Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Sun, 29 Mar 2015 07:30:22 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1.1 Le 7 Meraviglie # 2: omicidi e truffe nei grandi luoghi del mito http://www.lospaziobianco.it/142526-7-meraviglie-2-omicidi-truffe-grandi-luoghi-mito http://www.lospaziobianco.it/142526-7-meraviglie-2-omicidi-truffe-grandi-luoghi-mito#comments Sun, 29 Mar 2015 07:30:22 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=142526 Scritto da Cristina Zappardo, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Continua con questo secondo volume il viaggio nel passato leggendario de "Le 7 Meraviglie", la saga ideata da Luca Blengino edita da Star Comics.


Scritto da Cristina Zappardo, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Cristina Zappardo, tratto da Lo Spazio Bianco.

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7Meraviglie(2)CopertinaBasta poco per rendere noiosa una lezione di storia antica o di arte classica e le ragioni di ciò non risiedono soltanto in una distanza puramente temporale o fisica di luoghi ed eventi, quanto nel racconto spesso impersonale che descrive uno spazio disabitato o popolato soltanto da grandi folle (il che, spesso, conduce al medesimo risultato). Quello che, al contrario, rende le storie della saga de Le 7 Meraviglie tutt’altro che noiose è proprio la scelta di una prospettiva interna a un piccolo gruppo di personaggi, che riporta il tempo a scorrere dentro i luoghi immortali del mito.

Anche in questo secondo capitolo, infatti, le vicende leggendarie, riportate o riadattate, di queste antiche “megastrutture” costituiscono soltanto lo spunto narrativo per altre storie di più modesta natura, ma non meno intriganti. Così sul Faro di Alessandria comincia l’indagine del comandante Kiostrates, chiamato dal suo principe a risolvere un intricato delitto, che si mostra sin da subito un tassello di un mistero ben più complesso. Ugualmente, il Tempio di Artemide a Efeso diventa l’obiettivo delle mire criminali di Abder Fenice, a capo di una banda di ladri dell’epoca, determinato a trafugare il famoso tesoro che il santuario racchiude al suo interno.

A differenza degli episodi precedenti, questa volta non si tratta di racconti narrati in prima persona da uno dei protagonisti, e probabilmente ciò contribuisce a rendere meno approfondita la loro caratterizzazione: se ancora il personaggio di Kiostrates, fedele al suo sovrano ma con dubbi crescenti in merito alla bontà di una cieca obbedienza come la sua, vede una minima evoluzione nel corso della vicenda, lo stesso spazio non è dato alla squadra di truffatori capitanata da Abder, abbozzati appena nei loro ruoli predefiniti.

7Meraviglie(2)Pag21Nonostante ciò, le trame mantengono l’impostazione del volume precedente, rendendo gli spazi della leggenda più che semplici ambientazioni. Difatti, se i dati storici (o talvolta, pseudo-storici) sono spesso piegati nella direzione del racconto che Luca Blengino costruisce, ciò avviene all’interno di un’invenzione narrativa che mantiene al suo centro la “meraviglia” che dà il titolo all’episodio: non si tratta, pertanto, solo di sfondi rimasti come pretesti, ma di veri e propri fulcri narrativi. Prova ne è il fatto che la descrizione del monumento in questione non si conclude mai nelle prime pagine della storia, quando questo è mostrato in tutta la sua imponenza: riusciamo ad avere il quadro completo della struttura e della sua funzione solo alla fine del racconto, quando alcuni particolari prima omessi ci vengono rivelati, spesso dai “cattivi” di turno. In tal senso, lo schema narrativo risulta ripetitivo per alcuni elementi comuni a questi ultimi episodi, che però nell’insieme di ogni storia risultano ben assemblati.

Per il primo racconto, Tommaso Bennato, come lo sceneggiatore, mostra chiaramente di aver condotto uno studio approfondito delle fonti storiche, ricostruendo con abilità e dovizia di particolari non solo l’aspetto esteriore dell’enorme torre di Alessandria, ma anche l’ingegnoso montacarichi che ne consente l’ascesa o gli interni ariosi della biblioteca della città.

7Meraviglie(2)Pag60In linea con gli artisti del precedente volume, il disegnatore arricchisce le sue tavole con ampie panoramiche volte ad abbracciare edifici incredibili, scorci arditi e paesaggi estesi, mentre la costruzione dinamica della narrazione, grazie ai continui cambi di inquadrature attorno ai personaggi, contribuisce a non rendere statiche le numerose scene di dialogo. La stessa carica di realismo e accuratezza non presenta invece il disegno di Antonio Sarchione, più sintetico nella descrizione degli sfondi, spesso semplicemente monocromi, e maggiormente a suo agio con i primi piani dei personaggi.

Abbiamo parlato di:
Le 7 Meraviglie # 2
Luca Blengino, Tommaso Bennato, Antonio Sarchione
Edizioni Star Comics, febbraio 2015
112 pagine, brossurato con alette, colori – 13,00  €
ISBN: 9788869201653

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Scritto da Cristina Zappardo, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Dylan Dog #343: “Nel fumo della battaglia” di Gigi Simeoni: l’orrore e l’inquietudine http://www.lospaziobianco.it/145298-dylan-dog-343-fumo-battaglia-gigi-simeoni-lorrore-linquietudine http://www.lospaziobianco.it/145298-dylan-dog-343-fumo-battaglia-gigi-simeoni-lorrore-linquietudine#comments Fri, 27 Mar 2015 08:30:52 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=145298 Scritto da Ettore Gabrielli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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"Nel fumo della battaglia", albo #343 di Dylan Dog, scritto e disegnato da Gigi Simeoni, ci racconta il dolore di una perdita e l’orrore dell’ignoto.


Scritto da Ettore Gabrielli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Ettore Gabrielli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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343coverIn questo albo la cliente di Dylan Dog è Susy, giovane madre distrutta dalla morte del figlio, che si trova di fronte all’orrore quando in chat viene contattata da qualcuno che afferma di essere il suo bambino, sperso in un posto buio e spaventoso.

Gigi Simeoni presenta una storia che si rivela efficacemente disturbante, sfruttando sicuramente un tema per certi versi di facile presa come il dolore di una madre per la perdita del figlio, tuttavia senza indugiare nel pietismo ma affrontando questo dolore con il giusto distacco, per calcare la mano invece sull’aspetto esoterico della storia e sull’indagine di Dylan Dog.

Un albo non privo di piccoli difetti, con un paio di snodi un poco forzati e a cui possiamo imputare l’utilizzo di elementi non originali, che i più attenti lettori e cultori del genere hanno certamente già letto o visto. Quello che fa la differenza l’utilizzo di questi elementi e il risultato complessivo, che soverchia i pochi elementi discutibili, e consegna al lettore una storia che lascia addosso un senso di inquietudine persistente, non scivola nella tentazione del lieto fine a tutti i costi, restituisce un Dylan Dog deciso ma non infallibile alle prese con un caso che non gli si svela davanti nella sua interezza.

1Nel finale si ha la sensazione che con qualche pagina in più alcune soluzioni avrebbero guadagnato di efficacia, ma comunque i passaggi che portano allo scioglimento, pur essendo rapidi, non risultano forzati; in particolare, la storia si prende il tempo per sottolineare gli elementi più forti e disturbanti, specie nelle scene ambientate in un mondo altro, metafisico, rappresentato in maniera esplicita, cruda e senza filtri, con scene grondanti di sangue dal forte impatto scenico.

La galleria di personaggi secondari è ricca e interessante, pur nel poco spazio dedicatovi, lasciando la voglia di approfondirne la conoscenza.

Il tratto di Simeoni è ricco e dettagliato e crea scene di grande effetto. Un segno rotondo, tridimensionale, di stampo realistico, che non si ferma alla resa fotografica ma sfrutta il tratto per evocare, le linee per marcare le espressioni, il bianco e nero contrapposti in maniera netta per trasmettere atmosfera. Si nota chiaramente l’evoluzione dello stile dell’autore rispetto alle precedenti prove e la ricerca di un equilibrio tra la matrice originaria realistica e un tratto più fumettistico in senso stretto, non necessariamente aderente alla rappresentazione pedissequa del reale ma sfruttando le possibilità del disegno per marcare le espressioni e donare dinamismo alle scene.

La sua caratterizzazione di Dylan e Groucho è personale, i personaggi sono riconoscibili ma senza esser debitori di specifici modelli. Particolarmente efficace la resa grafica di Groucho, con lineamenti appena meno che caricaturali e un’espressività comica da cui traspare la lezione del maestro Magnus. Curiosamente, mentre per Groucho si nota la ricerca verso una più netta somiglianza all’originale fratello Marx, Dylan pare invece allontanarsi dal modello di Rupert Everett senza però tradire le caratteristiche distintive.

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La struttura delle tavole si basa sulla gabbia classica bonelliana, ennesima dimostrazione che non è necessario stravolgerla per creare storie con ritmo e solide. Simeoni si concede qualche deroga inserendo vignette che si sviluppano per larghezza a tutta pagina e più basse rispetto alla divisione in tre strisce della tavola quando ha necessità di dilatare i tempi o di creare tensione attraverso inquadrature particolari, con angolazioni particolari, oppure soffermandosi su determinati dettagli.

Nel fumo della battaglia è forse l‘episodio più convincente della seconda fase, soprattutto alla luce del suo essere “semplicemente” una buona storia, senza portare cambiamenti allo status quo del personaggio o senza indagarne gli elementi più controversi.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #343 – Nel fumo della battaglia
Gigi Simeoni
Sergio Bonelli Editore – marzo 2015
98 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,20€

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Scritto da Ettore Gabrielli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Sam Zabel e la penna magica di Dylan Horrocks: i fumetti ti faranno desiderare http://www.lospaziobianco.it/144230-sam-zabel-penna-magica-dylan-horrocks-fumetti-faranno-desiderare http://www.lospaziobianco.it/144230-sam-zabel-penna-magica-dylan-horrocks-fumetti-faranno-desiderare#comments Thu, 26 Mar 2015 08:30:02 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=144230 Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Dopo 17 anni da Hicksville, Dylan Horrocks torna con un nuovo graphic novel che unisce riflessioni e dichiarazioni di amore per il mondo del fumetto.


Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.

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“Sam Zabel è un fumettista. O così va dicendo. A dire la verità, Sam non disegna un fumetto da anni.”

COVER SAM ZABEL E LA PENNA MAGICA lowEppure avevamo lasciato Sam Zabel a Hicksville. Aveva perso il lavoro a Laffs e stava scrivendo la serie autobiografica Pickle, aveva rifiutato l’offerta dell’amico Dick Burger di scrivere Lady Night, supereroina nata negli anni ’50 dalla penna di Lou Goldman che doveva essere rilanciata in una nuova forma, “grim and gritty”, violenta, cattiva,  sessualmente accattivante, completamente diversa da quello che era in origine.

 Cosa è successo da allora?
Gli anni ’90 sono scivolati via, lo scenario è cambiato, non siamo più nell’idilliaca Hicksville, e  questo nuovo Sam, simile eppure diverso da quello di qualche anno prima, ha accettato di scrivere Lady Night, un lavoro da “scribacchino” ben pagato, ma su un fumetto non suo, che fondamentalmente non rispetta, che trova vuoto. E anche la sua vita è vuota, senza alcuna spinta creativa. Una crisi, forse depressione, che dura da tanto e che sembra impossibile da superare.

Ma la scoperta di una serie di fumetti realizzati con una penna magica lo trascina al di là della pagina, in un’avventura magica che lo porta a confrontarsi con le criticità e le potenzialità del mondo delle vignette e, soprattutto, con se stesso e ciò che lo spinge a scrivere, a disegnare, a creare.

Dopo 17 anni dall’ultimo graphic novel, Dylan Horrocks torna con una nuova opera che riprende ed amplia le riflessioni e le tematiche già affrontate in Hicksville. Sam Zabel veste ancora una volta i panni di alter ego e maschera per l’autore, permettendogli di entrare nel racconto e parlare di se stesso: anche per lui il tempo è passato, ci sono stati compromessi a cui scendere (alla fine degli anni ’90 ha scritto Batgirl per la DC Comics) e ci sono state difficoltà da superare, alla ricerca di una riconciliazione con il medium che tanto ama.

Zabel

In questo senso, sia Hicksville che Sam Zabel e la penna magica nascono da una vicenda personale, sono opere autobiografiche che affondano nelle insicurezze e nelle convinzioni dell’autore. Ma sono anche molto più di questo. Se in Hicksville la critica del fumetto mainstream era più feroce e la celebrazione dei grandi autori dimenticati e frustrati del passato era più manifesta, qui la riflessione diventa molto più sottile e sfaccettata, più ampia ma non meno soggettiva e sferzante, soprattutto nei confronti del fumetto supereroistico. E le considerazioni si spingono ancora più in là, a cercare di capire che cosa induce un autore a creare e quanto possa essere difficile questo processo.

L’arte, in questo caso il fumetto, nasce dalla voglia di evasione, dal desiderio di qualcosa di diverso e più grande, che ci permetta di travalicare i limiti stessi della fisica e delle relazioni sociali del mondo reale. I salti che Sam, Miki e Alice fanno da un fumetto all’altro ci pongono davanti a mondi incredibili, pieni di creature strane ed esotiche, nate dai desideri più disparati, dalla voglia di avventura alla sete di potere, fino a quello più grande di tutti, quello sessuale, che è il vero punto di incontro di tutte le rappresentazioni, dal Medioevo fino ad oggi.

E di fronte a questa esplosione del fantastico, nascono mille riflessioni e dubbi nella testa di Sam e del suo creatore. Dubbi che riguardano la responsabilità di un artista nei confronti dei suoi desideri, di ciò che lo spinge a creare e di come il pubblico possa percepire queste fantasie. Una complessa riflessione su quanto sia giusto farsi queste domande e su quanto siano invece importanti l’irresponsabilità e la voglia di oltrepassare i limiti nel processo creativo. E i dubbi non si limitano a chi crea, ma anche a chi riceve e come lo fa, se passivamente, come Sam, o attivamente, come Alice.Zabel 2

Purtroppo le domande e le riflessioni che nascono nel libro non trovano una vera risposta, una conclusione, o forse nemmeno la cercano. Leggendo Sam Zabel e la penna magica si ha a volte l’impressione che Horrocks abbia voluto mettere troppa carne al fuoco, trattando tantissimi temi senza giungere ad una vera sintesi di pensiero e lasciando alcuni discorsi a metà, non si capisce bene se volutamente o meno. Anche alcune critiche al mondo del fumetto e riflessioni sulle sue potenzialità, sicuramente ironiche e divertenti, possono però apparire ingenue o poco incisive.

Ma, a ben guardare, Horrocks non sta facendo un’analisi scientifica del Fumetto. Sam Zabel e la penna magica non è un saggio, ma è prima di tutto una grande, appassionata celebrazione del Fumetto, di quello che può fare e di quanto grande sia la potenza di quest’Arte, un’avventura divertente tra le pagine di centinaia di anni di storie, e forse è proprio questa grande passione che porta l’autore a dire tante cose e a perdersi di tanto in tanto.

Horrocks esprime il suo grande amore giocando con molteplici stili, dalla pittura classica al manga, dalla strip statunitense ai classici della fantascienza degli anni ’40, dimostrando una grandissima poliedricità grafica pur conservando sempre un tratto ben riconoscibile, che si è evoluto dalle spigolosità di Hicksville a linee più morbide e sinuose, più semplici e sintetiche ma profondamente espressive. L’uso del colore ha arricchito ulteriormente il comparto grafico, aumentandone la varietà e la complessità, permettendo a Horrocks di divertirsi con vari effetti, come l’invecchiamento delle pagine del fumetto d’epoca o la brillantezza e piattezza tipiche della tavolozza delle storie medievali.

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Sam Zabel e la penna magica è un’opera ricca, che parla al cuore di ogni lettore, anzi, di ogni fruitore d’arte, e di ogni autore. È un’opera di celebrazione della forza creativa, delle proprietà catartiche del fumetto, che “è il sogno della teologia, del mito. È il sogno della storia, la fantasia più grande di tutte”, come dice Lady Night all’autore che finalmente la incontra verso la fine del libro.
Tutte le penne sono magiche. Ogni matita, ogni pennello, ogni dito intinto nella pittura…”, quella magia che accompagna l’umanità fin dal principio, che la unisce in qualcosa di superiore e divino, che le permette di viaggiare, e non di scappare, all’interno di tantissimi mondi, prima di tornare alla propria realtà. Un bellissimo mondo fatto di affetti, idee, carta e pennini.

Abbiamo parlato di:
Sam Zabel e la penna magica
Dylan Horrocks
Traduzione di Michele Foschini
232 pagine, cartonato, colori – 21,00 €
ISBN: 978-88-6543-259-4

 

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Scritto da Emilio Cirri, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Tra reportage e autobiografia: “Ritorno in Kosovo” di González e Jakupi http://www.lospaziobianco.it/144098-reportage-autobiografia-ritorno-kosovo-gonzalez-jakupi http://www.lospaziobianco.it/144098-reportage-autobiografia-ritorno-kosovo-gonzalez-jakupi#comments Tue, 24 Mar 2015 16:00:32 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=144098 Scritto da Martina Caschera, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Jorge González illustra le memorie di Gani Jakupi, fumettista e compositore kosovaro, in un’opera di graphic journalism intensa e toccante: un reportage di guerra e allo stesso tempo un ritorno a casa.


Scritto da Martina Caschera, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Martina Caschera, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Cover_lowIl primo impatto con questo fumetto è cupo e possente: pagine corpose, nelle tonalità del nero e del rosso. Con queste tavole Jorge González afferra e trascina il lettore nelle notti di chi, lontano da casa, sente la propria patria e la propria famiglia agonizzare.

È solo un incubo quello del protagonista e voce narrante Gani Jakupi, che alla fine del breve prologo riemerge dal sogno accompagnando il lettore nel primo capitolo dal titolo eloquente, Guerra a distanza, attraverso un’alba dai colori pastello e dalle tonalità fredde.

La guerra del titolo, che riempie gli incubi e di cui si raccontano i postumi, è la guerra del Kosovo, l’ultima delle guerre dei Balcani, un conflitto protrattosi dal 1996 al 1999 e nato dalla dissoluzione della Repubblica Federale di Jugoslavia.

 rossoIntroduzione, autori e topic

Con Ritorno in Kosovo il fumettista argentino Jorge González torna a pubblicare con 001 Edizioni dopo il successo di Fueye (Premio internazionale per il romanzo grafico FNAC-Sinsentido e Premio Junceda Iberia) e Cara Patagonia, stavolta lontano dal Sud America, nel cuore della Penisola balcanica, lavorando sulle memorie di Gani Jakupi.

Jakupi è un compositore, un fumettista e un giornalista kosovaro di etnia albanese e, all’epoca dei conflitti che sconvolsero la Penisola balcanica, si trovava lontano già da molti anni, in un esilio volontario che l’aveva portato prima in Francia e poi Spagna. All’indomani della “conclusione” della guerra, Jakupi ebbe la possibilità di tornare in Kosovo in qualità di giornalista, per realizzare un reportage assieme ad un fotografo. Ritorno in Kosovo è dunque la storia del suo ritorno a casa.
A distanza di 15 anni da quei fatti, Jakupi ha realizzato nel 2012 il graphic novel La dernière image, nominato per il premio di Medici senza Frontiere assegnato ai migliori reportage.

Ritorno in Kosovo del 2014 è invece un’opera grafica di González, il cui contributo (un lavoro principalmente illustrativo) dona nuova linfa e nuove chiavi di lettura alle parole dell’autore kosovaro.

Ma come raccontare per immagini le terribili contraddizioni di una guerra? E se si pensa che, ad oggi, le ambiguità e i dubbi relativi a questa guerra, sono lungi dall’essere chiarificati, la scelta di González risulta particolarmente impegnativa, e profondamente coraggiosa.
L’artista argentino non è nuovo alla complessità di un racconto che è allo stesso tempo corale e personale, egli infatti predilige narrazioni in cui più livelli di lettura si accavallano, in cui la Storia di un popolo si intreccia al vissuto privato e intimo degli uomini, ma stavolta gli elementi in gioco sono molteplici e volutamente sfuggenti.

 

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Composizione

Come abbiamo già detto, il volume si apre con gli incubi di Jakupi, lontano dal Kosovo e inquieto. Del prologo, poche righe riassumono ciò che bisogna sapere e ricordare per entrare in queste memorie:

Chi avrà condiviso la sua agonia così generosamente come questa Jugoslavia che non cessa di morire? Un tempo fonte di fierezza, oggi ogni speranza giace nel suo dissolvimento.
Questa Jugoslavia che non sa di essere morta nell’assedio di Sarajevo, nel massacro di Srebrenica, nella barbarie di Vukovar! Tutto ciò in cui ho creduto nella mia intera esistenza se n’è andato in sangue e in fumo.

Il mito di una Jugoslavia unita è affogato nel “sangue” e nel “fumo” e ora non nuove e radicalizzate rivendicazioni indipendentiste hanno portato allo scoppio della guerra anche in Kosovo, provincia autonoma della Serbia a maggioranza etnica albanese.

La situazione geopolitica della zona balcanica al momento dello scioglimento definitivo dell’ex Jugoslavia è introdotta in maniera molto sintetica nel primo capitolo, ma viene più che altro filtrata dall’amara ironia verso l’atteggiamento ambiguo dell’Occidente e, soprattutto, verso il potere deformante dei media. La simpatia dell’Europa per i separatisti albanesi dell’UÇK, ad esempio, è mostrata in tutta la sua superficialità dall’immagine dei giornalisti scossi dalla nascente Resistenza albanese kosovara, che a loro ricorda quella dei repubblicani spagnoli.

Ma anche i talk show, le interviste, le telecamere puntate – in un continuo cambio di prospettiva (chi le vittime, chi i carnefici?) ancora una volta superficiale, e seguendo un’onda di sensazionalismo – mostrano chiaramente al lettore la ragione per cui la guerra del Kosovo sia stata anche considerata la prima “guerra mediatica” della storia, quella in cui una foltissima schiera di intellettuali ha prestato la sua opinione infondata e retorica alle ragioni belliche1.

ritornoalkosovo2Con il secondo capitolo e con l’arrivo in Kosovo si entra nel cuore della narrazione: la strada, d’ora in poi, non è che in salita. Un nostos al rovescio, in cui resoconto di guerra, reportage giornalistico e racconto autobiografico si susseguono senza soluzione di continuità.

Questo nucleo centrale è costituito dal percorso sul territorio del Kosovo di Jakupi, il quale, da giornalista, si muove nel tentativo di effettuare una ricostruzione storica. Si tratta di uno scavo che mira a trovare la verità e l’umanità in quello che rimane di una guerra, un insieme a volte troppo denso di avvenimenti, informazioni (che presuppongono e invitano a un ulteriore e continuo approfondimento) ed emozioni di prima mano.
Attraverso la cronaca, le interviste ai personaggi incontrati nel cammino e le conseguenti osservazioni personali, l’autore evidenzia de facto come la storia raccontata dai media, a confronto con la storia degli uomini, diviene ambigua, contorta, vuota.
All’indomani dell’intervento delle Nazioni Unite e del cessate il fuoco, infatti, la risoluzione definitiva del conflitto si rivela solo apparente e lascia più ombre che luci. Tra queste, le ombre più cupe si proiettano sulle relazioni tra albanesi e serbi.

Sopravvissuti alla guerra, Jakupi e González lavorano insieme evidenziando le diverse sfaccettature del conflitto interetnico, nato dalla tensione che lo aveva preceduto.

Principalmente, i due autori ritraggono lo spaesamento e la paura dei rifugiati di etnia albanese che ritornano e l’ambivalenza dell’atteggiamento di chi, rimasto, ora con violenza e aggressività, ora con forza d’animo e inventiva, ricostruisce una vita dalle maceria. E ancora, raccontano dei cittadini di etnia non albanese (soprattutto serbi, ma anche montenegrini e gitani), prima “oppressori” e adesso costretti a vivere o a fuggire nella paura di rappresaglie, e dicono di una militarizzazione NATO ovunque diffusa, ma paradossalmente rassicurante dopo anni in cui “polizia” era stato sinonimo di terrore.

Il tema della catarsi, ragione primaria della realizzazione di queste memorie, grazie alle quali Jakupi intende riconquistare il proprio diritto a mettere da parte il dolore e riscattarsi, è un’importate chiave di lettura dell’opera, sia in quanto racconto che in quanto reportage. Sul finale infatti, ritroviamo un Kosovo ricco di speranza e di cui finalmente riusciamo ad assaporare una reale rinascita, simboleggiata dal volto sereno del figlio di Jakupi, ritratto nella sua prima volta a “casa” e questa possibilità, ci viene suggerito, si è concretizzata grazie lavoro dei singoli uomini e della loro voglia di ricostruire.

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Stile e narrazione

La scrittura risulta sempre tesa tra il tentativo di raccontare gli avvenimenti passati e presenti in maniera oggettiva e puntuale, e il desiderio viscerale di dare sfogo al sé, alle proprie memorie, in un flusso di coscienza intimo e personale. Ne risulta un’opera non verbosa, ma di difficile lettura: brevi riassunti degli avvenimenti succedutisi durante la guerra costringono un lettore non accuratamente informato a tornare più volte sul testo e sugli spunti disseminati nel racconto.
Caratteristica importante della narrazione è una certa nebulosità, la presenza di numerosi “vuoti” nella ricostruzione degli avvenimenti bellici.  Una possibile interpretazione di questa scelta si basa su ragioni concrete così come anche stilistiche.

I dubbi sulla reale origine del conflitto e le modalità della sua risoluzione aleggiano per tutto il corso della narrazione: oltre all’evidente questione interetnica, non va ignorato che la guerra del Kosovo è stata anche intesa come un conflitto volto a creare una nazione cuscinetto, un possibile avamposto NATO e USA in un luogo di indubbia importanza strategica e geopolitica.

ritornoalkosovo2Sulle vicende storiche e sulle loro chiavi di lettura politica si preferisce non aggiungere troppo: in luogo di un’analisi del fumetto si va incontro agli autori, ai testi di Jakupi e alle immagini di González, e lasciare che sia la lettura a far venire voglia di approfondimenti personali.

Soffermandosi sulle soluzioni visive di González, si può osservare come egli abbia operato in primis una consapevole scelta di rallentare il ritmo narrativo, dando sfogo ad un virtuosismo cromatico folgorante.
Complesse tavole riempiono quasi tutta la pagina, la suddivisione delle vignette è regolare, lo spazio bianco tra queste è estremamente ridotto. La scrittura è relegata a uno spazio limitato, non vi sono vignette, ma solo didascalie: anche per questo il format del volume è più grande, così facendo l’editore ha reso giustizia anche al testo e alle immagini.

Continuando a considerare la parte visuale, si nota che essa è preponderante, poiché spesso il racconto si riduce a poche righe, icastiche ed efficaci.  Mentre siamo fermi a riflettere sugli avvenimenti e le atrocità narrate, ci perdiamo nelle vaste campiture di colore, nelle tavole in cui un’attenzione estrema viene dedicata agli esseri umani come ai paesaggi, ai volti come ai ruderi.

La violenza e l’orrore sono quasi mai espliciti, ma l’accenno ad essi e alle loro conseguenze è costante, comunicato spesso più dalle esplosioni grafiche che dalle parole.  Il tratto è sintetico, talvolta abbozzato, raramente mimetico. Le tecniche utilizzate sono varie, dalla cera, al pastello, all’acquerello, ma è nei cromatismi che González compie le scelte più interessanti: la tavolozza è spesso in accordo con la narrazione, più cupa, nel dramma, nei ricordi della povertà, della fame e della distruzione, e più viva alla luce del giorno, nella rinascita e nella ricostruzione. Altre volte gli accostamenti cromatici irrompono in contrasti che riescono più efficacemente ad evidenziare alcuni punti della narrazione.

Conclusioni

Oltre alla difficoltà di lettura dovuta alla complessità dei temi trattati, tipica del graphic journalism, vi è una mancanza di coesione tra i capitoli e in taluni passaggi del racconto, dei vuoti creati per volontà di sintesi che rallentano ed interrompono brutalmente il naturale flusso della narrazione. Il lettore, se predisposto, può riempire questi vuoti con la dovuta riflessione, civile, umana ed anche estetica, aiutato dal supporto visivo di González, ma è facile che preferisca allontanarsi dal testo e prenderne le distanze per un po’.

Il lavoro illustrativo di Jorge González sui testi di Gani Jakupi è, in ultima analisi, efficace, mai superfluo od ornamentale, esteticamente ed emotivamente impeccabile.

Abbiamo parlato di:
Gani Jakupi, Jorge González
Traduzione di Pier
Luigi Gaspa
001 Edizioni, 2015112 pagine, cartonato, colore – € 19,90
ISBN: 978-88-99086-00-8


  1. cfr. Vittorio Giacopini, Una guerra di carta:  Il Kosovo e gli intellettuali, Milano, Eleuthera, 2000. 

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Scritto da Martina Caschera, tratto da Lo Spazio Bianco.

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“Great Pacific” di Joe Harris e Martin Morazzo: contenitori vuoti http://www.lospaziobianco.it/144057-great-pacific-joe-harris-martin-morazzo-contenitori-vuoti http://www.lospaziobianco.it/144057-great-pacific-joe-harris-martin-morazzo-contenitori-vuoti#comments Sun, 22 Mar 2015 08:30:56 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=144057 Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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La Grande Chiazza d’Immondizia del Pacifico è l’ultima frontiera possibile: un continente sintetico, nato dai rifiuti del genere umano. "Great Pacific" è la storia di un giovane texano che decide di farne il proprio Stato personale. Finendo in un mare di guai.


Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Great Pacific cover reszChas Worthington III è il giovane erede di un impero petrolifero quotato miliardi di dollari. Tipico rampollo viziato, a cui la vita ha dato tutto, un contenitore umano vuoto. Alla morte del padre però qualcosa cambia, perché il ragazzo decide di crescere e lasciare la sua impronta nel mondo. E lo fa rivendicando la Grande Chiazza del Pacifico, un enorme deposito di immondizia che si è sedimentato nel corso degli anni in mezzo all’oceano.
Con l’aiuto di un miracoloso prototipo, chiamato HERO, Chas è intenzionato a “terraformare” l’agglomerato di rifiuti e trasformare un grosso problema per l’umanità in un’opportunità di gloria e guadagni. Ovviamente la via verso il suo Stato sovrano personale non è priva di ostacoli.

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Great Pacific, come il suo protagonista, è un contenitore vuoto. Anzi, una collezione di scatole vuote. L’autore, Joe Harris, mette in fila gli elementi giusti per una storia: un protagonista con un forte conflitto interiore, un contesto esotico e originale, una sfida dai contorni incerti, una successione di eventi che tengono alto il ritmo del racconto.
Peccato che manchi, per ogni cosa, il sedimento, la concretizzazione, o un motivo in termini drammaturgici. Le domande non fanno che affollarsi, ma piuttosto che dare risposte Harris preferisce aggiungere elementi e colori alla trama. E intanto si ostina a proporre un ritornello che costituisce il sottofondo ritmico dell’intera storia: la necessità di Chas di dimostrare di essere figlio di cotanta famiglia. In quasi ogni scena dove il ragazzo è coinvolto, un gruppo di didascalie ci ricorda il suo forte senso di rivalsa. Anche nei flashback, che avrebbero potuto essere illuminanti per il suo percorso fino alla Chiazza, la solfa è la stessa: “un giorno tutto questo sarà tuo”, “sei un Worthington” ripetuti in loop. Ben presto il gioco, non proponendo nulla di nuovo, stanca.

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Martin Morazzo cura il comparto grafico con un approccio simile: sacrificando troppo i dettagli in funzione di un dinamismo poco convincente. I protagonisti si somigliano tutti, con volti dagli occhi distanti e dalle bocche piccole, che rovinano l’effetto di primi piani mediamente discreti. Le fisionomie hanno caratteristiche di forte legnosità che si evidenziano man mano che l’inquadratura si allarga, e si dispongono sugli sfondi in modo bidimensionale e poco organico, specie nelle scene più convulse.
Gli ambienti sono poveri e anonimi, descritti da poche linee che danno l’impressione di guardare scenografie posticce piuttosto che luoghi reali. Nel rendere l’agglomerato della Chiazza, dove il contesto si popola di una miriade di detriti, la variabilità dei rifiuti è solo accennata e suggerita, concretizzandosi in una rappresentazione fatta di una collezione di scatole e tubi mono colore che si fondono in uno sbrigativo e indistinto manto marrone nelle immediate vicinanze, mentre le inquadrature sono narrativamente ispirate solo quando Morazzo decide di guardare tutto dal basso, dall’acqua, e mostrare lo strato sottile e precario su cui camminano i personaggi.

Great Pacific parte da un’idea interessante, ma non lascia il segno, per colpa di uno sviluppo approssimativo sotto tutti gli aspetti.

Abbiamo parlato di:
Great Pacific #1, Rifiuti!
Joe Harris, Martin Morazzo
traduzione di Marilisa Pollastro
Saldapress, febbraio 2015
168 pagine, brossurato, colore – 15,90 €
ISBN: 9788869190131

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Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Lukas Reborn #1: un nuovo giro nella giostra dei ridestati http://www.lospaziobianco.it/144717-lukas-reborn-1-nuovo-giro-giostra-ridestati http://www.lospaziobianco.it/144717-lukas-reborn-1-nuovo-giro-giostra-ridestati#comments Sat, 21 Mar 2015 08:30:47 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=144717 Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Daniel Standing non ha memoria di sé. È un campione delle arene clandestine e ha tutto quello che gli serve, ma poco di quello che desidera. Questa è la storia del suo passato che ritorna, in Lukas Reborn #1, seconda stagione della serie firmata Michele Medda e Michele Benevento.


Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Lukas_reb_1_coverInizia con Nell’arena la seconda stagione di Lukas, una delle sorprese Bonelli dello scorso anno, e la strategia appare simile alla seconda run di Orfani: il titolo della testata si modifica, con l’aggiunta, in questo caso, di quel significativo Reborn che il protagonista aveva scelto come cognome al suo primo risveglio.
Dopo la conclusione circolare di Mostri, Michele Medda compie un salto temporale di più di due anni e punta i riflettori sulla vita di Daniel Standing, imbattibile nelle arene clandestine e inconsapevole morto vivente, privo della memoria e destinato a riacquistarla per intercessione di una sua vecchia conoscenza del mondo delle tenebre.

Lukas_reb_dyd_coverViene naturale accostare i due primi piani in copertina di questo primo numero di Lukas Reborn e del prossimo Dylan Dog a firma Gigi Simeoni. In entrambi i casi i due volti occupano l’intera inquadratura e guardano il lettore su campo scuro. Si direbbero umani, se non fosse per gli occhi che, introducendo un forte stacco cromatico, sembrano ricordare tutt’altro.
Ma mentre le poche linee che riassumono l’inquilino di Craven Road fanno compiere un viaggio dall’uomo all’alieno, quasi a testimonianza della natura meta narrativa delle sue avventure, Jordan Black esibisce i dettagli del suo viso devastato, e le ferite, il sangue, la sua espressione sofferente e pensosa, realizzano il percorso inverso. Partendo dal ridestato per cercare l’uomo.

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La narrazione segue lo schema dei primi dodici numeri: il protagonista procede a tentoni, non tanto sulla strada per recuperare i ricordi, quanto nell’esperienza del mondo, in una tensione quasi carveriana di costante conflitto con le proprie azioni e sensazioni, ben sottolineata dalle didascalie bianche su campo nero. Non c’è una morale: solo impulsi dettati dal contesto, tasselli nel puzzle di una accidentata comprensione di sé. È questo uno degli interessanti tratti distintivi ereditati dal primo ciclo, dove sia Lukas che i comprimari vivevano una dinamica emotiva che portava, di volta in volta, a galla l’umano o il mostro, la luce o l’ombra.
Se da un lato l’impressione è quindi che una formula si ripeta, dall’altro si assiste a una decisa accelerazione degli eventi rispetto alla proceduralità imposta nei primi numeri della stagione passata: scendono in campo vampiri, licantropi, ridestati, due personaggi già visti e un’unità speciale dell’FBI tutta nuova, dedicata a crimini soprannaturali; Daniel riesce in una manciata di pagine ad affrancarsi dalla condizione in cui lo troviamo a inizio albo e non tarda a riaffacciarsi su uno scampolo del suo passato. Insomma, un’inedita quantità di carne al fuoco, ma la storia rimane leggibile (anche per chi si fosse perso i capitoli precedenti), e non perde equilibrio nemmeno nel finale, che risolve con rapida ferocia la trama e pone il cliff hanger per il prossimo numero.

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Le tavole di Michele Benevento sono piene di dettagli, ma non sono mai confuse, grazie a un parco uso del tratteggio volumetrico, sostituito da un bel gioco fra bianchi e neri densi, che tracima dalle didascalie alle onomatopee e ad alcuni elementi dell’ambientazione (come le frequenti gabbie), in bilico fra luce e ombra, in un gioco di negativi e doppi piani.

Nel finale Daniel Standing si riappropria del suo nome. Non di quel Jordan Black che aveva rincorso in un’altra vita, ma dell’alias che si era assegnato. Come se la maschera avesse sostituito l’uomo, in quello che potrebbe essere un interessante gioco di scatole cinesi da seguire nelle prossime puntate. Per il momento, il secondo giro sulla giostra di Lukas promette davvero bene.

Abbiamo parlato di:
Lukas Reborn #1
Michele Medda, Michele Benevento
Sergio Bonelli, marzo 2015
94 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,20 €

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Scritto da Vittorio Rainone, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Le Sette Meraviglie #1, sapiente miscela di storia, intrighi e mito dall’estetica impeccabile http://www.lospaziobianco.it/142562-meraviglie-vol-1-sapiente-miscela-storia-intrighi-mito-dallestetica-impeccabile http://www.lospaziobianco.it/142562-meraviglie-vol-1-sapiente-miscela-storia-intrighi-mito-dallestetica-impeccabile#comments Fri, 20 Mar 2015 16:00:07 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=142562 Scritto da Giulia Prodiguerra, tratto da Lo Spazio Bianco.

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"Le 7 Meraviglie" è un’opera moto interessante, dove mito, riflessione, intrighi e storia si mescolano con abilità, riuscendo a catturare e mantenere viva l’attenzione del lettore.


Scritto da Giulia Prodiguerra, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Giulia Prodiguerra, tratto da Lo Spazio Bianco.

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5923578_339465Scrivere di avvenimenti realmente accaduti e documentati, riuscendo ad aggiungervi storie appassionanti, senza però tradire la fedeltà storica, è un equilibrio davvero arduo da mantenere. Si rischia di favorire una parte trascurandone un’altra, ottenendo un prodotto interessante e godibile ma che scontenta inevitabilmente qualcuno.
Non è però quello che accade con il primo volume de Le 7 Meraviglie, scritto da Luca Blengino e illustrato da Stefano Andreucci e Roberto Ali, rispettivamente con i colori di Lou e Javi Montes.

La prima cosa che colpisce dell’intera opera è la cura: estetica, narrativa, storica.
Ciascun episodio, autoconclusivo, si concentra su una meraviglia del mondo antico, perduta nel tempo e dal forte sapore di leggenda: la Piramide di Cheope a Giza, il Tempio di Artemide a Efeso, il Colosso di Rodi, il Mausoleo di Alicarnasso, il Faro di Alessandria, la Statua di Zeus a Olimpia, i Giardini pensili di Babilonia. È proprio su queste due ultime opere monumentali che si concentra la narrazione del primo volume.
La Statua di Zeus fu eretta da Fidia, il “poeta della pietra”, intorno al 436 a.C., mentre si trovava in esilio a Olimpia. Lo scultore era noto per nascondere messaggi in codice nelle sue sculture. L’opera, da molti considerata frutto di un’abilità divina, diviene lo snodo centrale di un intrigo politico che si svolge proprio durante le Olimpiadi, durante le quali veniva dichiarata l’ekecheirìa, ovvero l’inviolabilità del suolo per tutta la durata dei giochi, situazione di stallo di cui due cospiratori approfittano per tessere le loro trame.

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Blengino ci dà una visione tribale, corrotta e animalesca dei Giochi olimpici, scompone le visioni romantiche e poetiche per mostrarci la politica impietosa sul cui piatto vengono sacrificati in modo eguale donne, bambini, atleti in cerca di risposte.
I dialoghi riescono a sfruttare efficacemente la terminologia storica del periodo, senza però rendersi pesanti o poco comprensibili, e i personaggi riescono sempre a parlare con un linguaggio adatto alla situazione e al loro rango.
L’abilità anatomica di Andreucci è ammirevole: i corpi sono dinamici, proporzionati ed esprimono appieno la potenza dei loro gesti nelle scene di lotta, e i colori di Lou riescono a rendere in modo efficace i giochi di luce sulla scena, con un’attenzione profonda anche all’ora del giorno in cui si svolge l’azione.

Il secondo episodio ha come teatro i mitici giardini di Babilonia, luogo mistico su cui esiste pochissima documentazione (alcuni addirittura sostengono che fossero situati a Ninive, a Nord della Mesopotamia).
Se la prima storia mette in campo diversi personaggi, senza focalizzarsi su un unico protagonista, qui emergono su tutti due personaggi principali: Hesediel, abile giardiniere ebreo, deportato dopo la distruzione del tempo di Aron-Ha-Kodesh, (dove gli scritti vogliono che fosse situata l’Arca dell’Alleanza) e Nabucodonosor, il leggendario re babilonese.
La figura del sovrano è volutamente descritta nel pieno della sua ambiguità, che ha contraddistinto molti regnanti passati alla storia: uomini capaci di atti efferati verso i nemici e di estrema bontà verso il proprio popolo, perseguitati da dubbi e visioni di distruzione per quello che hanno faticosamente costruito.

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Hesediel è forse caratterizzato un po’ debolmente: fa fatica a prendere una posizione e si lascia trascinare dagli eventi, anche se il colpo di scena riesce a far sviluppare il suo personaggio in poco tempo e a renderlo consapevole di sé e di cosa ritiene giusto.
Anche quello Henka, l’ancella del tempio di Marduk con cui Hesediel intreccia una relazione, resta di sfondo, senza lasciare una traccia profonda. Invece, gli altri personaggi secondari, come Balthazar e il muto guardiano Khubaba, compensano queste mancanze e sono un contorno affatto scontato che dona profondità all’intera struttura narrativa.
I disegni di Ali denotano una grande precisione del tratto, capace di descrivere con efficacia sia le strade povere della metropoli antica, che l’opulenza del palazzo reale; i colori di Montes, molto accesi, contribuiscono a un risultato finale raffinato ed elegante.

Le 7 Meraviglie è quindi un’opera davvero interessante, dove mito, riflessione, intrighi e storia si mescolano con abilità, riuscendo a catturare e mantenere viva l’attenzione del lettore.

Abbiamo parlato di:
Le 7 Meraviglie #1
Luca Blengino, Stefano Andreucci, Roberto Ali, Lou, Javi Montes
Edizioni Star Comics, dicembre 2014
112 pagine, brossurato, sovracoperta con alette , 19,5×26,, colori – 13,00 €
ISBN: 9788869200823

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Scritto da Giulia Prodiguerra, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Il pugile: i tre round di Harry Haft secondo Reinhard Kleist http://www.lospaziobianco.it/143025-pugile-round-harry-haft-reinhard-kleist http://www.lospaziobianco.it/143025-pugile-round-harry-haft-reinhard-kleist#comments Wed, 18 Mar 2015 08:30:56 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=143025 Scritto da Dario Custagliola, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Con Il pugile, il fumettista tedesco Reinhard Kleist racconta la storia di Harry Haft: prigioniero ad Auschwitz costretto a combattere per sopravvivere e poi sfidante di Rocky Marciano.


Scritto da Dario Custagliola, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Dario Custagliola, tratto da Lo Spazio Bianco.

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All’angolo destro in calzoncini neri… Harry “Herschel” Haft!

Ilpugile1Tra l’agosto 1948 e il luglio del 1949, il nome di Harry Haft riecheggiò ventuno volte nei palazzetti dello sport sparsi per gli Stati Uniti d’America. Harry Haft aveva ventitré anni quando iniziò la sua carriera da pugile professionista. Anche se Rocky Marciano in quegli anni andava dimostrando che l’altezza non era tutto, Harry Haft con il suo metro e settantacinque era tra gli atleti più bassi nel circuito dei pesi massimi e ciò, unito a una tecnica piuttosto grezza, lo mise in difficoltà contro più di un avversario. Il suo record finale non fu dei migliori: 13 incontri vinti, 8 persi.

Harry Haft non aveva caratteristiche fisiche straordinarie, non aveva colpi da maestro, non aveva preziosi anni di esperienza alle spalle, ciò che poteva portare sul ring era il suo passato. Un passato di dolore, sofferenza, rabbia, umiliazioni: il passato di un sopravvissuto all’Olocausto. Gli incontri di boxe che segnarono la vita di Haft non sono registrati in alcun tabellino, non conquistarono le pagine dei giornali né l’attenzione delle telecamere. Sono i quasi ottanta match che fu costretto a combattere durante la sua prigionia contro altri detenuti, quando il suo nome era ancora Hertzko.

ilpugile7Nei campi di concentramento, i nazisti fecero anche questo. Furono organizzati, per il divertimento dei gerarchi e per alimentare il giro di scommesse, incontri di boxe tra prigionieri provenienti da ogni parte d’Europa e accomunati dall’origine ebraica. Incontri all’ultimo sangue tra persone con un piede già nella fossa, malnutrite, disperate, senza distinzioni di categorie di peso, dove spesso perdere voleva dire morire. Furono in molti a condividere il destino di Haft: pugili dilettanti, professionisti, campioni, profani.

È una storia che a lungo è rimasta taciuta e che da poco si sta riscoprendo. Il film Triumph of the Spirit (Robert M. Young, 1989) ha avuto probabilmente un ruolo importante nel riaccendere i riflettori su questo pezzo di storia, sul quale poco alla volta si è cercato, tra mille difficoltà, di far luce.

Harry Haft, pochi anni prima di morire e molti decenni dopo i tragici eventi di cui fu vittima, raccontò la sua storia al proprio figlio, Alan Scott. La testimonianza orale è stata raccolta in un libro dal titolo Harry Haft: Auschwitz Survivor. Challenger of Rocky Marciano. Da tale libro, il talentuoso fumettista tedesco Reinhard Kleist, sempre più specializzato nel racconto biografico1, ha tratto il suo fumetto Der Boxer. Il volume è ora edito da Bao Publishing con il titolo di Il pugile e si completa di un ricco apparato redazionale, assai efficace nell’offrire una contestualizzazione agli eventi storici descritti.

Nel titolo del libro sono contenuti i due eventi maggiormente carichi di significato nella vicenda umana di Harry Haft: la terribile prigionia ad Auschwitz e l’incontro del 18 luglio 1949 contro Rocky Marciano, che assunse un’importanza che superò di gran lunga il suo valore sportivo. L’incontro durò solo tre round.

Round 1. Il significato della boxe

ilpugile8In una recente intervista il pluricampione Roberto Duran, causticamente, ha dichiarato «La boxe è sangue, non è quella dei film»2. Un modo, quello di Manos de Piedra, per ricordare che sul ring contano l’aggressività, la forza, la voglia di distruggere letteralmente il proprio avversario e quanto poco spazio ci sia per la retorica a cui il cinema hollywoodiano ci ha abituato. Eppure, se questo sport da decenni continua, tra alti e bassi, a emozionare e coinvolgere folle di spettatori, è anche e soprattutto in virtù della sua capacità di caricarsi di significati che vanno al di là delle sedici corde del ring.

È facile leggere nella storia di questo sport, nelle biografie dei tanti pugili che l’hanno onorato, storie universali: il desiderio di riscatto personale, razziale o nazionale, la lotta contro la paura, la sfida con se stessi, la fame di vita. «La boxe la fai se hai fame, non importa di cosa», scrive Baricco nel suo City, e sui suoi calzoncini la giovane promessa britannica Joshua porta una scritta simile, “Fuck Fear. Stay Hungry”.
A Harry Haft, la fame di certo non mancò: in senso tanto letterario quanto figurato.

Quella di Reinhard Kleist è una sceneggiatura sobria, senza fronzoli, che riesce a evitare il rischio della frammentazione episodica o della retorica a buon mercato che non di rado sviliscono il racconto biografico. Il pugile è un fumetto caratterizzato da una semplice ma efficace struttura narrativa, sublimata dalla capacità dell’autore di raggiungere alte vette emotive anche solo attraverso una manciata di battute, silenzi ben piazzati, minimi ma significativi cambiamenti dei volti. Abbondano i primi piani e i mezzo busto, con il viso di Haft sempre chiamato a essere veicolo emotivo, tramite del dialogo col il lettore; viso che Reinhard Kleist padroneggia a pieno, del quale è in grado di sfruttare ogni elemento, ogni ruga, movimento della bocca, inarcamento delle sopracciglia. Le chine giocano un ruolo fondamentale nel donare potenza grafica ed emotiva a ogni tavola.

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L’autore è abile nel rappresentare Harry Haft nella sua complessità umana, di sopravvissuto sul quale il lager ha lasciato segni indelebili. Dopo Auschwitz, Haft intraprese una faticosa ricerca di sé e del senso delle cose. Una ricerca nella quale in gran parte fallì: non ritroverà mai ciò che la prigionia gli aveva tolto, né riuscirà a liberarsi di quei demoni interiori che gli aveva innestato. La prigionia lo rese un uomo arrabbiato, violento, taciturno, attraversato da una ostilità perenne verso gli altri e il mondo che lo circondava, un uomo che ebbe difficoltà a donare amore al suo stesso figlio.

Quando Haft venne deportato, ad appena quattordici anni, era poco più di un ragazzino la cui vita, nonostante fosse stata già sconvolta dalla guerra, era comunque segnata da quegli elementi che impreziosiscono ogni biografia: la famiglia, l’amore, la speranza nel futuro. I lager nazisti privarono Haft di tutto ciò e soprattutto lo privarono della possibilità di influire sul proprio destino: la macchina infernale dell’Olocausto ridusse l’uomo a numero seriale, schiacciandolo, umiliandolo, in un certo senso beffandosi della sua forza, ricordandogli ad ogni istante la sua impotenza. Fu solo tra le sedici corde del ring che Harry Haft ritrovò quanto il mondo fuori gli aveva tolto: la possibilità di essere almeno in parte artefice del proprio destino, di recitare un ruolo attivo nella sua tragedia.

Round 2. Sopravvivere

Questo libro è dedicato ai reietti:
a quanti sono stati condizionati, emarginati,
sedati, perseguitati e ingiustamente accusati.
E che sono incapaci di ricevere amore.

Con queste parole uno dei più grandi e controversi pugili di sempre, Mike Tyson, ha deciso di aprire la sua biografia3: parole che tragicamente si addicono a Harry Haft.

ilpugile5L’uomo che la guerra risputò fuori nel 1945 non era più il bambino che aveva inghiottito sei anni prima. Le chine di Kleist seguono e allo stesso tempo dettano il ritmo di tale orrore: con fare neoplastico si impadroniscono degli spazi, fagocitano la tavola bianca, si sostituiscono ai volti, deformano la realtà.

Sopravvivere nei campi di concentramento significò anche scendere a patti con la propria coscienza, arrivare a compiere atti inimmaginabili. Nel fumetto, ad esempio, ci vengono mostrati alcuni detenuti che arrivarono a praticare il cannibalismo. Haft per sopravvivere salì su un ring improvvisato, circondato dai suoi aguzzini e stendendo un avversario dopo l’altro si guadagnò il soprannome di “belva giudea”.

Tuttavia, come già detto, il ring è forse l’unico luogo dove Haft recupera la possibilità di decidere il proprio destino. La prigionia nazista lo annullò, lo confuse nella massa di prigionieri, lo rese nonostante la sua forza fisica un individuo tra i tanti, le condizioni lo portano a uno stato di necessità che spesso vanifica il suo arbitrio, annichilendolo. Sul ring la sua forza tornò a contare, la sua rabbia acquisì un’utilità: racchiusa tra quei quattro angoli non c’era una massa informe e anonima ma c’erano solo due uomini, un vincitore e uno sconfitto. Vincere ad Auschwitz volle dire sopravvivere.

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Nel dopoguerra, vincere e conquistare le pagine dei giornali volle dire, per Haft, gridare al mondo di essere ancora lì. Nel suo pantaloncino con la stella di David cucita sopra, a suon di ganci, uppercut, jab e dritti Haft recuperò dignità, speranza, riannodò i fili della trama del suo essere. Fino all’incontro con Marciano.

Chiunque abbia visto qualche incontro di Rocky Marciano sa che un pugile come Haft non avrebbe mai potuto vincere: come pugile, The Brockton Blockbuster era di un altro pianeta. Ma, per Haft, più dei pugni e della sconfitta ciò che bruciò fu l’essere privato ancora una volta della possibilità di decidere per se stesso: l’incontro lo doveva perdere, non poteva nemmeno provarci a vincere, su questo i mafiosi che lo raggiunsero negli spogliatoi erano stati chiari. Ancora una volta, Haft non poteva essere altro che una vittima in un meccanismo più grande di lui.

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Round 3. La necessità della memoria

Dal suo match contro la vita, Haft uscì sconfitto, deluso, colmo di rancore, lontano da ogni modello eroico. Con un passato ingombrante, sempre pronto a occupare lo spazio che spettava al presente

La vicenda di Haft è resa ancor più toccante dal ruolo che hanno il passato e la memoria nel tentativo del giovane ebreo di ripartire dopo la tragedia dell’Olocausto. Haft, analfabeta, impiegò cinquant’anni per iniziare a raccontare la sua storia al figlio. Quando Alan Scott Haft pubblicò le memorie del padre, una volta sottoposte al vaglio della critica storica, furono notate – come in tutte le memorie, del resto – delle incongruenze e alcune imprecisioni.

ilpugile12Essendo trascorsi cinquant’anni, è normale che il tempo influisca sulla fedeltà e sulla precisione dei ricordi; ciò che però è evidente nel ricordo di Haft della “sua Storia” è il ruolo che la memoria ha avuto nel corso di quei cinquant’anni per quell’uomo tanto devastato, deluso, rude, chiuso in se stesso. La memoria per Haft ha l’effetto di un palliativo. Un rimedio temporaneo, provvisorio, apparente, che necessita di una continua edificazione: un rimedio inadeguato a risanare quell’infinità di ferite che il passato ha inferto e che ancora sanguinano.

«Mio padre sanguina storia» recita l’efficace titolo della prima parte del più famoso fumetto sull’argomento Olocausto4: Haft come Vladek Spiegelman, come migliaia di altri sopravvissuti, forse non ebbero mai una reale chance di pareggiare i conti con il proprio passato, ciononostante non smisero di raccontare.

C’è una scena particolarmente significativa verso la fine del fumetto, che apre la terza parte. Si svolge nel negozio di frutta che Haft gestisce, diversi anni dopo la sconfitta con Marciano. Haft discute animatamente con un cliente, forse non per la prima volta, e il figlio assiste da un angolino: l’argomento è la sconfitta contro Marciano, con il cliente che sostiene la bontà della carriera del pugile italo-americano e Haft che si ostina ad addebitare la sua sconfitta alle minacce subite. Il figlio da lontano osserva il padre infuriato, non crede alla sua versione ma ne ammira comunque la forza con la quale la sostiene. La sua energia, che come sempre continua a confondersi con quella rabbia che nonostante tutto gli ha permesso negli anni di sopravvivere e rialzarsi, Harry Haft la trova nel ricordo che a un certo punto acquisisce una verità e una sostanzialità che prescinde dalla realtà.

Letta in questo modo, la vicenda di Haft acquisisce un valore più che mai universale, in cui la memoria diventa il montante per uscire dall’angolo, lo shifting per riguadagnare terreno, la guardia per resistere ai colpi che stanno per arrivare, il clinch di tanto in tanto necessario per recuperare fiato e lucidità e rimanere in piedi fino al suono della campana.

Abbiamo parlato di:
Il pugile
Reinhard Kleist
Traduzione di Anna Patrucco Becchi
Bao Publishing, 2015
200 pagine, brossurato, bianco e nero– 16,00€
ISBN: 9788865432600

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  1. Oltre a quella di Harry Haft, Reinhard Kleist ha negli anni ha raccontato le vite di Fidel Castro, Johnny Cash, Elvis Presley, H.P. Lovecraft, Samia Yusuf Omar. 

  2. Che potete leggere qui 

  3. Mike Tyson, True. La mia storia, Piemme, 2013. 

  4. Maus, Art Spiegelman, Einaudi 

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Scritto da Dario Custagliola, tratto da Lo Spazio Bianco.

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I bambini inchiodati, il dramma delle giovani vittime del Kanun http://www.lospaziobianco.it/143260-bambini-inchiodati-dramma-giovani-vittime-kanun http://www.lospaziobianco.it/143260-bambini-inchiodati-dramma-giovani-vittime-kanun#comments Tue, 17 Mar 2015 16:00:18 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=143260 Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Partendo da un progetto di teatro sociale, Besmir Rrjolli racconta in un fumetto che ha il sapore di una fiaba il tragico destino dei bambini vittime delle secolari faide di sangue nel nord dell’Albania.


Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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bambini inchiodati coverGià dal titolo, I bambini inchiodati evoca l’immagine di una condizione dolorosa e perpetua e ancora più traumatica se la si pensa associata al mondo dell’infanzia.

Questo fumetto, pubblicato nel 2013 da Cyrano Comics, nasce all’interno di un progetto di teatro sociale noto come On The Stage – una delle forme di comunicazione scelte da Besmir Rrjolli e dalla sua associazione Dora e Pajtimit di Scutari – allo scopo di denunciare uno dei drammi che affliggono il nord dell’Albania.

Fëmijët e ngujuar, che tradotto significa appunto ‘bambini inchiodati’, indica quei bambini privati della libertà di uscire di casa, andare a scuola o in qualsiasi altro luogo pubblico perché colpiti dalle conseguenze delle sanguinarie faide basate sull’antica legge del Kanun.

Kanun è il nome dell’antichissima regolamentazione orale della vita sociale dei villaggi montani, che tra gli altri disciplina l’istituto della vendetta di sangue, la gjakmarrja. Quest’ultima legittima un parente della vittima a uccidere l’autore del crimine o un parente dell’uccisore, sino al terzo grado di parentela, e, secondo alcune interpretazioni del codice, dalla vendetta di sangue non sono esclusi neppure i bambini.

Le giovani vittime della vendetta sono condannate a un’esistenza all’interno del perimetro delle proprie abitazioni, senza avere contatti con l’esterno e poter coltivare alcun rapporto di amicizia. Questa condizione di isolamento forzato, priva di ogni fondamentale diritto, che si svolge nel silenzio e nella passiva accettazione da parte dell’intera comunità, si intreccia con l’assenza di una istruzione adeguata e con un inevitabile incremento dell’analfabetismo di ritorno.

Besmir Rrjolli ha trovato nel teatro sociale e in altre forme di espressione la giusta via per comunicare il suo messaggio di denuncia nei confronti di una tradizione dura a morire, e questo percorso ha condotto sino al fumetto.bambini inchiodati - tav 1

I bambini inchiodati è stato realizzato da un gruppo di artisti composto dallo stesso Rrjolli, che con Nicola Bernardelli e Marta Carbocci è autore dei testi dell’opera originale, Enrico Bante, che ha scritto la sceneggiatura per il fumetto, e Bernardelli e Luca Falesiedi, che si sono alternati nella realizzazione dei disegni.

Con un linguaggio simbolico, comprensibile a ogni tipo di lettore, I bambini inchiodati racconta la storia delle piccola Jen come una fiaba.

La sua vita di isolamento e privazioni subisce un cambiamento con l’arrivo nel villaggio di Trik&Trak, «potente mago, mellifluo attore, sublime paroliere, instancabile girovago, squisito cantastorie e ineffabile imbroglione». Cacciato malamente dalla gente del luogo, Trik&Trak non è però soggetto alla legge del Gufo, il significato pervertito del Kanun. Lo straniero è quindi il solo che può recuperare il libro delle antiche leggi, che è la chiave per liberare l’Aquila, incarnazione della libertà e della forza del popolo albanese. In questa avventura deve però essere accompagnato da chi più di chiunque altro necessita del cambiamento e della libertà, Jen appunto, che rappresenta la speranza di un intero popolo.

Con l’incedere della narrazione, anche il piano grafico si adatta ai cambiamenti che colpiscono le vite dei personaggi e al tono con cui questi cambiamenti sono raccontati. Si comincia con lo stile cupo e onirico di Nicola Bernardelli per passare a quello più netto di Luca Falesiedi; mentre la luce, utilizzata in modo nettamente diverso nelle due parti del libro, ottiene un ruolo di primo piano, quasi funzionale alla trama. La luce, come molti altri elementi descritti dagli autori, simboleggia la maturazione dei protagonisti, la presa di coscienza del proprio ruolo sociale e del compito storico che viene loro affidato per il cambiamento del mondo in cui vivono.bambini inchiodati - tav 2

Se, come nella maggior parte delle opere di narrativa, I bambini inchiodati accompagna alla piacevolezza del racconto un insegnamento finale, l’intento di Besmir Rrjolli è chiaro: il desiderio di sensibilizzare i lettori nei confronti di pratiche vendicative disumane, la cui esistenza appare del tutto ingiustificata, ma il cui occultamento agli occhi del mondo è esattamente ciò di cui pratiche come il Kanun si alimentano e sopravvivono.

Abbiamo parlato di:
I bambini inchiodati
Besmir Rrjolli, Nicola Bernardelli e Marta Carbocci (testi dell’opera originale), Enrico Bante (sceneggiatura per il fumetto), Nicola Bernardelli e Luca Falesiedi (disegni)
Cyrano Comics, 2013
80 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,80 €
ISBN: 978-88-97813-18-7


Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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“A Panda piace… l’avventura” e l’edicola http://www.lospaziobianco.it/144011-panda-piace-lavventura-ledicola http://www.lospaziobianco.it/144011-panda-piace-lavventura-ledicola#comments Tue, 17 Mar 2015 08:30:52 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=144011 Scritto da Andrea Bramini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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L'ultimo numero di "A Panda piace... l'avventura" di Giacomo Bevilacqua sorprende e ribalta le aspettative dei lettori, svelando la realtà dietro a quest'opera godibile, avventurosa, divertente e toccante.


Scritto da Andrea Bramini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Andrea Bramini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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panda-piace_introIn principio era un panda.
Un semplice panda in brevi strisce autoconclusive, prive di una vera e propria trama: in quei fumetti il protagonista viveva degli sketch a metà tra comicità, dolcezza e gag metanarrative.
Col passare degli anni, la fortuna di questo personaggio è cresciuta, con la riproposizione su carta di quelle strisce e la creazione prodotti di merchandising, e il Panda di Giacomo Bevilacqua è diventato un’icona, un personaggio immediatamente riconoscibile e con delle caratteristiche chiare e identificabili. La velocità di fruizione, la rapida condivisibilità ma soprattutto le sensazioni che regalava la lettura di quelle vignette hanno fatto la fortuna di Panda, che un paio d’anni fa è approdato in Panini Comics, editore sotto il quale Bevilacqua ha avuto l’opportunità non solo di portare la sua creazione in edicola con storie inedite, ma di costruirle attorno addirittura una serie bimestrale con una lunga avventura a puntate.

PANDA-PIACE-coverIl primo interrogativo che poteva sorgere al riguardo è: funzionerà un personaggio del genere, nato per un tipo di racconto ben diverso, in un contesto come quello di una lunga storia divisa in episodi?

Il dubbio è legittimo, tanto che i primi due numeri della serie soffrono il “momento di passaggio” che il fumetto deve affrontare: a fronte di una narrazione lunga e che inizia visibilmente a costruire una trama con molti elementi, la sceneggiatura è ricca di situazioni indipendenti dalla storia in generale, come piccole gag, flashback ironici e altri inserti che spezzano il racconto, spesso anche con battute metafumettistiche.
Dal terzo albo la storia ingrana maggiormente, e anche la fluidità della narrazione ne beneficia: non mancano gli intermezzi comici, spesso pervasi dal tipico stile umoristico di Giacomo Bevilacqua, ma la trama risulta più compatta e l’autore sembra aver preso maggiormente le misure del nuovo “mezzo” in cui si muove Panda.

Con il progredire dei numeri, infatti, si riesce sempre più a vedere la complessità dell’affresco creato da Bevilacqua: la direzione in cui si muovono gli eventi appare ben pensata ed è lodevole la capacità di gestire personaggi, elementi e indizi anche a numeri di distanza, componendo un affresco coerente e completo che dà soddisfazione al lettore.
PANDA-PIACE-immagine1

Tale sensazione si ottiene anche dopo la lettura dell’ottavo e ultimo numero della serie, Le strade che prende chi fugge. In esso si tirano le fila dell’intera avventura di Panda, e la riuscita di questo albo conclusivo sta in buona parte nell’aver disatteso alcune aspettative della vigilia.
Alla fine dello scorso numero avevamo infatti lasciato Panda inglobato dentro la sua Ansia, vera e propria personificazione dell’omonimo stato d’animo, che è letteralmente cresciuta a dismisura fino a prendere il sopravvento sul protagonista: ci si poteva aspettare che questa versione potenziata di Panda avesse una parte attiva nello scontro finale, invece l’autore risolve questo passaggio nelle prime tavole. La situazione non è fine a sé stessa, perché PANDA-PIACE-immagine2l’intervento degli amici di Panda che risolve la situazione permette al personaggio di sentirsi più vicino a tutti loro e di iniziare a prendere coscienza della vera natura della sua missione… ma chi si aspettava una presenza massiccia di Ansia nel pieno del suo sviluppo si è trovato spiazzato.

Altro colpo di scena è legato proprio alla fine della storia. Si poteva banalmente immaginare che la conclusione dell’avventura sarebbe coincisa con il confronto tra Panda e Crisi, l’inquietante entità che sta cercando di contrastare l’avventura di Panda. Questo scontro è ben presente e raccontato in maniera avvincente, ma occupa solo la parte centrale dell’albo.
Il vero finale è la spiegazione della natura stessa di quanto fatto da Panda nel corso di tutta la serie, e in fondo del senso stesso di questa testata. Non vogliamo qui svelare quale sia questa rivelazione, basti sapere che ribalta la percezione di tutto quanto visto fin dal primo numero e che spiega il significato metaforico che questo progetto di Giacomo Bevilacqua nasconde, dimostrando come da un’emozione del tutto personale possa nascere un’opera godibile, avventurosa, divertente e toccante perfettamente fruibile dai lettori.
PANDA-PIACE-immagine4Le ultime tavole sono di una “malinconia serena” – se mi è concesso l’ossimoro – che traspare in modo forte dalle vignette e che chiudono nel modo più sensibile ed elegante possibile questa lunga avventura.
A sdrammatizzare ci pensano comunque la rubrica della posta di Godfrey e le strisce di Sio, che si diverte a riprendere in modo dissacrante alcune scene dell’albo.

Meritano due parole anche i disegni. Osservando infatti i primi numeri e gli ultimi si può notare una vera e propria escalation qualitativa: se all’inizio le tavole, soprattutto nel ritrarre i personaggi, erano fortemente debitrici dello stile grafico delle strisce sul web, si è potuto osservare un continuo PANDA-PIACE-immagine5miglioramento, un affinamento costante nella componente grafica. Il risultato finale, che trova l’esempio più riuscito proprio nell’ottavo numero, è un prodotto decisamente più curato anche sotto l’aspetto estetico, che beneficia dell’introduzione dei grigi avvenuta qualche numero addietro.

Tirando le somme, la scelta di Panini Comics di dare luce verde a questo progetto si è rivelata felice. Panda ha dimostrato di essere un personaggio che si può prestare con successo anche ad avventure di largo respiro e i lettori hanno potuto leggere una storia articolata che comunque in pochi numeri si è conclusa, senza lungaggini eccessive, lasciando il suo pubblico con la voglia di rileggere la serie dall’inizio alla luce delle rivelazioni finali.

Abbiamo parlato di:
A Panda piace… l’avventura #8 – Le strade che prende chi fugge
Giacomo Bevilacqua
Panini Comics – febbraio 2015
80 pagine, bianco e nero, brossurato – € 2,90
ISSN: 9 772283 791906 50008

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Scritto da Andrea Bramini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Il libro infame di Nicoletti e Ronchi ricostruisce cinquant’anni di memorie italiane http://www.lospaziobianco.it/143301-libro-infame-nicoletti-ronchi-ricostruisce-cinquantanni-memorie-italiane http://www.lospaziobianco.it/143301-libro-infame-nicoletti-ronchi-ricostruisce-cinquantanni-memorie-italiane#comments Sat, 14 Mar 2015 08:30:40 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=143301 Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Gianluca Nicoletti realizza un memoir di storia Italiana, rievocando fatti e presenze stratificate nei ricordi, attraverso la tecnica del ‘tempo a castello’. Le illustrazioni di Roberto Ronchi agevolano il processo narrativo e migliorano l’esperienza di lettura.


Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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libro infame coverGianluca Nicoletti è un giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo, che nel 2013 ha scalato le classifiche con Una notte ho sognato che parlavi, pubblicato con Mondadori, con cui ha raccontato il difficile lavoro di comunicazione con il figlio autistico. Roberto Ronchi è un illustratore e collabora con Walt Disney, Mondadori, Hachette e Piemme. Insieme sono gli autori de Il libro infame. Memorie del tempo a castello (Tunuè 2013), interessante esperimento editoriale che coniuga la narrazione in prosa con quella per immagini.

Le immagini del Libro infame non sono illustrazioni del testo, ma piuttosto parte integrante della narrazione, composta sia da parole scritte che da concetti illustrati. E il corredo visivo del testo asseconda la narrazione e supporta il lettore nella rievocazione di ricordi stratificati, secondo il concetto di ‘tempo a castello’, ampliando la memoria del singolo attraverso quella della storia dell’Italia dagli anni Cinquanta a oggi.

Per questo motivo l’opera di Nicoletti e Ronchi può a buon diritto rientrare nella definizione di libro enhanced. Enhanced letteralmente vuol dire ‘accresciuto’, ‘migliorato’, ‘intensificato’ e nel caso dell’oggetto-libro s’intende che parola, immagini e formato creano un unicum tra la particolarità dell’aspetto estetico e lo stringente processo narrativo.

Utilizzando tonalità irriverenti, vivaci e trasgressive, Gianluca Nicoletti descrive un viaggio attraverso  personali ricordi del passato e altri dell’immaginario collettivo, indulgendo non poco in una dimensione onirica che propone letture di senso adattabili da lettore a lettore. Ne emerge il ritratto di un Paese che con il trascorrere dei decenni ha smarrito l’ingenuità peculiare di una radice contadina e si è identificato nelle storture prodotte dal mondo moderno e iper-tecnologicizzato.libro infame tav 1

Questo memoir si costruisce, come recita il titolo e come si accennava, su un ‘tempo a castello’, l’idea, anzi l’immagine, che tra le altre rimane più impressa dell’intero volume. Il concetto di ‘tempo a castello’ si basa sulla possibilità teorica di archiviare il proprio vissuto in una sorta di casellario biologico, con dati estraibili in ogni momento della vita. Si tratta quindi di immaginare una memoria multistrato in cui ogni ricordo si sovrappone al precedente e lascia una traccia del nostro cammino, esattamente come i sedimenti di roccia nel terreno o i cerchi negli alberi.

Alcuni dei racconti, con cui Nicoletti tratteggia l’Italia costumata della sua infanzia e ‘perduta’ dei giorni nostri, sono denominati ‘fescennini’. Attingendo all’antica tradizione popolare etrusca e latina e volendo attenersi a una certa interpretazione etimologica, questi racconti giocano sul tema del fascinum, che rappresenta il fallo nell’accezione latina, e si caratterizzano per la loro particolare licenziosità. Si tratta, nel caso di specie, di storie vere ascoltate in prima persona dall’autore, il cui denominatore comune è l’imprevedibilità dell’oggetto dei salaci sberleffi della letteratura fescennina.

Nelle pagine finali del Libro infame viene affidata a un fumetto, o a quello si potrebbe tranquillamente definire un breve fotoromanzo, la spiegazione della scelta del titolo. Nicoletti racconta che, nel corso del programma radiofonico Golem, regalava agli ascoltatori che partecipavano a un suo paradossale quiz a premi i libri appunto ‘infami’ che gli editori inviavano alla redazione perché fossero recensiti, ma lo fa romanzando il tutto e con una massiccia dose di (auto)ironia.

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Il libro infame – al di là degli sberleffi al benpensantismo italiano e alla critica di costume, alla ricostruzione postuma della storia del nostro Paese e al moderato tono nostalgico – è sopratutto un’opera ben costruita, sul piano narrativo e visivo, e carica di onestà intellettuale e ironia, una tragica ironia di stampo monicelliano.

Abbiamo parlato di:
Il libro infame. Memorie del tempo a castello
Gianluca Nicoletti, Roberto Ronchi
Tunuè, 2013
164 pagine, brossurato, colori – 16,90 €
ISBN: 978-88-97165-75-0

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Scritto da Angela Pansini, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Una brutta storia: la semplicità dei pugni http://www.lospaziobianco.it/142700-brutta-storia-semplicita-pugni http://www.lospaziobianco.it/142700-brutta-storia-semplicita-pugni#comments Fri, 13 Mar 2015 16:00:54 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=142700 Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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"Una brutta storia" è la sorprendente opera prima del giovane Spugna. Un’avventura semplice e diretta che spiega in modo particolare come si può migliorare e maturare: con i pugni.


Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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covCi sono fumetti che fanno, o almeno ci tentano, della complessità la loro forza. Ci sono poi quelli che, facendo della semplicità di narrazione un elemento imprescindibile, arrivano a raccontare in maniera ancora più efficace i temi toccati. E’ questo il caso di Una brutta storia, prima opera lunga di Tommaso Di Spigna in arte Spugna, edito da Grrrz Comic Art Book , ex Grrrzetic Editrice, nella nuova collana Calipso dedicata agli esordienti.
La storia, anche se non precisamente contestualizzata, sembra ambientata nei “selvaggi” Anni ʼ30 della grande depressione americana e soprattutto in quei porti umidi e nebbiosi che ospitavano piccole bettole nelle quali trovavano rifugio paria, marinai e malviventi, che una certa cinematografia di genere ha fissato nell’immaginario collettivo.
Protagonista del volume è non a caso Rocky il Rosso, inesperto e rissoso marinaio a bordo della “Wendy”, nave comandata dal “Capitano” e condivisa con i fidi Bill, Mac e Sig. Kominsky. La storia vede la ciurma mettersi alla ricerca di una misteriosa isola del tesoro (che ricorda tanto l’Isola del Teschio di King Kong, altro simbolo di culto della filmografia Anni ʼ30), che, purtroppo per loro, si rivelerà una trappola mortale.

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Non ci sono sottotrame, non ci sono colpi di scena improvvisi e nemmeno un accenno di approfondimento psicologico dei personaggi. L’autore si concentra sull’avventura e sul suo progredire semplice e diretto. Spugna spoglia il genere avventuroso di tutti gli orpelli inutili e accessori per raccontarci una storia di amicizia e condivisione, orrore e violenza, inesperienza e passaggi dolorosi. Una scelta precisa e voluta che dona a quest’opera un fascino di altri tempi, di letture passate, antiche, quelle letture dove, a differenza di oggi, la semplicità era sinonimo di qualità. 1In un periodo come quello odierno, dove a volte si cerca una stratificazione esagerata del racconto, fa piacere vedere come ci siano ancora autori in grado di sviluppare una storia con pochi ma precisi elementi che, anziché impoverire la lettura, riescono a circoscriverla e a renderla più incisiva.

Tommaso di Spigna è un autore giovane e di esperienza forzatamente limitata, ma dotato di quella scintilla creativa che contraddistingue i grandi artisti. Risulta sorprendente come riesca a sviluppare il racconto concentrandosi su un esiguo numero di elementi, costruendo un impianto narrativo che porta il messaggio del libro e quello che l’autore stesso vuole raccontare in maniera cristallina.

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Addentrandosi nella lettura si subisce una sorta di fascinazione che costringe a scrutare le pagine per esaminarne e ammirarne i particolari. Ed è proprio in questo caso che forse si riesce a intravedere il vero significato dell’opera: il viaggio verso l’ignoto, la violenza come parte della vita e rito di passaggio, la caparbietà del protagonista di lanciarsi in un’avventura più grande per maturare, progredire, migliorare. Un passaggio che sembra non poter avvenire se non attraverso il dolore fisico, un martirio che nelle cicatrici riversa le nostre esperienze, i nostri ricordi e la nostra formazione. 2In questo senso sono fortemente simboliche le prime tavole che ci mostrano il “debole” Rocky il Rosso pestato a sangue, e le ultime che invece lo restituiscono di ritorno dall’isola come il forte e deciso Rocky il Guercio.

Se Spugna si dimostra bravo e intelligente nel racconto, è nella parte grafica che riesce a dare il meglio di sé. Dotato di uno stile di disegno preciso e raffinato, Di Spigna costruisce tavole in bianco e nero di grande impatto visivo che ospitano un autentico freak show di personaggi grotteschi e spaventosi la cui costruzione ricorda il genovese Enrico Macchiavello.
Il suo Rocky non è altro che una libera interpretazione di Popeye/Braccio di Ferro, personaggio nato dalla fantasia di Elzie Crisler Segar, uno dei suoi autori preferiti, così come tutta la sua avventura è una grande rielaborazione degli stilemi Segariani. E forse è proprio il personaggio di Braccio di Ferro che riassume meglio il modo di raccontare e la filosofia di Rocky/Spugna che, per dare un valore alla sua irruenza e al suo risolvere i problemi a cazzoti, diceva:

Io sono quel che sono e questo è tutto quel che sono.

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Rimangono da fare i complimenti alla Grrrz Comic Art di Silvana Ghersetti e Andrea Benei (cui aggiungiamo il cagnolino Watson, parte integrante della redazione), per la cura nella confezione del libro e per la fiducia incondizionata che continua a dimostrare in questi giovani talenti, sostenendoli nei loro progetti. Storpiando il titolo direi quindi “una bella storia”.

Abbiamo parlato di:
Una brutta storia
Tommaso “Spugna” Di Spigna
Grrrz Comic Art Book, 2014
112 pagine, rilegato, bianco e nero – 18,00€
ISBN: 9788896250266


Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Outcast: i demoni di Robert Kirkman http://www.lospaziobianco.it/143606-outcast-demoni-robert-kirkman http://www.lospaziobianco.it/143606-outcast-demoni-robert-kirkman#comments Fri, 13 Mar 2015 08:30:18 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=143606 Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Arriva anche in Italia Outcast, la nuova attesa serie di Robert Kirkman. Un viaggio oscuro nel mondo di Kyle Barnes e nelle misteriose possessioni demoniache che lo tormentano.


Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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outcastRobert Kirkman è probabilmente l’autore maggiormente iconico di questi anni duemila e rotti. Partendo dalla gavetta è riuscito, con costanza, abilità e una dose di fortuna, a creare la Skybound, sua etichetta editoriale che pubblica per l’Image Comics della quale è anche Chief Operating Manager.
Se nel corso della sua vita editoriale la Skybound ha continuato a espandersi, proponendo nuove serie e lanciando autori promettenti, il merito deve inevitabilmente andare alle due serie cui Kirkman ha dedicato completamente i suoi sforzi creativi personali: la serie superoistica Invincible e il fenomeno mondiale The Walking Dead. La saga apocalittica a base di zombie, sopravvivenza e introspezione psicologica creata dall’autore americano è forse il più grande fenomeno di media crossing degli ultimi dieci anni. Partito in sordina dal semplice supporto cartaceo, TWD è diventata fonte d’ispirazione di romanzi, videogiochi, action figures e un serial televisivo di enorme riscontro commerciale.

Si può quindi considerare un piccolo evento l’arrivo in Italia di Outcast, la nuova e recentissima serie regolare scritta e sceneggiata da Kirkman e disegnata da Paul Azaceta. outcast 1La storia ci porta a conoscere la vita del protagonista Kyle Barnes, uomo segnato da un’infanzia di abusi da parte della madre. Con la strana morte di quest’ultima, Kyle trova rifugio presso una famiglia adottiva, la cui figlia Megan prende sotto sua protezione il ragazzo che, poco dopo il suo arrivo in questo nuovo contesto familiare, diventa vittima di una possessione demoniaca che ne condiziona la vita in modo indelebile fino all’età adulta.

La nuova creatura di Kirkman è strutturata come un avvincente thriller paranormale , dove, per stessa ammissione dell’autore, si vuole abbandonare il discorso impossibile della resurrezione, per concentrarsi su fatti come gli esorcismi che, seppur straordinari e non completamente risolti o capiti, hanno riscontri provati nella realtà.
Con Outcast lo sceneggiatore dimostra ancora una volta le sue grandi doti di narratore, affrontando il tema con una sorprendente originalità, con una trama che si concentra principalmente su Kyle e il suo essere una sorta di catalizzatore di entità demoniache.
Sebbene l’argomento delle possessioni non si possa certo definire originale, soprattutto in ambito cinematografico dove, a partire dal seminale L’esorcista di William Friedkin, gli sono state dedicate innumerevoli produzioni filmiche, bisogna ammettere che l’autore sembra voler affrontare il tema in maniera differente, provando a lasciare parzialmente in disparte il lato religioso della vicenda e concentrandosi maggiormente sulle conseguenze che le influenze demoniache hanno avuto sulle vite delle vittime.

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Se con TWD Kirkman ha dato vita a un grande affresco corale, dove attorno al protagonista Rick ruotano ciclicamente nuovi personaggi che travalicano la figura di co-protagonisti, vista la grande importanza a loro data, con Outcast lo scrittore intraprende una nuova strada. Ai toni catastrofici e rumorosi e ai dialoghi fiume, si sostituiscono atmosfere cupe e silenziose, brevi scambi di battute che fanno percepire l’atmosfera malsana e opprimente che la serie trasmette già da questo primo numero.
Attraverso un abile uso dei flashback, l’autore riesce a condurre ed immergere il lettore sia nei drammatici eventi che hanno contraddistinto il passato di Kyle, sia nel suo turbolento presente, mantenendo sempre alta la tensione del racconto in entrambe le linee temporali.

oucast 3La serie possiede un ritmo di narrazione sincopato che ne favorisce il progredire senza perdere mordente, un procedere che ricorda quello di molti serial televisivi moderni e non a caso Outcast è infatti già stato opzionato per farne una versione televisiva. Da parte di Kirkman sembra quasi un volersi liberare dalla lunga e impegnativa gestione di TWD per dedicarsi a un progetto più piccolo, intimo e meno dispersivo, ma non per questo meno curato e affascinate.

La SaldaPress ha deciso di distribuire l’albo con lo stesso formato della versione da edicola di TWD: un brossurato in bianco e nero (a differenza dell’originale che è completamente a colori) di 72 pagine, simile agli albi Bonelli. Paul Azaceta, disegnatore regolare della serie, ha accettato di curare personalmente l’adattamento italiano della sua opera, ripulendo le tavole per poi rielaborarle attraverso l’inserimento di ombre e toni di grigio. Se la scelta possiede di certo una valenza commerciale tesa a favorire la riconoscibilità e un accomunamento alle altre produzioni da edicola di successo, bisogna però dire che, confrontando questa edizione con quella originale, la versione SaldaPress ne esce vincitrice.

0Azaceta è uno di quei disegnatori che, come John Paul Leon o Daniel Žeželj, possiede uno stile secco, pulito e che fa un grande uso dei neri, in cui la colorazione smorza di molto la potenza visiva. Quella dell’editore si dimostra quindi una scelta azzeccata, che dona alle matite di Azaceta grande profondità e ulteriore espressività, surclassando nettamente l’originale a colori. Un’ottima prima uscita, che conferma Kirkman come uno dei punti di riferimento di quest’ultima generazione di scrittori.

Abbiamo parlato di:
Outcast #1 – Il reietto
Robert Kirkman, Paul Azaceta
Traduzione: Stefano Menchetti
SaldaPress, 2015
72 pagine, brossurato, bianco nero – € 1,00 il #1 – € 2,30 dal #2

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Scritto da Michele Garofoli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Orfani: Ringo – I sogni svaniscono “Come pioggia” http://www.lospaziobianco.it/143716-orfani-ringo-sogni-svaniscono-pioggia http://www.lospaziobianco.it/143716-orfani-ringo-sogni-svaniscono-pioggia#comments Thu, 12 Mar 2015 16:00:16 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=143716 Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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In anteprima la recensione di "Come pioggia", albo numero 6 di Orfani: Ringo con Mauro Uzzeo alla sceneggiatura, Alessio Avallone ai disegni e Nicola Righi ai colori.


Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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ORFANI6COVERDopo la parentesi lucchese che ha visto Ringo, Rosa Seba e Nuè alle prese con una rocambolesca avventura in pieno stile action, in Come Pioggia, sesto numero della miniserie Orfani: Ringo i quattro protagonisti sono costretti a confrontarsi con un un pericolo molto più infido e terrificante dei precedenti: l’evidente sgretolamento delle proprie aspettative e dei propri sogni. Esattamente come ci è accaduto ad ogni numero pari troviamo Mauro Uzzeo alla sceneggiatura, questa volta coadiuvato da due new entry in Sergio Bonelli Editore: Alessio Avallone ai disegni e Nicola Righi ai colori.

L’azione (se così si può chiamare, trovandoci davanti all’albo di Ringo più riflessivo e disteso finora incontrato) si sposta lungo il Subappennino Toscano, nella provincia di Massa e Carrara. Tra gli splendidi borghi isolati lungo le valli e le imponenti e candide montagne, il gruppo di superstiti decide di prendersi una giornata di pausa in un villaggio disabitato a pochi passi da una vecchia cava di marmo. La loro sosta, che dà modo ai protagonisti di riflettere sui rapporti che li legano e sulle proprie ambizioni accantonate lungo la strada, come in ogni opera d’azione che si rispetti, non si rivela poi così innocua.
La storia che ci viene proposta, in netta antitesi con gli episodi che vedono Roberto Recchioni ai testi, si sofferma in maniera piuttosto efficace sulle problematiche dei singoli personaggi, dando un ruolo estremamente marginale alla fuga dai Corvi e dalla Jurich e proponendo l’elemento sorpresa e l’azione risolutiva solo nelle pagine finali.

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Tema principale e sottile dell’albo è il rapporto che lega l’uomo, ma soprattutto i ragazzi, alle proprie ambizioni e, metaforicamente il ruolo che ha la società in tutto ciò. La sosta dei protagonisti diventa infatti un pretesto per creare un rapporto tra la condizione dei medesimi e l’attuale contesto in cui viviamo. I sogni dei giovani d’oggi, siano essi più o meno futili, vengono distrutti in un battito di ciglia grazie alle dinamiche che caratterizzano la nostra società e all’incapacità di quest’ultimi di scrollarsi di dosso la mentalità vittimista che li contraddistingue. Vittime e carnefici di se stesse, le nuove generazioni brancolano nel buio, si nascondono e, in maniera cinica, decidono di accantonare il proprio domani, nella stessa maniera in cui Ringo si decide a porre fine, seppur a malincuore, all’incantesimo e di ritornare alla triste realtà, dove lui e i tre orfani non hanno la possibilità di vivere un futuro così sereno, ma solo di sopravvivere come prede in attesa del cacciatore.

Bambini perduti. Anche i più vecchi tra noi. La fine dura solo un momento. L’attimo in cui abbassi la guardia. in cui sei impreparato. Se sopravvivi ti tocca il peggio: continuare a vivere. Perdendo pezzi di te stesso ogni giorno. Dimentichi chi eri, per sopportare quello che sei diventato.

ringo 6-page-065Mauro Uzzeo riesce a catapultarci in maniera piacevole e senza sfruttare i cliché del caso all’interno della psiche dei protagonisti, facendoci scoprire i sogni di ognuno. Proprio la scelta di spostarne l’attenzione da un soggetto all’altro, proponendo talvolta un ritmo abbastanza incalzante (si vedano pagina 70 e 71) fa sì che il lettore si concentri sul cosa vogliano i protagonisti e non sulla pace innaturale che governa le Alpi Apuane rispetto alle città incrociate.

Nell’albo c’è spazio anche per l’amore e per il triangolo che lega i tre ragazzini, argomento che viene ulteriormente approfondito durante l’arco della narrazione. Nuè, durante un dialogo con Seba asserisce:

Perché per lei noi siamo la stessa cosa.

a indicare quanto il sesso assuma connotazioni e sfumature diverse da individuo e individuo e quanto l’assenza di una famiglia reale crei legami differenti, in un certo senso insani. Così come Ringo si trova a disagio nel ruolo di padre adottivo, proprio perchè non riesce ad essere una figura protettiva, incoraggiante e comprensiva per i suoi giovani compagni, Rosa ha una visione confusa del concetto di famiglia nella quale Seba e Nuè sono al contempo amici, fratelli e amanti.

Un altro tassello interessante è dato dal legame tra Ringo e il disegno, escamotage che permette agli autori di giocare in maniera quasi metafumettistica con il loro stesso lavoro. Qui il volto rapito del protagonista mentre ammira le opere di street art nei ruderi abbandonati e mentre fruga nelle case alla ricerca di illustrazioni (in cui vengono citati alcuni street artist come Blu, Solo, Ericailcane), mostra al lettore cosa sia l’amore per l’arte.

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Mentre viene trovato lo spazio più adatto per poter citare il medium fumetto e la stessa Sergio Bonelli Editore (“Secondo me era un fan di Tex!”), si ribadisce in poche semplici tavole l’assoluto bisogno del creativo di raggiungere il proprio intimo pezzetto di libertà grazie all’immaginazione e la capacità che hanno le opere artistiche di sopravvivere anche dopo la guerra, la distruzione e l’abbandono.

Se disegni su un muro è perché non ti piace quel muro…e vuoi trasformarlo in qualcos’altro.

Interessante anche la scelta di ambientare la trattazione di un tema così importante in Toscana settentrionale, da sempre luogo di tradizione scultorea artigianale, nei pressi delle cave di marmo dove veniva estratta la materia prima per le statue di artisti del calibro di Michelangelo e del Canova.

ringo 6-page-065Il tratto del giovane Alessio Avallone, alla sua prima prova da professionista, è a metà strada tra lo stile cartoonesco ed efficace di Davide Gianfelice e l’eleganza e l’equilibrio di Emiliano Mammucari. Pur apparendo acerbo in alcune vignette (si vedano ad esempio certi primi piani in profilo di Ringo ) riesce a donare espressività ai personaggi e a immergere il lettore nei paesaggi da sogno delle vallate toscane. Il passaggio netto fra i toni scuri (inizio e fine) e quelli chiari (nella parte centrale) risulta una buona scelta gestita bene dal colorista Nicola Righi.

Particolarmente azzeccate alcune scelte riguardanti la struttura delle tavole: ne sono un esempio le sequenze in cui l’onomatopea KSSSSSSHHHHHH, vignetta dopo vignetta, scandisce le azioni quotidiane del gruppo, ricordando il continuo e disturbante scrosciare della pioggia, ma anche il rapido cambio di scenario nella stessa pagina in cui vengono proposte due scene di sesso in parallelo temporale tra Rosa e Seba e Rosa e Nuè, a ribadire l’ambiguità dell’episodio e il differente modo in qui ragazzi vedono la compagna.

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Nel complesso Come pioggia si conferma un buon numero di Orfani: Ringo, presentando all’interno di una storia non così banale una serie di interessanti spunti di riflessione e intercettando una delle tematiche clou d’impatto per i lettori più giovani: il bisogno di credere nei propri sogni e la difficoltà di vivere in una società che lo rende quasi impossibile.

Abbiamo parlato di:
Orfani: Ringo #4 Come pioggia
Mauro Uzzeo, Alessio Avallone, Nicola Righi
Sergio Bonelli Editore – Marzo 2014
98 pagine, brossurato, colori – € 4,50

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Scritto da Ilaria Mencarelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Last Man: con Bastien Vives, il fumetto francese si traveste da manga http://www.lospaziobianco.it/142930-last-man-fumetto-francese-traveste-manga http://www.lospaziobianco.it/142930-last-man-fumetto-francese-traveste-manga#comments Thu, 12 Mar 2015 08:30:16 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=142930 Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Esperimento fumettistico di Balak, Bastien Vives e Michael Sanlaville, "The Last Man" è un fumetto d'avventura francese che strizza l'occhio al manga sia nel formato, sia nel soggetto.


Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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Strutturalmente il fumetto è l’abbinamento di immagini e parole scritte, che insieme concorrono per raccontare una storia. In quest’ottica, è molto interessante osservare come su una base piuttosto semplice, popoli e culture differenti abbiano sviluppato strutture differenti. Si va dalla griglia classica a 4 o 3 strisce dei fumetti statunitensi, a quella tascabile a 3 strisce o ultratascabile a 2 strisce italiane, alle 4 strisce in grande formato del fumetto franco-belga. In particolare quest’ultimo, probabilmente grazie alle dimensioni dell’albo, si mostra estremamente flessibile e permette al disegnatore di mostrare le sue capacità nel disegno e nella cura del dettaglio.

Manga e Occidente

Le principali caratteristiche distintive del manga sono, invece, il formato (volumi tascabili che raccolgono le storie precedentemente serializzate su rivista) e il senso di lettura. A queste due, vanno poi ad aggiungersi quelle di contenuto dovute alla cultura e sensibilità locali: ad esempio lo scorrere del tempo all’interno di una storia è un’esperienza soggettiva spesso legata alle emozioni provate dai protagonisti. Tale approccio è una diretta conseguenza delle discipline mistiche e meditative diffuse ancora oggi nelle culture orientali, che, insieme con le influenze dovute al contatto con il mondo occidentale, in particolare dopo la seconda guerra mondiale, ha permesso ai fumettisti giapponesi di approcciare, anche con successo di pubblico e critica, temi cari all’occidente stesso.

Illustrazione fantasy di Adam Warren, altro illustratore del movimento amerimanga

Illustrazione fantasy di Adam Warren, altro illustratore del movimento amerimanga

D’altra parte il fumetto nipponico ha a sua volta influenzato in vari modi il fumetto occidentale. Da un lato molti sono i disegnatori che hanno mutuato il loro stile dal mondo dei manga e degli anime, fumettisti come Arthur Adams1 o Humberto Ramos, per citare due tra i più noti. Dal punto di vista di soggetti e storie le influenze del manga sono sicuramente varie ma non necessariamente efficaci: piace ricordare, ad esempio, il Wolverine di Chris Claremont e Frank Miller che vive avventure in Giappone, o le sfide di Batman con Lady Shiva raccontate da Chuck Dixon, o, andando sul fumetto indipendente, la Shi di William Tucci.
A questi (e altri esempi che per spazio e dimenticanza dell’autore di questo articolo non sono stati citati) vanno poi affiancati gli altrettanto (se non più) numerosi prodotti che più che altro scimmiottano il mondo dei manga sia nel formato sia nella grafica, come per esempio il dimenticabile manga basato su Star Wars.

Vignette da Ronin di Frank Miller

Vignette da Ronin di Frank Miller

Torniamo, però, a Frank Miller: l’autore statunitense, in una intervista a Joel Meadows, ha esplicitamente indicato Lone wolf and cub2 come uno dei suoi punti di riferimento, in particolare per Sin City e Ronin. A proposito di quest’ultimo, è interessante osservare come Dorling Kindersley, in DC Comics Year By Year A Visual Chronicle, afferma come in quest’opera Miller riesca a sintetizzare le influenze del fumetto giapponese con quelle del fumetto francese.
Ed è proprio francese l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di affrontare il fumetto con un’ottica nipponica: Last Man, di Balak, Bastien Vives e Mickaël Sanlaville, pubblicato in Italia dalla Bao che, con grande lungimiranza, ha portato nel nostro paese un interessante esperimento fin qui tutto sommato riuscito.

Storia di magia, combattimenti e amori

Last Man, infatti, contiene tutti gli elementi, sia estetici sia di contenuti, per essere un buon manga, uniti con uno sviluppo estremamente lineare della storia. Il fumetto, infatti, si presenta in un formato tascabile (almeno rispetto ai soliti prodotti del mercato francese), in bianco e nero con toni di grigio. All’interno di una griglia che richiama inevitabilmente il manga, Bastien Vives (che ha anche collaborato con Balak al soggetto), si presenta, probabilmente a causa della collaborazione con Mickaël Sanlaville, con uno stile molto simile a quello di Christophe Blain3: basti, per esempio, confrontare Last Man con La Fille, dove la protagonista è una motociclista, proprio come Aldana.

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La storia ideata da Vives e Balak è abbastanza semplice ed efficace: in un’ambientazione medioevale, si sta preparando un torneo di lotta, che mischia le arti marziali con la magia (con un riferimento, per esempio, ai tornei che costellano Dragon Ball). La scelta è, in un certo senso, un porto sicuro, essendo un riferimento culturale abbastanza universale (il torneo come sfida tra appartenenti a una stessa categoria), sfruttato in particolare proprio dal fumetto nipponico. All’interno di questo soggetto di partenza, viene inserito un elemento di disturbo, Richard Aldana, che, un po’ come il protagonista di Un americano alla corte di Re Artù di Mark Twain, sembra fuori posto in un contesto magico e tradizionalista come quello presentato dai tre autori nei primi due volumi: lo straniero, infatti, si presenta in motocicletta.

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A recitare insieme con Aldana ci saranno Adrian e la madre, protagonisti principali della vicenda (una sorta di famiglia moderna, in un triangolo tra madre sola, figlio e spasimante), insieme con tutta una serie di caratteristi vari, il cui approfondimento non è lasciato ai lunghi flashback utilizzati (e spesso abusati) dai fumettisti giapponesi: bastano, infatti, poche battute, o un gioco di sguardi lasciato all’inventiva dei disegnatori a rappresentare con efficacia caratteri e interazioni.
Gli autori, poi, utilizzano il torneo in due modi: prima di tutto come momento di crescita per il giovane Adrian, ma anche per sviluppare una trama dal sapore spionistico grazie agli intrighi che gravitano proprio intorno ai partecipanti, primo fra tutti il misterioso Aldana.

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Last Man, in sintesi, propone una costruzione sapiente della trama, tra momenti divertenti, come nell’esilarante semifinale del torneo, scene di costume esplicitamente ispirate alle atmosfere medievali, momenti intimi raccontati come una sorta di collage di istantanee, fino al climax della finale del torneo, con un esito per certi versi scontato, ma non per questo meno piacevole.
In parte è anche scontata la fuga finale di Aldana, a quanto pare inseguito da un oscuro passato, mentre resta sorprendente il segreto nascosto dalla madre di Adrian, che apre scenari interessanti per i prossimi volumi.

Nel complesso è un bel fumetto, che colpisce il lettore grazie a un crogiolo di sentimenti che permette di rendere realistica anche un’ambientazione fantastica. Come in una commedia di Shakespeare.
O come in un manga.

 

Nota finale: Si ringrazia Simone Rastelli per gli ottimi spunti di riflessione contenuti nel paragrafo “Manga e Occidente”. La limitatezza del discorso è invece tutta da ascrivere all’autore dell’articolo.


  1. Che nel 1997 ha esplicitamente affermato di essere stato influenzato dall’arte di Masamune Shirou 

  2. Tra l’altro questa serie ha influenzato anche il fumettista Max Allen Collins o il regista Quentin Tarantino 

  3. A livello di influenze estetiche è lo stesso Vives a indicare in Leiji Matsumoto e in Daniel Clowes due suoi punti di riferimento 

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Scritto da Gianluigi Filippelli, tratto da Lo Spazio Bianco.

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