe da dire per istinto. Come John Belushi in The Blues Brothers diceva: “I hate Illinois Nazis” (odio i nazisti dell’Illinois), Porco Rosso, in un momento memorabile del film, dice all’amico pilota che lo invita a tornare nell’Aeronautica militare italiana per porre fine alle sue peregrinazioni: Piuttosto che diventare un fascista meglio essere un maiale”.

Oltre alle scene della caccia ai pirati aerei sull’Adriatico, a quelle dei duelli sugli idrovolanti con l’americano Curtis (che si dichiara più volte a Gina ma che Gina respinge solo perché aspetta un altro uomo “che vola quassù ma non si ferma mai”), alla meravigliosa scena del sogno-visione raccontato da Porco Rosso che vede, come in una scia di stelle tutti i piloti – amici e avversari – morti nella carneficina della Grande guerra, oltre a questi momenti, impagabili sono i minuti del film ambientati a Milano.

Una Milano industriale che si snoda sui navigli, ancora non interrati. Milano dove Porco Rosso va con il suo aereo malandato per una riparazione accurata affidata alla ditta Piccolo, dove lavora Fio, ragazzina supervitale specializzata in aerei che seguirà l’eroe nel seguito della storia, esercitando su di lui anche una certa, contenuta, attrazione femminile. Una Milano che, al momento della partenza dell’idrovolante rimesso a nuovo, con la polizia segreta fascista che insegue Porco Rosso, si trasforma addirittura, inventandosi un centro attraversato da un grande fiume.

No, non perdetevi Porco Rosso. E’ un film memorabile: proprio come mi ha detto il ragazzo dietro la cassa del cinema. (Lui per la verità il film l’ha visto molte molte volte, in giapponese, scaricato dalla rete).

Originariamente pubblicato in: Gruppodilettura


  1. Come funzionano i romanzi, Mondadori, nota al capitolo “Il personaggio” 

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Miyazaki e Saint-Exupéry, facce complementari della stessa medaglia http://www.lospaziobianco.it/127145-miyazaki-saint-exupery-facce-complementari-stessa-medaglia http://www.lospaziobianco.it/127145-miyazaki-saint-exupery-facce-complementari-stessa-medaglia#comments Sat, 13 Sep 2014 06:00:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=127145 Miyazaki e Saint-Exupéry, facce complementari della stessa medaglia | di Aldo Fresia
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Grazie a Si alza il vento il cineasta giapponese Miyazaki Hayao si appropria del lavoro del romanziere francese come mai prima d'ora

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Miyazaki e Saint-Exupéry, facce complementari della stessa medaglia | di Aldo Fresia
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kazeposter_outÈ un oggetto curioso, Si alza il vento, e per molti versi insolito. Certo, la fascinazione di Miyazaki Hayao per il volo è una costante del suo lavoro e non sorprende che abbia deciso di raccontare la storia di un progettista aeronautico1 tanto determinato e talentuoso da costruire quello che durante la Seconda Guerra Mondiale fu considerato il migliore caccia del mondo.
Ciò che segna uno scarto rispetto alla filmografia precedente è che Miyazaki prende di petto il tema della morte. Non siamo di fronte al delicato presagio di Totoro, o alle battaglie di Mononoke: il taglio è più diretto e struggente. È appunto qualcosa di insolito, se con la memoria passiamo in rassegna i lungometraggi che hanno preceduto Si alza il vento. Come è insolito il racconto del sesso, sebbene non venga mostrato, e la presenza di una natura poco benevola, a tratti ostile, tanto da farsi metafora della condizione umana; nel complesso, è un film talmente originale, all’interno dell’opera di Miyazaki, che verrebbe da pensare all’apertura di una nuova stagione creativa: ulteriore motivo per dispiacersidell’annunciato pensionamento.

01Credo che proprio percorrendo una strada inedita, Miyazaki abbia fatto suo come mai prima d’ora il lavoro di Antoine de Saint-Exupéry, pilota e romanziere per il quale ha sempre dichiarato grande ammirazione. Non mi riferisco tanto al Piccolo principe, quanto a un libro che cristallizza il pensiero di Saint-Exupéry pilota: Volo di notte (1931), storia ambientata durante i primi, pericolosi voli notturni sulle rotte dell’America Latina e incentrata sulle vicende del pilota Fabien, sorpreso da un improvviso uragano che gli strapperà la vita, e su quelle del direttore Rivière, che gestisce l’intero traffico aereo del continente e assiste impotente agli eventi, pur senza rinnegare la necessità dei pericoli corsi.
Un primo indizio della vicinanza tra film e romanzo è che, seppure con toni completamente diversi – epico e virile Saint-Exupéry, poetico e sognatore Miyazaki – entrambi si confrontano con una natura che è cattiva compagna di viaggio, splendida e ammaliante e insieme imprevedibile e spietata. È una natura di fronte alla quale siamo impotenti, sia che si manifesti con un improvviso uragano (Volo di notte) o con un violento terremoto (Si alza il vento). Ed è una natura che nonostante tutto si prova a domare, sfidando l’oscurità più assoluta (Saint-Exupéry) o progettando un aereo capace di sopportare le terribili sollecitazioni dell’aria e del vento (Miyazaki).
La ragione profonda di queste azioni è uno dei centri gravitazionali di entrambi i racconti. A fronte di quali sacrifici è l’aspetto che più li fa divergere, portandoli a essere due facce della stessa medaglia: non alternative, bensì complementari. Ed è qui che si misura quanto il cineasta giapponese abbia fatto propria la “lezione” del romanziere-pilota francese.

03C’è un momento, in Volo di notte, nel quale il responsabile dei voli continentali si trova a ragionare per l’ennesima volta sul mondo di cui è parte. Saint-Exupéry riferisce i suoi pensieri in questo modo: «Pensò alle piccole città d’un tempo che sentivano parlare di Isole e si costruivano una nave. Per caricarla con le loro speranze. Perché gli uomini potessero vedere le loro speranze aprir le vele sul mare. Fatti tutti più grandi, tratti fuori di se stessi, liberati da una nave. Lo scopo, forse, non giustifica niente, ma l’azione libera dalla morte. Quegli uomini duravano grazie alla loro nave».
È l’epica del guardare all’ignoto, alla ricerca caparbia di un nuovo limite da raggiungere e superare. Le notti buie e senza stelle che avvolgono i piloti diventano allora metafora di ciò che l’uomo non conosce, contrapposto a ciò che conosce (l’amore, la famiglia) o che crede di conoscere: le rotte aeree, inutili se mancano le stelle e non puoi comunicare con la torre di controllo – per Saint-Exupéry quando vai a scoprire l’ignoto sei per definizione da solo.
Di fronte a tutto questo la morte è un prezzo ragionevole da pagare. Fa parte del gioco alla stregua di un vuoto d’aria o delle mani gelate durante le notti più fredde. È un corollario della grandezza d’animo di chi è tanto coraggioso, o tanto matto, da ritenere che ci sia sempre un limite da valicare, un ignoto da conquistare – non a caso, Antoine de Saint-Exupéry morì precipitando durante una missione che tutti a terra consideravano pura follia.

04Anche in Si alza il vento si sfida l’ignoto, sebbene esso abbia un’accezione più pratica, meno metaforica. Si tratta di scoprire ciò che ancora non si sa, cioè come costruire ali e fusoliere capaci di garantire agli aerei una velocità e maneggevolezza senza precedenti. Non a caso dunque il protagonista del film è ingegnere, non a caso al centro dei suoi pensieri ci sono gli aerei e non i piloti. E, ancora non a caso, nessuno di costoro muore durante i voli di prova: nonostante i velivoli vadano in pezzi, riescono sempre a salvarsi grazie al paracadute.
Miyazaki sta insomma guardando l’irresistibile fascinazione per il volo da un punto di vista differente rispetto a quello di Saint-Exupéry. Ciò gli consente non solo di adottare un tono diverso, votato alla poesia più che all’epica: gli offre il destro per affermare una posizione complementare rispetto a quella del romanziere francese. Tutto ruota intorno agli affetti famigliari.
Il direttore Rivière, responsabile del traffico aereo in Volo di notte, sa bene che alla sua verità (andare oltre, accettando nel caso la morte) si contrappone un’altra verità, quella del conforto famigliare, dell’amore caldo e accogliente della moglie del pilota sorpreso dall’uragano. Sono entrambe valide, Rivière ne è convinto, non esiste la possibilità di stabilire una gerarchia. Però sono verità che si negano a vicenda: una si muove all’interno dell’oggi e del futuro prossimo, mentre l’altra guarda all’ignoto a discapito dell’oggi e del futuro prossimo.
05Di fronte alla concreta possibilità della morte raccontata in Volo di notte, Antoine de Saint-Exupéry mette in scena l’epica tragica del mondo dei piloti e le ragioni che questo universo si dà per andare avanti. Miyazaki si concentra invece sul dolore all’interno del mondo degli affetti, un contesto meno epico ma non meno eroico. L’ingegneria aeronauta è infatti solo uno dei due centri narrativi di Si alza il vento. L’altro riguarda l’incontro del protagonista con una fanciulla malata di tubercolosi, l’amore che sboccia, il matrimonio che si celebra e il destino di morte che certe malattie si portano inevitabilmente dietro. Ed è proprio di fronte a questa morte, quella struggente che è tanto diversa dai fantasmi di Totoro o dai cadaveri di Mononoke, che Miyazaki si smarca maggiormente da Saint-Exupéry.

Ecco dunque il verso di Paul Valéry che apre la pellicola e che ricompare in alcuni momenti topici: «Si alza il vento!… Bisogna provare a vivere!». Mi piace pensare che in Si alza il vento le improvvise sollecitazioni dell’aria, durante le virate e le picchiate degli aerei, facciano da contraltare alle inaspettate sollecitazioni della storia con la S maiuscola (il terremoto di Kantō del 1923) e a quelle della storia privata e personale del protagonista (la malattia dell’amata). In tutti questi casi bisogna evitare di spezzarsi. Trovare la ragione, prima ancora che un modo, di resistere.
Laddove in Volo di notte si è disponibilissimi a spezzarsi a discapito di un basilare rispetto per la vita, in Si alza il vento si afferma che quest’ultima riserva un monte di brutture ma è al tempo stesso uno scrigno di tesori. Bisogna dunque trovare una strada per superare le avversità e valorizzare i tesori. E se i piloti di Saint-Exupéry inseguono il sogno dell’oltre a tutti i costi, l’eroe di Miyazaki insegue il sogno della bellezza: questa è la sua ragione per non spezzarsi – non a caso il suo desiderio di ingegnere è prima di tutto costruire un aereo che sia bello.

06Potremmo dire che è la medesima ragione di Miyazaki Hayao, considerata la forte natura autobiografica della pellicola: come il suo protagonista, anche lui dovette rinunciare a fare il pilota perché miope; sua madre soffrì di tubercolosi; il padre, ingegnere aeronautico, fu direttore della fabbrica di componenti per i caccia A6M Zero. Di fronte alle proprie sollecitazioni personali, quando «bisogna provare a vivere» – ma anche in occasione di prove meno impegnative – Miyazaki risponde sognando bellezza. Talvolta, come accade in alcuni momenti di questo suo ultimo film, dotata di una grazia e delicatezza abbacinanti.


  1. il protagonista è in parte ispirato a Horikoshi Jiro, personaggio realmente esistito e artefice del celebre A6M Zero 

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“Bolle & navicelle” di Renauld Dillies, una favola d’altri tempi http://www.lospaziobianco.it/126738-bolle-navicelle-renauld-dillies-favola-daltri-tempi http://www.lospaziobianco.it/126738-bolle-navicelle-renauld-dillies-favola-daltri-tempi#comments Wed, 10 Sep 2014 06:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=126738 “Bolle & navicelle” di Renauld Dillies, una favola d’altri tempi | di Pierpaolo Dinapoli
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In "Bolle & navicelle" troviamo un topo alle prese con la solutidine, stravolta da un misterioso uccellino blu. Una favola per grandi e piccini da Renauld Dillies.

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“Bolle & navicelle” di Renauld Dillies, una favola d’altri tempi | di Pierpaolo Dinapoli
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BOLLE-E-NAVICELLE001C’è ancora posto, nel nostro mondo, per la favole?
A giudicare da Bolle & navicelle, volume scritto e disegnato da Renauld Dillies e edito da Panini 9L, diremmo proprio di sì.
Quella di Charlie è la storia di un topo scrittore che ha scelto di vivere la propria vita nella solitudine, che per il suo mestiere è certamente cosa comoda e gli permette di non avere vincoli nei confronti del prossimo.
Accade però che un giorno uno strano uccellino blu – che ricorda molto il Grillo Parlante di Pinocchio – faccia capolino nella vita di Charlie, stravolgendola e mostrandogli quanto star da soli sia in realtà una grossa limitazione alle esperienze di tutti i giorni.
Sin dai tempi di Esopo, gli animali vengono usati per indicare virtù e vizi umani. Qui essi vengono però spogliati di ogni peculiarità caratteriale e presentati tutti come personaggi positivi, funzionali esclusivamente alla presa di coscienza e alla trasformazione interiore del protagonista, che però entrano ed escono di scena in maniera troppo repentina.

Bolle & navicelle, pur parlando della solitudine e avendo momenti molto tristi e cupi, che permettono al lettore di percepire il sempre crescente malessere di Charlie, non risulta pesante o lugubre. Sin dai disegni, di stampo cartoonesco e dal tratto rotondeggiante, è chiaro l’intento di Renauld Dillies di creare qualcosa di leggero e scorrevole ma non banale, come rivelano i testi, dotati di profondità e lirismo notevoli. Essi rappresentano il vero punto di forza del fumetto: molto comunicativi, non rinunciano a creare forti suggestioni visive.

bulles-et-nacelle-pl-0Frequenti sono i monologhi interiori di Charlie, che lo accompagnano nella sua maturazione. I disegni alternano sequenze con ottimo storytelling a momenti più puramente illustrativi, che risultano assolutamente piacevoli all’occhio del lettore.
Charlie, preso dalla sua crisi da “pagina bianca”, è il veicolo attraverso il quale l’autore critica il mondo dell’arte che si arrocca sulle sue posizioni e suggestioni e non vive nel proprio tempo, ma piuttosto si isola dal mondo dal quale dovrebbe ricevere continui stimoli e ispirazioni.
La morale della storia è chiara anche se forse raccontata con uno svolgimento eccessivamente lineare e frettoloso. Tuttavia non si è mai pervasi da un senso di incompiutezza, ma si assiste a una trasformazione del protagonista anche se repentina in linea con il registro generale della favola.

Pur nel suo svolgimento classico e se vogliamo prevedibile, Bolle & navicelle: La storia del topo Charlie si rivela essere una piacevole lettura tanto per un pubblico adulto quanto per un pubblico più giovane. La sensibilità dei testi e la bellezza dei disegni, rivela tutta la maestria di Renaud Dillies, autore non ancora troppo conosciuto in Italia.
Ottima la confezione Panini, che arricchisce di un altro bel titolo la linea 9L.

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Abbiamo parlato di:
Bolle & navicelle: Le avventure del topo Charlie
Renauld Dillies
Traduzione di Vania Vitali
Panini Comics 9L – Ottobre 2013
80 pagine, colori, cartonato – 15,90 €
ISBN: 9788891202819

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“Il mondo così com’è”: Giacon/Scarpa e un caso di ordinaria follia http://www.lospaziobianco.it/126865-mondo-cosi-giaconscarpa-caso-ordinaria-follia http://www.lospaziobianco.it/126865-mondo-cosi-giaconscarpa-caso-ordinaria-follia#comments Tue, 09 Sep 2014 06:00:16 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=126865 “Il mondo così com’è”: Giacon/Scarpa e un caso di ordinaria follia | di Claudia Grieco
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Tiziano Scarpa e Massimo Giacon raccontano un’intricata matriosca, un metaracconto per un metafumetto che oltre alla storia propone al lettore pagine da ritagliare, figurine da vestire, giochi enigmistici da risolvere.

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“Il mondo così com’è”: Giacon/Scarpa e un caso di ordinaria follia | di Claudia Grieco
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coverUna lezione universitaria di Neuropsichiatria, seguita secondo il punto di vista di due degli studenti presenti, attenti solo a tratti, può riservare sorprese, specialmente se i due per gran parte della lezione flirtano e commentano con disegnini, gli stessi che fanno da cornice grafica alla storia.

Ci troviamo così immersi in un’intricata matrioska, un metaracconto per un metafumetto che oltre alla storia propone al lettore pagine da ritagliare, figurine da vestire, giochi enigmistici da risolvere.

Il protagonista della storia, Alfio Betiz, è un normale quarantenne che improvvisamente si accorge di avere una capacità singolare: a causa di “allucinazioni grafiche” riesce a “vedere” quello che dicono gli animali, le piante e gli oggetti inanimati; ai suoi occhi, questi dialoghi appaiono come infiniti sottotitoli, sospesi a mezz’aria in balloons gialli.
Molto presto, tutto ciò che solitamente fa da sfondo alle situazioni quotidiane s’impone come protagonista, attirando la totale attenzione di Alfio, che diviene di conseguenza sempre meno interessato ai rapporti umani e sempre più assuefatto al suo sguardo privilegiato su quello che è invisibile agli altri individui.

Il suo disturbo affascina anche una zelante psichiatra, Yvana Zedda, da sempre alla ricerca del caso clinico che possa fruttarle notorietà e prestigio. La dottoressa si innamora della patologia del proprio paziente, con cui instaura un rapporto morboso. Infatti, complice il fatto che Alfio si senta finalmente capito e apprezzato, i due si legano in una storia d’amore.
La dottoressa Zedda sembra però essere dedita più allo studio della sintomatologia di Alfio che alla persona in sé, tanto da spingere il poveretto a portarla all’estremo (Alfio finge di vedere parole anche dove non le vede) e da trascurare la cura del processo degenerativo che sta progressivamente portando l’amante-paziente alla cecità.

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Alfio, una volta scoperto  il  suo triste destino, tenta  una “scorpacciata di  vedute”: cerca di  interiorizzare il più  possibile ogni sensazione  visiva rimasta, in una  sorta di enciclopedia dei  tratti del visibile.
La cornice rappresentata dalla lezione universitaria, se da un lato fornisce al lettore la chiave interpretativa per comprendere il mondo di Alfio, dall’altro è uno degli elementi di un gioco di scatole cinesi collegato al personaggio di Yvana Zedda e, in senso più ampio, al mondo della psichiatria tout court.
Scarpa utilizza la personalità di Yvana, “innamorata” della malattia del suo paziente, come punto di partenza per prendersi gioco della deformazione professionale che hanno alcuni psicologi per la ricerca dei casi clinici più eccentrici e fuori dal comune.

Per la rappresentazione visiva della follia di Alfio Massimo Giacon utilizza il suo caratteristico stile pop, elaborato e colorato, muovendosi con maestria fra uccellini cinici e pessimisti che si scagliano contro il buonismo disneyano, palazzi e condomini che si scambiano pareri sulle abitudini dei propri inquilini, demoni della devastazione scambiati per souvenir, stelle che si riorganizzano in nuove costellazioni, semafori che litigano tra di loro.

I bianchi personaggi della storia ben si stagliano sui paesaggi dai toni sgargianti. Lo stile visivo cambia e si modula in base al racconto, le vignette non sono mai stilisticamente ridondanti, alcune tavole si avvicinano all’infografica: il ritmo della narrazione così non può che essere tanto bizzarro quanto quello dei pensieri dei personaggi che la popolano.

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Le conversazioni sceneggiate da Tiziano Scarpa sono coerenti con l’eterogeneità degli interlocutori e vertono sugli argomenti più diversi, dalla banale quotidianità a questioni più impegnative, anche in aperta polemica con l’evoluzione della società.4
Il disegno a fumetti è strumento e insieme soggetto della storia: scorrono in primo piano scenari urbani dai colori contrastanti e brillanti, in cui edifici parlanti prendono vita e compaiono vignette con personaggi allegorici e stilizzati, logorroiche etichette, stralci di lettere scritte a mano, citazioni di testi e immagini provenienti dalle fonti più disparate, il tutto presentato con originali layout  (si va dal Capitale di Marx al globo oculare usato dalla band “The Residents”, che rinvia ai due punti cardine della storia: il senso della Vista da un lato e il concetto psicoanalitico di Inconscio dall’altro).

Giacon ci offre una ricchezza grafica che impreziosisce i metalivelli della storia con immagini dal sapore talvolta metafisico, in cui i piani della realtà si mescolano e sovrappongono e traduce in disegni dettagliati e strutturati attraverso forti/energiche dominanti cromatiche la propensione di Alfio a porre l’attenzione sulle realtà meno conosciute.

La grafica e il brillante ritmo narrativo, che non trascura il colpo di scena finale e i “bonus” a chiosa del libro, collaborano a creare un immediato coinvolgimento del lettore.
Il volume, impreziosito dal formato orizzontale e da una rilegatura di qualità, offre allo stesso tempo stimoli visivi e spunti riflessivi che la coppia Scarpa/Giacon ha saputo orchestrare in modo originale, vivace ed efficace.

Abbiamo parlato di:
Il mondo così com’è
Massimo  Giacon, Tiziano Scarpa
Rizzoli Lizard, 2014
pp. 112, cartonato con cofanetto, colori – 16,00 €
ISBN: 978-8817075176

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L'articolo “Il mondo così com’è”: Giacon/Scarpa e un caso di ordinaria follia è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

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UDWFG, un’antologia della produzione fumettistica underground internazionale http://www.lospaziobianco.it/126332-udwfg-antologia-produzione-fumettistica-underground-internazionale http://www.lospaziobianco.it/126332-udwfg-antologia-produzione-fumettistica-underground-internazionale#comments Fri, 05 Sep 2014 06:00:15 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=126332 UDWFG, un’antologia della produzione fumettistica underground internazionale | di Angela Pansini
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“Prepare to lose your soul” è l’avvertimento che Michele Nitri, editore della rivista semestrale, lancia dalle pagine di UDWFG. L'antologia raccoglie cinque inquietanti storie, realizzate dai più influenti fumettisti della scena indipendente internazionale.

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UDWFG, un’antologia della produzione fumettistica underground internazionale | di Angela Pansini
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udwfg_coverUnder Dark Weird Fantasy Grounds è il titolo dell’antologia semestrale in lingua inglese, edita in Italia per iniziativa della Hollow Press di Michele Nitri. Il primo numero, uscito a marzo in tiratura limitata (solo 700 le copie acquistabili sul sito ufficiale), si impone con forza sulla scena editoriale con l’obiettivo di valorizzare l’aspetto più underground di generi quali il dark, il weird e il fantasy, e avvalendosi del contributo di cinque tra i migliori fumettisti del panorama indipendente internazionale: Mat Brinkman, Miguel Ángel Martín, Tetsunori Tawaraya, Ratigher e Paolo Massagli.

Il prologo di questo viaggio all’interno dei più remoti recessi di un inferno di immagini visionarie e disturbanti è affidato a Mat Brinkman, autore anche del logo della rivista. Nelle sei tavole del tutto prive di dialoghi di Cretin keep on creepin’ creek viene introdotta una storia il cui sviluppo è previsto in una seconda parte che sarà pubblicata nel prossimo numero, in uscita a fine settembre. All’interno di un buio scantinato in cui vigono misteriosi equilibri di forza, un gruppo di creature ibride si coalizza, attacca e induce alla fuga una sorta di braccio animato dalle fattezze mostruose.

Si volta pagina e al tratto pastoso di Brinkman si contrappone quello essenziale e spoglio di Miguel Ángel Martín, autore di The Emanation Machine, un racconto che ha diversi tratti in comune con Five Mantles di Ratigher, il penultimo presente nel volume. Entrambi si dipanano in un’ambientazione claustrofobica in cui i personaggi si muovono all’interno di uno scenario fantasy, che ricorda il dungeon di un tipico gioco di ruolo.
Nel racconto di Martín, alla propria morte una strana creatura lascia ai due protagonisti la chiave per l’Emanation Machine, una ‘subhuman fantasy’ che diviene il pretesto per declinare nelle sue accezioni più contorte le allusioni erotico-sessuali che sono al centro della produzione del fumettista spagnolo. Il lavoro di Ratigher, dalle chiare influenze manga, fa un massiccio uso dei testi e si propone come quella dalla struttura più complessa: i protagonisti, poiché privi di memoria, ignorano il perché della propria permanenza nell’oscurità, ma cercano una via d’uscita, avvalendosi dell’uso di metalli magici che li aiutano nel superamento degli ostacoli posti sul proprio cammino.

Tetsunori Tawaraya firma la terza storia, anch’essa muta, The High Bridge. Apparentemente ispirato dalle atmosfere da monster movie, l’autore raffigura con suggestiva potenza visiva gli scontri fra terrificanti creature in uno scenario marino, concentrando la sua attenzione e quella del lettore sul disegno delle figure, che si stagliano su sfondi quasi totalmente assenti. udwfg_tav1
A concludere l’antologia è Hell, di Paolo Massagli, il quale conferisce all’intera opera quella componente di sensualità assente nelle storie precedenti. Come Tawaraya, anche Massagli trascura gli sfondi a favore dei corpi, ma alle mostruose tentacolari forme ritratte dal giapponese di sostituiscono i dettagli del candido corpo di una giovane donna, morta in circostanze misteriose, la cui anima vaga alla ricerca di un cuore che le consenta di sfuggire alla dannazione infernale o forse di tornare alla vita.

Nel complesso, l’impostazione violenta e cinica dei racconti autoconclusivi punta a un effetto disturbante, piuttosto che ad affascinare il lettore. Questi, inoltre, può essere condizionato verso un giudizio superficiale dell’opera – curatissima sul piano grafico – a causa dell’uso massiccio di immagini a scapito dei dialoghi. Ogni dubbio in tal senso viene però fugato, poiché il limite imposto allo sviluppo delle trame consente non solo di focalizzarsi sui dettagli anche grafici delle storie, ma di scorgerne il potenziale narrativo a livello di sottotesti.

L’esperimento, per quanto complesso, può dirsi riuscito: UDWFG compone un inquietante mosaico di storie sulla falsariga di Zothique di Clark Ashton Smith, come ammesso dallo stesso Michele Nitri, che lascia una sensazione di sgomento, mistero e stupore, e in cui gli autori mostrano di condividere la medesima sensibilità, pur restando ciascuno fedele al proprio stile.

Abbiamo parlato di:
Under Dark Weird Fantasy Grounds ,# 1
Mat Brinkman, Miguel Ángel Martín, Tetsunori Tawaraya, Ratigher, Paolo Massagli
Hollow Press, marzo 2014
96 pagine, brossurato, bianco e nero – 18,00 €

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Pietro Scarnera: la vita del tranquillo dott. Primo Levi, scrittore http://www.lospaziobianco.it/126667-pietro-scarnera-vita-tranquillo-dott-levi-scrittore http://www.lospaziobianco.it/126667-pietro-scarnera-vita-tranquillo-dott-levi-scrittore#comments Thu, 04 Sep 2014 06:00:26 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=126667 Pietro Scarnera: la vita del tranquillo dott. Primo Levi, scrittore | di Simone Rastelli
Lo Spazio Bianco

Pietro Scarnera racconta la vita di Primo Levi: il suo desiderio di narrare, l'amore per il racconto. Una biografia che sceglie toni sobri e racconta anche il trasformarsi dell'Italia e il lavoro di ricerca di Scarnera stesso.

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Pietro Scarnera: la vita del tranquillo dott. Primo Levi, scrittore | di Simone Rastelli
Lo Spazio Bianco

pslevi_ritrattoUna biografia non è tanto il racconto della vita di un individuo quanto la sua ricostruzione: è il risultato di una modellazione o, se si preferisce, della proiezione di una personalità complessa, molteplice, contraddittoria (leggi “reale”) su una figura che sia intelleggibile, comprensibile.
Questa operazione mette in evidenza alcuni aspetti a scapito di altri, in base a un progetto che il biografo definisce all’inizio ma certo rielabora in corso d’opera.

pslevi_disegnare_lagerNel caso della biografia di Primo Levi, a entrare in gioco sono i ruoli di testimone della Shoah e di scrittore tout-court, che fanno riferimento a due mondi che Pietro Scarnera rappresenta con stili a contrasto: figure umanoidi abbozzate con linee quasi al carboncino, dense e scure, che si rifanno ai dipinti di Zoran Music, per le immagini dei campi di sterminio, in contrapposizione alle linee sottili, ai bianchi e ai colori lievi usati per le altre scene (leggi su questo punto il blog di Scarnera).
In quello che definisce “ritratto sentimentale”, Scarnera cerca di districare questi due fili, per metterne in evidenza le relazioni, in particolare il modo con cui quelle esperienze si sono reciprocamente influenzate. Soprattutto (ecco il progetto di partenza), intende evitare lo schiacciamento di Levi sul suo rapporto con la Shoah, cioè sul suo esserne testimone e sopravvissuto, e sottolineare come la sua produzione ne dimostri il talento di scrittore e l’amore per il raccontare.
In queste pagine, quindi, grande risalto è dato al percorso che ha fatto sì che Levi acquisisse non solo la consapevolezza, ma anche l’orgoglio per le sue capacità di narratore.

pslevi_15Una conquista faticosa dal punto di vista sia professionale (di fatto Levi può permettersi di diventare scrittore professionista e lasciare il lavoro in azienda molto tardi) sia morale, al punto che Levi dedicherà moltissime energie all’impegno in difesa della memoria della Shoah, pur dichiarando nei suoi scritti un profondo pessimismo.

Ma, oltre alla figura dello scrittore torinese, dal racconto di Pietro Scarnera emergono altre due tracce, ciascuna dotata di un proprio particolare fascino.
La prima è quella che segue il lavoro di ricerca e scrittura che ha portato al volume stesso, interessante non solo perché mostra lo sviluppo del confronto fra l’aspirante biografo e il suo oggetto di studio, ma anche perché l’autore la sfrutta come veicolo di una voce narrante che accompagni il racconto biografico vero e proprio senza essere, letteralmente, didascalica.
La seconda traccia è nelle viste dell’evoluzione urbana del territorio in cui Levi si muoveva, che, con le sue trasformazioni, rimanda a quelle sociali ed economiche locali e nazionali. Visioni che scaturiscono sia dagli episodi biografici sia dalle esplorazioni dell’autore e che offrono immediata evidenza della disgregazione delle tracce del passato.


Trasformazione, evoluzione, anche nella prospettiva di sopravvivenza del più adatto (il “salvato”, contrapposto al “sommerso”), sono quindi i caratteri dominanti del percorso di Primo Levi, che Scarnera mette in evidenza con grande sensibilità, rimanendo sempre ancorato agli scritti, ai documenti e al territorio del personaggio raccontato.

Abbiamo parlato di:
Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi
Pietro Scarnera
Comma 22, 2014
236 pagine, brossurato, bicromia – 14,00 €
ISBN: 9788865030998

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I “Cuori Solitari” di Pedrosa: una ricetta per non arrendersi http://www.lospaziobianco.it/125147-i-cuori-solitari-di-pedrosa-una-ricetta-per-non-arrendersi http://www.lospaziobianco.it/125147-i-cuori-solitari-di-pedrosa-una-ricetta-per-non-arrendersi#comments Tue, 02 Sep 2014 06:00:28 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125147 I “Cuori Solitari” di Pedrosa: una ricetta per non arrendersi | di Claudia Grieco
Lo Spazio Bianco

Una crociera di “cuori solitari” è la scelta coraggiosa che permette a Jean Paul di trovare un modo per ricominciare. Cyril Pedrosa in un fumetto che precede le tematiche del suo capolavoro, "Portugal".

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I “Cuori Solitari” di Pedrosa: una ricetta per non arrendersi | di Claudia Grieco
Lo Spazio Bianco

PREVIEW_CUORI-SOLITARI_Page_01Jean Paul disegna giocattoli di legno nella ditta di famiglia. È la vigilia di un importante anniversario: la commemorazione della morte di suo padre, fondatore dell’azienda, e per l’occasione fervono i preparativi. Jean Paul è stato incaricato dalla madre di scrivere un discorso e rilasciare un’intervista e i suoi colleghi si aspettano che giochi come undicesimo alla partita di calcio. Nonostante le continue insistenze materne, Jean Paul non è molto partecipe del clima collettivo e accetta quello che gli viene imposto passivamente.
Il giorno dell’anniversario, il timido, solitario Jean Paul scompare, si sottrae ai doveri impostigli da una madre oppressiva e accentratrice decidendo così di cercare un’alternativa ad un’esistenza in cui il suo spazio è uguale a se stesso da troppo tempo.
Una rocambolesca crociera per “cuori solitari” alla ricerca dell’anima gemella diventa allora un modo coraggioso per fare i conti con il proprio io, mettersi di nuovo in gioco e trovare la forza per ricominciare.

img008Il tratto inconfondibile di Cyril Pedrosa ce lo racconta in modo sintetico e rapido, mescolando i colori in tavole costruite attraverso animazioni dinamiche e vorticose laddove vengono rappresentati i pensieri, i sogni, le trasgressioni del protagonista. Ecco che alla luce fredda e invernale della realtà parigina, fatta di atmosfere ben delineate dai toni bianchi e azzurri, si contrappongono scene d’immaginarie passioni, avvolte da contorni sinuosi e illuminate da rossi accesi.

I dialoghi sono essenziali e ridotti al minimo, ma quello che conta sono i silenzi, che danno modo di intuire il pensiero e il tormento del protagonista. Pedrosa immerge il lettore in una sorta di atmosfera di latente infelicità che coinvolge nella solitudine del personaggio e nel vago sentore di libertà delle notti in cui, sporgendosi dal ponte della nave da crociera, Jean Paul respira il profumo del mare e del vento, teso ad assorbire i ricordi, le nostalgie e le disperazioni altrui.

img014Cuori solitari di Pedrosa è un lavoro del 2006, ma è stato pubblicato di recente, per la prima volta in edizione italiana, da Bao Publishing, con una nuova copertina disegnata dall’autore per l’occasione. È una storia dolce e malinconica, costruita sulla ricerca esistenziale di Jean Paul che si sviluppa attraverso sogni di amori negati, piccole ebbrezze e rotture con la tranquilla ma non per questo appagante quotidianità.

Questa ricerca sembra a tutti gli effetti la premessa per l’opera più famosa dell’autore, il successivo Portugal (2012), dove il protagonista, Simon, alle prese anche lui con una profonda crisi personale, condivide con Jean Paul  il rifiuto totale della realtà in cui è immerso, che non riconosce più, e da qui la decisione di partire per affrontare questo disagio. Simon afferma:

Io parto e non do più mie notizie. Non lo so perché. È più forte di me.

Se Jean Paul, nascosto com’è nella sua interiorità, si limita ad allontanarsi improvvisamente e inaspettatamente dalla sua routine, Simon compie ancora un passo ulteriore, intraprendendo un viaggio di riscoperta delle proprie origini, che riesce a scuoterlo dal torpore di cui è prigioniero.
La narrazione di Pedrosa affronta così le difficoltà dell’esistenza, della solitudine e della depressione, ma sempre con brillante ironia. L’autore non cerca toni drammatici ma focalizza l’attenzione sul personaggio seguendone il peregrinare alla ricerca di una nuova dimensione.

Un cammino, a tratti anche grottesco, ma sempre delicato, in cui si insiste sul concetto di credere in una seconda possibilità e, di conseguenza, sull’importanza di concedersi il modo, il tempo e lo spazio per trovarla.

Abbiamo parlato di:
Cuori solitari
Cyril Pedrosa
Bao publishing, 2014
56 pagine, cartonato, colori, € 13,00
ISBN: 978-88-6543-214-3

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Dylan Dog #335 Il calvario: quando l’incubo è insuperabile http://www.lospaziobianco.it/126530-dylan-dog-335-calvario-lincubo-insuperabile http://www.lospaziobianco.it/126530-dylan-dog-335-calvario-lincubo-insuperabile#comments Fri, 29 Aug 2014 06:00:58 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=126530 Dylan Dog #335 Il calvario: quando l’incubo è insuperabile | di Simone Cilli
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Dylan ha un figlio a cui dedicare ormai interamente la sua esistenza, ma dovrà fare i conti con le sue ignote origini e la sua malattia sconosciuta. Un incubo struggente di 93 pagine, che sembra durare una vita.

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Dylan Dog #335 Il calvario: quando l’incubo è insuperabile | di Simone Cilli
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Senza titolo-2Johnny conduce una vita tranquilla: fra giornate di scuola e l’affetto di suo padre Dylan e dello stravagante zio Groucho, sino al giorno buio in cui si ammala improvvisamente e nessun medico è in grado di trovare una soluzione alla sua situazione clinica. Il nostro indagatore si trova ad investigare sulla sconosciuta malattia che affligge il ragazzo, ed al suo inspiegabile legame con la scomparsa di un altro ragazzino di nome Tommy, in tutto e per tutto identico a Johnny.
La trama si snoda mostrando al lettore un “what if”, cosa sarebbe accaduto se Dylan avesse avuto realmente un figlio: ed è da questo punto che incomincia il Calvario dei due protagonisti.

La storia di questo mese riguarda il legame profondo fra un genitore e un figlio, costretti a fronteggiare un ostacolo di fronte a cui sono impotenti.
Si analizza attraverso la malattia anche il rapporto fra Vita e Morte, presentate come due facce della stessa medaglia in cui la concezione comune è tuttavia capovolta: è la vita ad essere più spietata della sua gemella, trattenendo gli uomini in luoghi di dolore e tormentandoli senza tregua.

Nonostante le evidenti contaminazioni da titoli come Mater Morbi, Giovanni Gualdoni riesce a confezionare una storia di rilevante interesse, fra le migliori da molto tempo.
Questo albo pare abituare gradualmente il lettore alla rivoluzione imminente della testata: osserviamo Dylan addirittura frequentare un fast-food assieme a suo figlio, segno che anche l’Indagatore dell’incubo deve fare i conti con l’avanzare dei tempi, abbandonando l’idea di un anacronistico vivere nel passato.
La narrazione si dipana attraverso il climax ascendente di un susseguirsi di tensioni, in cui si guarda alla malattia come a uno dei tanti incubi affrontati dal nostro indagatore, ma che si differenzia tuttavia dagli altri per la sua natura equivoca e traditrice: sovrastandolo come un etereo spettro, senza mostrarsi, insinuandosi in maniera subdola e palesandosi all’improvviso sotto forme paurosamente reali quando è ormai troppo tardi per reagire. Essa è indubbiamente il peggiore di tutti i fantasmi.

Senza titolo-4La descrizione della labirintica realtà ospedaliera è una tematica trattata anche nella produzione di Dino Buzzati, in particolare nel suo Sette Piani, in cui l’avvocato Giuseppe Corte percorre in maniera estremamente problematica le tappe della sua malattia, con una catabasi attraverso i sette piani dell’ospedale, fra l’indifferenza degli infermieri e la totale incapacità di accettare la propria condizione di salute.
Tale incapacità è derivante, in realtà, da un vero e proprio meccanismo di difesa per preservarsi dalla dura realtà: in molti reagiscono ad essa evitando di guardarla, mentre altri si gettano a capofitto nella fede come ultima speranza.
Nulla di tutto ciò riguarda invece il comportamento di Dylan, raffigurato in una scena dissacrante in cui, preso dalla disperazione, corre in chiesa e sembra fissare un crocefisso, per poi inginocchiarsi di fronte alla statua della Morte; un’indifferenza verso il divino che non è di poco conto.

La copertina di questo mese, in cui sono abbandonati i retini pop che avevano contraddistinto le precedenti, e dove Dylan ricopre, forse per la prima volta, un ruolo meramente marginale, è ispirata al romanzo La strada di Cormac McCarthy.
Risultato molto positivo anche per Paolo Martinello alla sua prima prova in bianco e nero sulla testata. Il suo stile graffiante, che ricorda quello di un disegno a carboncino, si adatta fortemente ai toni della serie, ricostruendo ambientazioni lugubri, oscure e opprimenti che lasciano il lettore spaesato; unica pecca le anatomie che alle volte perdono di fedeltà.
Molto interessante l’omaggio alle opere di Maurizio Cattelan raffiguranti gli studenti come entità prive di vita e inchiodate letteralmente con le mani ai banchi.

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Da segnalare alcune sbavature, come la fine dell’ennesima fidanzata di Dylan; le donne della serie sono ormai ridotte a macchiette destinate a una sorte sin troppo prevedibile, ed irrilevanti a livello di trama.
Ultima nota stonata, la scena splatter inserita in coda all’albo che, nonostante sia comunque coerente col resto della storia, risulta davvero fuori luogo, e pare comparire come fosse un must, compromettendo in parte il mood generale del racconto a causa della sua incompatibilità con esso.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #335 – Il calvario
Giovanni Gualdoni, Paolo Martinello
Sergio Bonelli Editore, luglio 2014
98 pagine, brossurato, b/n – € 3,20
ISBN: 977112158000940335

 

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Fish di Bianca Bagnarelli, l’esordio di uno dei più promettenti talenti italiani http://www.lospaziobianco.it/125829-fish-bianca-bagnarelli-lesordio-piu-promettenti-talenti-italiani http://www.lospaziobianco.it/125829-fish-bianca-bagnarelli-lesordio-piu-promettenti-talenti-italiani#comments Thu, 28 Aug 2014 06:00:48 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125829 Fish di Bianca Bagnarelli, l’esordio di uno dei più promettenti talenti italiani | di Antonio Furno
Lo Spazio Bianco

Bianca Bagnarelli, giovane artista milanese, pubblica per la Nobrow di Londra il suo primo lavoro da sola, una breve e intensa storia di dolore e crescita.

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Fish di Bianca Bagnarelli, l’esordio di uno dei più promettenti talenti italiani | di Antonio Furno
Lo Spazio Bianco

fish 1Bianca Bagnarelli è uno dei talenti più promettenti che il fumetto italiano abbia prodotto negli ultimi anni. Nel 2010 insieme a Lorenzo Ghetti, Mauro Nanfitò, Ugo Schiesaro e Andrea Settimo fonda la Delebile Edizioni, una piccola casa editrice che pubblica racconti brevi di autori italiani e internazionali. Le opere della Delebile si fanno subito notare per la loro originalità e per il respiro internazionale delle sue raccolte, insomma aria fresca che da tempo non si respirava in Italia.

Bianca Bagnarelli negli anni ha pubblicato per le principali riviste internazionali di fumetti: Kuš!, Ampel Magazine e infine, quest’anno, sul numero 8 di Nobrow con una storia dal titolo Say hi for me. Proprio grazie a questa storia entra in contatto conla Nobrow Press, casa editrice inglese che produce, tra le altre cose, gli albi Hilda di Luke Pearson. Ed è così che nasce il primo volume solista della Bagnarelli, Fish.

L’albo è stato da poco pubblicato all’interno della collana 17×23 che, come spiega l’editore, è un nuovo progetto di brevi “graphic story” per aiutare i giovani e talentuosi grapich novelist. Poche pagine, carta pregiata, stampa raffinata e la solita cura dei dettagli che ha fatto della Nobrow una delle più importanti realtà del panorama del fumetto d’autore europeo.

La storia di Fish ha come protagonista Milo, un giovane ragazzo tormentato da un lutto recente. Milo vive con i nonni in una località di mare ed è qui che affronterà i suoi dubbi e le sue paure.

Bagnarelli, come nei suoi lavori precedenti, ci racconta piccoli episodi, dettagli di un mondo ben più complesso. Come nel fumetto, in cui è il lettore che deve colmare il vuoto tra una vignetta e l’altra, così sono anche le storie di questa autrice. Piccoli estratti di vita che ci danno i dettagli e spunti necessari per permetterci di immaginare il mondo e le storie che vivono in questi racconti.

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Tutto questo è poi realizzato con una incredibile padronanza del mezzo, con disegni colori eleganti ed evocativi.In Fish ci sono delle tavole in cui la rappresentazione grafica dell’estate è perfetta, con il sole che filtra attraverso le foglie degli alberi e l’acqua fresca di un fiume che bagna i piedi ai personaggi. Milo e la sua famiglia recitano con discrezione le loro parti, il disegno si sofferma sui piccoli gesti che rendono uniche le relazioni familiari: un pranzo in famiglia, uno sguardo preoccupato, un abbraccio.

Ma la maestria di questa giovane autrice non si ferma a questi dettagli, ci sono anche le tavole nel loro complesso. Pagine quasi sempre perfettamente bilanciate, controllate e usate in modo consapevole, creando giochi tra le vignette, simmetrie e rimandi che rendono la lettura una continua e piacevole scoperta.

Una cosa che mi capita spesso con le storie brevi di Bianca Bagnarelli è terminare la lettura, chiudere l’albo, e restare con un profondo senso di commozione. Mi era già successo con Say hi for me e si è ripetuto con Fish. Molto è dovuto alla qualità della storia tutta, ma penso che quel particolare sentimento alla chiusura dell’albo sia merito soprattutto dei finali, di come l’autrice riesca a condensare nelle ultime battute di questi brevi racconti, il senso e la sostanza di tutto il suo mondo. Un buon finale è merce rara, solo i grandi autori riescono a mantenere le premesse e le promesse di un racconto, e sono davvero in pochi quelli che riescono a rendere unico una storia breve grazie ad un finale poetico e commovente.

Abbiamo parlato di:
Fish
Bianca Bagnarelli
Nobrow Press, 2014
24 pagine, spillato, colori – 9,00 €
ISBN:978-1907704871

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I grandi Imperi e le guerre interiori di Nate Powell http://www.lospaziobianco.it/123398-grandi-imperi-guerre-interiori-nate-powell http://www.lospaziobianco.it/123398-grandi-imperi-guerre-interiori-nate-powell#comments Tue, 26 Aug 2014 13:30:47 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=123398 I grandi Imperi e le guerre interiori di Nate Powell | di Pierpaolo Dinapoli
Lo Spazio Bianco

Imperi, la toccante opera di Nate Powell, narra della violenza che ognuno ha dentro di sé e della libertà che l'esser grandi ci dona.

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I grandi Imperi e le guerre interiori di Nate Powell | di Pierpaolo Dinapoli
Lo Spazio Bianco

28196340_panini-9l-presenta-imperi-la-nuova-toccante-graphic-novel-di-nate-powell-1Chi, da piccolo, non ha giocato “alla guerra”? Immaginato e creato mondi fantastici nei quali essere un eroe o perlustrato le campagne e i boschi che circondano le nostre città? Chi non ha immaginato passaggi segreti che conducessero in altre parti del mondo?
Poi questi giochi finiscono, non si sa neanche bene come o quando, ma finiscono. E si cresce, si inizia a guardare il mondo in maniera più disillusa, più tormentata.

E’ questa l’idea che c’è dietro Imperi di Nate Powell, fumettista americano di cui Panini Comics pubblica finalmente quest’opera, nella sua linea 9L.
Tre ragazzi, Lee, Purdy e Sarah, vivono la loro infanzia scambiandosi momenti di vita comune, per caso, per il solo motivo di esser nati nello stesso posto sperduto di una periferia americana, nonostante rivelino attitudini diverse, per certi versi opposte. Avvicinatisi in seguito a dei misteriosi ritrovamenti di tartarughe con il guscio spaccato, ben presto la vita li separa in vari modi, anche forzatamente, fino a che non si rincontrano da adulti, mentre cercano in vari modi il loro posto nella “vita che conta”.

Imperi è un romanzo di formazione?
Sì, assolutamente sì.
Ma non solo. E’ anche fantasy, senza contenere personaggi quali elfi e streghe, ma semplicemente ragazzi appassionati di animali o di G.I. Joe.

La trama, apparentemente semplice, viene intrecciata e mescolata a tal punto da renderla interessante, ma a tratti macchinosa, involuta. Powell gioca sui paradossi temporali, mischiando abilmente, senza soluzione di continuità, presente, flashback e flashforward. E se non bastasse, accavalla il piano reale a quello del sogno, delle aspettative, delle possibilità – da cui appunto l’essere un “piccolo” fantasy del libro-. Ne viene fuori un affresco complesso e complicato, nel quale è il lettore a dover trovare il bandolo della matassa, a dover capire dove inizia un piano e ne finisce un altro, quando ci si trova di fronte ad un what if o invece alla conseguenza di un evento reale.
È forse questa l’ennesima idea geniale di Nate Powell, in un fumetto che affronta il tema della crescita ponendo l’accento sulla libertà individuale. Il lettore è così chiamato a scegliere quale, tra i molteplici, sia il vero Purdy, così come il Purdy del fumetto – oramai mutilato da una guerra apparentemente senza senso – è chiamato ad avvalersi della libertà di scegliere se rimanere un soldato o no. Se accettare passivamente ciò che è o cambiare, magari accettando le conseguenze di quello che è diventato.
Ed è sempre mediante la libertà che Sarah e Lee riescono ad andare al di là del rapporto infantile che avevano da bambini – che si limitava all’avventura, per una, e alla salvaguardia degli animali per l’altro – o a superare, in una struggente scena finale, gli anni dell’integrità e dell’idealismo. 29906464_imperi-0

E’ anche un fumetto che squarcia un velo e porta alla luce la violenza che ognuno ha dentro di sé. Un hobbsiano “homo homini lupo”, che Powell, in maniera assolutamente cinica, fa discendere direttamente dai primi anni della nostra vita, quasi come una innata predestinazione. Ecco che quindi rompere i gusci delle povere tartarughe, rappresenta una manifestazione di virilità non richiesta, contraltare infantile di quella che sarà la guerra che viene narrata quando i protagonisti sono cresciuti. Reale o no che sia.
E questo è incarnato sia in Lee – che da piccolo sembra vivere in un costante gioco di ruolo dove tutto è in qualche modo collegato alla guerra – sia sopratutto in Purdy, che ne rappresenta la declinazione più efferata e opportunista, tanto da apparirci mutato finanche fisicamente. E’ evidente che, secondo l’autore, la violenza induce una schiavitù che si contrappone alla libertà precedentemente esposta. E’ anzi una costrizione che rende succubi, sia di se stessi sia dei comportamenti degli altri.

Imperi è un fumetto potente. Lo è nell’approccio, nei dialoghi – asciutti e radi – e sopratutto nel disegno, dove emerge tutta la qualità della narrazione di Nate Powell, fatta di layout interessanti e piuttosto originali, nei quali il bianco e nero dei disegni si staglia nella pagina ora bianca ora nera – lavorando quindi sia per aggiunzione che per sottrazione – e di uno storytelling efficace, ma non impeccabile, nel quale le immagini sono il vero collante tra i salti temporali.
Mirabile il tratto, sporco e non sempre definito, al quale Powell affida, mediante ottime espressioni e grande senso di dinamismo, parte della caratterizzazione stessa dei personaggi.

Probabilmente una migliore gestione dei tempi e del loro avvicendarsi avrebbe reso la lettura di questo fumetto meno ardua di quello che è, ma questo non inficia né il ritmo della lettura né l’attenzione del lettore. Alcune scene (penso in particolare alla fucilazione iniziale e al finale) richiedono più letture approfondite per essere colte appieno, ma questo rende questo fumetto ancora più prezioso. Non perfetto, ma assolutamente mirabile.

Nella sua atipicità, Imperi rappresenta un’altra perla nel catalogo Top Shelf e nella linea Panini 9L, che costantemente si arricchisce di ottimi fumetti, che ora per una ragione ora per un’altra sono rimasti troppo a lungo inediti nel nostro paese.

Abbiamo parlato di:
Imperi
Nate Powell
Panini 9L – Marzo 2014
304 pagine, cartonato, bianco e nero – 22 €
ISBN: 9788891200266

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The Unwritten #8: Carey, Gross e la verità dietro le storie http://www.lospaziobianco.it/124584-the-unwritten-8-carey-gross-verita-dietro-storie http://www.lospaziobianco.it/124584-the-unwritten-8-carey-gross-verita-dietro-storie#comments Tue, 26 Aug 2014 06:00:21 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=124584 The Unwritten #8: Carey, Gross e la verità dietro le storie | di Vittorio Rainone
Lo Spazio Bianco

Tom Taylor finisce nel regno dei morti per salvare Lizzie Hexam. Ma l’Ade è solo l’ultima tappa prima di andare fino in fondo e scoprire la chiave che fa girare l’universo narrativo. Il nuovo volume di "The Unwritten" di Mike Carey.

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The Unwritten #8: Carey, Gross e la verità dietro le storie | di Vittorio Rainone
Lo Spazio Bianco

unwritten_8_coverIl Fables di Bill Willingham, nel 2002, partì dall’ipotesi che le fiabe derivassero da una realtà alternativa connessa al nostro mondo, per proporre una divertente mitologia basata sull’attualizzazione di personaggi immaginari. Quando nel 2009 Mike Carey e Peter Gross hanno dato il via a The Unwritten, l’impressione è stata di una comunanza di ispirazione con il lavoro di Willingham: la trama pareva puntare all’idea che Tom Taylor, il protagonista, fosse il mago di un fantasy catapultato sulla Terra degli anni 2000.
Ma il duo responsabile di Lucifer aveva in mente tutt’altro, e The Unwritten è cresciuto fino a diventare una meditazione ben più profonda sulle conseguenze dell’immaginazione, con interessanti ribaltamenti concettuali fra ciò che normalmente riterremmo reale e ciò che di solito releghiamo al dominio della fiction. Si potrebbe citare la disillusa meditazione che fa Richie Savoy, il vampiro alleato di Tom, a proposito del genere umano:

La verità non è il loro habitat naturale. È un mondo freddo, duro e cattivo, in cui puoi morire in un istante per sputtanamento mediatico. Storie. È nelle storie che viviamo.

I racconti, sotto certe condizioni, prendono consistenza, secondo un meccanismo di retroazione per cui ciò che è narrato diviene più solido e definitivo di ciò che è.

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La cifra peculiare delle avventure di Tom Taylor è proprio nell’equilibrio fra dinamiche di trama e giochi con gli elementi della trama stessa: l’universo narrativo parte con l’essere contesto, per tramutarsi in strumento, man mano che il protagonista diviene più conscio delle sue regole interne. Per dirla in termini teatrali, è una costante e progressiva rottura della quarta parete, operata mantenendosi sempre e saldamente all’interno della rappresentazione.
Due esempi in questo ottavo volume: per raggiungere la sua Lizzie Hexam, finita nel regno dei morti, Tommy è costretto a entrare in una storia adiacente all’Ade. Ci riesce leggendo un opportuno racconto in un luogo favorevole al passaggio: si immerge nella narrazione, potremmo dire. E per riportare la propria amata al nostro mondo sfrutta le caratteristiche dello scenario in cui si trova: utilizza, ovvero rappresenta il mito di Orfeo per crearsi una via di fuga.

Quello che più colpisce del lavoro di Mike Carey è la lucidità che sorregge il viaggio di Taylor: si è partiti da regole di base poco definite, e ogni nuovo tassello aggiunto al puzzle, pur definendo sempre meglio la logica del gioco, non ha mai chiarito per intero il contesto, ma non ha mai nemmeno dato l’impressione di navigare alla cieca.
Lo stato di salute della serie trova conferma nella tridimensionalità delle comparse e nei due comprimari già presenti nel volume precedente, una sempre più diretta Didge Patterson e l’irascibile “coniglio” Pauly Bruckner, che sanno prendersi i loro spazi e tengono la scena quasi più dei protagonisti. Si aggiunga il bell’horror a tinte noir che fa da intermezzo, tutt’altro che fine a se stesso, alla trama principale.

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Luci e ombre per i disegni di Peter Gross.
La buona disposizione delle vignette, che sottolineano bene i momenti della storia, non nasconde la povertà di dettagli, specie per gli sfondi, mentre i personaggi, in particolar modo quelli antropomorfi, risentono di una certa legnosità, quasi a voler sottintendere il loro ruolo di burattini della narrazione. L’effetto finale è un incrocio fra Steve Dillon e Jeff Lemire, non spiacevole, ma nemmeno memorabile. Efficace l’apporto di Dean Ormston, alle rifiniture per la parentesi dedicata agli zombie: le linee si ammorbidiscono e diventano più spesse, rendendo con buona sintesi la putrefazione dei morti viventi raccontati, e aggiungendo quindi valore all’impostazione di Gross.

Orfeo agli inferi conferma The Unwritten come uno dei migliori prodotti Vertigo degli ultimi anni, con un ritmo che si mantiene alto dalla prima all’ultima pagina. E a proposito della splash page conclusiva: è uno dei colpi di scena più gustosi che sia dato ricordare, da molto tempo a questa parte.

Abbiamo parlato di:
The Unwritten 8 – Orfeo agli inferi
Mike Carey, Peter Gross, Dean Ormston
Traduzione di Susanna Raule
RW Lion, luglio 2014
brossurato, 180 pagine, colore – 14,95 €
ISBN: 9788868733445

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“Il muretto” di Fraipont e Bailly: una dura adolescenza nel Belgio degli anni ’80 http://www.lospaziobianco.it/124682-muretto-fraipont-bailly-dura-adolescenza-belgio-anni-80 http://www.lospaziobianco.it/124682-muretto-fraipont-bailly-dura-adolescenza-belgio-anni-80#comments Mon, 25 Aug 2014 06:00:11 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=124682 “Il muretto” di Fraipont e Bailly: una dura adolescenza nel Belgio degli anni ’80 | di Marco Pacella
Lo Spazio Bianco

La giovane e introversa Rose si prepara ad affrontare l’adolescenza fra musica punk e nuove esperienze di vita. Sullo sfondo una cittadina belga nella seconda metà degli anni ’80, restituita dal tratto rapido e le forme sbozzate di Pierre Bailly.

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“Il muretto” di Fraipont e Bailly: una dura adolescenza nel Belgio degli anni ’80 | di Marco Pacella
Lo Spazio Bianco

Ora so che tutto è fragile. D’altra parte è l’unica certezza che ho. E comincio a non sopportare più le persone che si sforzano di essere ragionevoli.

Il muretto copertinaQuella di Rose, giovane protagonista de Il muretto di Céline Fraipont e Pierre Bailly (Eris Edizioni, 2014), è la difficile storia di un percorso di crescita e autoconsapevolezza fra infanzia ed età adulta, vissuto in una cittadina belga nella seconda metà degli anni Ottanta.

Rose e Nath’ sono due coetanee che trascorrono insieme, fin da piccole, molto del loro tempo libero. Fra i luoghi di ritrovo, oltre al divano di casa, c’è un lungo muro in mattoni che delimita fra gli alberi un campo di basket in quella che sembra essere la periferia della città.
Rose è una ragazza chiusa e introversa, il padre è spesso in viaggio per lavoro e la madre è fuggita a Dubai con un altro uomo. Anche la complicità instaurata con Nath’ si sfalda presto, non resistendo alla distanza crescente, familiare e caratteriale, che divide le due ragazzine. Così Rose si trova sola ad affrontare il mondo fuori e l’intimità del suo corpo in rapida trasformazione.
Ad accompagnare la sua adolescenza c’è però un significativo e crescente avvicinamento alla musica. Le atmosfere oscure dei The Cure, il punk fulminante dei Ramones o quello sgangherato e diretto dei Bérurier Noir sono solo alcuni degli input che la protagonista inizia ad apprendere attraverso la sua amicizia con Jo, un ragazzo un po’ più grande di lei, conosciuto su quello stesso muretto frequentato in passato con Nath’, prima che le loro strade si dividessero.

il muretto 1Dal punto di vista tematico, dunque, “Il muretto” si colloca in una strada battuta spesso nei molteplici linguaggi espressivi, dalla letteratura al cinema. Il percorso di Rose fra dolore, insofferenza e apatia la trascina in una spirale – forse fin troppo prevedibile – in cui il ricorso all’alcool e alle droghe appare come l’unica soluzione, momentanea e illusoria, al malessere che la rode dentro.
Punto di forza in questa vicenda per certi aspetti abbastanza meccanica, però, è la consapevole scelta di ambientare la storia in un preciso decennio – gli anni Ottanta, appunto – cercando di mettere a frutto quegli stimoli culturali con cui la generazione della piccola protagonista è venuta in contatto. In questo senso i riferimenti musicali delineano uno scenario convincente per le vicende narrate, arricchendo i contrasti netti delle chine di Pierre Bailly di tonalità emotive adeguate alle paure e alle insicurezze vissute da Rose.

Volti, oggetti, profili, fuoriescono sbozzati e sghembi da vaste campiture nere. L’assenza di tonalità intermedie e di chiaroscuri rimarca quella divisione netta tra bianco e nero, bene e male, attraverso cui gli occhi di un adolescente tentano di filtrare il mondo. Una natura spesso solo accennata da rapidi e sottili colpi di pennello si insinua fra i corpi e le azioni dei personaggi, mentre bastano pochi profili bianchi di mobili, sedie e finestre per rendere efficacemente la vastità di quella casa troppo vuota, troppo grande per accogliere la solitudine di un’adolescente.
il muretto 2La totale incapacità di Rose nell’incastrare fra loro i pezzi del tetris nel videogioco del bar, quel puntuale “Game Over” al termine di ogni partita, diventa allora metafora esplicita del senso di inettitudine con cui lei affronta il rapido crollo dei suoi rapporti familiari, scolastici e affettivi.

Narrare il complesso passaggio dall’infanzia all’età adulta, riuscire a cucire assieme le molteplici difficoltà ed esperienze dell’adolescenza, svincolandosi da stereotipi e banalizzazioni, non è mai facile. Fraipont e Bailly tentano di aggirare l’ostacolo calandosi pienamente nel vissuto dei personaggi. Si intuisce dunque che il loro sguardo non è esterno alla vicenda, non si colloca sulla posizione sicura di chi quella fase della vita l’ha già vissuta e superata, vestendo ora i panni del giudice che si fa forte della propria maturità acquisita negli anni. A questo forse contribuisce di nuovo la collocazione storica della vicenda, calibrata all’altezza cronologica dell’adolescenza dei due autori e quindi rimodellata probabilmente su esperienze più o meno personali.

Privo di orpelli narrativi e grafici, “Il muretto” è quindi un fumetto incisivo, diretto. Un ulteriore tassello che, come si diceva, va a collocarsi nel già corposo filone narrativo che si interroga sulle difficoltà dell’adolescenza. Ma questo tassello – pur difettando di originalità in alcune scelte narrative – a differenza dei pezzi del tetris di Rose tenta comunque di evocare nuove prospettive, nuovi punti di vista, oltre l’inevitabile “Game Over” finale.

Abbiamo parlato di:
Il muretto
Céline Fraipont, Pierre Bailly
Eris Edizioni, 2014
192 pagine, brossurato, b/n – 17,00 €
ISBN 9788898644056

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Wolfskin di Warren Ellis: un viaggio fantasy tra politica e religione http://www.lospaziobianco.it/124010-wolfskin-warren-ellis-viaggio-fantasy-politica-religione http://www.lospaziobianco.it/124010-wolfskin-warren-ellis-viaggio-fantasy-politica-religione#comments Fri, 22 Aug 2014 06:00:52 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=124010 Wolfskin di Warren Ellis: un viaggio fantasy tra politica e religione | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

Wolfskin, lo splatter heroic fantasy ideato da Warren Ellis, viaggia tra i doppi binari della critica sociale, quasi anarchica, e della critica religiosa, che concorrono a impedire al genere umano di sviluppare il proprio potenziale.

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Wolfskin di Warren Ellis: un viaggio fantasy tra politica e religione | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

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In poche parole possiamo definire Wolfskin, progetto fumettistico ideato dal britannico Warren Ellis, come uno splatter heroic fantasy: il protagonista, un abitante delle terre del Nord, vive durante l’era della Pangea (ambientazione non molto differente da quella del Conan di Howard), è un lupo solitario che vaga per le terre del suo mondo e che si trova arruolato suo malgrado, durante la prima miniserie disegnata da Juan Jose Ryp, in una guerra tra due fratelli del popolo Noi, dai tratti orientali di evidente ispirazione cinese, due portatori di civiltà.
In effetti, come Tarzan e Conan prima di lui, anche il protagonista di Wolfskin è una maschera che serve all’autore per proporre critiche di stampo anarchico (o quasi), rintracciabili anche in altre sue opere. Se le posizioni politiche espresse in Capitan Swing sono però più esplicite e approfondite ed essenzialmente rivolte contro lo stato, in questo caso è proprio la struttura gerarchica in generale ad essere messa in discussione. I due fratelli, infatti, sembrano rappresentare uno la democrazia e l’altro la monarchia, poiché ciò che li divide mettendoli in guerra è proprio l’idea di successione dinastica, sposata da uno e respinta dall’altro:

Ne avevo avuto abbastanza di dinastie e leggi e odio. Dopotutto c’erano delle ragioni se avevamo lasciato Noi.

dice il capo del villaggio che ha assoldato il Wolfskin vagabondo. E sulla bocca di quest’ultimo ecco che Ellis mette della altre, interessanti parole chiave:

Sono bambini. Sono troppo abituati a essere guidati e istruiti.
Ho sempre creduto che stessimo fissando al villaggio uno stile di vita.

La prima frase della citazione precedente sembra suggerire il motivo per cui la maggior parte delle persone è legata a una qualche forma di governo, mentre la seconda ha il suono della giustificazione morale per il potere detenuto dai politici nelle democrazie e dai monarchi e tiranni in altre forme di governo.
Il risultato finale di questo confronto sarà una strage, un fiume di sangue causato dal Wolfskin in preda ai fumi dei funghi allucinogeni, i capanera, che rappresentano la carne del suo dio, Wrod, una sorta di Odino che appare a chiunque li ingerisca. Questo passaggio è un evidente riferimento alla religione e in particolare ai riti cattolici che ricordano l’ultima cena (i capanera vengono considerati come una estensione del corpo di Wrod)1, e in questo senso la stessa conclusione sanguinosa della guerra tra i due fratelli Noi può essere letta come una critica anche alle religioni organizzate. Laddove, infatti, Swing era, da buon anarchico e libertario, un pacifista (le sue armi servivano per ferire o tramortire e non per uccidere), il Wolfskin diventa invece un guerriero violento e incontrollabile ogni qual volta entra in comunione con il suo dio.

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La storia d’appendice del primo volume, scritta da Mike Wolfer su soggetto dello stesso Ellis e disegnata da Gianluca Pagliarini, conferma il ruolo di critica sociale rappresentato dal Wolfskin: in effetti l’intero episodio, che è un prologo alla seconda serie, sembra quasi chiederci:

Che genere di civiltà può fondarsi quando si vendono i propri stessi figli anche solo per sopravvivere?

Il secondo volume, che raccoglie tutta la seconda miniserie dedicata al personaggio, è realizzato proprio da Wolfer e Pagliarini, e può essere, ancora più del precedente, accostato al Capitan Swing. In questo caso il protagonista si impegnerà, insieme a una variegata compagnia, nella protezione di un villaggio del Nord, apparentemente attaccato da un mostro lovecraftiano uscito dalle viscere della Terra.
Dopo la riunione della compagnia da parte di Ildsen, mago del fuoco e originario del villaggio minacciato, i nostri eroi, durante il viaggio verso la loro meta, si racconteranno i miti dell’inizio e della fine, con Wolfer che prepara così il confronto fondamentale su cui gioca il secondo volume: quello tra magia e tecnologia, tra ignoranza e conoscenza.

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È nel complesso un confronto non troppo differente da quello che è già presente in Swing tra magia e scienza: ma se in quel caso la distinzione era abbastanza semplice, in questo caso i “cattivi” si presentano come una versione pre-storica proprio dei Pirati elettrici del Capitan Swing, generando nel lettore un momento di smarrimento, che potrà essere risolto con alcune semplici considerazioni.
Innanzitutto gli abitanti delle montagne muovono guerra contro i valligiani per l’accaparramento delle risorse da questi possedute (e non sfruttate), laddove i Pirati elettrici agiscono per difendere il principio di condivisione della conoscenza. Gli abitanti della montagna, poi, mostrano, nelle interazioni con la compagnia del Wolfskin, una arroganza e una superiorità morale che nasconde una critica non tanto alla scienza quanto alla tecnica, intesa come applicazione della prima: questa, infatti, sembrano raccontarci Ellis e Wolfer, è sovente applicata non per l’avanzamento del genere umano e per la convivenza pacifica, ma per consentire ad alcuni uomini di dominare su altri.
Anche in questo caso il volume si conclude con una strage, sempre compiuta dal Wolfskin, preda delle allucinazioni indotte dai capanera, e alimentata dal desiderio di rivalsa e di vendetta di Wrod, un dio che, come molte altre religioni di quell’epoca fittizia, viene sempre più spesso dimenticato. Ciò alimenta un senso di inevitabilità verso un destino negativo per il genere umano, come sottolineano anche le parole conclusive del volume:

Nessuna invenzione di ferro o acciaio avrebbe veramente scalzato il potere degli dei.

È importante, anche per chiarire il senso della frase e di tutta l’operazione Wolfskin, sottolineare come Wrod sembra incarnare l’idea di dio-concetto creato dall’uomo e introdotta dal filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, e quindi l’incarnazione mistica degli istinti del Wolfskin. Per cui quando Ellis e Wolfer sottolineano come “nessuna invenzione di ferro o acciaio” sia in grado di “scalzare il potere degli dei“, sottolineano come nessuna tecnologia potrà mai sconfiggere gli istinti primordiali dell’animo umano, come il desiderio di possesso dei territori e delle risorse che esso contiene, nodo narrativo su cui si fonda buona parte dell’azione.

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È anche per questo che Wolfskin è completato da e al tempo stesso completa il Capitan Swing, che invece si fonda proprio nella liberazione che la conoscenza condivisa concede al genere umano, qualcosa di molto più aleatorio e meno concreto delle invenzioni di “ferro o acciaio”. È infatti importante sottolineare ancora una volta come il popolo delle montagne muova guerra grazie alla conoscenza delle risorse del villaggio, mentre gli abitanti di quest’ultimo riescono a liberarsi, anche se parzialmente, dalla schiavitù delle superstizioni quando, grazie al Wolfskin, vedono per quel che sono i mostri che li stanno attaccando: delle macchine guidate da degli uomini.
Le connotazioni negative, quasi belliche, legate alla religione sono, inoltre, sottolineate nella scena mistica cui il Wolfskin assiste subito dopo l’assunzione dei capanera: i simboli delle religioni raccontate all’inizio del viaggio sono in lotta l’uno contro l’altro, distruggendosi a vicenda, fino a che non emerge dalle nebbie il volto del terribile Wrod, che troneggia su tutto, rappresentando in maniera metaforica non solo le guerre di religione, ma anche la loro essenza egoistica e strettamente collegata con l’animo umano.

Dio è una risposta grossolana, un’indelicatezza verso noi pensatori – in fondo è solo un grossolano divieto che ci vien fatto: non dovete pensare!
Friedrich Nietzsche

Abbiamo parlato di:
Wolfskin vol. 01, vol. 02
di Warren Ellis, Juan Jose Ryp; Mike Wolfer, Gianluca Pagliarini
Panini Comics, 2014
brossurato, colore;
vol 01.: pagine 112, € 13
isbn: 9788865896532
vol 02: pagine 160, € 15
isbn: 9788891205001


  1. Più in generale, l’uso di funghi, tipo i peyote nelle culture centroamericane, che venivano considerati materia divina, serviva a mettere in comunicazione con la divinità; per approfondimenti Il volo magico di Ugo Leonzio – nota di Simone Rastelli 

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Deflorian, Vähämäki e Giandelli: mondi crudeli e sperimentazioni grafiche al femminile http://www.lospaziobianco.it/125713-deflorian-vahamaki-giandelli-mondi-crudeli-sperimentazioni-grafiche-femminile http://www.lospaziobianco.it/125713-deflorian-vahamaki-giandelli-mondi-crudeli-sperimentazioni-grafiche-femminile#comments Thu, 21 Aug 2014 06:00:49 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125713 Deflorian, Vähämäki e Giandelli: mondi crudeli e sperimentazioni grafiche al femminile | di Nicole Brena
Lo Spazio Bianco

Anna Deflorian, Amanda Vähämäki e Gabriella Giandelli - tre album dal maxi formato 30x42cm - un privilegiato assaggio di esistenze sospese, turbolente e tormentate.

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Deflorian, Vähämäki e Giandelli: mondi crudeli e sperimentazioni grafiche al femminile | di Nicole Brena
Lo Spazio Bianco

copertinaroghinewLe tavole di Anna Deflorian, Amanda Vähämäki e Gabriella Giandelli -raccolte in tre album dal maxi formato 30x42cm – rappresentano fatica del vivere e crisi esistenziale, lasciando il segno ed esemplificando in modo efficace le mutazioni di forma del fumetto contemporaneo.

Tre autrici, tre nuovi albettoni: le opere di Canicola si confermano audaci, sia dal punto di vista grafico che del contenuto, e ci consentono un privilegiato assaggio di esistenze sospese, turbolente e tormentate che sembrano poter continuare oltre le pagine, cani_selvaggi_cvin luoghi fisici e mentali non troppo lontani da noi.

Roghi, Cani Selvaggi e Lontano sono caratterizzati da una forte identità grafica delle autrici, che stravolgono l’impaginazione “classica”: nei primi due lo spazio intericonico scompare per lasciare spazio a frammenti di scena che si compongono come un puzzle sulla pagina multiquadro; nel terzo non ci sono balloons, ma i pensieri del protagonista ci vengono svelati dal testo che si interpone fra le vignette.lontano_canicola_giandelli

Il maxi formato di questa sfida editoriale (30x42cm, si veda anche Sabato Tregua e Cinema Zenit di Andrea Bruno) raccoglie in modo adeguato le prospettive distorte e i continui giochi di inquadrature e punti di vista che si succedono nelle pagine delle opere.
Le tavole – non sempre “belle” nel senso tradizionale del termine, ma incisive e di forte impatto comunicativo – divengono contenitori di grande ricchezza narrativa.

 

"Cani selvaggi", pagina 11

“Cani selvaggi”, pagina 11

I protagonisti di Cani Selvaggi (Amanda Vähämäki) sono bambini estremamente acuti e il cui pensiero è intriso di consapevolezza sul ripetersi della Storia: alla deflagrazione cosmica seguirà la ricostruzione.
Ricostruzione che devono attuare in primis loro stessi, prendendosi cura l’uno dell’altro, procacciandosi il cibo, cucinando, gestendo un vecchio bar.
La natura selvaggia non va sfidata, ma è necessario imparare a conviverci: questo sembra essere il messaggio del libro, raccolto in modo particolare nell’ultima tavola in cui la protagonista, pur consapevole della ferocia dei cani randagi, li chiama per nome, come a volere stabilire rapporti familiari.
Le tavole in bianco e nero dell’autrice riescono sia rendere bene la crudeltà della vita sull’isola, che a stemperare la tensione con attimi di pura meraviglia.

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Roghi, pagina 3

Roghi, pagina 3

Roghi (Anna Deflorian) si apre con la descrizione di un paese nordico insidiato da pericoli e agguati: detersivo nella lattina ed esplosivo sul ghiaccio dove si pattina, una delle tre protagoniste viene catturata nel bosco in una rete. Le tre cugine – Alia, Sharon e Klara – vivono insieme ma non sembrano fidarsi totalmente l’una dell’altra. Tutti i rapporti personali della storia sono caratterizzati da forte cinismo o da dinamiche morbose e il rapporto con le generazioni precedenti è fortemente critico.
La malefica compagnia dei cinque, organizzazione criminale vista con un certo rispetto nel paese, da un lato caccia il selvaggio – colui che sembra essere responsabile delle “spiacevolezze straordinarie non classificabili”, delle minacce arrecate agli abitanti – dall’altro incute timore alla popolazione.  L’amministrazione locale sancisce con una lettera il pericolo e impone alla comunità di perseverare con le attività di caccia: non esiste giustizia pubblica ma i cittadini vengono incitati ad attuarne una personale.

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I colori pastello smorzano il pericolo e la violenza, reiterati a più riprese nelle tavole in maniera metonimica attraverso il rosso acceso di alcuni oggetti. Le prospettive saltano e le campiture definite sono caratterizzate da tecnica mista, fra l’analogico materico e il digitale. Curioso, a un certo punto, il collage chiastico creato con parti del corpo di Sharon /testa-vestito grigio-vestito grigio- gambe/ fra vignetta superiore e inferiore all’estrema destra della pagina che richiama i collage sgraziati di Hannah Höch; interessanti alcuni soluzioni narrative che chiudono le scene con escamotage tipici dei detective movies.

Dettaglio da "Lontano"

Dettaglio da “Lontano”

Salto di tempo e luogo per l’opera di Gabriella Giandelli, che ci trasporta delicatamente nello spazio con tavole in bianco e nero ornate da preziosi particolari ocra e dorati. Il protagonista ci viene presentato in stato catatonico, vive con il fratello in quella che sembra una navicella in grado di esplorare alternativamente cielo e fondali marini. Sono rimasti solo loro due, e ogni tanto sfogano la condizione di solitudine litigando nervosamente.
Il ragazzo si ricorda appena di alcuni particolari della sua vita passata, che ripercorriamo visti in soggettiva attraverso una sorta di obiettivo di cinepresa. Gli specchi fungono da porte spazio-tempo, e riescono a trasportare il ragazzo da un mondo all’altro.

Una pagina di Lontano

Una pagina di “Lontano”

Momenti di autolesionismo sulla terra, gesti che sottolineano ed esplicitano il male di vivere e la non sopportazione della solitudine rendono persino possibile scoprire un altro mondo fisicamente interiore: la pelle del ventre si apre come un sipario su meraviglie vegetali e floreali fra cui il protagonista passeggia, poi di nuovo lo specchio e, infine, lo scoprirsi invecchiati.

Le vite dei giovani personaggi di queste storie sono tanto semplici ed essenziali quanto enigmatiche e dal finale aperto; le riflessioni e le atmosfere rimarranno a lungo nelle nostre teste, facendoci interrogare su aspetti del reale e desideri che talvolta tendiamo a minimizzare o nascondere.
Gli adulti, incapaci di imporre la saggezza ipoteticamente dovuta all’età, sembrano solo di passaggio: appaiono e poi scappano o vengono solo talvolta citati perché lontani nel tempo e nello spazio. La generazione giovane deve prendersi cura di sé stessa, si arrende alla violenza fisica e cerca, semplicemente, di sopravvivere.
Sullo sfondo una natura, sia umana che animale, crudele e spietata: una minaccia con cui bisogna convivere.

Abbiamo parlato di:

Roghi
Anna Deflorian
Canicola Edizioni, Collana Sudaca, 2013
28 pagine,colori- 17 €
ISBN 988890694165

Cani Selvaggi
Amanda Vähämäki
Canicola Edizioni, Collana Sudaca, 2013
36 pagine, b/n – 16 €
ISBN 9788890694141

Lontano
Gabriella Giandelli
Canicola Edizioni, Collana Sudaca, 2013
28 pagine, colori – 17 €
ISBN 9788890694110

 

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Dylan Dog e le “Cronache dal pianeta dei morti” di Alessandro Bilotta http://www.lospaziobianco.it/125565-dylan-dog-cronache-pianeta-morti-alessandro-bilotta http://www.lospaziobianco.it/125565-dylan-dog-cronache-pianeta-morti-alessandro-bilotta#comments Tue, 19 Aug 2014 13:30:34 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125565 Dylan Dog e le “Cronache dal pianeta dei morti” di Alessandro Bilotta | di Salvatore Cervasio
Lo Spazio Bianco

Il volume edito da Bao Publishing "Dylan Dog - Cronache dal pianeta dei morti" offre l'occasione per analizzare il lavoro di Alessandro Bilotta, creatore di questa saga che trasporta l'Old Boy in un futuro popolato da zombie.

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Dylan Dog e le “Cronache dal pianeta dei morti” di Alessandro Bilotta | di Salvatore Cervasio
Lo Spazio Bianco

Dopo Mater Morbi e Il sorriso dell’oscura signora, i primi due tomi che Bao ha dedicato a ristampe lussuose di alcune delle migliori avventure dell’Indagatore dell’Incubo, ecco arrivare Cronache dal pianeta dei morti.
Il volume di 192 pagine contiene la trilogia scritta da Alessandro Bilotta, vincitore dell’ultimo premio Anafi come miglior sceneggiatore dell’anno, ed interpretata graficamente da Carmine di Giandomenico, Daniela Vetro e Paolo Martinello, che cala Dylan Dog in una cupa ed angosciosa realtà futura, in cui gli zombie sono una realtà conclamata, per responsabilità imputabili proprio allo stesso Old Boy. E per una volta questo nomignolo, da sempre utilizzato dall’ispettore Bloch per rivolgersi al nostro protagonista, è quanto mai azzeccato: infatti il Dylan protagonista di queste tre storie non è il 35enne giovanile che da 28 anni siamo abituati a vedere, bensì un uomo di mezza età disperato e pieno di rimpianti per quello che avrebbe dovuto essere e non è stato. Un Dylan roso dai rimorsi per gli errori che ha commesso, in particolare per non aver interrotto l’epidemia zombie, quando avrebbe potuto, seppure ad un prezzo altissimo.

E questo protagonista è purtroppo proprio quello che da molti anni manca nelle avventure che in copertina portano il suo nome: Bilotta recupera, o meglio prova a recuperare, il Dylan più vero, il Dylan che combatte, che agisce, non mero bambolotto in balia di eventi che gli accadono, ma forte e fondamentale perno delle avventure da lui vissute. L’operazione, nonostante tutte le differenze che comporta la decisione di Bilotta di calare il suo Dylan in un’operazione revisionistica più totale, ha nei suoi obbiettivi certamente un ritorno al personaggio che solo il suo creatore e pochissimi altri hanno saputo raccontare: quell’indagatore dell’incubo emotivo ma nel contempo dedito anche all’azione che Tiziano Sclavi ha consegnato agli annali.
Certamente, come accennavamo poco fa, l’operazione revisionistica di Bilotta sacrifica sull’altare degli obblighi narrativi la freschezza del protagonista, curvato proprio dagli errori commessi per vigliaccheria, o forse per meglio dire a causa dell’amore; ma il Dylan di Bilotta è sicuramente degno erede di quello lasciato da Sclavi al suo abbandono della testata.

Dylan Dog era il diario sentimentale della disperazione di Sclavi

ha dichiarato il creatore di Valter Buio durante uno dei suoi incontri-presentazione del volume, quello tenutosi presso la Scuola Internazionale di Comix di Napoli, dove, intervistato da Alessandro di Nocera, lo sceneggiatore romano ha più volta sottolineato la volontà di tornare al Dylan “classico”, al personaggio ricco di dubbi e di paure che ha fatto innamorare di sé un’intera generazione di lettori, purtroppo smarritosi nel corso degli anni. Quindi ritornare a quel Dylan così umano, e rimettere al centro del contenitore popolare bonelliano, un fumetto “d’autore”, fatto col cuore e che riesca ad emozionare e stupire il lettore. Nel corso dello stesso incontro, Bilotta ha anche raccontato della nascita di queste avventure e di come decise di presentarle alla Bonelli:

Potevo presentarle solo come un progetto ipotetico, non avrebbe mai avuto spazio all’interno della saga principale. Fortunatamente è andata bene, e hanno accettato la prima avventura, a cui poi sono seguite le altre due, visto l’interesse che l’opera ha calamitato.

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Bilotta non rifugge dall’inserire in queste storie alcune delle tematiche classiche del suo immaginario narrativo: l’abbandono, la solitudine, l’incapacità di vivere il presente e la mancanza di mezzi di ancoraggio ad una realtà sempre più difficile da analizzare. Dylan praticamente interpreta, nelle varie parti del volume, tutti questi sentimenti e queste parti; è abbandonato a se stesso, deluso dal mondo che lo circonda e dall’implicita condanna a cui lo sottopone, anche se in misura minore a quanto non si condanni egli stesso; è incapace di capire il proprio tempo e ciò che lo circonda, soprattutto nella prima (ultima) avventura, prima che l’epidemia spazzi tutto via; ritorna addirittura a bere, vero e proprio tabù.
E man mano che si avanza nella lettura, ovvero che si torna indietro nella storia, il tutto si fa sempre più cupo e disperato, angosciante, in una sorta di “ritorno” al reale, espediente classico di un certo revisionismo fumettistico che, dall’altra parte dell’oceano ha fatto la fortuna di Miller, Moore, Morrison, e che trova forse la sua forza più dirompente proprio nell’ultima avventura del volume. Da qui, infatti scaturiscono tutti i guai che il mondo dovrà affrontare, e che Dylan si accolla, forse meritatamente, in un gioco di lontananza e vicinanza narrativa di quel mondo al nostro.

Il volume non chiude comunque l’esperienza di Bilotta con l’Old Boy: è già ufficiale la notizia, e l’autore stesso l’ha confermata durante l’incontro di cui si parlava poco fa, che il nuovo corso degli Speciali Dylan Dog sarà dedicato proprio alle avventure che parlano della terra popolata dagli Zombie immaginata dallo scrittore. E di parti da analizzare, interessanti aspetti tenuti sullo sfondo a causa della mancanza di reale spazio, ce ne sono: gli Immemori ad esempio, ai quali sembrava aver aderito Bloch, anche se permangono nel lettore dubbi se quest’ultimo sia sopravvissuto o meno all’ultimo, distruttivo attacco Zombie. Ma questa è una domanda che si deve riproporre per quasi tutti i protagonisti della serie.

Per quanto riguarda la parte grafica, si alternano tre straordinari e talentuosi disegnatori italiani: in ordine cronologico Carmine di Giadomenico, Daniela Vetro e Paolo Martinello. Vale la pena sottolineare l’importanza di Di Giandomenico e Martinello per la carriera di Bilotta. Di Giandomenico è stato la prima “spalla” grafica di Bilotta, a partire da Giulio Maraviglia e terminando con La Dottrina, opera della quale era stata annunciata la ripubblicazione in edizione absolute dalla Magic Press; ristampa alla fine mai partita, e pare essere proprio questo uno dei motivi del loro progressivo allontanamento. Paolo Martinello è stato invece l’autore delle copertine di Valter Buio, la miniserie Star Comics che ha lanciato Bilotta nell’olimpo degli autori preferiti dalla critica. Ed entrambi, hanno compiuto insieme alla Vetro, un ottimo lavoro, nonostante fossero esordienti totali, sia per quel che riguarda il personaggio che per la casa editrice meneghina.
Di Giandomenico conferma il suo tratto nervoso ma godibile, perfetto per quel mercato americano che ce l’ha “rubato” ormai molti anni or sono. La Vetro, a cui è toccato disegnare la storia più lunga delle tre, e l’unica senza l’ausilio del colore, riesce a trovare una buona sintesi tra le sue esperienze in Disney e il realismo in cui viene immediatamente calata. Le sue immediate fonti d’ispirazioni paiono essere Ambrosini, per rimanere all’interno dello staff dell’Old Boy, ma si possono rintracciare somiglianze con Walter Venturi.

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Quella che colpisce di più è però sicuramente la prova di Martinello, che nelle 32 pagine disegnate e colorate (già per l’edizione originale, visto che la sua storia è stata pubblicata all’interno del 10° Color Fest) strabilia i lettori, soprattutto per il sapiente utilizzo di toni di colore caldi e freddi contrapposti all’interno della stessa vignetta, scelta grafica che paga e che regala una delle più belle interpretazioni grafiche di Dylan e di Groucho degli ultimi anni.

Il volume Bao, che come al solito è approdato anche nelle librerie di varia, oltre che nelle fumetterie, è un bel cartonato molto solido, ma solo leggermente più grande di un bonellide, sicuramente da consigliare come regalo a chi voglia tornare ad immergersi nel vecchio Dylan, me ne voglia scoprire anche nuovi autori.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog – Cronache dal Pianeta dei Morti
Alessandro Bilotta e AA VV
Bao Publishing, Giugno 2014
192 pagine, cartonato, bianco e nero e colore – 16,00€
ISBN 9788865432372

Intervista ad Alessandro Bilotta su “Cronache dal pianeta dei morti”: Inserire Dylan Dog in un Pianeta di morti

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L'articolo Dylan Dog e le “Cronache dal pianeta dei morti” di Alessandro Bilotta è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

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