Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Fri, 31 Oct 2014 17:57:21 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.0 Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” http://www.lospaziobianco.it/129654-akab-parola-amore-esiste-not-an-atom-hell-shall-enter-into-my-paradise http://www.lospaziobianco.it/129654-akab-parola-amore-esiste-not-an-atom-hell-shall-enter-into-my-paradise#comments Fri, 31 Oct 2014 14:30:13 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=129654 Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” | di Simone Cilli
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Una nuova disturbante opera di Akab, per ora solo in lingua inglese, che riflette sull'incomunicabilità fra gli uomini e con le loro divinità, e dei falsi idoli che si celano spesso dietro i migliori sentimenti.

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Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” | di Simone Cilli
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Schermata 2014-10-03 alle 22.54.01

Tutti i modi sbagliati di dire la parola “amore”

Per Gabriele Di Benedetto, più noto al pubblico come Akab, l’amore non è l’aspirazione a un’entità trascendente o a un qualche demiurgo caritatevole, né un concetto finalistico dell’esistenza umana, e nemmeno quel meraviglioso ideale romantico e solidaristico di legame fra due individui nella continua ricerca del proprio completamento, quella sublimata e semplificante interpretazione del mito degli Androgini in senso strappalacrime.

In questo fumetto, la narrazione si sviluppa su due binari con una cesura centrale, descrivendo nella prima parte un breve spaccato di vita di una coppia sposata seguito da una riflessione sul rapporto fra l’umanità e Dio, e nella seconda la situazione interiore e tormentata di una vicina di casa con il suo convivente e gli strascichi di una relazione con un vecchio compagno.
La trama è ridottissima e intenzionalmente oscura; le scene sono statiche e si svolgono in due stanze chiuse e isolate dal mondo, lasciando spazio ad una riflessione allegorica sul significato dei suddetti rapporti, che costituiscono il vero fulcro dell’opera, ed attraverso i quali Akab riesce a fornire una propria disturbante visione su tale significato.Schermata 2014-10-03 alle 22.55.58

I disegni sono oscuri, febbrili e frettolosi, la modulazione della linea è sottile e il tratto evocativo, grossolano e volutamente impreciso, con linee spesso spezzate e incomplete, a rappresentare personaggi grotteschi e malati.
L’immagine più dolorosa ad essere dipinta è quella di un Dio egoista e insensato, rappresentato attraverso due forme: la luce di un lampione e un televisore, un’entità mercificata e frutto dell’immaginazione dell’uomo.
L’autore sfrutta la metafora del televisore per mostrare come ognuno osservi in maniera passiva la propria rappresentazione del mondo e del divino, con una benda davanti agli occhi o con una maschera sul viso; l’umanità si trova quindi divisa tra chi non è capace di vedere e chi, pur vedendo, recita una parte e inventa il proprio programma/divinità preferito, ingannando sé e gli altri.
Sin dalle prime battute nel dialogo serrato con Dio, e come motivo ricorrente per tutto il racconto, viene pronunciata la frase

Io non vi amo”, ed essa giunge sempre improvvisa e tagliente, per riportare l’uomo con i piedi per terra:
Uomo: “Il nostro amore era unico e vero, come quello che tu provi per noi.
Dio: “Io non vi amo.

In ciò si esprime il titolo del fumetto “Not an atom of hell shall enter into my paradise”: Schermata 2014-10-03 alle 22.54.43una divinità riluttante che si esprime in maniera oracolare, totalmente chiusa al dialogo e indifferente, che tratta le sue problematiche creature come appestati e vuole mantenere le distanze per non contaminarsi.

Questo rapporto con la divinità si proietta in maniera speculare nelle relazioni intersoggettive: l’autore parte da un presupposto di incomunicabilità e incompatibilità di ogni individuo con altri, in cui ogni soggetto sembra destinato ad essere solo.
L’amore è infine ritratto dall’autore in maniera cupa e macabra: l’amante della donna è rappresentato con sembianze demoniache, e le unioni carnali come possessioni, nell’illusoria sensazione di unire in un solo soggetto una dualità.
Alla fine dell’atto sessuale osserviamo infatti l’uomo/demonio isolarsi dalla donna giocando ad un videogioco

come se non fossi esistita – afferma la donna – come se fossi meno reale dei personaggi con cui stava giocando”.

L’amore si riduce ad un isolamento perpetuo che si interrompe solo per il breve istante di usarsi a vicenda.
La donna stessa ha coscienza dell’incomunicabilità nel suo rapporto, del falso interesse ed egoismo che si cela dietro frasi di circostanza come “stai bene?” “ti senti stanco?”, definendole bugie, poiché vorrebbe in realtà vedere l’altro come semplice marionetta della propria volontà, provando totale disinteresse ed apatia verso di lui.Schermata 2014-10-03 alle 22.55.26
Il rapporto fra uomo e donna è dunque un mero evento carnale, la necessaria rovina che allontana l’uomo dalla divinità fittizia: la protagonista arriva persino ad esternare la propria gelosia nei confronti della Vergine Maria, unica donna priva del peccato originale, la sola a non essere rimasta schiava di questo insensato circolo vizioso che ha come risultato quello di corrompere gli uomini e renderli pazzi.

È una visione sulla relazione di coppia dolorosa e straziante, che dimostra come sia facile fraintendere i legami e la loro profondità. Una divagazione personale sulle false speranze che la parola “amore” può creare e sulle sue dolorose conseguenze.

Per Akab, forse, la parola “amore” non esiste più.

Abbiamo parlato di:
Not an atom of hell shall enter into my paradise
Akab
Kunst Kabinet 451 Press, settembre 2014 (lingua inglese)
54 pagine, spillato, bianco e nero


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Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel http://www.lospaziobianco.it/128811-romanzo-daltri-tempi-fumetti-sailor-twain-mark-siegel http://www.lospaziobianco.it/128811-romanzo-daltri-tempi-fumetti-sailor-twain-mark-siegel#comments Thu, 30 Oct 2014 16:00:51 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128811 Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel | di Andrea Bramini
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Leggende marinare, sirene, magia, mistero: questi gli ingredienti di Sailor Twain, il graphic novel scritto e disegnato da Mark Siegel e pubblicato in Italia da BAO

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Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel | di Andrea Bramini
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sailor_twain_coverSi respira l’odore del fiume e dell’avventura, in Sailor Twain. Avventura di altri tempi, avventura da feuilleton, o da romanzo ottocentesco.
L’opera di Mark Siegel flirta con quell’atmosfera, e restituisce al lettore le medesime sensazioni di quelle storie marinare tanto in voga un tempo. Certo, qui non siamo in mare, ma sul fiume Hudson, cionondimeno i temi narrati non possono fare a meno che riportare alla mente romanzi del passato come Moby Dick, L’Isola del Tesoro o I Figli del Capitano Grant.
Il capitano Elija Twain si trova infatti a vivere un’avventura costellata da strani individui e situazioni: il proprietario della nave di cui è alla guida si è suicidato in circostanze poco chiare, e da allora il fratello Lafayette si comporta in modo poco chiaro, diventando un impenitente dongiovanni che cerca di conquistare quante più ragazze possibile tra uno scalo e l’altro. E a turbare la placida esistenza di Twain arriva anche il misterioso scrittore Beauverton, autore celebre per i suoi libri sulle leggende dell’Hudson, che Lafayette legge con attenzione e con cui intrattiene anche un lungo rapporto epistolare, sailorprima di averlo sul proprio piroscafo.
Eppure niente di tutto ciò è strano quanto quello che è il cuore della storia: Twain un bel giorno incontra una sirena. Di colpo, tutto quello che considerava favole buone per far vendere i libri di Beauverton diventa molto concreto, e questo cambia radicalmente la percezione che il capitano ha della vita.
La sirena è male in arnese e in gran segreto il protagonista cerca di curarla come può nella sua cabina. Fatalmente, se ne innamorerà, e ignorerà segnali che avrebbero potuto farlo riflettere su alcuni aspetti ambigui della sua amata. Anche perché alla sirena è interessato da tempo Lafayette, che sospetta ci sia proprio un essere del genere dietro alla dipartita del fratello.

I capitoli finali della graphic novel sono un elogio alla fantasia cupa di stampo gaimaniano, SailorTwain-INT-FINAL-611con il viaggio che Twain è costretto a intraprendere sotto al fiume, soggiogato dai poteri della sirena, ritrovando quella che si potrebbe definire l’anima di precedenti marinai tanto incauti da non separare per tempo la propria strada da quella della sirena in questione. Sono pagine ricche di immaginazione che, poste alla fine di un libro che nella sua prima metà ha giocato con toni chiaroscuri affini al mystery, offrono una degna conclusione alla storia, davvero intrigante e ben scritta.

Altro merito di Mark Siegel sono i disegni. Reso con un bianco e nero sfumato che ben ricorda la spuma delle onde e il panorama che si può ammirare da una nave, il tratto sfoggiato dall’autore è più surreale che realistico. Definirlo caricaturale sarebbe improprio: in realtà quello che Siegel attua è una sorta di stilizzazione dei personaggi, che si nota soprattutto nel protagonista e negli altri personaggi di rilievo. SailorTwain-INT-FINAL-63_1350030976_crop_550x775Certi primi piani di Sailor Twain ce lo mostrano con un’espressione stralunata in modo fortemente estremizzato, o con gli occhi in posizioni innaturali, ma queste deformazioni sono assolutamente funzionali alle sensazioni che vogliono essere trasmesse in quei momenti.
Non solo, contribuiscono anche a delineare al meglio quell’atmosfera oscura e cupa che è propria del tipo di racconto messo in scena.
Siegel presta il suo stile grafico a questa esigenza, creando tavole che conciliano capacità narrativa e potere evocativo individuale.

Sailor Twain è stato originariamente diffuso online a puntate sailortwain.com, tra il 2010 e il 2012, prima di essere raccolto e pubblicato in formato cartaceo.
Molto interessante è la scelta, quasi metanarrativa, di imprimere sulla copertina cartonata non titolo e autore del fumetto, come sulla sovracoperta, ma il titolo del libro scritto da Beauverton e letto da Twain nel fumetto, quasi come se quello che tenessimo in mano fosse il “libro dentro al libro”.
Per l’edizione italiana, BAO Publishing ha riservato a Sailor Twain la consueta cura editoriale, valorizzando il volume con una carta robusta e una buona traduzione di Michele Foschini.

Abbiamo parlato di:
Sailor Twain o la sirena dell’Hudson
Mark Siegel
Traduzione di Michele Foschini
BAO Publishing – 2013
400 pagine, bianco e nero, cartonato – 18,00€
ISBN: 978-88-6543-131-3

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House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto http://www.lospaziobianco.it/132191-house-shells-fan-movie-dylan-dog-andrea-cavaletto http://www.lospaziobianco.it/132191-house-shells-fan-movie-dylan-dog-andrea-cavaletto#comments Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132191 House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto | di Paolo Garrone
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Abbiamo avuto l'occasione di visionare in anteprima il cortometraggio "House of shells", fan-movie dedicato a Dylan Dog e condividiamo con voi alcuni pensieri su esso.

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House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto | di Paolo Garrone
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house-of-shells-locandinaPresentato in anteprima sabato 1° novembre alle ore 18.00 nell’ambito di Lucca Comics & Games 2014, House of shells (La casa delle conchiglie) è un cortometraggio fan-movie dedicato a Dylan Dog, della durata di circa 20 minuti. Nonostante la dicitura “fan-movie” c’è il coinvolgimento di autori di casa Bonelli come Andrea Cavaletto e Pasquale Ruju. Cavaletto ha sceneggiato e co-prodotto mentre Pasquale Ruju ha prestato la sua voce in un ruolo che non vi sveliamo per non anticiparvi troppo della trama. Il cortometraggio è interpretato da Stefano Cassetti (Dylan Dog) e Veronica Gentili (Vivien) e diretto da Domiziano Cristopharo (anche lui co-produttore). Per ora viene presentato in inglese con sottotitoli italiani, in seguito verrà deciso se presentarlo anche doppiato in italiano.

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Partiamo subito dalla nota negativa. Il protagonista, pur essendo attore professionista con un certo curriculum e una certa aderenza fisica al ruolo, proprio non funziona. La sua interpretazione appare quasi svogliata, priva di partecipazione emotiva e dell’autoironia che caratterizza la controparte a fumetti. L’attrice sua partner non brilla certo per espressività, ma quanto meno dimostra maggior impegno, oltre a rispondere perfettamente al canone estetico della “bella di turno” dylandoghiana.
Notevole è invece l’interpretazione vocale di Ruju, forse scimmiottante un po’ troppo il Vincent Price di Thiller (il celebre videoclip diretto da John Landis), ma efficacissima e suggestiva.

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Ma il cortometraggio ha anche diverse altre qualità. Regia e fotografia sono di buona fattura, con un bianconero d’atmosfera estremamente adeguato e la giusta alternanza di primi piani con campi lunghi. La camera segue i protagonisti, variando dal classico “montaggio invisibile” hollywoodiano a dettagli da cinema francese d’autore. La sceneggiatura funziona, anche se la scelta di pigiare l’acceleratore solo alla fine con un violento (letteralmente) cambio di ritmo, forse non è molto azzeccata perché penalizza i primi minuti con una lentezza che rischia di sfociare nella noia. Felice la scelta di usare il famoso “Trillo del diavolo”, naturalmente eseguito al clarinetto come colonna sonora principale.

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Una nota curiosa: c’è una simpatica citazione cinematografica che molti riconosceranno (Klaatu Barada Nikto), esposta in modo ironico – e qui i dialoghi sono particolarmente riusciti – per prendere un po’ in giro la bella Vivien, che di cinema evidentemente non sembra abbia una gran conoscenza.

In definitiva, La casa delle conchiglie è un prodotto professionale, che manifesta molto amore per il personaggio, e riesce a riprodurre almeno in parte le atmosfere di Dylan Dog, però senza centrare del tutto il bersaglio per i limiti sopra esposti.

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Dimentica il mio nome: il rischio di essere Zerocalcare http://www.lospaziobianco.it/131973-dimentica-nome-rischio-essere-zerocalcare http://www.lospaziobianco.it/131973-dimentica-nome-rischio-essere-zerocalcare#comments Wed, 29 Oct 2014 13:30:38 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=131973 Dimentica il mio nome: il rischio di essere Zerocalcare | di Guglielmo Nigro
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Luci e ombre di "Dimentica il mio nome", nuovo lavoro dell'amatissimo autore romano Zerocalcare. Una storia autobiografica semplice, lineare ma con alcune inattese derive fantastiche.

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Dimentica il mio nome: il rischio di essere Zerocalcare | di Guglielmo Nigro
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Da sinistra: copertina regolare e variant cover a firma di Gipi di “Dimentica il mio nome”

Zerocalcare ha alcuni talenti innegabili. È sintonizzato con la sensibilità di questi anni, in modo non furbo, ma istintivo e diretto. Ha un innato senso della battuta, che gestisce attraverso un ritmo efficace testo/disegno. Ha la capacità di raccontare su diversi piani di lettura contemporaneamente, uno più immediato, facile e uno più sofisticato.
Ma soprattutto, l’autore romano ha una storia di vita personale semplice, normale, con i suoi normali drammi e i suoi normali misteri biografici ed esistenziali, che sa rappresentare e condividere con i suoi lettori, abbattendo velocemente barriere, favorendo identificazione ed empatia.
Sono questi gli elementi principali che hanno permesso il successo ormai noto delle sue precedenti pubblicazioni. Un successo che, è bene dirlo chiaramente, non è né immotivato né strano, non fosse che parliamo dello strano mondo del fumetto. Insomma, Zerocalcare non è un bluff, ma un talento che ha trovato il suo pubblico al momento giusto.

Dimentica il mio nome è il quinto libro dell’autore, pubblicato come i precedenti dalla Bao Publishing. Una storia autobiografica semplice, lineare ma con alcune inattese derive fantastiche.
Complessivamente lo si ritrova, Zerocalcare, laddove l’avevamo lasciato. Lo stile, il ritmo, l’approccio alla narrazione non cambiano. A differenza di Un polpo alla gola, anche in Dimentica il mio nome la narrazione procede per microepisodi di poche tavole, collegate tra loro in una trama principale che prende il via dalla morte della nonna di origini francesi.
La storia è punteggiata da momenti intensi ed efficaci. Assistiamo alla nascita dell’Armadillo, una delle “voci interiori” di Zerocalcare, a seguito della separazione dei genitori. Comprendiamo la reazione dell’autore al lutto e al dolore, in una naturale evoluzione delle riflessioni lette nell’esordio, La profezia dell’armadillo. Osserviamo la distanza incolmabile che separa una madre e un figlio nell’affrontare la morte di una persona cara. E così via. Sono molti i momenti in cui Zerocalcare sa parlare con chiarezza al lettore, sa coinvolgere emotivamente e mettere in moto quel meccanismo di empatia e di identificazione che lo ha reso celebre. Tra l’altro, sempre con un senso dell’ironia leggero ma pungente, a tratti davvero convincente.

03Eppure, nel suo complesso, Dimentica il mio nome appare un libro debole. Senza dubbio più debole di altri precedenti.

In primo luogo, l’impostazione della storia è diventata eccessivamente ripetitiva e prevedibile. L’autore ha trovato il suo equilibrio stilistico, ma senza alcuna vera innovazione, quanto piuttosto chiudendosi in un manierismo che tende a irrigidirsi e a fare il verso al proprio stesso stile. Insomma, se in La profezia dell’armadillo, il sorprendente esordio, la struttura è funzionale, oltre che figlia dello sviluppo stesso del libro, la struttura di Dimentica il mio nome rappresenta più una scelta di tipo conservativo o, al peggio, un segno di pigrizia. E l’ultima cosa che vorremmo da un autore del talento di Zerocalcare è che si accomodi in una formula di successo ma sterile.

In secondo luogo, l’autore apre la narrazione autobiografica a uno sviluppo fantastico che non aggiunge nulla alla storia, anzi, risulta alla fine controproducente. Perché diluisce eccessivamente la storia, togliendo ritmo e forza; perché inceppa il processo di identificazione del lettore, tanto da portarlo a qualche alzata di spalle di troppo. Per quanto sia apprezzabile, in questo caso sì, l’abilità nel ricercare nuove forme stilistiche e sollecitazioni in un territorio prima inesplorato o quasi (i Rattodonti di Jeff Smith, per dirne una), il tutto si riduce a una deviazione narrativa né intrinsecamente necessaria né efficace sul piano narrativo.

In terzo luogo, Dimentica il mio nome è un libro troppo lungo per la storia che vuole essere raccontata, colpa anche della struttura a microepisodi che lo caratterizza. Quei passaggi da una scena all’altra, quelle costanti aperture ad argomenti altri (parentesi dopo parentesi, come la scena infelice delle macchie sugli occhi) danno alla lettura un vago senso di stanchezza e ripetitività, che toglie forza ai momenti più riusciti. Troppo diluiti, troppo sintetici, troppo inconsistenti.

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L’autobiografia è un genere difficile. Tra i più complessi in assoluto. Perché richiede l’impertinenza e la presunzione di elevare a senso e a esempio la normalità della vita di tutti noi. Tale esemplificazione funziona se si ha davvero qualcosa da raccontare (fosse essa una chiara emozione, un passaggio esistenziale, eventi particolarmente significativi, ecc.), altrimenti si rischia di finire per parlarsi addosso. Gli autori di successo che fanno dell’autobiografia la loro forma “canonica” hanno poi un ulteriore rischio: di dover continuare a narrare di sé, a qualunque costo.
Insomma, gli autori oltre che il bisogno di raccontare, hanno anche il bisogno di accumulare esperienze significative. Forse a Zerocalcare serve una pausa più ampia per elaborare nuove esperienze e nuove forme di racconto?
Se la soluzione a questi interrogativi passa attraverso una sorta di “autobiografia fantastica” credo che potrebbe essere utile una pausa di riflessione, costi quel che costi in termini di successo e vendite.

Abbiamo parlato di:
Dimentica il mio nome
Zerocalcare
Bao Publishing, ottobre 2014
235 pagine, cartonato, colore – € 18,00
ISBN-13: 9788865432549

 

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“La vita inattesa”: la malattia e l’importanza di parlare ed essere ascoltati http://www.lospaziobianco.it/130643-la-vita-inattesa-la-malattia-e-importanza-di-parlare-ed-essere-ascoltati http://www.lospaziobianco.it/130643-la-vita-inattesa-la-malattia-e-importanza-di-parlare-ed-essere-ascoltati#comments Mon, 27 Oct 2014 16:00:19 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130643 “La vita inattesa”: la malattia e l’importanza di parlare ed essere ascoltati | di Claudia Grieco
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"La vita inattesa", una raccolta di dieci storie illustrate da dieci disegnatori e sceneggiate da tre diversi autori, dieci esperienze di chi ha dovuto, all’improvviso, riscrivere la propria vita.

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“La vita inattesa”: la malattia e l’importanza di parlare ed essere ascoltati | di Claudia Grieco
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BeltramiFaraciFerrariVITAINATTESAbook04La vita inattesa nasce dalla campagna “Viverla tutta”, promossa, a partire dal 2011 dalla casa farmaceutica Pfizer, con lo scopo di incoraggiare il personale sanitario e non all’ascolto dei malati, per comprendere i loro sintomi ed esortarli a sostenere i processi di cura.

Questo romanzo a fumetti è un progetto corale: dieci storie illustrate da dieci disegnatori e sceneggiate da tre diversi autori, liberamente ispirate ad esperienze di vita reali (scelte tra oltre quattromila), che mostrano cosa succede alle persone che scoprono di essere affette da patologie, come viene sconvolta la loro vita e quella dei loro familiari e amici, e come riescono ad affrontarle.

Non c’è un unico approccio e non c’è un unico cammino da intraprendere: le varie situazioni che compaiono nel libro – a volte narrate dai protagonisti, altre volte dai loro familiari o da una voce esterna – ci confermano come, davanti alla malattia, le reazioni possano essere le più varie. img017Tuttavia, nonostante la rabbia e le difficoltà, in tutte queste storie trionfa la voglia di non rassegnarsi, di sopravvivere al male, di combatterlo fino alla fine.

Gli autori si fanno interpreti della varietà di questi percorsi, ognuno con il proprio stile e con il proprio carattere, con esiti differenti, ma senza sottrarsi, dove necessario, alle rappresentazioni delle situazioni più estreme e difficoltose.

Nel primo racconto, Scritto sulle labbra, siamo subito catturati dalla presenza della protagonista che ci guarda attraverso le pagine e ci invita, o quasi ci costringe, a leggere i movimenti delle sue labbra, a seguire la storia di come ha scoperto di essere sorda e dei disagi che ha dovuto affrontare. La sua schiettezza è disarmante, grazie allo splendido tratto di Paolo Bacilieri e alla sincera narrazione di Tito Faraci, e in un attimo è come se perdessimo l’equilibrio, entrando davvero nel suo mondo.

Ma non in tutte le vicende sono direttamente i protagonisti a parlarci. Emergono, infatti delle voci esterne: in Per ogni mostro che crea di Micol Beltramini e Alessandro Q. Ferrari con i disegni di Nate Powell e in Indietro di Tito Faraci e Vincenzo Filosa una figlia e una nipote capiscono come la malattia all’improvviso capovolga i ruoli consueti. Ecco che una mamma diventa all’improvviso una creatura da proteggere dai mostri che affollano la sua mente e una vecchia zia, affetta dal morbo di Alzheimer, una bambina con cui giocare.

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In pieno stile Tuono Pettinato è Super agente segreto: il disegnatore insieme a Ferrari e Beltramini non rinuncia a dare voce ai bambini e al loro mondo, dove sono protetti dalla loro immaginazione. Il loro papà è allora un agente speciale che combatte contro la malvagità, e questo giustifica le sue ripetute assenze. In Ricominciare da zero è una ragazzina, apparsa per caso nella vita del protagonista, l’unica che riesce a farlo riflettere su come valga ancora la pena andare avanti, e di come il tempo continui a scorrere anche nei momenti più bui.

img022Trionfano anche i toni ironici, come nel caso di Uno di tanti o Fumetti, scritti entrambi da Tito Faraci. Silvia Ziche e Marco Corona riempiono le loro vignette di personaggi immersi in una lotta di fitta dialettica, in cui chi lancia l’allarme non ottiene la giusta considerazione e l’ascolto adeguato che meriterebbe. Entrambi hanno uno stile molto efficace: quello della Ziche è il monocromo consueto, con le figure stilizzate, che si muovono con grande dinamismo tra le vignette, mentre Marco Corona privilegia l’uso di un colore brillante, i personaggi sono trasformati in animali, cosa che contrasta con i toni dissacranti dei dialoghi.

In Qualcuno che ascolta riappare questa dimensione d’isolamento del malato. I disegni di Giuseppe Palumbo creano una dimensione alternativa e fantastica dove il protagonista può incontrare finalmente qualcuno che capisce cosa gli sta accadendo.
Altre volte il disegno e i testi si fanno più lirici ed evocativi come in La chiave della prigione, con i colori lievi ed acquerellati di Laura Scarpa con le parole di Beltramini e Ferrari, o in La speranza è una farfalla (Beltramini, Ferrari/ Massimo Carnevale), che chiude la raccolta. Qui al disegno è attribuito il valore del riscatto e del coraggio.

laurascarpaIn particolare, è la farfalla ad assumere questo carattere simbolico: sulla copertina disegnata da Manuele Fior compaiono alcuni dei personaggi, apparentemente distanti, ma in realtà legati dalla presenza di tre farfalle rosse, immagine della speranza che li accomuna.

È difficile dare un giudizio definitivo ad un lavoro così delicato e incentrato su una tematica tanto complessa: è inevitabile che affiori una dimensione drammatica e che non tutte le storie riescano a mantenere la stessa freschezza narrativa. A volte la brevità degli episodi può finire per semplificare eccessivamente il racconto del percorso intrapreso da ogni persona, in realtà lungo e tortuoso, verso la definizione e l’accettazione della malattia e anche i toni possono risultare paternalistici o addirittura bonari.

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Di certo il fumetto si riconferma un mezzo espressivo immediato e efficace, attraverso il quale si può leggere la malattia in modo leggero, senza per questo banalizzarla, ma sottoponendo alla nostra attenzione la sua inaspettata vicinanza e l’importanza di affrontarla lucidamente, così come la necessità di parlare ed essere ascoltati, senza negarla né demonizzarla.

Abbiamo parlato di
La vita inattesa
Micol Beltramini, Alessandro Q. Ferrari, Tito Faraci, Paolo Bacilieri, Nate Powell, Giuseppe Palumbo, Silvia Ziche, Laura Scarpa, Vincenzo Filosa, Marco Corona, Thomas Campi, Tuono Pettinato, Massimo Carnevale
Rizzoli Lizard, 2014
128 pagine, cartonato, colori – 15 €
ISBN: 978-88-17-07580-0

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Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti http://www.lospaziobianco.it/131442-orfani-ringo-1-passo-ventanni http://www.lospaziobianco.it/131442-orfani-ringo-1-passo-ventanni#comments Fri, 24 Oct 2014 15:00:11 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=131442 Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti | di David Padovani
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La seconda stagione di Orfani inizia con un salto narrativo temporale e con il recupero da parte di Recchioni e Mammucari di alcuni stilemi più classici della narrazione bonelliana.

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Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti | di David Padovani
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Cover Ringo 1

Orfani: Ringo #1 – Copertina Disegno: Emiliano Mammucari Colori: Annalisa Leoni

Se un merito va riconosciuto a Orfani e ai suoi due creatori, Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, è stato quello di aver provato a portare all’interno del linguaggio fumettistico bonelliano una serie di contaminazioni cross mediali la cui risultante potesse essere un’innovazione nel canone narrativo della casa editrice meneghina. Innovazione, in primis, nella struttura narrativa e grafica del fumetto popolare di avventura, ma anche innovazione nei tempi (e nei modi?) di fruizione tanto del singolo albo quanto dell’intera stagione che compone il primo arco narrativo della testata.

Con l’esordio della seconda stagione, ecco che Recchioni e Mammucari in un certo senso intraprendono un ritorno verso una struttura e un linguaggio narrativi più tradizionali che ha il merito di evidenziare in modo ancora maggiore quelle innovazioni che portano a una più efficace fruizione dell’opera.

Tav. 45

Orfani: Ringo #1 – Pag. 45 (e successive) Disegni: Emiliano Mammucari Colori: Annalisa Leoni

Orfani: Ringo#1 sposta avanti le vicende di quasi due decenni, rispetto al punto in cui si era conclusa la storia nel dodicesimo albo della prima stagione. Il Pistolero, smesso il suo soprannome e l’uso delle armi da fuoco, si è ritirato, abbandonando quella rivoluzione a cui in gioventù aveva dato il via e, di fatto, ammettendo la sua sconfitta a opera della dott.ssa Juric, che ha ormai in mano il potere assoluto del governo mondiale.
Lo scenario è quello di una Napoli che Emiliano Mammucari ha il merito di rappresentare splendidamente, in una serie di tipici scorci urbani e paesaggistici, dove architetture distopiche e futuristiche si innestano con violenza nel tessuto storico cittadino – si noti, per esempio, l’efficacia della restituzione da parte del disegnatore dello stadio San Paolo, trasformato in struttura detentiva, e di Castel dell’Ovo dove un’enorme arma fantascientifica si fonde con le mura di cinta del complesso. In questa Napoli futuristica agisce il movimento rivoluzionario, ormai ridotto a sparuti gruppi di adolescenti costretti a terroristiche azioni kamikaze per portare avanti la loro battaglia contro il GSC, il Governo Straordinario di Crisi di cui la Juric è dittatrice. Un Ringo, trasformato fisicamente e caratterialmente, è costretto a rientrare in gioco proprio per salvare tre giovani rivoluzionari che un efficace twisting plot di Roberto Recchioni lega al protagonista e che appare fin da subito uno degli elementi portanti di questa seconda stagione.

Sono evidenti e meriterebbero un’attenta analisi alcune analogie di stampo sociologico che lo sceneggiatore romano sembra fare con il primo arco narrativo di Orfani: in quel caso avevamo dei preadolescenti che venivano trasformati in macchine da guerra da adulti senza scrupoli etici, mentre qui troviamo dei giovani ragazzi che gli stessi adulti hanno privato del valore della vita, tanto da renderli pronti all’inutile immolazione estrema per una causa già persa.

Tav. 5

Orfani: Ringo #1 – Pag. 5

Tuttavia vorrei qui focalizzare l’attenzione su un approfondimento del meccanismo narrativo usato dagli autori e sui suoi vettori innovativi.
Appare da subito evidente come Recchioni, rimanendo nell’ambito della fantascienza come base per la storia, compia una sorta di “traslazione” di sottogenere. Se nella prima stagione si potevano ritrovare richiami tanto alla space opera quanto a quelli che potremmo definire “romanzi di fantascienza di formazione” come Il Gioco di Ender, senza scordarci ovviamente di libri di fantascienza bellica come Fanteria dello spazio, in Ancora vivo, e probabilmente nello sviluppo degli undici albi seguenti, traspare come punto di riferimento una fantascienza più realistica, se si vuole più cruda ma anche più sociologica, come quella di La strada. Analogamente al padre e al figlio protagonisti del romanzo di Cormac Mac Carthy, Ringo e i tre ragazzi da lui salvati alla fine dell’albo partono per un viaggio che li porterà ad attraversare un’Italia post catastrofe, in cui si riflette un mondo e una società che stanno per spegnersi, inseguiti dalla Juric e dal suo personale esercito.

Il ritorno a uno sviluppo narrativo più tradizionale, non più suddiviso in due linee temporali all’interno di ciascun numero, permette poi agli autori margini di sviluppo più ampi sia da un punto di vista di sceneggiatura, con mirati cali di ritmo che avvalorano ancora di più i contesti e i momenti di pura azione presenti nella storia, sia da un punto di vista grafico, dove una scansione, di nuovo, più tradizionale della tavola permette una lettura più chiara degli eventi narrati, senza rinunciare però a efficaci tagli e inquadrature delle vignette, mutuati dal fumetto supereroico statunitense. Resta il dubbio, a chi sta scrivendo, della necessità narrativa della splash page a tutta pagina presente anche in questo albo, anche se la necessità commerciale della stessa (la più efficace resa nei volumi da libreria già annunciati anche per i numeri di questa seconda stagione) può allo stesso tempo essere giustificazione sufficiente, seppur su un livello da tenere distinto da quello del racconto: la splash page come elemento di valorizzazione dell’oggetto libro, non della storia in esso contenuta.

Tav. 30

Su questo ritorno alla tradizione si innestano, dunque, elementi innovativi di tipo cross mediale. Se il ritmo narrativo e, di conseguenza, le inquadrature delle tavole richiamano immediatamente quello del medium cinematografico, cioè un ritmo tenuto volutamente alto, dove i cali sono inseriti per accentuare la dinamicità dell’azione globale, Roberto Recchioni usa efficacemente anche influenze derivanti dai prodotti televisivi di ultima generazione come le fiction prodotte nei paesi di lingua anglosassone.
In questo solco si innesta la scelta dello stacco temporale tra la fine della prima e l’inizio della seconda stagione, espediente largamente impiegato nel panorama fumettistico statunitense di genere supereroistico e tra l’altro già usato dallo sceneggiatore romano nello spazio tra la seconda e la terza stagione di John Doe . Il gap temporale di quasi vent’anni se da un lato facilita la possibilità a nuovi lettori di comprensione della nuova vicenda che si sta iniziando a raccontare, dall’altro pur mantenendo una continuità narrativa, nei personaggi, con la prima stagione, offre ai lettori abituali della serie nuovi stimoli e spunti dati dall’inedita collocazione cronologica e dal conseguente nuovo status caratteriale di personaggi già conosciuti.
A tutto questo si aggiunga, da un punto di vista di sfruttamento narrativo, un potenziale bacino di storie da raccontare in futuro,magari con progetti paralleli alla serie mensile (come uno speciale), ambientate proprio negli “anni mancanti”.

Orfani LRNZ

Il character design dei Corvi a opera di LRNZ

Tav. 86

Recchioni continua poi a invitare il lettore su un terreno di riferimenti comuni, una sorta di coscienza mediatica pop condivisa tra creatore e fruitori, dove gli omaggi e i rimandi ad altri prodotti, siano essi film, telefilm, videogiochi o altri fumetti, sono costanti e si fondono nella narrazione divenendone impalcatura strutturale. Tra i molti esempi citabili prendiamo le figure dei Corvi (che devono il loro ottimo character design a LRNZ, con un forte richiamo agli Eva di Evangelion), la guardia scelta della Juric, che rimandano volutamente e immediatamente all’universo di Star Wars, alla figura di Darth Vader (il corvo sul tavolo operatorio con il casco aperto richiama immediatamente alla mente Anakin Skywalker alla fine di Episodio III di Star Wars) e al suo rapporto con l’imperatore Palpatine. Questi nuovi personaggi saranno con tutta probabilità gli antagonisti sul campo per Ringo e i suoi accoliti e la loro riuscita ed efficacia non stanno tanto nella loro reale identità sotto l’armatura, che Recchioni svela già in questo primo numero, quanto nel loro nuovo status fisico e in quella che potrebbe essere la loro evoluzione psicologica.

Tav. 96

Il colore diventa sempre di più elemento protagonista della serie, a dimostrazione di come ormai questa componente sia diventata importante, proprio grazie ai coloristi di Orfani, nell’economia narrativa del prodotto bonelliano. Il lavoro che Annalisa Leoni compie non è una semplice aggiunta policroma ai disegni, bensì elemento strutturale degli stessi, segno evidente di come sceneggiatore, disegnatore e colorista abbiano lavorato assieme al concepimento della tavola e alla scelta delle inquadrature; se da un lato Emiliano Mammucari è stato bravo a impostare il suo stile di disegno perché potesse essere valorizzato dal colore, dall’altro la Leoni è stata altrettanto brava a utilizzare il colore per creare effetti simili a quelli che un direttore della fotografia può ottenere in una pellicola. Come quando, nelle inquadrature in controluce, uno spot bianco messo alle spalle del protagonista della vignetta, sortisce l’effetto di accecare quasi il lettore.

Tav. 48-49

Se, come già evidenziato in questa nostra analisi, la prima stagione di Orfani è riuscita, in certi versi più che in altri, a concretizzare un rinnovamento del linguaggio fumettistico popolare bonelliano, questo seguito sembra avere tutte le carte in regola per proseguire sulla stessa strada, recuperando al contempo alcuni elementi della narrazione classica che potrebbero arricchire ancora di più questo prodotto.

Abbiamo parlato di:
Orfani: Ringo #1 – Ancora vivo
Roberto Recchioni, Emiliano Mammucari
Sergio Bonelli Editore, Ottobre 2014
98 pagine, brossurato, colore – 4,50 €
ISBN: 977228330200340013

Tav. 72

 

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“Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione http://www.lospaziobianco.it/130370-punto-fuga-spazio-fisico-decisione http://www.lospaziobianco.it/130370-punto-fuga-spazio-fisico-decisione#comments Tue, 21 Oct 2014 15:00:19 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130370 “Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione | di Virginia Tonfoni
Lo Spazio Bianco

"Punto di fuga", seconda graphic novel di Lucia Biagi, affronta una questione molto privata che coinvolge la sfera più intima della femminilità con la grazia di profonda e delicata narrazione.

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“Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione | di Virginia Tonfoni
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imageSi dice spesso che tra i nuovi linguaggi, quello del romanzo illustrato sia tra i più adeguati per raccontare storie “scomode”. Lo dimostrano i bei libri di cronaca usciti negli ultimi anni, così come le biografie di personaggi che la storia ha preferito dimenticare.
Ma il caso di “Punto di fuga“, seconda graphic novel di Lucia Biagi, pubblicato questo mese da Diábolo Edizioni, è diverso. La storia verte infatti su una questione molto privata che coinvolge la sfera più intima della femminilità. Sabrina, la protagonista, si trova di fronte a una scelta che molte donne affrontano, alcune in modo determinato, le più tra mille incertezze, e comunque con sofferenza.

Sabrina ha 25 anni, un ragazzo attento e gentile, Stefano, e scopre di essere incinta. D’accordo sull’interrompere la gravidanza, della decisione non discutono molto, tanto che partono lo stesso per Barcellona, dove hanno previsto di passare le vacanze natalizie. Ma mentre il tempo scorre inesorabile, la quotidianità copre e accantona un pensiero costante, una verità che Sabrina scopre essere prima di tutto fisica.
Così il mondo di Sabrina inizia a cigolare; è distratta e al lavoro non le rinnovano il contratto, è scontrosa in famiglia, ingrassa, non si piace. Anche con Stefano sembra avere problemi, risponde scorbutica alle sue attenzioni. Il suo stato, interessante e indesiderato, altera le reazioni e compromette la sua vita relazionale.

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Lucia Biagi racconta con grazia e profondità l’attenzione morbosa, l’ascolto e il rifiuto che la protagonista, solo in apparenza cinica e sprezzante, rivolge al suo corpo in cambiamento e lo fa rendendo la sua anatomia oggetto di una delle più belle tavole del libro, puntodi fuga86trattandolo come la caffettiera, le sorprese giocattolo e i meccanismi antifurto smontati con passione un po’ infantile e un po’ da maschiaccio da Sabrina e sapientemente smembrati in macrodettagli sulle pagine di raccordo.

Il tratto e la tavolozza della Biagi, così come la tecnica di colorazione e la varietà maniacale di pattern, confermano la sua inconfondibile vena pop, che avvicinerà anche lettori più giovani a questo bel libro, importante per tutti: è un romanzo in cui si dimostra bene come una decisione, per quanto ferma e determinata, possa essere altrettanto difficile.
Nella storia lo sono le conseguenze. Sabrina si allontana da Stefano, apparentemente senza motivo, se non quello condivisibile di aver bisogno di tempo.
Il punto di fuga del titolo appare superato, la bomba a orologeria disinnescata, ma la protagonista, come ogni donna, ha bisogno del tempo necessario per far tornare tutti i pezzi, quelli anatomici e quelli forse più complicati della psiche, al loro posto.

Tutto questo palpita nel romanzo di Lucia Biagi, profonda e delicata narrazione di un evento piuttosto comune, che spesso le donne tentano di gettarsi alle spalle o di tacere, per emotiva comodità, ma che generalmente, una volta affrontato, non si dimentica più.

Abbiamo parlato di:
Punto di fuga
Lucia Biagi
Diábolo Edizioni, 2014
159 pag. brossurato, colore – 15,95€
ISBN 9788416217021

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Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie http://www.lospaziobianco.it/130108-guardiani-galassia-recensione-dellultimo-marvel-movie http://www.lospaziobianco.it/130108-guardiani-galassia-recensione-dellultimo-marvel-movie#comments Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130108 Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie | di Ilaria Mencarelli
Lo Spazio Bianco

Guardiani della galassia: tra musica pop anni 80 e sfolgoranti viaggi nello spazio, lo Star Wars della Marvel convince grazie ad un’attenta caratterizzazione dei protagonisti.

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Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie | di Ilaria Mencarelli
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Il 22 Ottobre sbarca in Italia Guardiani della Galassia, film d’esordio del team composto da Star-Lord, Gamora, Rocket Raccoon e Groot e Drax il Distruttore, ovvero la formazione ideata da Dan Abnett e Andy Lanning nel 2008, totalmente diversa da quella originale creata da Arnold Drake e Gene Colan nel 1969. Nel 2013, in occasione dell’uscita della produzione cinematografica e di Marvel Now, la testata è stata sottoposta ad un rilancio ad opera di Brian Michael Bendis che ha visto l’aggiunta di supereroi del calibro di Venom, Ms Marvel e Angela al cast dei comprimari.

I guardiani della galassia 5

La trama: Star-Lord e Gamora, dopo la disputa che gli ha visti contendersi un antico artefatto sferico, rubato dal primo nel pianeta Xandar, si ritrovano prigionieri nel carcere Klyn insieme a Rocket e Groot, coinvolti anch’essi nella lotta, e a Drax, forte guerriero desideroso di vendetta nei confronti della verde figlia adottiva di Thanos. La vera essenza delle sfera obbligherà i cinque a collaborare nell’intento di salvare l’Universo dalla minaccia del Kree Ronan.

La scelta dei Marvel Studios di coinvolgere il regista James Gunn (alle prese anche con la sceneggiatura insieme a Nicole Perlman) si rivela vincente, dando vita a un film in cui l’ironia è gestita nel migliore dei modi, discostandosi dalla battuta gigiona che fa l’occhiolino al pubblico a cui siamo stati abituati nelle altre pellicole della casa di produzione cinematografica, e in cui a spiccare su tutto ci sono i drammi personali dei cinque protagonisti.

I guardiani della galassia 1

È proprio la caratterizzazione dei personaggi ad essere la forza del prodotto cinematografico, dandoci modo di comprendere le loro motivazioni e di immedesimarci in innumerevoli occasioni. Il team altro non è che la rappresentazione della diversità, intesa come disagio esistenziale che crea insicurezza e senso di inferiorità verso il mondo.
Durante la proiezione ci troviamo di fronte: il classico ladruncolo sfigato che balla al ritmo delle amate canzoni anni ’80 per nascondere i propri problemi (Peter Quill/Star-Lord) la sanguinaria figlia adottiva del villain per eccellenza in cerca di redenzione (Gamora); un mix di esperimenti che ha dato vita ad un procione dall’intelligenza strategica invidiabile (Rocket Raccoon); un albero umanoide capace soltanto di proferire le parole “Io sono Groot” e un violento combattente in grado di pensare esclusivamente al proprio lutto familiare senza guardare mai avanti (Drax).
Gli strambi protagonisti soffrono per drammi reali e sono incapaci di riconoscersi nell’altro. Solo la collaborazione e l’amicizia che nascerà tra di loro li riabiliterà, dando a ciascuno di essi un ruolo ben definito e riscattando il concetto di diversità, che diventa capacità di essere se stessi e di essere accettati (e accettarsi) per quel che si è.

I guardiani della galassia 2

I cattivi d’altro canto appaiono caratterizzati molto più superficialmente; le loro motivazioni non sono espresse in maniera esaustiva, alcune figure appaiono irrilevanti (vedi Nebula, sorellastra di Gamora) e non sono dotati dello charme dei loro avversari. L’unica eccezione in tal senso è Yondu, interpretato da Michael Rooker, leader della banda dei pirati spaziali che prende il nome Ravegers, diviso tra i sentimenti paterni verso Star-Lord e l’assoluta necessità di depredare e arricchirsi. Interessante notare la presenza nell’intreccio della figura di Thanos, che dà modo al pubblico di conoscere sempre meglio il futuro villain del Marvel Cinematic verse, dopo la sua comparsa alla fine dei titoli di coda in The Avengers.

Come elemento di interesse, le scelte e il percorso di maturità dei protagonisti surclassano la trama, semplice e senza troppi colpi di scena, che accompagna i cinque senza troppe deviazioni verso il lieto fine. Il ritmo vorticoso della pellicola viene scandito non tanto dalle scoppiettanti e insolite scene d’azione quanto dalle numerose gag concepite per un pubblico adulto, tutte per lo più relative all’immaginario pop degli anni ’80 (e qui è immediato il pensiero a Retromania di Reynolds), dalle incomprensioni tra gli alieni e alla figura di Peter Quill/Star-Lord.

I guardiani della galassia 4

Chris Pratt, che,nel ruolo di Star-Lord tiene le redini della squadra e di buona parte dell’apparato comico della pellicola, riesce nell’impresa di apparire credibile, mostrandoci una brillante interpretazione che si rifà all’eroe guascone in voga tra fine anni 70’ e inizio anni ’80 (lo Ian Solo di Harrison Ford per citare una delle figure d’eccellenza dell’immaginario cinematografico). Bautista e Zoe Saldana interpretano i personaggi più cupi e combattuti del film, ma riescono con il loro carisma a tenere testa a Pratt e ai due protagonisti totalmente realizzati in CGI. Rockett e Groot sono straordinariamente espressivi e assolutamente realistici, anche se il doppiaggio italiano non ci permette di giudicare il lavoro dei due doppiatori ufficiali d’eccezione come Bradley Cooper e Vin Diesel.

In conclusione, Guardiani della Galassia è a tutti gli effetti uno dei migliori film prodotti dai Marvel Studios, in cui le ottime interpretazioni del cast e un’ottima caratterizzazione dei personaggi danno vita ad un nuovo modo di concepire i film supereroistici all’insegna del divertimento e dello humor senza forzature.

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L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria http://www.lospaziobianco.it/128583-linferno-dante-fabrica-unanticonvenzionalita-necessaria http://www.lospaziobianco.it/128583-linferno-dante-fabrica-unanticonvenzionalita-necessaria#comments Wed, 15 Oct 2014 15:00:07 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128583 L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria | di Rossella Lo Faro
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Il lavoro grafico del gruppo Fabrica rende attuale uno dei classici italiani di ogni tempo: l’Inferno di Dante.

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L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria | di Rossella Lo Faro
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Inferno_Cover Correva l’anno 2010 quando il gruppo Benetton dava alla luce uno dei progetti editoriali più affascinanti dell’ultimo periodo: L’inferno di Dante. Fabrica, portavoce artistico del gruppo aziendale, è infatti un centro di ricerca sulla comunicazione, connotato da un’interdisciplinarietà coraggiosa. A ben vedere, la forma prediletta dal brand Benetton è senza dubbio lo shock: tra tutte, può essere citata la campagna “Unhate” che si era fatta notare su tutti i cartelloni delle città d’Italia, rappresentando baci photoshoppati tra la Merkel e Sarkozy, o tra Papa Benedetto XVI e l’Imam del Cairo.

Fabrica è composto da un gruppo nutrito di personalità artistiche provenienti da mondi culturali e iconografici differenti; due talenti inglesi di questa innovativa officina artistica, Patrick Waterhouse e Walter Hutton, in piena filosofia del brand, hanno deciso di dar vita a una rivisitazione dell’illustrazione del testo italiano per eccellenza: la Divina Commedia. Benché la storia dell’iconografia dantesca sia costellata di nomi che appartengono al Parnaso della pittura – da Botticelli a Bosch, da Blake a Michelangelo – i due non si sono lasciati influenzare da certe letture scolastiche imposte (si trattava, anzi, della prima lettura per entrambi) né hanno preso a modello uno specifico indirizzo stilistico.

Ciò che appare agli occhi di chi sfoglia la cantica è dunque una dose di freschezza e un’estrema libertà nella rappresentazione: circa trecento figure si avviluppano su se stesse, descrivendo i versi incolonnati a fianco e non accompagnati dalla parafrasi, una scelta riuscita che permette al lettore digiuno di dantismi un’immedesimazione nel racconto tramite l’immagine più che la lingua. E’ chiaro che la cultura anglofona si accosti a questa cantica unicamente per le potenzialità immaginifiche che porta in nuce, escludendo da questo approccio visivo le riflessioni teorico-filosofiche e teologiche, costituite da uno degli apparati letterari più complessi per analogie e simbolismi.

Le illustraPaolo_e_Francescazioni presentano figure dai contorni netti e neri, e catturano l’attenzione perché non v’è presenza alcuna di un paesaggio infernale alle spalle: i corpi dei dannati emergono come una singola vignetta dallo sfondo bianco della pagina.

Un disegno che potremmo definire quindi ‘fumettistico’ sottolinea, per contrasto, l’ingente quantità di sangue – si ricordi: ci troviamo all’Inferno – mai splatter, né molesta o fuori luogo. La gradevolezza del tratto, in realtà, stupisce per la modernità dei colori cupi ma vividi, che richiamano direttamente il Caravaggio della Morte della Vergine. È nel quinto canto, ad esempio, che da uno sfondo color crema emerge con prepotenza una figura sola, quasi indistinta: si tratta dei corpi nudi di Paolo e Francesca, abbracciati in una posizione sensuale ma con gli occhi sgranati, i cui petti sono trafitti da un’unica, lunga spada ormai intrisa di sangue. Il disegno si fa dunque commento, riversando nell’unione nell’aldilà il simbolo del trionfo dell’amore sulla morte e sulla punizione divina. Esattamente come accade nella rappresentazione del bacio di Giuda, il peggiore dei peccatori, in cui il tradimento è simboleggiato da una vipera che sfiora la guancia di Gesù, come fosse la lingua dello stesso Iscariota.

imageL’anticonvenzionalità delle figure permette quindi accostamenti azzardati ma incisivi: su tutti, spicca il ricordo dell’arditezza di certi impulsi rinnovatori romantici de La barca di Dante di Delacroix – che, si ricorda, aveva spezzato la rigida monotonia accademica del Neoclassicismo pittorico. Così come i disegni di Hutton e Waterhouse rompono con gli schemi imposti dal meraviglioso, quanto ormai lontano, tratto di Gustave Dorè, le cui incisioni della Commedia hanno fatto scuola e sono vive nell’immaginario di qualsiasi lettore dantesco.
La complessità storica e mitologica dell’Inferno si trasforma dunque in un linguaggio visivo arguto, dai toni irriverenti e quasi pubblicitari; una rilettura in chiave moderna consigliata a entrambe le categorie: gli amanti di Dante e i neofiti.

Abbiamo parlato di:
L’inferno di Dante. Una storia naturale
Gruppo Fabrica (Walter Hutton, Patrick Waterhouse)
Mondadori – Strade Blu, 2010
350 pagine, brossurato, illustrazioni a colori – 22,90 €
ISBN: 9788804601418

Lucifero

 

 

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Batman 29: Arriva il Dottor Morte http://www.lospaziobianco.it/128194-batman-29-arriva-dottor-morte http://www.lospaziobianco.it/128194-batman-29-arriva-dottor-morte#comments Tue, 14 Oct 2014 15:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128194 Batman 29: Arriva il Dottor Morte | di Gianluigi Filippelli
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Scott Snyder e Greg Capullo riportano nel cast batmaniano il classico Dottor Morte, in una rappresentazione estremamente inquietante. Al limite dell'horror anche l'episodio di Detective Comics di John Layman e Aaron Lopresti, mentre il Nightwing di Kyle Higgins, Will Conrad e Cliff Richards continua a vivacchiare in attesa della chiusura.

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Batman 29: Arriva il Dottor Morte | di Gianluigi Filippelli
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Il Dottor Morte, meglio noto come Karl Hellfern, fa la sua prima apparizione sui numeri 29 e 30 di Detective Comics del 1939. Il personaggio, ideato da Gardner Fox e Bob Kane, è un abile chimico scopritore di un gas mortale, che utilizza per ricattare ed estorcere denaro ai ricchi cittadini dell’allora non meglio identificata città di Batman (il nome Gotham viene introdotto da Bill Finger più tardi, su Detective Comics #48 del febbraio 1941). L’unico che si può opporre al suo diabolico piano è Batman, così il Dottor Morte lancia un’esca all’eroe attraverso la classica, al tempo, inserzione sul giornale.

In effetti, lo sviluppo della storia è molto simile a un classico poliziesco d’azione, fatto di inseguimenti, sparatorie e perquisizioni, con un Batman più letale che mai: non solo uccide i due scagnozzi di Hellfern senza battere ciglio, ma non fa alcuna mossa per salvare il Dottor Morte dalle fiamme che sembra lo avvolgano alla fine di Detective Comics #29.1

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Il personaggio, nonostante gli elementi seminati nella doppia storia da Gardner Fox, non fa più ritorno fino al 1982, in una doppia storia di Gerry Conway sviluppatasi su Batman #345 e Detective Comics #512. Viene, però, nuovamente abbandonato fino al 2003 quando ritorna su Batgirl #42 per merito dello scrittore Dylan Horrocks: questo è il terzo esordio per il personaggio (anche questa volta le sue origini vengono aggiornate), ma da allora ha continuato a comparire con una certa regolarità: partecipa, per esempio, anche al settimanale 52, collezionando alla fine una quindicina di apparizioni prima dell’avvento dell’universo del New 52.

Essendo un personaggio delle origini, Scott Snyder pensa bene di recuperarlo per la sua Anno Zero, facendolo esordire su Batman vol.2 #25 (sul Batman #28 della RW Lion) con una inquietante splash page in cui Greg Capullo reinterpreta la vignetta di Detective Comics #30, nella quale Bob Kane mostrava al lettore gli effetti dell’incendio sul volto del dottore.

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La saga del Dottor Morte prosegue, quindi, sulla terza parte di Città Oscura, in Italia su Batman #29, con una delle migliori storie scritte da Snyder per Anno Zero. Lo sceneggiatore, infatti, con grandissima abilità riesce a mescolare flashback, visioni e ricordi insieme all’azione e alle atmosfere inquietanti già accennate prima, molto ben note a Capullo grazie all’esperienza accumulata sulle pagine di Spawn. Su tutto, però, spicca ancora una volta la caratterizzazione di Bruce Wayne, vero protagonista di Città Oscura: ancora una volta il ricco orfano mostra una determinazione e una chiarezza di idee che le sue precedenti incarnazioni non avevano, se non nella sua rappresentazione originaria. Ad esempio, nella scena all’ospedale, mentre Jim Gordon cerca di tenerlo legato al letto con un paio di manette per potergli parlare, Bruce mostra senza alcuno scrupolo le doti di escapista e le abilità fisiche che gli permettono di atterrare Gordon e puntargli contro la pistola, conclusione di un discorso pieno di rabbia e risentimento contro la corrotta polizia di Gotham in quel momento rappresentata dall’allora tenente Gordon.

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È poi interessante osservare come Bruce non mostri alcuno scrupolo nello spingere il Dottor Morte a entrare dentro le turbine del motore di un jet, che poi accende: è un omaggio esplicito al Batman senza scrupoli delle origini di Kane, Finger e Fox.

Il resto dell’albo è descrivibile con una parola: attesa.

Per Detective Comics è l’attesa per l’inizio della saga conclusiva di John Layman. Corona di paura è, in effetti, una sorta di fill-in, che chiude la serie di back-up stories dedicate a Francine Langstrom; moglie di Kirk Langstrom, meglio noto come Man-Bat, autoelettasi Bat-Queen, è disegnata ottimamente da un Aaron Lopresti molto più a suo agio con le scene al limite dell’horror, che non con quelle più propriamente urbane. Una storia godibile, la cui lettura è, però, completamente apprezzabile solo da chi segue anche Batman: Il Cavaliere Oscuro, rivista sulla quale sono state pubblicate, nei mesi precedenti, le storie brevi che ne fanno da premessa.

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Infine Nightwing: a voler essere cattivi, l’unico elemento che si salva è la copertina di Scott McDaniel, storico disegnatore della serie all’epoca di Chuck Dixon scrittore. In pratica Kyle Higgins sta cercando di scrivere la versione DC Comics del classico Spider-Man: gli elementi introdotti nella serie, come per esempio l’odio della città per i vigilanti mascherati o le difficoltà della convivenza di Dick con i coinquilini, rimandano inevitabilmente alle stesse difficoltà incontrate nella sua carriera da Peter Parker. Higgins, però, non è Stan Lee e la storia resta abbastanza anonima, con le vicende di Dick Grayson che, dopo 26 numeri, non si capisce ancora se siano rivolte a lettori adolescenti o universitari. Come al solito ottimo Will Conrad ai disegni, in questa occasione supportato da Cliff Richards.

Abbiamo parlato di:
Batman #29
Scott Snyder, Greg Capullo, John Layman, Aaron Lopresti, Kyle Higgins, Will Conrad, Cliff Richards
Traduzione di Stefano Visinoni
RW Lion, settembre 2014
72 pagine, spillato, colore – 3.50€


  1. un interessante articolo di approfondimento sul personaggio è sicuramente Batman’s first supervillain 

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The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man http://www.lospaziobianco.it/127332-jiro-kuwata-batmanga-lord-death-man http://www.lospaziobianco.it/127332-jiro-kuwata-batmanga-lord-death-man#comments Tue, 14 Oct 2014 13:30:44 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=127332 The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man | di Gianluigi Filippelli
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La DC Comics, dopo l'edizione semi-amatoriale del 2008, ristampa in digitale il manga di metà anni Sessanta di Jiro Kuwata con protagonisti Batman e Robin.

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The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man | di Gianluigi Filippelli
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Il 27 ottobre del 2008 venne rilasciato il libro Bat-Manga!, una raccolta di episodi batmaniani realizzati dal fumettista giapponese Jiro Kuwata intorno al 1965 e curata e tradotta da Chip Kidd e Saul Ferris. L’edizione, come si può vedere da varie anteprime (vedi, per esempio, quella di Chris Bolton), è abbastanza amatoriale, sia nella qualità della carta, sia per il lettering.

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Quest’edizione, indubbiamente interessante, era ritornata all’attenzione di critici e lettori nel 2010 quando Grant Morrison, sulle pagine della serie Batman Inc., aveva reso omaggio esplicito al lavoro di Kuwata sul personaggio, riprendendo sia Lord Death Man, sia Professor Gorilla, due degli avversari del Crociato Incappucciato nel corso della serie nipponica.
Il libro di Kidd e Ferris ha quindi avuto l’indubbio merito di riproporre al pubblico statunitense, certamente con spirito filologico e passione per Batman, un manga che in patria riscosse un grande successo anche grazie alla popolarità del personaggio nel paese del Sol Levante: basti, infatti, pensare all’enorme merchandising batmaniano o alle interpretazioni non autorizzate come il Golden Bat.

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Ad ogni modo, quando prende in mano il personaggio, Jiro Kuwata (17 aprile 1935) sta disegnando da quasi vent’anni: il suo primo lavoro, la serie di sua creazione The Strange Star Cluster, risale al 1948. Il punto di svolta nella sua carriera avvenne nel 1957 grazie alla creazione di Maboroshi Tantei (Phantom Detective), che nel 1959 venne adattato come serie televisiva. Dopo questa serie, Kuwata si concentrò soprattutto su avventure di genere fantascientifico e supereroistico, come 8 Man, la sua creazione più famosa, realizzata insieme con lo scrittore Kazumasa Hirai.
La serie dedicata a Batman è, però, legata anche a un periodo particolarmente difficile della sua vita: nel 1965, infatti, viene arrestato per il possesso di una rivoltella, acquistata con intenti suicidi. Una volta uscito di prigione, provò a concentrarsi sul lavoro, ma ben presto alcolismo e depressione ebbero la meglio, fino a che, nel 1977, la conversione al buddismo non gli portò una certa tranquillità interiore. Inizia così una carriera da illustratore (soprattutto la vita di Buddha), con sporadiche puntate nel mondo del manga, come in occasione della conclusione di 8 Man, serie che, a causa della sua detenzione, era stata conclusa da altri disegnatori, con risultati che avevano lasciato Hirai insoddisfatto.

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L’altro grande successo di Kuwata, più o meno contemporaneo con 8 Man, fu, come detto, Batman, una serie di impianto sostanzialmente hard boiled, come ben rappresentato dal primo arco narrativo, Lord Death Man.
È con questa storia, proposta in tre capitoli a cadenza settimanale, che la DC Comics, nell’anno del 75.mo anniversario del Cavaliere Oscuro, inizia la pubblicazione digitale del manga di Kuwata.
batmanga_grattacieloDurante una vendita di gioielli cui partecipano, tra gli altri, Bruce Wayne e Dick Grayson, le luci vengono spente e una terrificante figura con un teschio come maschera si presenta con il mitra in braccio per rubare i preziosi: è così che fa il suo esordio Lord Death Man, che, come sapranno i batmaniani di lunga data, è una versione riveduta e corretta del Death Man di Robert Kanigher e Sheldon Moldoff, apparso per la prima volta su Batman vol.01 #180.
La storia, poi, procede veloce, tra inseguimenti e sparatorie: spettacolare, ad esempio, quella conclusiva al cimitero, che occupa tutto il terzo capitolo. Qui Kuwata mostra un Batman particolarmente agile in una scena spettacolare che coinvolge anche Robin, la bat-corda e la bat-mobile. Il lato investigativo è, invece, lasciato al caso, rappresentato dalla fortuita esibizione di un inquietante fachiro indiano.
La caratterizzazione dei personaggi non è particolarmente approfondita e viene lasciata soprattutto alla recitazione espressiva e “fisica”: in particolare il Dinamico Duo è tanto letale e coordinato in maschera quanto brillante e rilassato in abiti civili, dimostrando di aver assimilato la lezione dei maestri statunitensi dell’epoca.
Graficamente, poi, Kuwata utilizza una griglia a quattro strisce, come quella introdotta da Osamu Tezuka, che però viene interpretata in maniera flessibile in base alle esigenze della storia, come con le vignette verticali che mostrano la discesa di Batman e Robin all’inseguimento di Lord Death Man lungo la facciata del palazzo dove si è svolta la vendita. Il tratto, infine, come quello del già citato Tezuka, mostra le influenze dei maestri statunitensi, ottenendo alla fine un risultato assolutamente gradevole, una sintesi, sia per stile sia per tematiche, tra Dick Sprang e Osamu Tezuka.

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Abbiamo parlato di:
Batman: The Jiro Kuwata Batmanga ## 1-3
di: Jiro Kuwata
Traduzione dal giapponese all’inglese di: Sheldon Drzka
DC Comics, luglio 2014
74 pagine, edizione digitale, $ 1.99 ($0.99 primo numero)

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Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek http://www.lospaziobianco.it/128994-howard-philips-lovecraft-erik-kriek http://www.lospaziobianco.it/128994-howard-philips-lovecraft-erik-kriek#comments Wed, 08 Oct 2014 15:00:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128994 Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek | di Riccardo Melito
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Gli incubi del “sognatore di Providence” continuano a turbare le notti della nona arte.
La Eris pubblica il volume H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti.

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Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek | di Riccardo Melito
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cover kriekÈ piuttosto difficile stabilire se Howard Philips Lovecraft, forse il più seminale scrittore del fantastico degli ultimi due secoli, immaginasse che avrebbe avuto un’influenza così vasta nella letteratura a venire.
In base alla sua biografia, verrebbe da dire che il solitario di Providence scrivesse più per se stesso che per gli altri e che, se avesse saputo che una delle sue creature sarebbe finita su tazze, felpe, magliette e gadget vari, avrebbe gettato nel fuoco tutti i suoi scritti.
Quest’ultima ipotesi è in effetti confermata da quanto scrive nel saggio In difesa di Dagon:

“The opinions of the masses are of no interest to me, for praise can truly gratify only when it comes from a mind sharing the author’s perspective. There are probably seven persons, in all, who really like my work; and they are enough. I should write even if I were the only patient reader, for my aim is merely self-expression. I could not write about ‘ordinary people’ because I am not in the least interested in them. Without interest there can be no art” (“In Defence of Dagon” as found in Collected Essays, Volume 5: Philosophy, Hippocampus Press).1

Forse, al contrario, lo schivo scrittore del New England nel profondo della sua psiche desiderava segretamente essere osannato, tanto da stringere patti indicibili con le stesse creature da lui raccontate. Quale che sia la verità, è indubbio che la sua importanza e influenza siano enormi ancora ai nostri giorni. Le sue opere sono state più volte trasposte in altri media e il fumetto non fa eccezione. kriek 6035L’ultima versione, almeno in Italia, dei suoi racconti è quella di Erik Kriek, edito in Italia dalla Eris, intitolata H.P. Lovecraft – Da Altrove e altri racconti.

In quest’opera, il fumettista olandese illustra e riscrive alcuni dei racconti più famosi dello scrittore americano; per essere esatti: L’estraneo (The Outsider 1921), Il colore venuto dallo spazio (The Colour out of Space, 1927), Dagon (Dagon 1917), Da altrove (From Beyond 1920) e La maschera di Innsmouth (The shadow over Innsmouth, 1931).
Le sue versioni sono lievemente diverse rispetto all’originale, ma mantengono quel fascino oscuro e raccapricciante dei racconti. Le modifiche sono giustificabili per ragioni di struttura e impianto narrativo e poco sottraggono agli originali. Sarà anche per questa loro capacità di adattarsi e mantenere la peculiare natura raccapricciante, che i racconti di Lovecraft hanno avuto e continuano ad avere una grande influenza sulla produzione fantastica.
La copertina dell’albo è una vera chicca che, oltre a citare lo stile fumettistico americano degli anni ’50, ricorda le copertine dei migliori album psichedelici. Anche il lettering d’ispirazione ittica usato per il titolo di Dagon è un piccolo tocco d’artista.

kriek psichedelico

Diamo ora un rapido sguardo ai singoli racconti per evidenziarne in grandi linee le differenze rispetto agli originali. Per quanto riguarda L’estraneo, la storia è quasi identica all’originale, solo alcune didascalie sono diverse, variazione che potrebbe dipendere da questioni di traduzione. Per ovvie ragioni legate al mezzo fumetto, si perde un po’ dell’effetto sorpresa determinato dalla rivelazione finale. Anche l’interpretazione “psicanalitica” data dalla scena dello specchio è un po’ “sacrificata” in una, seppur notevole, ma singola splash page priva di testo.
Ne Il colore venuto dallo spazio, la limitazione maggiore è data dal bianco e nero dell’albo, nel racconto il colore spesso ha una sua componente. Le descrizioni lovecraftiane dell’entità stellare protagonista del racconto risultano infatti molto complesse da rendere visivamente. La trama è cambiata nel susseguirsi delle scene e i personaggi hanno più preponderanza rispetto alla versione letteraria. Per alcuni ciò potrebbe far perdere un po’ dell’atmosfera e dell’orrore originali, in compenso nel racconto ci sono due vignette degne di nota, ai lettori la sfida di trovarle.Kriek-Lovecraft-240x338

Dagon è il primo e uno dei più importanti racconti di Lovecraft e dei Miti di Cthulhu, ciclo del quale fanno parte anche La maschera di Innsmouth e Il colore venuto dallo spazio. La storia è praticamente identica, la scena dell’ “approdo” è più corta, probabilmente per motivi di narrazione e ritmo narrativo legati al fumetto, ma soprattutto è stato eliminato completamente qualsiasi accenno alla droga. Risulta purtroppo il racconto più debole del volume.
Da Altrove è fondamentalmente uguale all’originale, manca solo un pizzico di sensazione allucinatoria in più, ma anche qui ci sono un paio di notevoli vignette psichedeliche.

È indubbio che l’impresa in cui si è imbarcato Kriek è di quelle ardue, spesso gli autori si sono arresi o hanno fallito davanti al duro compito di trasporre il tocco del “sognatore di Providence”. L’autore invece è riuscito nell’intento con un’opera che rende fede, per quanto possibile, all’originale.

Kriek è considerato uno dei maestri del fumetto olandese, famoso per la sua creatura Gutsman (un anti-supereroe parodia degli eroi della Golden Age) e per aver collaborato con numerose riviste tra le quali Zone 5300, dove compare regolarmente un adattamento delle storie di Lovecraft. I suoi disegni, marcatamente ispirati agli illustratori degli anni ’50 americani, a quello degli albi della EC Comics per capirsi, sono anche simili a quelli dei fumettisti underground della controcultura statunitense: nella sua opera si possono ritrovare influenze di Crumb, Corben (che nel 1987 ha realizzato una versione a fumetti del racconto I ratti nei muri) e Pekar, solo per citarne alcuni.
Da quegli autori Kriek prende il tratto dettagliato e grottesco, ma rende i suoi personaggi ancor più caratterizzati, quasi a voler imprimere nella loro fisicità, nel loro aspetto visivo e quindi grafico, gli orrori di cui sono protagonisti, quasi a voler ritentare sul piano illustrativo l’operazione che Lovecraft compiva su quello narrativo, ovvero il far penetrare l’orrore proprio nella fisicità dei suoi personaggi.
A nostro parere un’ottima edizione. Fhtang!

Abbiamo parlato di:
H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti
Erik Kriek
Traaduzione dall’olandese a cura di Alexander Tegelaars
Eris edizioni
112 pagine, bianco e nero, brossurato – 16,00 €
ISBN: 9788890693960

pagina 57


  1. “Il giudizio della massa non ha alcun valore per me, perché la lode gratifica davvero soltanto quando proviene da qualcuno che condivide il punto di vista dell’autore. Probabilmente, vi sono solo sette persone in tutto che apprezzano veramente il mio lavoro; per me sono già abbastanza. Ma io continuerei a scrivere anche se il sottoscritto ne fosse l’unico, paziente lettore, perché il mio scopo è unicamente la libera espressione della mia personalità. Non potrei mai scrivere per «lettori convenzionali» perché non nutro il benché minimo interesse nei loro confronti. E senza interesse non può esistere arte” – “In difesa di Dagon”, Sugarco Edizioni, 1994, Milano. 

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“Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno http://www.lospaziobianco.it/128491-powers-federali-1-bendis-nuovo-inizio-forse-non-aveva-bisogno http://www.lospaziobianco.it/128491-powers-federali-1-bendis-nuovo-inizio-forse-non-aveva-bisogno#comments Tue, 07 Oct 2014 15:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128491 “Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno | di Vittorio Rainone
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Dopo tre stagioni, "Federali" è una sorta di reboot di Powers, serie ideata da Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming. Cosa cambia se Deena Pilgrim e Christian Walker diventano agenti federali? Molto poco.

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“Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno | di Vittorio Rainone
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Powers_Fed_coverNel 2005, quando uscì in Italia “Chi ha ucciso Retro Girl?”, Brian Michael Bendis era quello di Torso e Goldfish, l’uomo nuovo che faceva parlare i personaggi come se fossero in un serial televisivo alla The Shield. E Powers era un intrigante whatif di Top 10 in cui una polizia umana, con il supporto sporadico di qualche supereroe complessato, si trovava a confrontarsi con individui potenziati e privi di freni.

L’abilità di Bendis, da allora, è stata costruire sui protagonisti, i detective Deena Pilgrim e Christian Walker, spostando l’equilibrio della loro relazione e dei loro status, fino a ribaltare la percezione di entrambi che le prime avventure avevano suscitato. Non solo: ogni arco narrativo diveniva più interessante grazie a una integrazione spinta, ma al contempo non stucchevole, fra tematiche classiche crime (malavita e classi socialmente svantaggiate, rapporti privati rovinati e rancori incancreniti, vizi più o meno inconfessabili) e i poteri, in un gioco revisionistico che cercava di mostrarci come le abilità superumane potessero influire sui destini di un’umanità incapace di staccarsi dai soliti imperativi (l’amore per il denaro, il sesso, la scarsa fiducia reciproca).

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Ben tre stagioni di Powers si sono concluse. Federali è una sorta di reboot della serie. Cosa aspettarsi da questo primo volume?
Semplice, verrebbe da dire: to raise the stakes, che si alzi la posta. Magari per giustificare una ripartenza dal numero uno. O anche solo per la modifica delle prerogative dei protagonisti, non più semplici poliziotti (per quanto la parola “semplice” possa essere adattata all’immortale Christian Walker), ma coinvolti in situazioni di rilevanza nazionale. O perché in tutte le buone storie si ha sempre bisogno che si alzi la posta.
Ebbene, Federali non rispetta le promesse.

Sotto Copertura appare banale, troppo lineare e sbrigativo. La trama: Deena Pilgrim, neo agente FBI, recluta il proprio ex collega Christian Walker e ne fa un infiltrato in una banda sospettata di utilizzare un super sperma per ingravidare portatrici umane e far nascere un esercito di individui potenziati. La fase investigativa è a zero, sicché in poche scene si arriva al confronto finale e alla cattura del boss di turno.

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Nessun personaggio attrae, e questo perché sono tutti simili: impulsivi, aggressivi, bidimensionali, marionette degli stereotipi di trama per cui sono utilizzati. I classici battibecchi di balloon alla Bendis appaiono meno centrati del solito, e finiscono coll’appesantire la lettura, suonando l’opposto di quanto aspirerebbero a essere: da naturali diventano artefatti, come se l’autore fosse prigioniero della necessità di inserire il proprio marchio di fabbrica per evitare una minore riconoscibilità del prodotto. Anche la volgarità cui Powers ci ha abituati, e che trovava giustificazione nel contesto violento e degradato in cui si sviluppa l’azione, qui appare esagerata, insistita e fuori luogo. La combinazione di questi elementi toglie drammaticità alla narrazione, dando la straniante impressione di assistere a una commedia poliziesca sboccata.

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Michael Avon Oeming ai disegni non riesce a staccarsi dai canoni su cui si è adagiato, proponendo il solito livello di dettaglio da cartoon, e cioè molto basso, le tipiche anatomie sballate e poco integrate con gli scenari, gli usuali volti eccessivamente squadrati. E rinunciando anche alle soluzioni registiche interessanti che a sprazzi aveva proposto nei volumi precedenti.

A fine numero sappiamo che la Pilgrim ha una nuova gatta da pelare e che il suo collega del Bureau Meltzer è sotto scacco della malavita: insomma, qualche premessa per i futuri conflitti si è posta.
Per il momento, però, Sotto Copertura è la più falsa delle partenze.

Abbiamo parlato di:
Powers: I Federali – Sotto Copertura
Brian Michael Bendis, Michael Avon Oeming
Traduzione di Luigi Mutti
Panini Comics, 2014
168 pagine, brossurato, colore – 16 €
ISBN: 9788891204356

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Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” http://www.lospaziobianco.it/128954-nuovo-eroe-bonelliano-adam-wild http://www.lospaziobianco.it/128954-nuovo-eroe-bonelliano-adam-wild#comments Sat, 04 Oct 2014 07:00:15 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128954 Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” | di Rossella Lo Faro
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Dalla penna di Gianfranco Manfredi nasce la nuova serie Bonelli: "Adam Wild", un’avventura “salgariana”, come da tradizione per la casa editrice che fa sposare la letteratura ai fumetti.

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Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” | di Rossella Lo Faro
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Esce il 4 ottobre Adam Wild, l’ultima nato in casa Sergio Bonelli Editore, ideata da Gianfranco Manfredi, uno dei più importanti fumettisti italiani – e se proprio dovessimo citare qualche sua opera, ma siamo certi che questa sia solo scrupolo di chi scrive, basterà ricordare le innumerevoli sceneggiature per Dylan Dog o Tex, e le serie da lui ideate negli anni: Magico Vento, Volto Nascosto e Shanghai Devil.

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Tra i titoli più attesi di questo autunno c’è dunque anche questa nuova serie, una storia d’avventura e di riscatto, con un protagonista inquadrato a tutto tondo fin dalle prime battute (pregio, questo, non di poco conto): Adam, un antropologo scozzese fuori dalle righe, selvaggio come il suo cognome, come farà poco gentilmente notare il Conte Narciso Molfetta, un altro personaggio sui generis grazie al quale entriamo all’interno della storia. Un caso di nomen omen? Non proprio.

Adam non è uno zoticone né si dimostra barbaro o primitivo nei modi; piuttosto, è contrario alle ingiustizie (la schiavitù e il razzismo in primo luogo), e per tener fede ai suoi principi è costretto a ricorrere ad ogni espediente, persino uccidere.

Dall’antefatto sembrerebbe dunque la solita storia del supereroe urbano di turno pronto a immolarsi per degli ideali, ma in realtà Adam – genuino come il Primo Uomo – si distacca dalla tradizione dei personaggi manfrediani, tutti particolarmente tormentati.

Le fattezze del protagonista sono quelle del famoso attore Errol Flynn, un volto noto negli anni Quaranta e Cinquanta, interprete di numerosi film d’avventura, con i baffetti e il sorriso sornione stampato in faccia. Si muove con urgenza tra i paesi dell’Africa Nera (dal Congo al Sudafrica, con particolare attenzione alla costa Est), un continente quasi dimenticato dai fumettisti degli ultimi tempi.

L’impresa parte in realtà da una Zanzibar di fine Ottocento, descritta con minuzia e fedeltà alla realtà storica come centro mondiale di smistamento degli schiavi, che ripartivano da là per varie destinazioni: America del Nord, Brasile, Oriente. Grazie ai dialoghi, che non appesantiscono mai l’azione, sappiamo che il mercato venne ufficialmente abolito nel 1873 ma proseguì a lungo sottobanco, gestito dagli arabi. La figura di Adam non è dunque quella del solito esploratore, piuttosto s’impone come combattente contro lo schiavismo. E, proprio a rafforzare questo aspetto, ecco i riferimenti all’antischiavista Livingstone, presenti fin dalle prime pagine; Adam però non ha una missione religiosa, agisce solamente per l’ideale della giustizia sociale. Un eroe sopra le parti, insomma. adamwild_1_1E tuttavia la caratterizzazione di questo nuovo personaggio bonelliano non è sempre clemente: spesso appare completamente slegato dal contesto, come se appartenesse davvero ad un altro tempo, con la sua indifferenza verso le forme sociali o il suo isolamento volontario dal resto della comunità – prerogative, queste, più dell’uomo del Novecento che di quello ottocentesco.

Già nel primo numero appaiono personaggi-cardine, come il sopracitato Conte, un vanesio esploratore alle prime armi, che si mette alla ricerca della casa di Livingstone ma che non comprende nemmeno le regole del posto in cui si trova (si rivolge direttamente a una donna col velo, ad esempio), o la principessa guerriera bantu Amina, il cui “caratterino” darà sicuramente del filo da torcere ad Adam.

Ad affascinare è il ritmo sostenuto della narrazione (si cambia scena ogni due/tre tavole) e la presenza di una colonna sonora non invadente ma storicamente accertata come le canzoni da marinai o la famosa “Molly Malone”, l’inno ufficiale della città irlandese di Dublino; ma dissonanti appaiono frasi d’altri tempi, vuote e senza una vera incisività, come “È più saggio costruire sulla roccia che sulla sabbia” o “Un ex nemico è sempre l’amico migliore”, che rischiano di far sembrare macchiette chi le pronuncia.

Manfredi si è affidato ai nomi noti di casa Bonelli: i model sheet dei personaggi e il primo numero sono opera di Alessandro Nespolino, il secondo numero e le copertine saranno di Darko Perovic. Ma la vera sorpresa si ha a partire dal numero tre, in cui compariranno nuovi disegnatori, mai apparsi prima su un albo Bonelli. Quattordici in tutto, sono stati personalmente scelti da Manfredi, che ha assegnato loro i singoli episodi cercando di far collimare la storia con il loro tratto.

Abbiamo parlato di:

Adam Wild #1 – Gli schiavi di Zanzibar
Gianfranco Manfredi, Alessandro Nespolino
Sergio Bonelli Editore, 2014
98 pagine, brossura, bianco e nero – € 3,30
772385033003

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Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera http://www.lospaziobianco.it/129413-spazio-profondo-nuovo-corso-dylan-dog-nasce-dallultima-frontiera http://www.lospaziobianco.it/129413-spazio-profondo-nuovo-corso-dylan-dog-nasce-dallultima-frontiera#comments Fri, 03 Oct 2014 06:00:18 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=129413 Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera | di Maria Rossella Scarpa
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Dylan Dog #337 è il primo albo della fase di rilancio della serie: copertina di Angelo Stano, soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, disegni di Nicola Mari, colori di Lorenzo de Felici.

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Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera | di Maria Rossella Scarpa
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dylancopertinaAnnunciato oltre un anno fa, è partito con il numero 337 in edicola a fine settembre il nuovo corso di Dylan Dog. Il curatore della testata, Roberto Recchioni, ha lanciato questa “fase due” investito “papalmente” da Tiziano Sclavi in persona, alla conferenza stampa della Sergio Bonelli Editore tenutasi lo scorso 26 settembre, ventottesimo anniversario dell’esordio del primo numero della serie e data della scomparsa, tre anni fa, di Sergio Bonelli.

Spazio Profondo è un albo che ha in sé differenti e molteplici livelli di lettura, partendo fin dalla copertina, frutto della collaborazione tra lo stesso Roberto Recchioni – che ne ha disegnato i primi bozzetti – e Angelo Stano. L’artista ha trasformato le indicazioni e i suggerimenti dello sceneggiatore e di Sclavi in un’immagine definita da un’essenza – quasi assenza – di colori: il corpo nudo di Dylan, adagiato in uno “spazio vuoto” in posizione fetale, rappresenta senza ambiguità l’idea della rinascita del personaggio; rinascita che passa attraverso una “manipolazione genetica” e necessaria per la testata.  Rinnovato è anche il logo al quale Paolo “Ottokin” Campana, già autore della grafica di Orfani, ha aggiunto delle trasparenze, in modo da renderlo più leggero e dare maggiore rilievo ai toni cromatici della copertina.
Un’altra innovazione la troviamo in seconda di copertina dove la tradizionale immagine del Quarto stato “mostruoso” che ci ha accompagnato fin dall’esordio della testata, viene sostituita da un surreale paesaggio golcondiano, popolato da tanti Dylan e Groucho.

Passando al contenuto dell’albo, l’intuizione è stata quella, per introdurre il nuovo corso, di creare uno starting point ideale per eventuali nuovi lettori mediante la realizzazione di una storia completamente fuori dalla (non) continuity del personaggio, una sorta di ideale numero zero che marcasse un reset, anzi per essere espliciti un vero e proprio reboot.Dylan-Dog-N-337-Spazio-Profondo-tav--8_oggetto_editoriale_620x465

A ciò si aggiunga che l’ambientazione temporale della vicenda potrebbe essere usata di nuovo successivamente; potrebbe anche diventare una sorta di obiettivo finale della prima nuova stagione dell’indagatore dell’incubo, aprendo le porte, per esempio, a una esplorazione del mondo dal quale gli spettri spaziali provengono, elemento appena accennato in chiusura del numero.
È il 2427, un presente fantascientifico. C’è un’astronave spaziale, un cargo prigione  infestato da spettri da portare in salvo; il compito spetta a Dylan Dog, o meglio a una replica software della sua personalità basata sulle memorie originali del personaggio e impiantata in un organismo androide, che viene sviluppata in cinque modalità diverse. Quattro dei cinque organismi artificiali sono la rappresentazione esasperata di un aspetto specifico della personalità originaria o la sua negazione, vuoi che sia la sua ipersensibilità o la sua non violenza; il quinto clone è il fedele replicante dell’essere umano originale. È questo il più evidente inserto meta narrativo dell’albo: l’esplicita rappresentazione delle caratteristiche fondamentali del personaggio, quelle che lo definivano nelle storie di Sclavi, quelle che ne hanno decretato il successo, quelle che è necessario recuperare.

La dimensione della storia è senza dubbio filmica: sembra di guardare un film di fantascienza, sporcato di splatter con graffiature di distopico. La narrazione per immagini è di kubrickiana memoria (Kubrick, in quanto fotografo teneva particolarmente alla “fotografia” dei suoi film e quindi alla resa dell’immagine): UpkPfA5XLjgPLEc0IG75Yh1dwvfFdiIqGlmOcHC+6N8=--come in 2001 Odissea nello spazio, anche in questo albo abbiamo una serie di stati visivi supportati dai dialoghi. Gli autori hanno giocato molto sulla resa delle immagini, sfruttando la luce e il colore, per caricare di tensione i passaggi narrativi, usando numerosi close up, campi lunghi, riprese dal basso e inquadrature di dettagli, come per esempio nella sequenza dell’incontro-scontro con Groucho.

Tornando un momento sui dialoghi – dopo una spiegazione iniziale, sul contesto e sulle vicende, eccessivamente lenta – essi accompagnano con dinamismo l’azione: battute serrate, brevi e dirette, tipiche dello stile dell’autore romano.
L’albo funziona bene proprio nella costruzione dell’impianto narrativo, dove Roberto Recchioni è riuscito a riproporre, senza cadere nella maniera, il classico meccanismo presente nelle storie dell’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi, che decretarono a suo tempo il successo della testata.
La vicenda si basa dichiaramente su una serie di citazioni (le più evidenti, per non elencarle tutte, il già citato Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio e il Ridley Scott di Alien), ma le opere citate vengono disassemblate per raccontare qualcosa con un significato diverso dall’originale. In questo modo lo scrittore strizza l’occhio al lettore, lo invita su un terreno di conoscenza comune, ma gli offre anche significati nuovi e originali.
Nello specifico di questa storia, il lettore può riconoscere, nelle scene a bordo del cargo prigione, la citazione che gli autori fanno della pellicola fanta-horror di Ridley Scott; tuttavia la citazione presente nelle sequenze narrative, nelle inquadrature, nelle atmosfere viene caricata di un significato diverso dall’opera originale. BlochNon la snatura, ma semplicemente la destruttura per usarne gli elementi principali, già presenti nell’immaginario collettivo dei lettori, per raccontare una storia diversa.1
Sulla stessa linea si pongono i riferimenti dell’autore al “passato” del personaggio, una sorta di autoreferenzialità comunque efficace che si ritrova nelle citazioni da Il fantasma di Anna Never, come nella presenza, seppur mostruosa, di personaggi quali Bloch, Bree e Groucho.

Anche il finale aperto richiama alla mente alcune delle storie migliori del personaggio; è atteso, ma al tempo stesso spiazzante e ci ribalta in un limbo tra la vita e la morte, che sovverte tutte le leggi spazio-temporali che apparivano certezze della vicenda. È la giusta conclusione, colma di dubbi, che pare essere posta lì a chiudere un ciclo e ad aprirne altri, all’infinito. Dylan Dog che nasce, vive e si distrugge per rinascere nuovamente, in ogni storia, in tutte le storie; nuovo, vecchio, originale, clone: sempre diverso e sempre uguale.tavola_dyd_337

Di contro, altri aspetti dell’impianto narrativo risultano, se non meno efficaci, certo più scontati, una sorta di cliché automatici che Recchioni tende a riproporre sovente nelle sue storie: ecco che il clone militarizzato di Dylan, con le sue enormi pistole e il suo gergo militare tipico dello stereotipo cinematografico, il generale dell’impero di Albione e la solita assistente asiatica risultano essere tra gli elementi meno riusciti del racconto.

L’inusuale dimensione spazio-temporale della vicenda è resa da Nicola Mari con il suo tipico tratto deciso, marcato e spigoloso, che efficacemente si fonde con i colori pieni, corposi e acquerellati di Lorenzo de Felici.
L’albo ha avuto una gestazione particolare dal punto di vista grafico: pensato da Roberto Recchioni per essere illustrato da Mari, è stato poi assegnato temporaneamente a Massimo Carnevale, per poi fare ritorno alla fine nelle mani dell’artista originario. Da evidenziare soprattutto è la presenza di un’evoluzione dello stile di Nicola Mari: l’utilizzo di retini particolari che permettono di evidenziare i contrasti tonali dati dall’aggiunta del colore.

Spazio profondo dunque è un buon inizio per il nuovo ciclo di Dylan Dog: una dichiarazione d’intenti che regala una lettura piacevole e che sembra promettere al lettore che le nuove storie dell’indagatore dell’incubo potrebbero regalarci di nuovo un personaggio innovativo come quello che debuttò in edicola quasi trent’anni fa.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog#337
Roberto Recchioni, Nicola Mari, Lorenzo De Felice
Sergio Bonelli Editore, Settembre 2014
98 pagine, brossurato, colore – 3,20 €
ISBN: 977112158000940337

2 cop


  1. A proposito dello stile narrativo di Tiziano Sclavi su Dylan Dog si consiglia la lettura del saggio di Daniele Barbieri “Tiziano Sclavi e Dylan Dog” in Il pensiero disegnato – saggi sulla cultura a fumetti europea, Coniglio Editore, 2010 

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