Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Fri, 24 Oct 2014 18:39:42 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.0 Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti http://www.lospaziobianco.it/131442-orfani-ringo-1-passo-ventanni http://www.lospaziobianco.it/131442-orfani-ringo-1-passo-ventanni#comments Fri, 24 Oct 2014 15:00:11 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=131442 Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti | di David Padovani
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La seconda stagione di Orfani inizia con un salto narrativo temporale e con il recupero da parte di Recchioni e Mammucari di alcuni stilemi più classici della narrazione bonelliana.

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Orfani – Ringo #1: un passo indietro, vent’anni avanti | di David Padovani
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Cover Ringo 1

Orfani: Ringo #1 – Copertina Disegno: Emiliano Mammucari Colori: Annalisa Leoni

Se un merito va riconosciuto a Orfani e ai suoi due creatori, Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari, è stato quello di aver provato a portare all’interno del linguaggio fumettistico bonelliano una serie di contaminazioni cross mediali la cui risultante potesse essere un’innovazione nel canone narrativo della casa editrice meneghina. Innovazione, in primis, nella struttura narrativa e grafica del fumetto popolare di avventura, ma anche innovazione nei tempi (e nei modi?) di fruizione tanto del singolo albo quanto dell’intera stagione che compone il primo arco narrativo della testata.

Con l’esordio della seconda stagione, ecco che Recchioni e Mammucari in un certo senso intraprendono un ritorno verso una struttura e un linguaggio narrativi più tradizionali che ha il merito di evidenziare in modo ancora maggiore quelle innovazioni che portano a una più efficace fruizione dell’opera.

Tav. 45

Orfani: Ringo #1 – Pag. 45 (e successive) Disegni: Emiliano Mammucari Colori: Annalisa Leoni

Orfani: Ringo#1 sposta avanti le vicende di quasi due decenni, rispetto al punto in cui si era conclusa la storia nel dodicesimo albo della prima stagione. Il Pistolero, smesso il suo soprannome e l’uso delle armi da fuoco, si è ritirato, abbandonando quella rivoluzione a cui in gioventù aveva dato il via e, di fatto, ammettendo la sua sconfitta a opera della dott.ssa Juric, che ha ormai in mano il potere assoluto del governo mondiale.
Lo scenario è quello di una Napoli che Emiliano Mammucari ha il merito di rappresentare splendidamente, in una serie di tipici scorci urbani e paesaggistici, dove architetture distopiche e futuristiche si innestano con violenza nel tessuto storico cittadino – si noti, per esempio, l’efficacia della restituzione da parte del disegnatore dello stadio San Paolo, trasformato in struttura detentiva, e di Castel dell’Ovo dove un’enorme arma fantascientifica si fonde con le mura di cinta del complesso. In questa Napoli futuristica agisce il movimento rivoluzionario, ormai ridotto a sparuti gruppi di adolescenti costretti a terroristiche azioni kamikaze per portare avanti la loro battaglia contro il GSC, il Governo Straordinario di Crisi di cui la Juric è dittatrice. Un Ringo, trasformato fisicamente e caratterialmente, è costretto a rientrare in gioco proprio per salvare tre giovani rivoluzionari che un efficace twisting plot di Roberto Recchioni lega al protagonista e che appare fin da subito uno degli elementi portanti di questa seconda stagione.

Sono evidenti e meriterebbero un’attenta analisi alcune analogie di stampo sociologico che lo sceneggiatore romano sembra fare con il primo arco narrativo di Orfani: in quel caso avevamo dei preadolescenti che venivano trasformati in macchine da guerra da adulti senza scrupoli etici, mentre qui troviamo dei giovani ragazzi che gli stessi adulti hanno privato del valore della vita, tanto da renderli pronti all’inutile immolazione estrema per una causa già persa.

Tav. 5

Orfani: Ringo #1 – Pag. 5

Tuttavia vorrei qui focalizzare l’attenzione su un approfondimento del meccanismo narrativo usato dagli autori e sui suoi vettori innovativi.
Appare da subito evidente come Recchioni, rimanendo nell’ambito della fantascienza come base per la storia, compia una sorta di “traslazione” di sottogenere. Se nella prima stagione si potevano ritrovare richiami tanto alla space opera quanto a quelli che potremmo definire “romanzi di fantascienza di formazione” come Il Gioco di Ender, senza scordarci ovviamente di libri di fantascienza bellica come Fanteria dello spazio, in Ancora vivo, e probabilmente nello sviluppo degli undici albi seguenti, traspare come punto di riferimento una fantascienza più realistica, se si vuole più cruda ma anche più sociologica, come quella di La strada. Analogamente al padre e al figlio protagonisti del romanzo di Cormac Mac Carthy, Ringo e i tre ragazzi da lui salvati alla fine dell’albo partono per un viaggio che li porterà ad attraversare un’Italia post catastrofe, in cui si riflette un mondo e una società che stanno per spegnersi, inseguiti dalla Juric e dal suo personale esercito.

Il ritorno a uno sviluppo narrativo più tradizionale, non più suddiviso in due linee temporali all’interno di ciascun numero, permette poi agli autori margini di sviluppo più ampi sia da un punto di vista di sceneggiatura, con mirati cali di ritmo che avvalorano ancora di più i contesti e i momenti di pura azione presenti nella storia, sia da un punto di vista grafico, dove una scansione, di nuovo, più tradizionale della tavola permette una lettura più chiara degli eventi narrati, senza rinunciare però a efficaci tagli e inquadrature delle vignette, mutuati dal fumetto supereroico statunitense. Resta il dubbio, a chi sta scrivendo, della necessità narrativa della splash page a tutta pagina presente anche in questo albo, anche se la necessità commerciale della stessa (la più efficace resa nei volumi da libreria già annunciati anche per i numeri di questa seconda stagione) può allo stesso tempo essere giustificazione sufficiente, seppur su un livello da tenere distinto da quello del racconto: la splash page come elemento di valorizzazione dell’oggetto libro, non della storia in esso contenuta.

Tav. 30

Su questo ritorno alla tradizione si innestano, dunque, elementi innovativi di tipo cross mediale. Se il ritmo narrativo e, di conseguenza, le inquadrature delle tavole richiamano immediatamente quello del medium cinematografico, cioè un ritmo tenuto volutamente alto, dove i cali sono inseriti per accentuare la dinamicità dell’azione globale, Roberto Recchioni usa efficacemente anche influenze derivanti dai prodotti televisivi di ultima generazione come le fiction prodotte nei paesi di lingua anglosassone.
In questo solco si innesta la scelta dello stacco temporale tra la fine della prima e l’inizio della seconda stagione, espediente largamente impiegato nel panorama fumettistico statunitense di genere supereroistico e tra l’altro già usato dallo sceneggiatore romano nello spazio tra la seconda e la terza stagione di John Doe . Il gap temporale di quasi vent’anni se da un lato facilita la possibilità a nuovi lettori di comprensione della nuova vicenda che si sta iniziando a raccontare, dall’altro pur mantenendo una continuità narrativa, nei personaggi, con la prima stagione, offre ai lettori abituali della serie nuovi stimoli e spunti dati dall’inedita collocazione cronologica e dal conseguente nuovo status caratteriale di personaggi già conosciuti.
A tutto questo si aggiunga, da un punto di vista di sfruttamento narrativo, un potenziale bacino di storie da raccontare in futuro,magari con progetti paralleli alla serie mensile (come uno speciale), ambientate proprio negli “anni mancanti”.

Orfani LRNZ

Il character design dei Corvi a opera di LRNZ

Tav. 86

Recchioni continua poi a invitare il lettore su un terreno di riferimenti comuni, una sorta di coscienza mediatica pop condivisa tra creatore e fruitori, dove gli omaggi e i rimandi ad altri prodotti, siano essi film, telefilm, videogiochi o altri fumetti, sono costanti e si fondono nella narrazione divenendone impalcatura strutturale. Tra i molti esempi citabili prendiamo le figure dei Corvi (che devono il loro ottimo character design a LRNZ, con un forte richiamo agli Eva di Evangelion), la guardia scelta della Juric, che rimandano volutamente e immediatamente all’universo di Star Wars, alla figura di Darth Vader (il corvo sul tavolo operatorio con il casco aperto richiama immediatamente alla mente Anakin Skywalker alla fine di Episodio III di Star Wars) e al suo rapporto con l’imperatore Palpatine. Questi nuovi personaggi saranno con tutta probabilità gli antagonisti sul campo per Ringo e i suoi accoliti e la loro riuscita ed efficacia non stanno tanto nella loro reale identità sotto l’armatura, che Recchioni svela già in questo primo numero, quanto nel loro nuovo status fisico e in quella che potrebbe essere la loro evoluzione psicologica.

Tav. 96

Il colore diventa sempre di più elemento protagonista della serie, a dimostrazione di come ormai questa componente sia diventata importante, proprio grazie ai coloristi di Orfani, nell’economia narrativa del prodotto bonelliano. Il lavoro che Annalisa Leoni compie non è una semplice aggiunta policroma ai disegni, bensì elemento strutturale degli stessi, segno evidente di come sceneggiatore, disegnatore e colorista abbiano lavorato assieme al concepimento della tavola e alla scelta delle inquadrature; se da un lato Emiliano Mammucari è stato bravo a impostare il suo stile di disegno perché potesse essere valorizzato dal colore, dall’altro la Leoni è stata altrettanto brava a utilizzare il colore per creare effetti simili a quelli che un direttore della fotografia può ottenere in una pellicola. Come quando, nelle inquadrature in controluce, uno spot bianco messo alle spalle del protagonista della vignetta, sortisce l’effetto di accecare quasi il lettore.

Tav. 48-49

Se, come già evidenziato in questa nostra analisi, la prima stagione di Orfani è riuscita, in certi versi più che in altri, a concretizzare un rinnovamento del linguaggio fumettistico popolare bonelliano, questo seguito sembra avere tutte le carte in regola per proseguire sulla stessa strada, recuperando al contempo alcuni elementi della narrazione classica che potrebbero arricchire ancora di più questo prodotto.

Abbiamo parlato di:
Orfani: Ringo #1 – Ancora vivo
Roberto Recchioni, Emiliano Mammucari
Sergio Bonelli Editore, Ottobre 2014
98 pagine, brossurato, colore – 4,50 €
ISBN: 977228330200340013

Tav. 72

 

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“Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione http://www.lospaziobianco.it/130370-punto-fuga-spazio-fisico-decisione http://www.lospaziobianco.it/130370-punto-fuga-spazio-fisico-decisione#comments Tue, 21 Oct 2014 15:00:19 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130370 “Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione | di Virginia Tonfoni
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"Punto di fuga", seconda graphic novel di Lucia Biagi, affronta una questione molto privata che coinvolge la sfera più intima della femminilità con la grazia di profonda e delicata narrazione.

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“Punto di fuga”: lo spazio fisico di una decisione | di Virginia Tonfoni
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imageSi dice spesso che tra i nuovi linguaggi, quello del romanzo illustrato sia tra i più adeguati per raccontare storie “scomode”. Lo dimostrano i bei libri di cronaca usciti negli ultimi anni, così come le biografie di personaggi che la storia ha preferito dimenticare.
Ma il caso di “Punto di fuga“, seconda graphic novel di Lucia Biagi, pubblicato questo mese da Diábolo Edizioni, è diverso. La storia verte infatti su una questione molto privata che coinvolge la sfera più intima della femminilità. Sabrina, la protagonista, si trova di fronte a una scelta che molte donne affrontano, alcune in modo determinato, le più tra mille incertezze, e comunque con sofferenza.

Sabrina ha 25 anni, un ragazzo attento e gentile, Stefano, e scopre di essere incinta. D’accordo sull’interrompere la gravidanza, della decisione non discutono molto, tanto che partono lo stesso per Barcellona, dove hanno previsto di passare le vacanze natalizie. Ma mentre il tempo scorre inesorabile, la quotidianità copre e accantona un pensiero costante, una verità che Sabrina scopre essere prima di tutto fisica.
Così il mondo di Sabrina inizia a cigolare; è distratta e al lavoro non le rinnovano il contratto, è scontrosa in famiglia, ingrassa, non si piace. Anche con Stefano sembra avere problemi, risponde scorbutica alle sue attenzioni. Il suo stato, interessante e indesiderato, altera le reazioni e compromette la sua vita relazionale.

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Lucia Biagi racconta con grazia e profondità l’attenzione morbosa, l’ascolto e il rifiuto che la protagonista, solo in apparenza cinica e sprezzante, rivolge al suo corpo in cambiamento e lo fa rendendo la sua anatomia oggetto di una delle più belle tavole del libro, puntodi fuga86trattandolo come la caffettiera, le sorprese giocattolo e i meccanismi antifurto smontati con passione un po’ infantile e un po’ da maschiaccio da Sabrina e sapientemente smembrati in macrodettagli sulle pagine di raccordo.

Il tratto e la tavolozza della Biagi, così come la tecnica di colorazione e la varietà maniacale di pattern, confermano la sua inconfondibile vena pop, che avvicinerà anche lettori più giovani a questo bel libro, importante per tutti: è un romanzo in cui si dimostra bene come una decisione, per quanto ferma e determinata, possa essere altrettanto difficile.
Nella storia lo sono le conseguenze. Sabrina si allontana da Stefano, apparentemente senza motivo, se non quello condivisibile di aver bisogno di tempo.
Il punto di fuga del titolo appare superato, la bomba a orologeria disinnescata, ma la protagonista, come ogni donna, ha bisogno del tempo necessario per far tornare tutti i pezzi, quelli anatomici e quelli forse più complicati della psiche, al loro posto.

Tutto questo palpita nel romanzo di Lucia Biagi, profonda e delicata narrazione di un evento piuttosto comune, che spesso le donne tentano di gettarsi alle spalle o di tacere, per emotiva comodità, ma che generalmente, una volta affrontato, non si dimentica più.

Abbiamo parlato di:
Punto di fuga
Lucia Biagi
Diábolo Edizioni, 2014
159 pag. brossurato, colore – 15,95€
ISBN 9788416217021

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Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie http://www.lospaziobianco.it/130108-guardiani-galassia-recensione-dellultimo-marvel-movie http://www.lospaziobianco.it/130108-guardiani-galassia-recensione-dellultimo-marvel-movie#comments Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130108 Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie | di Ilaria Mencarelli
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Guardiani della galassia: tra musica pop anni 80 e sfolgoranti viaggi nello spazio, lo Star Wars della Marvel convince grazie ad un’attenta caratterizzazione dei protagonisti.

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Guardiani della Galassia – La recensione dell’ultimo Marvel Movie | di Ilaria Mencarelli
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Il 22 Ottobre sbarca in Italia Guardiani della Galassia, film d’esordio del team composto da Star-Lord, Gamora, Rocket Raccoon e Groot e Drax il Distruttore, ovvero la formazione ideata da Dan Abnett e Andy Lanning nel 2008, totalmente diversa da quella originale creata da Arnold Drake e Gene Colan nel 1969. Nel 2013, in occasione dell’uscita della produzione cinematografica e di Marvel Now, la testata è stata sottoposta ad un rilancio ad opera di Brian Michael Bendis che ha visto l’aggiunta di supereroi del calibro di Venom, Ms Marvel e Angela al cast dei comprimari.

I guardiani della galassia 5

La trama: Star-Lord e Gamora, dopo la disputa che gli ha visti contendersi un antico artefatto sferico, rubato dal primo nel pianeta Xandar, si ritrovano prigionieri nel carcere Klyn insieme a Rocket e Groot, coinvolti anch’essi nella lotta, e a Drax, forte guerriero desideroso di vendetta nei confronti della verde figlia adottiva di Thanos. La vera essenza delle sfera obbligherà i cinque a collaborare nell’intento di salvare l’Universo dalla minaccia del Kree Ronan.

La scelta dei Marvel Studios di coinvolgere il regista James Gunn (alle prese anche con la sceneggiatura insieme a Nicole Perlman) si rivela vincente, dando vita a un film in cui l’ironia è gestita nel migliore dei modi, discostandosi dalla battuta gigiona che fa l’occhiolino al pubblico a cui siamo stati abituati nelle altre pellicole della casa di produzione cinematografica, e in cui a spiccare su tutto ci sono i drammi personali dei cinque protagonisti.

I guardiani della galassia 1

È proprio la caratterizzazione dei personaggi ad essere la forza del prodotto cinematografico, dandoci modo di comprendere le loro motivazioni e di immedesimarci in innumerevoli occasioni. Il team altro non è che la rappresentazione della diversità, intesa come disagio esistenziale che crea insicurezza e senso di inferiorità verso il mondo.
Durante la proiezione ci troviamo di fronte: il classico ladruncolo sfigato che balla al ritmo delle amate canzoni anni ’80 per nascondere i propri problemi (Peter Quill/Star-Lord) la sanguinaria figlia adottiva del villain per eccellenza in cerca di redenzione (Gamora); un mix di esperimenti che ha dato vita ad un procione dall’intelligenza strategica invidiabile (Rocket Raccoon); un albero umanoide capace soltanto di proferire le parole “Io sono Groot” e un violento combattente in grado di pensare esclusivamente al proprio lutto familiare senza guardare mai avanti (Drax).
Gli strambi protagonisti soffrono per drammi reali e sono incapaci di riconoscersi nell’altro. Solo la collaborazione e l’amicizia che nascerà tra di loro li riabiliterà, dando a ciascuno di essi un ruolo ben definito e riscattando il concetto di diversità, che diventa capacità di essere se stessi e di essere accettati (e accettarsi) per quel che si è.

I guardiani della galassia 2

I cattivi d’altro canto appaiono caratterizzati molto più superficialmente; le loro motivazioni non sono espresse in maniera esaustiva, alcune figure appaiono irrilevanti (vedi Nebula, sorellastra di Gamora) e non sono dotati dello charme dei loro avversari. L’unica eccezione in tal senso è Yondu, interpretato da Michael Rooker, leader della banda dei pirati spaziali che prende il nome Ravegers, diviso tra i sentimenti paterni verso Star-Lord e l’assoluta necessità di depredare e arricchirsi. Interessante notare la presenza nell’intreccio della figura di Thanos, che dà modo al pubblico di conoscere sempre meglio il futuro villain del Marvel Cinematic verse, dopo la sua comparsa alla fine dei titoli di coda in The Avengers.

Come elemento di interesse, le scelte e il percorso di maturità dei protagonisti surclassano la trama, semplice e senza troppi colpi di scena, che accompagna i cinque senza troppe deviazioni verso il lieto fine. Il ritmo vorticoso della pellicola viene scandito non tanto dalle scoppiettanti e insolite scene d’azione quanto dalle numerose gag concepite per un pubblico adulto, tutte per lo più relative all’immaginario pop degli anni ’80 (e qui è immediato il pensiero a Retromania di Reynolds), dalle incomprensioni tra gli alieni e alla figura di Peter Quill/Star-Lord.

I guardiani della galassia 4

Chris Pratt, che,nel ruolo di Star-Lord tiene le redini della squadra e di buona parte dell’apparato comico della pellicola, riesce nell’impresa di apparire credibile, mostrandoci una brillante interpretazione che si rifà all’eroe guascone in voga tra fine anni 70’ e inizio anni ’80 (lo Ian Solo di Harrison Ford per citare una delle figure d’eccellenza dell’immaginario cinematografico). Bautista e Zoe Saldana interpretano i personaggi più cupi e combattuti del film, ma riescono con il loro carisma a tenere testa a Pratt e ai due protagonisti totalmente realizzati in CGI. Rockett e Groot sono straordinariamente espressivi e assolutamente realistici, anche se il doppiaggio italiano non ci permette di giudicare il lavoro dei due doppiatori ufficiali d’eccezione come Bradley Cooper e Vin Diesel.

In conclusione, Guardiani della Galassia è a tutti gli effetti uno dei migliori film prodotti dai Marvel Studios, in cui le ottime interpretazioni del cast e un’ottima caratterizzazione dei personaggi danno vita ad un nuovo modo di concepire i film supereroistici all’insegna del divertimento e dello humor senza forzature.

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L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria http://www.lospaziobianco.it/128583-linferno-dante-fabrica-unanticonvenzionalita-necessaria http://www.lospaziobianco.it/128583-linferno-dante-fabrica-unanticonvenzionalita-necessaria#comments Wed, 15 Oct 2014 15:00:07 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128583 L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria | di Rossella Lo Faro
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Il lavoro grafico del gruppo Fabrica rende attuale uno dei classici italiani di ogni tempo: l’Inferno di Dante.

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L’inferno di Dante di Fabrica: un’anticonvenzionalità necessaria | di Rossella Lo Faro
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Inferno_Cover Correva l’anno 2010 quando il gruppo Benetton dava alla luce uno dei progetti editoriali più affascinanti dell’ultimo periodo: L’inferno di Dante. Fabrica, portavoce artistico del gruppo aziendale, è infatti un centro di ricerca sulla comunicazione, connotato da un’interdisciplinarietà coraggiosa. A ben vedere, la forma prediletta dal brand Benetton è senza dubbio lo shock: tra tutte, può essere citata la campagna “Unhate” che si era fatta notare su tutti i cartelloni delle città d’Italia, rappresentando baci photoshoppati tra la Merkel e Sarkozy, o tra Papa Benedetto XVI e l’Imam del Cairo.

Fabrica è composto da un gruppo nutrito di personalità artistiche provenienti da mondi culturali e iconografici differenti; due talenti inglesi di questa innovativa officina artistica, Patrick Waterhouse e Walter Hutton, in piena filosofia del brand, hanno deciso di dar vita a una rivisitazione dell’illustrazione del testo italiano per eccellenza: la Divina Commedia. Benché la storia dell’iconografia dantesca sia costellata di nomi che appartengono al Parnaso della pittura – da Botticelli a Bosch, da Blake a Michelangelo – i due non si sono lasciati influenzare da certe letture scolastiche imposte (si trattava, anzi, della prima lettura per entrambi) né hanno preso a modello uno specifico indirizzo stilistico.

Ciò che appare agli occhi di chi sfoglia la cantica è dunque una dose di freschezza e un’estrema libertà nella rappresentazione: circa trecento figure si avviluppano su se stesse, descrivendo i versi incolonnati a fianco e non accompagnati dalla parafrasi, una scelta riuscita che permette al lettore digiuno di dantismi un’immedesimazione nel racconto tramite l’immagine più che la lingua. E’ chiaro che la cultura anglofona si accosti a questa cantica unicamente per le potenzialità immaginifiche che porta in nuce, escludendo da questo approccio visivo le riflessioni teorico-filosofiche e teologiche, costituite da uno degli apparati letterari più complessi per analogie e simbolismi.

Le illustraPaolo_e_Francescazioni presentano figure dai contorni netti e neri, e catturano l’attenzione perché non v’è presenza alcuna di un paesaggio infernale alle spalle: i corpi dei dannati emergono come una singola vignetta dallo sfondo bianco della pagina.

Un disegno che potremmo definire quindi ‘fumettistico’ sottolinea, per contrasto, l’ingente quantità di sangue – si ricordi: ci troviamo all’Inferno – mai splatter, né molesta o fuori luogo. La gradevolezza del tratto, in realtà, stupisce per la modernità dei colori cupi ma vividi, che richiamano direttamente il Caravaggio della Morte della Vergine. È nel quinto canto, ad esempio, che da uno sfondo color crema emerge con prepotenza una figura sola, quasi indistinta: si tratta dei corpi nudi di Paolo e Francesca, abbracciati in una posizione sensuale ma con gli occhi sgranati, i cui petti sono trafitti da un’unica, lunga spada ormai intrisa di sangue. Il disegno si fa dunque commento, riversando nell’unione nell’aldilà il simbolo del trionfo dell’amore sulla morte e sulla punizione divina. Esattamente come accade nella rappresentazione del bacio di Giuda, il peggiore dei peccatori, in cui il tradimento è simboleggiato da una vipera che sfiora la guancia di Gesù, come fosse la lingua dello stesso Iscariota.

imageL’anticonvenzionalità delle figure permette quindi accostamenti azzardati ma incisivi: su tutti, spicca il ricordo dell’arditezza di certi impulsi rinnovatori romantici de La barca di Dante di Delacroix – che, si ricorda, aveva spezzato la rigida monotonia accademica del Neoclassicismo pittorico. Così come i disegni di Hutton e Waterhouse rompono con gli schemi imposti dal meraviglioso, quanto ormai lontano, tratto di Gustave Dorè, le cui incisioni della Commedia hanno fatto scuola e sono vive nell’immaginario di qualsiasi lettore dantesco.
La complessità storica e mitologica dell’Inferno si trasforma dunque in un linguaggio visivo arguto, dai toni irriverenti e quasi pubblicitari; una rilettura in chiave moderna consigliata a entrambe le categorie: gli amanti di Dante e i neofiti.

Abbiamo parlato di:
L’inferno di Dante. Una storia naturale
Gruppo Fabrica (Walter Hutton, Patrick Waterhouse)
Mondadori – Strade Blu, 2010
350 pagine, brossurato, illustrazioni a colori – 22,90 €
ISBN: 9788804601418

Lucifero

 

 

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Batman 29: Arriva il Dottor Morte http://www.lospaziobianco.it/128194-batman-29-arriva-dottor-morte http://www.lospaziobianco.it/128194-batman-29-arriva-dottor-morte#comments Tue, 14 Oct 2014 15:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128194 Batman 29: Arriva il Dottor Morte | di Gianluigi Filippelli
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Scott Snyder e Greg Capullo riportano nel cast batmaniano il classico Dottor Morte, in una rappresentazione estremamente inquietante. Al limite dell'horror anche l'episodio di Detective Comics di John Layman e Aaron Lopresti, mentre il Nightwing di Kyle Higgins, Will Conrad e Cliff Richards continua a vivacchiare in attesa della chiusura.

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Batman 29: Arriva il Dottor Morte | di Gianluigi Filippelli
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batman029_doctor_death

Il Dottor Morte, meglio noto come Karl Hellfern, fa la sua prima apparizione sui numeri 29 e 30 di Detective Comics del 1939. Il personaggio, ideato da Gardner Fox e Bob Kane, è un abile chimico scopritore di un gas mortale, che utilizza per ricattare ed estorcere denaro ai ricchi cittadini dell’allora non meglio identificata città di Batman (il nome Gotham viene introdotto da Bill Finger più tardi, su Detective Comics #48 del febbraio 1941). L’unico che si può opporre al suo diabolico piano è Batman, così il Dottor Morte lancia un’esca all’eroe attraverso la classica, al tempo, inserzione sul giornale.

In effetti, lo sviluppo della storia è molto simile a un classico poliziesco d’azione, fatto di inseguimenti, sparatorie e perquisizioni, con un Batman più letale che mai: non solo uccide i due scagnozzi di Hellfern senza battere ciglio, ma non fa alcuna mossa per salvare il Dottor Morte dalle fiamme che sembra lo avvolgano alla fine di Detective Comics #29.1

batman345_doctor_death

Il personaggio, nonostante gli elementi seminati nella doppia storia da Gardner Fox, non fa più ritorno fino al 1982, in una doppia storia di Gerry Conway sviluppatasi su Batman #345 e Detective Comics #512. Viene, però, nuovamente abbandonato fino al 2003 quando ritorna su Batgirl #42 per merito dello scrittore Dylan Horrocks: questo è il terzo esordio per il personaggio (anche questa volta le sue origini vengono aggiornate), ma da allora ha continuato a comparire con una certa regolarità: partecipa, per esempio, anche al settimanale 52, collezionando alla fine una quindicina di apparizioni prima dell’avvento dell’universo del New 52.

Essendo un personaggio delle origini, Scott Snyder pensa bene di recuperarlo per la sua Anno Zero, facendolo esordire su Batman vol.2 #25 (sul Batman #28 della RW Lion) con una inquietante splash page in cui Greg Capullo reinterpreta la vignetta di Detective Comics #30, nella quale Bob Kane mostrava al lettore gli effetti dell’incendio sul volto del dottore.

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La saga del Dottor Morte prosegue, quindi, sulla terza parte di Città Oscura, in Italia su Batman #29, con una delle migliori storie scritte da Snyder per Anno Zero. Lo sceneggiatore, infatti, con grandissima abilità riesce a mescolare flashback, visioni e ricordi insieme all’azione e alle atmosfere inquietanti già accennate prima, molto ben note a Capullo grazie all’esperienza accumulata sulle pagine di Spawn. Su tutto, però, spicca ancora una volta la caratterizzazione di Bruce Wayne, vero protagonista di Città Oscura: ancora una volta il ricco orfano mostra una determinazione e una chiarezza di idee che le sue precedenti incarnazioni non avevano, se non nella sua rappresentazione originaria. Ad esempio, nella scena all’ospedale, mentre Jim Gordon cerca di tenerlo legato al letto con un paio di manette per potergli parlare, Bruce mostra senza alcuno scrupolo le doti di escapista e le abilità fisiche che gli permettono di atterrare Gordon e puntargli contro la pistola, conclusione di un discorso pieno di rabbia e risentimento contro la corrotta polizia di Gotham in quel momento rappresentata dall’allora tenente Gordon.

bruce_wayne_greg_capullo

È poi interessante osservare come Bruce non mostri alcuno scrupolo nello spingere il Dottor Morte a entrare dentro le turbine del motore di un jet, che poi accende: è un omaggio esplicito al Batman senza scrupoli delle origini di Kane, Finger e Fox.

Il resto dell’albo è descrivibile con una parola: attesa.

Per Detective Comics è l’attesa per l’inizio della saga conclusiva di John Layman. Corona di paura è, in effetti, una sorta di fill-in, che chiude la serie di back-up stories dedicate a Francine Langstrom; moglie di Kirk Langstrom, meglio noto come Man-Bat, autoelettasi Bat-Queen, è disegnata ottimamente da un Aaron Lopresti molto più a suo agio con le scene al limite dell’horror, che non con quelle più propriamente urbane. Una storia godibile, la cui lettura è, però, completamente apprezzabile solo da chi segue anche Batman: Il Cavaliere Oscuro, rivista sulla quale sono state pubblicate, nei mesi precedenti, le storie brevi che ne fanno da premessa.

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Infine Nightwing: a voler essere cattivi, l’unico elemento che si salva è la copertina di Scott McDaniel, storico disegnatore della serie all’epoca di Chuck Dixon scrittore. In pratica Kyle Higgins sta cercando di scrivere la versione DC Comics del classico Spider-Man: gli elementi introdotti nella serie, come per esempio l’odio della città per i vigilanti mascherati o le difficoltà della convivenza di Dick con i coinquilini, rimandano inevitabilmente alle stesse difficoltà incontrate nella sua carriera da Peter Parker. Higgins, però, non è Stan Lee e la storia resta abbastanza anonima, con le vicende di Dick Grayson che, dopo 26 numeri, non si capisce ancora se siano rivolte a lettori adolescenti o universitari. Come al solito ottimo Will Conrad ai disegni, in questa occasione supportato da Cliff Richards.

Abbiamo parlato di:
Batman #29
Scott Snyder, Greg Capullo, John Layman, Aaron Lopresti, Kyle Higgins, Will Conrad, Cliff Richards
Traduzione di Stefano Visinoni
RW Lion, settembre 2014
72 pagine, spillato, colore – 3.50€


  1. un interessante articolo di approfondimento sul personaggio è sicuramente Batman’s first supervillain 

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The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man http://www.lospaziobianco.it/127332-jiro-kuwata-batmanga-lord-death-man http://www.lospaziobianco.it/127332-jiro-kuwata-batmanga-lord-death-man#comments Tue, 14 Oct 2014 13:30:44 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=127332 The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

La DC Comics, dopo l'edizione semi-amatoriale del 2008, ristampa in digitale il manga di metà anni Sessanta di Jiro Kuwata con protagonisti Batman e Robin.

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The Jiro Kuwata Batmanga: Lord Death Man | di Gianluigi Filippelli
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Il 27 ottobre del 2008 venne rilasciato il libro Bat-Manga!, una raccolta di episodi batmaniani realizzati dal fumettista giapponese Jiro Kuwata intorno al 1965 e curata e tradotta da Chip Kidd e Saul Ferris. L’edizione, come si può vedere da varie anteprime (vedi, per esempio, quella di Chris Bolton), è abbastanza amatoriale, sia nella qualità della carta, sia per il lettering.

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Quest’edizione, indubbiamente interessante, era ritornata all’attenzione di critici e lettori nel 2010 quando Grant Morrison, sulle pagine della serie Batman Inc., aveva reso omaggio esplicito al lavoro di Kuwata sul personaggio, riprendendo sia Lord Death Man, sia Professor Gorilla, due degli avversari del Crociato Incappucciato nel corso della serie nipponica.
Il libro di Kidd e Ferris ha quindi avuto l’indubbio merito di riproporre al pubblico statunitense, certamente con spirito filologico e passione per Batman, un manga che in patria riscosse un grande successo anche grazie alla popolarità del personaggio nel paese del Sol Levante: basti, infatti, pensare all’enorme merchandising batmaniano o alle interpretazioni non autorizzate come il Golden Bat.

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Ad ogni modo, quando prende in mano il personaggio, Jiro Kuwata (17 aprile 1935) sta disegnando da quasi vent’anni: il suo primo lavoro, la serie di sua creazione The Strange Star Cluster, risale al 1948. Il punto di svolta nella sua carriera avvenne nel 1957 grazie alla creazione di Maboroshi Tantei (Phantom Detective), che nel 1959 venne adattato come serie televisiva. Dopo questa serie, Kuwata si concentrò soprattutto su avventure di genere fantascientifico e supereroistico, come 8 Man, la sua creazione più famosa, realizzata insieme con lo scrittore Kazumasa Hirai.
La serie dedicata a Batman è, però, legata anche a un periodo particolarmente difficile della sua vita: nel 1965, infatti, viene arrestato per il possesso di una rivoltella, acquistata con intenti suicidi. Una volta uscito di prigione, provò a concentrarsi sul lavoro, ma ben presto alcolismo e depressione ebbero la meglio, fino a che, nel 1977, la conversione al buddismo non gli portò una certa tranquillità interiore. Inizia così una carriera da illustratore (soprattutto la vita di Buddha), con sporadiche puntate nel mondo del manga, come in occasione della conclusione di 8 Man, serie che, a causa della sua detenzione, era stata conclusa da altri disegnatori, con risultati che avevano lasciato Hirai insoddisfatto.

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L’altro grande successo di Kuwata, più o meno contemporaneo con 8 Man, fu, come detto, Batman, una serie di impianto sostanzialmente hard boiled, come ben rappresentato dal primo arco narrativo, Lord Death Man.
È con questa storia, proposta in tre capitoli a cadenza settimanale, che la DC Comics, nell’anno del 75.mo anniversario del Cavaliere Oscuro, inizia la pubblicazione digitale del manga di Kuwata.
batmanga_grattacieloDurante una vendita di gioielli cui partecipano, tra gli altri, Bruce Wayne e Dick Grayson, le luci vengono spente e una terrificante figura con un teschio come maschera si presenta con il mitra in braccio per rubare i preziosi: è così che fa il suo esordio Lord Death Man, che, come sapranno i batmaniani di lunga data, è una versione riveduta e corretta del Death Man di Robert Kanigher e Sheldon Moldoff, apparso per la prima volta su Batman vol.01 #180.
La storia, poi, procede veloce, tra inseguimenti e sparatorie: spettacolare, ad esempio, quella conclusiva al cimitero, che occupa tutto il terzo capitolo. Qui Kuwata mostra un Batman particolarmente agile in una scena spettacolare che coinvolge anche Robin, la bat-corda e la bat-mobile. Il lato investigativo è, invece, lasciato al caso, rappresentato dalla fortuita esibizione di un inquietante fachiro indiano.
La caratterizzazione dei personaggi non è particolarmente approfondita e viene lasciata soprattutto alla recitazione espressiva e “fisica”: in particolare il Dinamico Duo è tanto letale e coordinato in maschera quanto brillante e rilassato in abiti civili, dimostrando di aver assimilato la lezione dei maestri statunitensi dell’epoca.
Graficamente, poi, Kuwata utilizza una griglia a quattro strisce, come quella introdotta da Osamu Tezuka, che però viene interpretata in maniera flessibile in base alle esigenze della storia, come con le vignette verticali che mostrano la discesa di Batman e Robin all’inseguimento di Lord Death Man lungo la facciata del palazzo dove si è svolta la vendita. Il tratto, infine, come quello del già citato Tezuka, mostra le influenze dei maestri statunitensi, ottenendo alla fine un risultato assolutamente gradevole, una sintesi, sia per stile sia per tematiche, tra Dick Sprang e Osamu Tezuka.

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Abbiamo parlato di:
Batman: The Jiro Kuwata Batmanga ## 1-3
di: Jiro Kuwata
Traduzione dal giapponese all’inglese di: Sheldon Drzka
DC Comics, luglio 2014
74 pagine, edizione digitale, $ 1.99 ($0.99 primo numero)

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Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek http://www.lospaziobianco.it/128994-howard-philips-lovecraft-erik-kriek http://www.lospaziobianco.it/128994-howard-philips-lovecraft-erik-kriek#comments Wed, 08 Oct 2014 15:00:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128994 Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek | di Riccardo Melito
Lo Spazio Bianco

Gli incubi del “sognatore di Providence” continuano a turbare le notti della nona arte.
La Eris pubblica il volume H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti.

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Howard Philips Lovecraft secondo Erik Kriek | di Riccardo Melito
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cover kriekÈ piuttosto difficile stabilire se Howard Philips Lovecraft, forse il più seminale scrittore del fantastico degli ultimi due secoli, immaginasse che avrebbe avuto un’influenza così vasta nella letteratura a venire.
In base alla sua biografia, verrebbe da dire che il solitario di Providence scrivesse più per se stesso che per gli altri e che, se avesse saputo che una delle sue creature sarebbe finita su tazze, felpe, magliette e gadget vari, avrebbe gettato nel fuoco tutti i suoi scritti.
Quest’ultima ipotesi è in effetti confermata da quanto scrive nel saggio In difesa di Dagon:

“The opinions of the masses are of no interest to me, for praise can truly gratify only when it comes from a mind sharing the author’s perspective. There are probably seven persons, in all, who really like my work; and they are enough. I should write even if I were the only patient reader, for my aim is merely self-expression. I could not write about ‘ordinary people’ because I am not in the least interested in them. Without interest there can be no art” (“In Defence of Dagon” as found in Collected Essays, Volume 5: Philosophy, Hippocampus Press).1

Forse, al contrario, lo schivo scrittore del New England nel profondo della sua psiche desiderava segretamente essere osannato, tanto da stringere patti indicibili con le stesse creature da lui raccontate. Quale che sia la verità, è indubbio che la sua importanza e influenza siano enormi ancora ai nostri giorni. Le sue opere sono state più volte trasposte in altri media e il fumetto non fa eccezione. kriek 6035L’ultima versione, almeno in Italia, dei suoi racconti è quella di Erik Kriek, edito in Italia dalla Eris, intitolata H.P. Lovecraft – Da Altrove e altri racconti.

In quest’opera, il fumettista olandese illustra e riscrive alcuni dei racconti più famosi dello scrittore americano; per essere esatti: L’estraneo (The Outsider 1921), Il colore venuto dallo spazio (The Colour out of Space, 1927), Dagon (Dagon 1917), Da altrove (From Beyond 1920) e La maschera di Innsmouth (The shadow over Innsmouth, 1931).
Le sue versioni sono lievemente diverse rispetto all’originale, ma mantengono quel fascino oscuro e raccapricciante dei racconti. Le modifiche sono giustificabili per ragioni di struttura e impianto narrativo e poco sottraggono agli originali. Sarà anche per questa loro capacità di adattarsi e mantenere la peculiare natura raccapricciante, che i racconti di Lovecraft hanno avuto e continuano ad avere una grande influenza sulla produzione fantastica.
La copertina dell’albo è una vera chicca che, oltre a citare lo stile fumettistico americano degli anni ’50, ricorda le copertine dei migliori album psichedelici. Anche il lettering d’ispirazione ittica usato per il titolo di Dagon è un piccolo tocco d’artista.

kriek psichedelico

Diamo ora un rapido sguardo ai singoli racconti per evidenziarne in grandi linee le differenze rispetto agli originali. Per quanto riguarda L’estraneo, la storia è quasi identica all’originale, solo alcune didascalie sono diverse, variazione che potrebbe dipendere da questioni di traduzione. Per ovvie ragioni legate al mezzo fumetto, si perde un po’ dell’effetto sorpresa determinato dalla rivelazione finale. Anche l’interpretazione “psicanalitica” data dalla scena dello specchio è un po’ “sacrificata” in una, seppur notevole, ma singola splash page priva di testo.
Ne Il colore venuto dallo spazio, la limitazione maggiore è data dal bianco e nero dell’albo, nel racconto il colore spesso ha una sua componente. Le descrizioni lovecraftiane dell’entità stellare protagonista del racconto risultano infatti molto complesse da rendere visivamente. La trama è cambiata nel susseguirsi delle scene e i personaggi hanno più preponderanza rispetto alla versione letteraria. Per alcuni ciò potrebbe far perdere un po’ dell’atmosfera e dell’orrore originali, in compenso nel racconto ci sono due vignette degne di nota, ai lettori la sfida di trovarle.Kriek-Lovecraft-240x338

Dagon è il primo e uno dei più importanti racconti di Lovecraft e dei Miti di Cthulhu, ciclo del quale fanno parte anche La maschera di Innsmouth e Il colore venuto dallo spazio. La storia è praticamente identica, la scena dell’ “approdo” è più corta, probabilmente per motivi di narrazione e ritmo narrativo legati al fumetto, ma soprattutto è stato eliminato completamente qualsiasi accenno alla droga. Risulta purtroppo il racconto più debole del volume.
Da Altrove è fondamentalmente uguale all’originale, manca solo un pizzico di sensazione allucinatoria in più, ma anche qui ci sono un paio di notevoli vignette psichedeliche.

È indubbio che l’impresa in cui si è imbarcato Kriek è di quelle ardue, spesso gli autori si sono arresi o hanno fallito davanti al duro compito di trasporre il tocco del “sognatore di Providence”. L’autore invece è riuscito nell’intento con un’opera che rende fede, per quanto possibile, all’originale.

Kriek è considerato uno dei maestri del fumetto olandese, famoso per la sua creatura Gutsman (un anti-supereroe parodia degli eroi della Golden Age) e per aver collaborato con numerose riviste tra le quali Zone 5300, dove compare regolarmente un adattamento delle storie di Lovecraft. I suoi disegni, marcatamente ispirati agli illustratori degli anni ’50 americani, a quello degli albi della EC Comics per capirsi, sono anche simili a quelli dei fumettisti underground della controcultura statunitense: nella sua opera si possono ritrovare influenze di Crumb, Corben (che nel 1987 ha realizzato una versione a fumetti del racconto I ratti nei muri) e Pekar, solo per citarne alcuni.
Da quegli autori Kriek prende il tratto dettagliato e grottesco, ma rende i suoi personaggi ancor più caratterizzati, quasi a voler imprimere nella loro fisicità, nel loro aspetto visivo e quindi grafico, gli orrori di cui sono protagonisti, quasi a voler ritentare sul piano illustrativo l’operazione che Lovecraft compiva su quello narrativo, ovvero il far penetrare l’orrore proprio nella fisicità dei suoi personaggi.
A nostro parere un’ottima edizione. Fhtang!

Abbiamo parlato di:
H.P. Lovecraft – Da altrove e altri racconti
Erik Kriek
Traaduzione dall’olandese a cura di Alexander Tegelaars
Eris edizioni
112 pagine, bianco e nero, brossurato – 16,00 €
ISBN: 9788890693960

pagina 57


  1. “Il giudizio della massa non ha alcun valore per me, perché la lode gratifica davvero soltanto quando proviene da qualcuno che condivide il punto di vista dell’autore. Probabilmente, vi sono solo sette persone in tutto che apprezzano veramente il mio lavoro; per me sono già abbastanza. Ma io continuerei a scrivere anche se il sottoscritto ne fosse l’unico, paziente lettore, perché il mio scopo è unicamente la libera espressione della mia personalità. Non potrei mai scrivere per «lettori convenzionali» perché non nutro il benché minimo interesse nei loro confronti. E senza interesse non può esistere arte” – “In difesa di Dagon”, Sugarco Edizioni, 1994, Milano. 

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“Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno http://www.lospaziobianco.it/128491-powers-federali-1-bendis-nuovo-inizio-forse-non-aveva-bisogno http://www.lospaziobianco.it/128491-powers-federali-1-bendis-nuovo-inizio-forse-non-aveva-bisogno#comments Tue, 07 Oct 2014 15:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128491 “Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno | di Vittorio Rainone
Lo Spazio Bianco

Dopo tre stagioni, "Federali" è una sorta di reboot di Powers, serie ideata da Brian Michael Bendis e Michael Avon Oeming. Cosa cambia se Deena Pilgrim e Christian Walker diventano agenti federali? Molto poco.

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“Powers – I Federali” #1: un nuovo inizio di cui forse non c’era bisogno | di Vittorio Rainone
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Powers_Fed_coverNel 2005, quando uscì in Italia “Chi ha ucciso Retro Girl?”, Brian Michael Bendis era quello di Torso e Goldfish, l’uomo nuovo che faceva parlare i personaggi come se fossero in un serial televisivo alla The Shield. E Powers era un intrigante whatif di Top 10 in cui una polizia umana, con il supporto sporadico di qualche supereroe complessato, si trovava a confrontarsi con individui potenziati e privi di freni.

L’abilità di Bendis, da allora, è stata costruire sui protagonisti, i detective Deena Pilgrim e Christian Walker, spostando l’equilibrio della loro relazione e dei loro status, fino a ribaltare la percezione di entrambi che le prime avventure avevano suscitato. Non solo: ogni arco narrativo diveniva più interessante grazie a una integrazione spinta, ma al contempo non stucchevole, fra tematiche classiche crime (malavita e classi socialmente svantaggiate, rapporti privati rovinati e rancori incancreniti, vizi più o meno inconfessabili) e i poteri, in un gioco revisionistico che cercava di mostrarci come le abilità superumane potessero influire sui destini di un’umanità incapace di staccarsi dai soliti imperativi (l’amore per il denaro, il sesso, la scarsa fiducia reciproca).

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Ben tre stagioni di Powers si sono concluse. Federali è una sorta di reboot della serie. Cosa aspettarsi da questo primo volume?
Semplice, verrebbe da dire: to raise the stakes, che si alzi la posta. Magari per giustificare una ripartenza dal numero uno. O anche solo per la modifica delle prerogative dei protagonisti, non più semplici poliziotti (per quanto la parola “semplice” possa essere adattata all’immortale Christian Walker), ma coinvolti in situazioni di rilevanza nazionale. O perché in tutte le buone storie si ha sempre bisogno che si alzi la posta.
Ebbene, Federali non rispetta le promesse.

Sotto Copertura appare banale, troppo lineare e sbrigativo. La trama: Deena Pilgrim, neo agente FBI, recluta il proprio ex collega Christian Walker e ne fa un infiltrato in una banda sospettata di utilizzare un super sperma per ingravidare portatrici umane e far nascere un esercito di individui potenziati. La fase investigativa è a zero, sicché in poche scene si arriva al confronto finale e alla cattura del boss di turno.

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Nessun personaggio attrae, e questo perché sono tutti simili: impulsivi, aggressivi, bidimensionali, marionette degli stereotipi di trama per cui sono utilizzati. I classici battibecchi di balloon alla Bendis appaiono meno centrati del solito, e finiscono coll’appesantire la lettura, suonando l’opposto di quanto aspirerebbero a essere: da naturali diventano artefatti, come se l’autore fosse prigioniero della necessità di inserire il proprio marchio di fabbrica per evitare una minore riconoscibilità del prodotto. Anche la volgarità cui Powers ci ha abituati, e che trovava giustificazione nel contesto violento e degradato in cui si sviluppa l’azione, qui appare esagerata, insistita e fuori luogo. La combinazione di questi elementi toglie drammaticità alla narrazione, dando la straniante impressione di assistere a una commedia poliziesca sboccata.

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Michael Avon Oeming ai disegni non riesce a staccarsi dai canoni su cui si è adagiato, proponendo il solito livello di dettaglio da cartoon, e cioè molto basso, le tipiche anatomie sballate e poco integrate con gli scenari, gli usuali volti eccessivamente squadrati. E rinunciando anche alle soluzioni registiche interessanti che a sprazzi aveva proposto nei volumi precedenti.

A fine numero sappiamo che la Pilgrim ha una nuova gatta da pelare e che il suo collega del Bureau Meltzer è sotto scacco della malavita: insomma, qualche premessa per i futuri conflitti si è posta.
Per il momento, però, Sotto Copertura è la più falsa delle partenze.

Abbiamo parlato di:
Powers: I Federali – Sotto Copertura
Brian Michael Bendis, Michael Avon Oeming
Traduzione di Luigi Mutti
Panini Comics, 2014
168 pagine, brossurato, colore – 16 €
ISBN: 9788891204356

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Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” http://www.lospaziobianco.it/128954-nuovo-eroe-bonelliano-adam-wild http://www.lospaziobianco.it/128954-nuovo-eroe-bonelliano-adam-wild#comments Sat, 04 Oct 2014 07:00:15 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128954 Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” | di Rossella Lo Faro
Lo Spazio Bianco

Dalla penna di Gianfranco Manfredi nasce la nuova serie Bonelli: "Adam Wild", un’avventura “salgariana”, come da tradizione per la casa editrice che fa sposare la letteratura ai fumetti.

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Il nuovo eroe bonelliano è “Adam Wild” | di Rossella Lo Faro
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Esce il 4 ottobre Adam Wild, l’ultima nato in casa Sergio Bonelli Editore, ideata da Gianfranco Manfredi, uno dei più importanti fumettisti italiani – e se proprio dovessimo citare qualche sua opera, ma siamo certi che questa sia solo scrupolo di chi scrive, basterà ricordare le innumerevoli sceneggiature per Dylan Dog o Tex, e le serie da lui ideate negli anni: Magico Vento, Volto Nascosto e Shanghai Devil.

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Tra i titoli più attesi di questo autunno c’è dunque anche questa nuova serie, una storia d’avventura e di riscatto, con un protagonista inquadrato a tutto tondo fin dalle prime battute (pregio, questo, non di poco conto): Adam, un antropologo scozzese fuori dalle righe, selvaggio come il suo cognome, come farà poco gentilmente notare il Conte Narciso Molfetta, un altro personaggio sui generis grazie al quale entriamo all’interno della storia. Un caso di nomen omen? Non proprio.

Adam non è uno zoticone né si dimostra barbaro o primitivo nei modi; piuttosto, è contrario alle ingiustizie (la schiavitù e il razzismo in primo luogo), e per tener fede ai suoi principi è costretto a ricorrere ad ogni espediente, persino uccidere.

Dall’antefatto sembrerebbe dunque la solita storia del supereroe urbano di turno pronto a immolarsi per degli ideali, ma in realtà Adam – genuino come il Primo Uomo – si distacca dalla tradizione dei personaggi manfrediani, tutti particolarmente tormentati.

Le fattezze del protagonista sono quelle del famoso attore Errol Flynn, un volto noto negli anni Quaranta e Cinquanta, interprete di numerosi film d’avventura, con i baffetti e il sorriso sornione stampato in faccia. Si muove con urgenza tra i paesi dell’Africa Nera (dal Congo al Sudafrica, con particolare attenzione alla costa Est), un continente quasi dimenticato dai fumettisti degli ultimi tempi.

L’impresa parte in realtà da una Zanzibar di fine Ottocento, descritta con minuzia e fedeltà alla realtà storica come centro mondiale di smistamento degli schiavi, che ripartivano da là per varie destinazioni: America del Nord, Brasile, Oriente. Grazie ai dialoghi, che non appesantiscono mai l’azione, sappiamo che il mercato venne ufficialmente abolito nel 1873 ma proseguì a lungo sottobanco, gestito dagli arabi. La figura di Adam non è dunque quella del solito esploratore, piuttosto s’impone come combattente contro lo schiavismo. E, proprio a rafforzare questo aspetto, ecco i riferimenti all’antischiavista Livingstone, presenti fin dalle prime pagine; Adam però non ha una missione religiosa, agisce solamente per l’ideale della giustizia sociale. Un eroe sopra le parti, insomma. adamwild_1_1E tuttavia la caratterizzazione di questo nuovo personaggio bonelliano non è sempre clemente: spesso appare completamente slegato dal contesto, come se appartenesse davvero ad un altro tempo, con la sua indifferenza verso le forme sociali o il suo isolamento volontario dal resto della comunità – prerogative, queste, più dell’uomo del Novecento che di quello ottocentesco.

Già nel primo numero appaiono personaggi-cardine, come il sopracitato Conte, un vanesio esploratore alle prime armi, che si mette alla ricerca della casa di Livingstone ma che non comprende nemmeno le regole del posto in cui si trova (si rivolge direttamente a una donna col velo, ad esempio), o la principessa guerriera bantu Amina, il cui “caratterino” darà sicuramente del filo da torcere ad Adam.

Ad affascinare è il ritmo sostenuto della narrazione (si cambia scena ogni due/tre tavole) e la presenza di una colonna sonora non invadente ma storicamente accertata come le canzoni da marinai o la famosa “Molly Malone”, l’inno ufficiale della città irlandese di Dublino; ma dissonanti appaiono frasi d’altri tempi, vuote e senza una vera incisività, come “È più saggio costruire sulla roccia che sulla sabbia” o “Un ex nemico è sempre l’amico migliore”, che rischiano di far sembrare macchiette chi le pronuncia.

Manfredi si è affidato ai nomi noti di casa Bonelli: i model sheet dei personaggi e il primo numero sono opera di Alessandro Nespolino, il secondo numero e le copertine saranno di Darko Perovic. Ma la vera sorpresa si ha a partire dal numero tre, in cui compariranno nuovi disegnatori, mai apparsi prima su un albo Bonelli. Quattordici in tutto, sono stati personalmente scelti da Manfredi, che ha assegnato loro i singoli episodi cercando di far collimare la storia con il loro tratto.

Abbiamo parlato di:

Adam Wild #1 – Gli schiavi di Zanzibar
Gianfranco Manfredi, Alessandro Nespolino
Sergio Bonelli Editore, 2014
98 pagine, brossura, bianco e nero – € 3,30
772385033003

1391164582058

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Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera http://www.lospaziobianco.it/129413-spazio-profondo-nuovo-corso-dylan-dog-nasce-dallultima-frontiera http://www.lospaziobianco.it/129413-spazio-profondo-nuovo-corso-dylan-dog-nasce-dallultima-frontiera#comments Fri, 03 Oct 2014 06:00:18 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=129413 Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera | di Maria Rossella Scarpa
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Dylan Dog #337 è il primo albo della fase di rilancio della serie: copertina di Angelo Stano, soggetto e sceneggiatura di Roberto Recchioni, disegni di Nicola Mari, colori di Lorenzo de Felici.

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Spazio profondo: il nuovo corso di Dylan Dog nasce dall’ultima frontiera | di Maria Rossella Scarpa
Lo Spazio Bianco

dylancopertinaAnnunciato oltre un anno fa, è partito con il numero 337 in edicola a fine settembre il nuovo corso di Dylan Dog. Il curatore della testata, Roberto Recchioni, ha lanciato questa “fase due” investito “papalmente” da Tiziano Sclavi in persona, alla conferenza stampa della Sergio Bonelli Editore tenutasi lo scorso 26 settembre, ventottesimo anniversario dell’esordio del primo numero della serie e data della scomparsa, tre anni fa, di Sergio Bonelli.

Spazio Profondo è un albo che ha in sé differenti e molteplici livelli di lettura, partendo fin dalla copertina, frutto della collaborazione tra lo stesso Roberto Recchioni – che ne ha disegnato i primi bozzetti – e Angelo Stano. L’artista ha trasformato le indicazioni e i suggerimenti dello sceneggiatore e di Sclavi in un’immagine definita da un’essenza – quasi assenza – di colori: il corpo nudo di Dylan, adagiato in uno “spazio vuoto” in posizione fetale, rappresenta senza ambiguità l’idea della rinascita del personaggio; rinascita che passa attraverso una “manipolazione genetica” e necessaria per la testata.  Rinnovato è anche il logo al quale Paolo “Ottokin” Campana, già autore della grafica di Orfani, ha aggiunto delle trasparenze, in modo da renderlo più leggero e dare maggiore rilievo ai toni cromatici della copertina.
Un’altra innovazione la troviamo in seconda di copertina dove la tradizionale immagine del Quarto stato “mostruoso” che ci ha accompagnato fin dall’esordio della testata, viene sostituita da un surreale paesaggio golcondiano, popolato da tanti Dylan e Groucho.

Passando al contenuto dell’albo, l’intuizione è stata quella, per introdurre il nuovo corso, di creare uno starting point ideale per eventuali nuovi lettori mediante la realizzazione di una storia completamente fuori dalla (non) continuity del personaggio, una sorta di ideale numero zero che marcasse un reset, anzi per essere espliciti un vero e proprio reboot.Dylan-Dog-N-337-Spazio-Profondo-tav--8_oggetto_editoriale_620x465

A ciò si aggiunga che l’ambientazione temporale della vicenda potrebbe essere usata di nuovo successivamente; potrebbe anche diventare una sorta di obiettivo finale della prima nuova stagione dell’indagatore dell’incubo, aprendo le porte, per esempio, a una esplorazione del mondo dal quale gli spettri spaziali provengono, elemento appena accennato in chiusura del numero.
È il 2427, un presente fantascientifico. C’è un’astronave spaziale, un cargo prigione  infestato da spettri da portare in salvo; il compito spetta a Dylan Dog, o meglio a una replica software della sua personalità basata sulle memorie originali del personaggio e impiantata in un organismo androide, che viene sviluppata in cinque modalità diverse. Quattro dei cinque organismi artificiali sono la rappresentazione esasperata di un aspetto specifico della personalità originaria o la sua negazione, vuoi che sia la sua ipersensibilità o la sua non violenza; il quinto clone è il fedele replicante dell’essere umano originale. È questo il più evidente inserto meta narrativo dell’albo: l’esplicita rappresentazione delle caratteristiche fondamentali del personaggio, quelle che lo definivano nelle storie di Sclavi, quelle che ne hanno decretato il successo, quelle che è necessario recuperare.

La dimensione della storia è senza dubbio filmica: sembra di guardare un film di fantascienza, sporcato di splatter con graffiature di distopico. La narrazione per immagini è di kubrickiana memoria (Kubrick, in quanto fotografo teneva particolarmente alla “fotografia” dei suoi film e quindi alla resa dell’immagine): UpkPfA5XLjgPLEc0IG75Yh1dwvfFdiIqGlmOcHC+6N8=--come in 2001 Odissea nello spazio, anche in questo albo abbiamo una serie di stati visivi supportati dai dialoghi. Gli autori hanno giocato molto sulla resa delle immagini, sfruttando la luce e il colore, per caricare di tensione i passaggi narrativi, usando numerosi close up, campi lunghi, riprese dal basso e inquadrature di dettagli, come per esempio nella sequenza dell’incontro-scontro con Groucho.

Tornando un momento sui dialoghi – dopo una spiegazione iniziale, sul contesto e sulle vicende, eccessivamente lenta – essi accompagnano con dinamismo l’azione: battute serrate, brevi e dirette, tipiche dello stile dell’autore romano.
L’albo funziona bene proprio nella costruzione dell’impianto narrativo, dove Roberto Recchioni è riuscito a riproporre, senza cadere nella maniera, il classico meccanismo presente nelle storie dell’indagatore dell’incubo di Tiziano Sclavi, che decretarono a suo tempo il successo della testata.
La vicenda si basa dichiaramente su una serie di citazioni (le più evidenti, per non elencarle tutte, il già citato Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio e il Ridley Scott di Alien), ma le opere citate vengono disassemblate per raccontare qualcosa con un significato diverso dall’originale. In questo modo lo scrittore strizza l’occhio al lettore, lo invita su un terreno di conoscenza comune, ma gli offre anche significati nuovi e originali.
Nello specifico di questa storia, il lettore può riconoscere, nelle scene a bordo del cargo prigione, la citazione che gli autori fanno della pellicola fanta-horror di Ridley Scott; tuttavia la citazione presente nelle sequenze narrative, nelle inquadrature, nelle atmosfere viene caricata di un significato diverso dall’opera originale. BlochNon la snatura, ma semplicemente la destruttura per usarne gli elementi principali, già presenti nell’immaginario collettivo dei lettori, per raccontare una storia diversa.1
Sulla stessa linea si pongono i riferimenti dell’autore al “passato” del personaggio, una sorta di autoreferenzialità comunque efficace che si ritrova nelle citazioni da Il fantasma di Anna Never, come nella presenza, seppur mostruosa, di personaggi quali Bloch, Bree e Groucho.

Anche il finale aperto richiama alla mente alcune delle storie migliori del personaggio; è atteso, ma al tempo stesso spiazzante e ci ribalta in un limbo tra la vita e la morte, che sovverte tutte le leggi spazio-temporali che apparivano certezze della vicenda. È la giusta conclusione, colma di dubbi, che pare essere posta lì a chiudere un ciclo e ad aprirne altri, all’infinito. Dylan Dog che nasce, vive e si distrugge per rinascere nuovamente, in ogni storia, in tutte le storie; nuovo, vecchio, originale, clone: sempre diverso e sempre uguale.tavola_dyd_337

Di contro, altri aspetti dell’impianto narrativo risultano, se non meno efficaci, certo più scontati, una sorta di cliché automatici che Recchioni tende a riproporre sovente nelle sue storie: ecco che il clone militarizzato di Dylan, con le sue enormi pistole e il suo gergo militare tipico dello stereotipo cinematografico, il generale dell’impero di Albione e la solita assistente asiatica risultano essere tra gli elementi meno riusciti del racconto.

L’inusuale dimensione spazio-temporale della vicenda è resa da Nicola Mari con il suo tipico tratto deciso, marcato e spigoloso, che efficacemente si fonde con i colori pieni, corposi e acquerellati di Lorenzo de Felici.
L’albo ha avuto una gestazione particolare dal punto di vista grafico: pensato da Roberto Recchioni per essere illustrato da Mari, è stato poi assegnato temporaneamente a Massimo Carnevale, per poi fare ritorno alla fine nelle mani dell’artista originario. Da evidenziare soprattutto è la presenza di un’evoluzione dello stile di Nicola Mari: l’utilizzo di retini particolari che permettono di evidenziare i contrasti tonali dati dall’aggiunta del colore.

Spazio profondo dunque è un buon inizio per il nuovo ciclo di Dylan Dog: una dichiarazione d’intenti che regala una lettura piacevole e che sembra promettere al lettore che le nuove storie dell’indagatore dell’incubo potrebbero regalarci di nuovo un personaggio innovativo come quello che debuttò in edicola quasi trent’anni fa.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog#337
Roberto Recchioni, Nicola Mari, Lorenzo De Felice
Sergio Bonelli Editore, Settembre 2014
98 pagine, brossurato, colore – 3,20 €
ISBN: 977112158000940337

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  1. A proposito dello stile narrativo di Tiziano Sclavi su Dylan Dog si consiglia la lettura del saggio di Daniele Barbieri “Tiziano Sclavi e Dylan Dog” in Il pensiero disegnato – saggi sulla cultura a fumetti europea, Coniglio Editore, 2010 

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Izombie #2 U – Vampire http://www.lospaziobianco.it/127647-izombie-2-vampire http://www.lospaziobianco.it/127647-izombie-2-vampire#comments Thu, 02 Oct 2014 15:00:57 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=127647 Izombie #2 U – Vampire | di Marco Montozzi
Lo Spazio Bianco

Nel secondo volume di iZombie, di Chris Roberson, Michael Allred, facciamo la conoscenza di nuovi mostri. Mostri e ancora mostri. Nei cimiteri, nei fast food, nelle fumetterie, a passeggio per le vie cittadine.

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Izombie #2 U – Vampire | di Marco Montozzi
Lo Spazio Bianco

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Ci sono quelli che succhiano, che ululano – pardon – abbaiano alla luna, che assemblano cadaveri e cercano di evocare demoni dal piano astrale. E ci sono anche quelli che muoiono. A questi ultimi però non sembra piacere la nuova condizione di non esseri e decidono perciò di continuare a muoversi per il mondo magari in forma ectoplasmatica o, condizione assolutamente inaspettata, da zombie.

Eppure Gwendolyn Price non può definirsi ritornante, almeno non del tutto. D’accordo, se vogliamo rifarci al rw-lion-izombie-vertigo-hits-uvampire-67475000020significato della parola in sé, in effetti, lei è tornata dalla morte ma non è mica come quegli sciattoni di morti viventi che siamo abituati a immaginare tutti lamenti, abiti strappati, riporti tricologici discutibili e passo claudicante.
Gwen continua a essere umana o almeno ci prova. E grazie al suo stile di vita che abbiamo imparato a conoscere già dal primo volume basato su una dieta di lipidi, proteine e liquidi in essi contenuti (ossia cervelli non necessariamente freschi o caldi di morte) riesca a mantenere una parvenza di sé o almeno così continua a ripetersi.
Mangiare cervelli le consente di rimanere in forma, ma le procura anche qualche grattacapo: le memorie dei defunti si sovrappongono ai suoi – oramai scarsi – ricordi e, umanamente, pensa di dover concludere gli affari lasciati in sospeso dai trapassati di cui si nutre.
In questo secondo libro farà una scoperta che la lascerà senza parole mettendola davanti la realtà dei fatti: dalla sua mente va estinguendosi più di quanto si aspetti.

Televisivo.
L’aggettivo che non riesco a scrollarmi di dosso è proprio questo. Nella trama, nelle situazioni, nella sceneggiatura e nelle citazioni, spesso omaggio a quelle serie di cui si sente debitore Chris Roberson.
Ritroviamo infatti Doctor Who in alcune battute, Scooby-Doo e quel Buffy The Vampire Slayer che per prima ha rinnovato i serial americani nella strutture narrative e nel ritmo.
Ovviamente anche Michael Allred ci mette del suo, arricchendo le vignette di dettagli e richiami a fumetti, copertine di dischi, programmi televisivi.

Non sarebbe corretto definire questo numero di passaggio: si arricchisce di così tanti nuovi elementi e si sviluppano i semi narrativi lasciati in precedenza al punto che non è transizione quella che ci troviamo tra le mani, ma un promettente romanzo del brivido e dell’imprevisto.
Nel già variegato cast di personaggi, viene introdotta quella figura classica e al tempo stessa moderna dello scienziato pazzo che armeggia e assembla i cadaveri. Un maligno moderno prometeo in gonnella che si ha ben ragione di temere, visti i suoi loschi piani riguardo l’umanità.

A sorpresa, alla fine del volume, troviamo degli episodi speciali che focalizzano la loro attenzione su Ellie, l’amica fantasma di Gwen, e sul suo non vissuto, il tutto realizzato dal disegnatore ospite Gilbert Hernandez, che regala una visione graficamente nuova e accattivante dell’aldilà quasi in contrasto col tratto pop di Allred.

Abbiamo parlato di:
iZombie #2 – Morta per il mondo
Chris Roberson, Michael & Laura Allred, Gilbert Hernandez
RW Lion,2013
144 pagine, brossurato, colori – 12,95 €
ISBN: 9788866910626

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Gesù#3: cronache blasfeme dall’Italia degli anni ’90 http://www.lospaziobianco.it/128907-gesu3-cronache-blasfeme-dallitalia-anni-90 http://www.lospaziobianco.it/128907-gesu3-cronache-blasfeme-dallitalia-anni-90#comments Tue, 30 Sep 2014 15:00:50 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128907 Gesù#3: cronache blasfeme dall’Italia degli anni ’90 | di Salvatore Cervasio
Lo Spazio Bianco

Recensione in anteprima del terzo volume della serie autoprodotta più politicamente scorretta del mondo del fumetto: questa volta il redivivo figlio di Dio dovrà affrontare i personaggi della televisione generalista dell'ultimo decennio del secolo scorso.

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Gesù#3: cronache blasfeme dall’Italia degli anni ’90 | di Salvatore Cervasio
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GesuIl proliferare di prodotti editoriali a fumetti anticlericali e politicamente scorretti nei confronti del Vaticano – è un assunto appurato: a partire dal Don Zauker del mitico duo dei Paguri (Emiliano Pagani e Daniele Caluri), passando per Suore Ninja di Davide la Rosa, Jenus di Don Alemanno, fino ad arrivare appunto al Gesù di Daniele Fabbri e Stefano Antonucci.

A differenza dei nomi sopracitati – numi tutelari e firmatari delle introduzioni al primo volume (La Rosa) e al terzo (i Paguri) – Fabbri e Antonucci provano ancora una volta la strada dell’autoproduzione, che finora ha portato bene al progetto, sbarcato da poco anche in versione e-book per Kindle, acquistabile direttamente da Amazon.
I primi due volumi di questa saga, con protagonista un redivivo figlio di Dio, omosessuale e sboccato, anticonformista ma nascosto dall’ombra del potente padre, sono infatti stati due autentici successi, tenuto conto che vengono venduti solamente alle fiere di settore e sullo shop online della Made in Kina, l’etichetta creata dai due autori.
Per questo terzo episodio, che verrà presentato ufficialmente durante il prossimo Romics, in programma dal 2 al 5 Ottobre, dopo il mondo della comicità e quello della politica, Gesù è chiamato – dal Padre – ad affrontare il mondo della televisione; in particolar modo una serie di vecchie conoscenze della televisione italiana degli anni ’90.

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L’abilità di Daniele Fabbri è proprio quella di prendere in giro, anche pesantemente, personaggi talvolta passati a miglior vita, come Alberto Castagna, con delle gag semplici ma efficaci, regalando al lettore proprio quello che quest’ultimo si aspetta: linguaggio senza freno a mano tirato e umorismo graffiante. La satira è la componente più forte dell’opera degli autori e appunto tramite le avventure di Gesù, possiamo notare il disfacimento morale della società italiana in tutti i suoi settori: il mondo dello spettacolo viene ridotto a specchio di perversioni e ambiguità, con l’utilizzo massiccio di situazioni da cliché per mostrare i comportamenti dissoluti dei vip messi in scena.
In questo episodio compare alla fine anche quello che dovrebbe essere il vero nemico di Cristo e di suo Padre, l’entità che da sempre gli si contrappone, lasciando nel lettore la speranza di un possibile ritorno – e di una continuità più astringente da trovare fra le pagine della serie, che rimane comunque godibilissima nel suo gesu astegformato autoconclusivo.

Una buona prova anche per Stefano Antonucci, che con il suo segno cartoonistico tratteggia in modo molto accattivante i personaggi, la cui costruzione grafica è sempre molto studiata e interessante. Antonucci, può essere definito come l’ anima del progetto, occupandosene anche negli aspetti editoriali, dalla stampa alla promozione, alla divulgazione, e i risultati di questo impegno stanno pagando, avendo venduto circa 5000 copie dei primi due volumi.
Un successo non da poco, e una nota positiva per il mercato dell’autoproduzione, tenendo conto del fatto che i due autori, di professione comico (lo sceneggiatore) e grafico (il disegnatore) riescono a pubblicare almeno una volta all’anno un nuovo episodio della loro visione del Nazareno.

Abbiamo parlato di:
Gesù – Crucifiction Tour #3
Davide Fabbri, Stefano Antonucci
Edizioni Made in Kina – ottobre 2014
48 pagine, brossurato, bianco e nero – 5,00€

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Orfani #12 – Rock ‘n’ Roll: rinascita e rivoluzione http://www.lospaziobianco.it/128601-orfani-12-rock-roll-rinascita-rivoluzione http://www.lospaziobianco.it/128601-orfani-12-rock-roll-rinascita-rivoluzione#comments Thu, 25 Sep 2014 06:00:20 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128601 Orfani #12 – Rock ‘n’ Roll: rinascita e rivoluzione | di Michele Garofoli
Lo Spazio Bianco

Termina con lo show-down finale tra Pistolero e Boyscout la prima stagione degli Orfani di Roberto Recchioni ed Emiliano Mamucari. Un finale che apre la strada alla rivoluzione guidata da un nuovo e trasformato Ringo.

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Orfani #12 – Rock ‘n’ Roll: rinascita e rivoluzione | di Michele Garofoli
Lo Spazio Bianco

n1n1tORFCXUVY=--Si conclude con l’episodio Rock ‘n’ Roll” (rimando al singolo del 1972 dei Led Zeppelin) la prima stagione di Orfani, numero che prepara il terreno per la imminente seconda di cui, abbiamo scoperto, sarà protagonista Ringo, l’Orfano che per primo si è ribellato ai piani della Dottoressa Juric. Proprio su di lui e sulla faida interna al team si concentra la trama ideata da Roberto Recchioni per chiudere la prima saga dei suoi guerrieri. La linea temporale che racconta il passato dei protagonisti raggiunge quella ambientata nel presente e ritroviamo così gli Orfani pronti a partire per l’attacco al pianeta alieno di cui siamo stati testimoni nel primo numero.

Lo scrittore porta in scena tutte le problematiche e le tensioni che hanno attraversato quello che all’inizio sembrava un gruppo compatto e affiatato, unito dalla tragedia comune. Tensioni che culminano nel violento scontro tra Pistolero e Boyscout, che rappresentano a tutti gli effetti le due correnti di pensiero della squadra di super soldati. Lo sceneggiatore sceglie di rendere orfano, ma questa volta per sua volontà, una seconda volta Ringo, che sacrifica la sua “nuova” famiglia per perseguire le proprie convinzioni. Attraverso una narrazione frenetica, senza tempi morti e che ha caratterizzato tutta la prima serie, veniamo a conoscenza del fato finale degli Orfani.

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Una caratteristica tipica dello stile di Recchioni, che si adatta abbastanza bene all’anima volutamente action dell’opera, ma che, probabilmente, dovrebbe trovare con maggior frequenza uno svolgimento più lento e dilatato, in modo da permettere di instaurare il giusto feeling con i personaggi e le loro GQTQUxFE1Xmft7I+TRZo8=--motivazioni. Non a caso, il dialogo iniziale tra Juno e un meditabondo Ringo intento a trascrivere su di un diario una massima dello scrittore e politico francese Francois Renè Chateaubriand (“Le foreste precedono la civiltà. I deserti la seguono”) è uno dei momenti migliori dell’albo.

Ai disegni, come a chiudere definitivamente un cerchio simbolico, ritorna il co-autore della serie Emiliano Mammucari. L’autore ha realizzato la prima parte (il passato) utilizzando le sole matite, ottenendo un risultato davvero straordinario. Il suo tratto elegante, preciso e pulito, coadiuvato dagli eccellenti e raffinati colori di Annalisa Leoni, ci regala sequenze davvero efficaci, come la “riunione” finale degli Orfani finalmente in pace con se stessi. Per il presente e per lo scontro Boyscout – Pistolero, il disegnatore ha invece deciso di chinare le sue matite, adottando uno stile più “grezzo” e più aggressivo. Una scelta forse effettuata per rimarcare il cambio di registro e per sottolineare la drammaticità dell’epilogo, ma che, in alcuni casi, penalizza la bontà del suo tratto.

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Interessante notare come in questo numero sono state inserite alcune splash page totali senza la consueta cornice bianca tipica degli albi Bonelli, in puro stile comic-book. Tavole dal forte impatto visivo, poco utili dal punto di vista narrativo, e che risultano purtroppo penalizzate dal formato e dal tipo di carta utilizzata. La doppia pagina con l’astronave caduta su Londra, per esempio, non fornisce niente di più al lettore di quanto avrebbe fatto una vignetta che avesse occupato le prime due strisce di una pagina, lasciando libero uno spazio sottostante per continuare la narrazione in modo più 10540897_10204848896612798_2607408289763445200_nidoneo. Probabilmente l’idea di dare una visione particolare all’immagine e far capire le dimensioni della nave, si perde in una sorta di “vuoto grafico” dovuto a una certa carenza di dettagli, che non gli consente di funzionare a dovere.

Il dodicesimo e ultimo numero di Orfani, conferma dunque la serie di Roberto Recchioni ed Emiliano Mammucari come una buona serie fanta-action, non esente da difetti e da una certa retorica di fondo, che, pur senza essere rivoluzionaria come prodotto in sé, ha comunque il merito di avere creato un nuovo tipo di prodotto bonelliano. Un’ultima annotazione: il retro dell’albo è occupato da una bella illustrazione di commiato di Massimo Carnevale, autore delle copertine della prima stagione(dalla prossima stagione gli subentrerà Mamuccari). L’illustrazione riporta a fondo pagina l’inizio di un verso del tormentato poeta italiano Dino Campana: “Pace non cerco. Guerra non sopporto”. Parole che racchiudono bene le incongruenze (volute) e le dinamiche della serie.

Abbiamo parlato di:
Orfani #12 – Rock ‘n’ Roll
Roberto Recchioni, Emiliano Mammucari
Sergio Bonelli Editore, 2014
98 pagine, brossurato, colore – € 4,50
ISBN: 9772283302003

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Punk Is Undead e l’unione tra rock e fumetto http://www.lospaziobianco.it/128021-punk-is-undead-lunione-rock-fumetto http://www.lospaziobianco.it/128021-punk-is-undead-lunione-rock-fumetto#comments Tue, 23 Sep 2014 15:00:56 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128021 Punk Is Undead e l’unione tra rock e fumetto | di Elisabetta Gatti
Lo Spazio Bianco

Ritorna la serie fumetto italiana "Punk Is Undead" e il folle progetto di ridar vita agli anni d'oro del rock riportando in vita i suoi protagonisti.

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Punk Is Undead e l’unione tra rock e fumetto | di Elisabetta Gatti
Lo Spazio Bianco

copertina Punk is Undead vol.2Ritorna la serie fumetto italiana Punk Is Undead con un secondo volume (Live in London) per 80144 Edizioni realizzato con il contributo di Paolo Baron (soggetto e sceneggiatura) e i disegni di Ernesto Carbonetti.
Uscito nelle fumetterie d’Italia a Settembre 2014, sia in versione cartacea che e-book per tutti i tipi di e-reader, Punk Is Undead è un fumetto innovativo dal punto di vista grafico. Le illustrazioni, infatti, godono di un’interessante contrapposizione visiva: i personaggi, dal buffo aspetto caricaturale e a tratti grottesco, si muovono in un ambiente dalle tinte oscure e horror,mentre si succedono le vicende di una crime story nata dal matrimonio tra rock e fumetto con sullo sfondo la metropoli londinese.

Il protagonista della storia, Robbie “Note” Charles, dopo essere fuggito da Los Angeles – il primo volume, infatti, è ambientato proprio nella città californiana – procede con il suo progetto di riportare in vita, letteralmente, il mondo della musica con i più grandi esponenti della sua storia, a costo anche di uccidere. Raggiunta Londra si tuffa nelle pieghe più punk del suo passato e decide di strappare al sonno eterno le anime di Joe Strummer, cantante e chitarrista ritmico dei The Clash, e di Sid Vicious, indimenticabile, ribelle frontman dei Sex Pistols.

La scelta di queste due figure è particolarmente identificativa e riprende le linee generali del fumetto: la volontà degli autori, infatti, è quella di raccontare un mondo ‘bizzarro’, abitato da individui temerari, narcisisti ed eccentrici (proprio come ai loro tempi erano stati Vicious e Strummer). La preferenza, poi, al racconto dalle tinte oscure è azzeccatissima: quale genere musicale più del rock nasce dall’oscurità e addirittura attinge, a piene mani, da una dimensione demoniaca? Dai già citati e anarchici The Clash e Sex Pistols – baluardi del punk britannico e della rivoluzione anni settanta –, ai Led Zeppelin e ai più heavy-metal Iron Maiden o Judas Priest, la Gran Bretagna è protagonista della scena musicale da anni ed è proprio da qui che Note, il carnefice di questo fumetto, vuole ripartire.

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Dare vita a una nuova era musicale è il delirante progetto del protagonista e, sebbene condannabile nei modi e non appoggiabile nel suo assassinare e prendere i corpi di giovani sosia di Strummer e Vicious, possiamo certo notare come Note sia specchio di una realtà che comprende più persone di quanto si possa immaginare. L’insoddisfazione dovuta alla povertà musicale dell’attuale società, infatti, è un tema complesso che porta l’attenzione su quanta omologazione ci circondi. Ogni giorno veniamo bombardati dalla cultura pop e apparentemente non sembra esserci possibilità di scelta tra ciò che l’industria musicale, spietata, ci propina.
punk is undeadEcco, dunque, che viene più facile comprendere le ragioni della follia di Note e che, inevitabilmente, nuovi interrogativi cominciano a venir posti: come si può combattere un’intera forza economica senza giungere alle maniere forti? E chi, se non i più grandi musicisti di tutti i tempi, deve guidare questa rivoluzione dell’arte musicale?

Punk Is Undead ha un ché di ambizioso, come il suo protagonista, e non brilla di grande suspance a livello narrativo, come invece sembra desiderar invano di fare. È una discreta lettura – non fosse altro per l’originalità del contesto – con un altrettanto positivo risvolto elucubrativo.
Nonostante questo, tuttavia, il pubblico considerevolmente ristretto a cui è indirizzata l’opera fa fatica ad andare oltre la narrazione noiosa e la poco scorrevole e ostica sceneggiatura che manca di mordente e stenta a coinvolgere.

L’opera, come dichiarato dagli stessi autori, nasce con l’intenzione di trasportare la tensione delle serie tv americane su carta, ma fallisce – complice anche lo stile di disegno così particolare –, sprecando quella che a conti fatti è un’idea originale e interessante.

Abbiamo parlato di:
Punk is Undead vol.2
Paolo Baron, Ernesto Carbonetti
80144 Edizioni, Settembre 2014
7,00 €
ISBN: 9788897203254

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Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista http://www.lospaziobianco.it/22449-porco-rosso-miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista http://www.lospaziobianco.it/22449-porco-rosso-miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista#comments Sun, 14 Sep 2014 13:30:57 +0000 http://www.lospaziobianco.it/22449-Porco-rosso-Miyazaki-racconta-maiale-aviatore-antifascista Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista | di Luigi Gavazzi
Lo Spazio Bianco

Porco Rosso di Miyazaki Hayao è un grande esempio di scrittura per il cinema e una pellicola da vedere anche da coloro che non seguono il cinema di animazione.

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Speciale Miyazaki Hayao: Porco rosso, il maiale aviatore antifascista | di Luigi Gavazzi
Lo Spazio Bianco

Non perdetevi Porco Rosso di Miyazaki Hayao, il film di animazione giapponese prodotto nel 1992. Dovete vederlo perché è un grande esempio di scrittura per il cinema e vi piacerà anche se non avete mai considerato il cinema di animazione (io comunque non entro nel merito dell’animazione e del disegno, non ci capisco).

Il film ha una sceneggiatura molto bella e alcuni personaggi, soprattutto il protagonista Marco Pagot, nel presente della vicenda però conosciuto da tutti come Porco Rosso, sono delle vere perle.

Porco Rosso è un aviatore abilissimo, è stato un asso dell’Aeronautica italiana durante la Grande Guerra e ora – siamo nel 1929 – vive facendo il cacciatore di taglie, ai danni dei piloti-pirati di idrovolanti che infestano il Mare Adriatico.

Porco Rosso è chiamato così perché si è trasformato in un uomo maiale per una maledizione che, dopo la Grande Guerra, è caduta su di lui. Non sappiamo quale sia questa maledizione, né quali siano le cause precise che hanno portato Marco a vivere così, solitario, nei cieli e, quando non è in missione, in una piccola isola della costa dalmata: intuiamo solo che gli orrori della guerra l’hanno trasformato, trasfigurato, appunto. Come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere del 11 novembre 2010:

l’impermeabile con il bavero rialzato e la cintura stretta in vita sembra uscita dall’armadio di Bogart e il gusto di fare a cazzotti rimanda al John Wayne più epico, quello di La Taverna dei sette peccati o di Un uomo tranquillo.

Soprattutto, come ogni solitario che colpisce e lascia il segno sui lettori (oh, sugli spettatori, scusate) Porco Rosso è uno di quelli che James Wood ha definito “personaggi opachi”1 quelli insomma, che devono il loro fascino ma anche la loro credibilità narrativa al fatto di non esplicitare la spiegazione causale che li muove e che muove l’intreccio. Stephen Greenblat nel suo Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico ha scritto che Shakespeare si rese conto che avrebbe potuto amplificare l’effetto delle sue storie “solo se avesse sottratto dall’intreccio un elemento esplicativo chiave, occultando così il principio logico, la motivazione, o il principio etico che spiegava il dipanarsi dell’azione. Il nuovo principio non era la costruzione di un mistero da svelare, ma la creazione di un’opacità strategica.


Ecco, fatte le debite proporzioni, il personaggio di Porco Rosso funziona soprattutto per questa sua splendida opacità: sappiamo che è uno dei buoni della storia, ma non sappiamo esattamente cosa lo muova, cosa lo avvicini e allontani da Gina - la donna che vive nell’hotel sull’isola con un passato di amori interrotti dalla morte e che è innamorata di Porco Rosso.

Come ricorda Mereghetti, Porco Rosso assomiglia un po’ anche al Rick Blaine (Humphrey Bogart) di Casablanca e la stessa atmosfera del film di Miyazaki ha il fascino del mondo europeo fra le due guerre, con i fascismi brulicanti per l’Europa, la crisi economica, le folle nazionaliste.

E ovviamente Porco Rosso è antifascista: anche qui, nessuna teorizzazione del perché è antifascista. E’ antifascista e basta; verrebbe da dire per istinto. Come John Belushi in The Blues Brothers diceva: “I hate Illinois Nazis” (odio i nazisti dell’Illinois), Porco Rosso, in un momento memorabile del film, dice all’amico pilota che lo invita a tornare nell’Aeronautica militare italiana per porre fine alle sue peregrinazioni: Piuttosto che diventare un fascista meglio essere un maiale”.

Oltre alle scene della caccia ai pirati aerei sull’Adriatico, a quelle dei duelli sugli idrovolanti con l’americano Curtis (che si dichiara più volte a Gina ma che Gina respinge solo perché aspetta un altro uomo “che vola quassù ma non si ferma mai”), alla meravigliosa scena del sogno-visione raccontato da Porco Rosso che vede, come in una scia di stelle tutti i piloti – amici e avversari – morti nella carneficina della Grande guerra, oltre a questi momenti, impagabili sono i minuti del film ambientati a Milano.

Una Milano industriale che si snoda sui navigli, ancora non interrati. Milano dove Porco Rosso va con il suo aereo malandato per una riparazione accurata affidata alla ditta Piccolo, dove lavora Fio, ragazzina supervitale specializzata in aerei che seguirà l’eroe nel seguito della storia, esercitando su di lui anche una certa, contenuta, attrazione femminile. Una Milano che, al momento della partenza dell’idrovolante rimesso a nuovo, con la polizia segreta fascista che insegue Porco Rosso, si trasforma addirittura, inventandosi un centro attraversato da un grande fiume.

No, non perdetevi Porco Rosso. E’ un film memorabile: proprio come mi ha detto il ragazzo dietro la cassa del cinema. (Lui per la verità il film l’ha visto molte molte volte, in giapponese, scaricato dalla rete).

Originariamente pubblicato in: Gruppodilettura


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