Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Thu, 18 Dec 2014 09:21:23 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.0.1 Gli Incredibili X-Men #15: il “lato oscuro” dei mutanti, tra gli X-Men di Ciclope, Magneto e la nuova X-Force http://www.lospaziobianco.it/136101-incredibili-men-15-lato-oscuro-mutanti-men-ciclope-magneto-nuova-force http://www.lospaziobianco.it/136101-incredibili-men-15-lato-oscuro-mutanti-men-ciclope-magneto-nuova-force#comments Thu, 18 Dec 2014 08:30:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=136101 Gli Incredibili X-Men #15: il “lato oscuro” dei mutanti, tra gli X-Men di Ciclope, Magneto e la nuova X-Force | di Giuseppe Lamola
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Entra nel vivo il nuovo arco narrativo dedicato a Ciclope e ai suoi mutanti "rivoluzionari”, accompagnato nel mensile da altri ex-eroi attualmente passati al “lato oscuro”, Magneto e l'ennesima versione del gruppo X-Force.

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Gli Incredibili X-Men #15: il “lato oscuro” dei mutanti, tra gli X-Men di Ciclope, Magneto e la nuova X-Force | di Giuseppe Lamola
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Il lato oscuro Cover

L’iniziativa All-New Marvel Now!  aveva segnato l’esordio di nuove trame e nuove serie nel numero precedente dello storico mensile incentrato sugli uomini-X. Per gli incredibili X-Men, capitanati dal combattivo Ciclope, ciò ha coinciso con l’inizio di una guerra aperta contro lo S.H.I.E.L.D. e contro un nemico (dall’identità ancora misteriosa) che di recente ha dato più volte filo da torcere al gruppo. Nel frattempo, hanno debuttato sulle pagine dello spillato due nuove serie inerenti l’universo mutante: Magneto e X-Force. Tutti questi personaggi sono accomunati dalla lotta contro chi compie crimini nei confronti dei mutanti, il loro nemico di sempre; ciò che cambia, però, è l’abbandono dell’usuale metodologia difensiva, generalmente associata al concetto di “eroe”, a favore di un atteggiamento decisamente aggressivo, se non addirittura preventivo.

La drastica “rivoluzione” di Ciclope

Negli ultimi tempi, l’attuale deus ex machina delle vicissitudini dei mutanti, lo scrittore Brian M. Bendis, sembra aver adottato la tecnica di girare intorno alle questioni, divagare e distrarre i lettori ponendo quesiti sempre nuovi, senza arrivare a una vera e propria conclusione delle situazioni irrisolte. Cyclops, Chris Bachalo
Per chi segue le serie mutanti ciò può risultare irritante, anche per via della mancata aderenza della narrazione alle premesse gettate. Emblematica, in tal senso, la condizione dei “nuovissimi” X-Men, i cinque giovani mutanti provenienti dal passato (protagonisti dell’omonima testata parallela), “intrappolati” nel nostro presente ormai da mesi. Del loro destino si parla poco, di sfuggita, preferendo inserirli in saghe spaziali o seguirne le vicende sentimentali.

Su Uncanny X-Men, testata realizzata insieme a Chris Bachalo, il procedimento dello sceneggiatore appare simile. Gli eroi che prima erano come fratelli si sono da tempo divisi nello “scisma” incolmabile tra Wolverine e Ciclope, in disaccordo sulle metodologie educative e sull’approccio ai problemi dei mutanti.
Eppure, queste interessanti e insormontabili diatribe tra fazioni diverse sono spesso accantonate, assistendo addirittura a “visite” nei territori nemici, con frequenti tregue o momentanee alleanze. Anche in questo numero, di sfuggita, Ciclope si reca alla Jean Grey School perché convinto che Bestia sia il responsabile degli attacchi perpetuati da alcune Sentinelle anti-mutanti.

Ma il focus dell’arco narrativo in corso è spostato altrove: Bendis preferisce rendere lo S.H.I.E.L.D. il nemico su cui concentrare le forze di Ciclope, il quale decide di attaccare a testa bassa la task force guidata da Maria Hill, senza indagare bene su chi sia il nemico, senza approfondire troppo. Gli Incredibili X-Men 15I metodi adottati da Ciclope, del resto, sono sicuramente non convenzionali, risultando sempre più isolato nelle sue drastiche e repentine scelte. L’evoluzione del personaggio costituisce ancora una volta uno dei motivi principali d’interesse verso la serie, le cui trame finora non convincono appieno, ma sicuramente si sono mostrate più lineari e intriganti rispetto a quelle dei Nuovissimi X-Men di Bendis e Stuart Immonen.

Nella realizzazione grafica della testata, Chris Bachalo, che si alterna a Frazer Irving, sembra ultimamente aver perso parte della sua attitudine a sperimentare e, soprattutto, a estremizzare alcune scelte nella composizione delle tavole. Se da un lato ciò rende il suo lavoro maggiormente leggibile, dall’altro la sua cifra distintiva ne risente. Di certo, poi, i ben sei artisti arruolati per inchiostrarne le matite in questo episodio rendono disomogeneo il prodotto finito. Pregevoli solo alcune inquadrature di taglio cinematografico, come quelle dall’alto durante l’incursione di Ciclope nell’elivelivolo dello S.H.I.E.L.D. o nell’apertura e nella chiusura della scena in cui Blob si reca dall’esangue Dazzler a Madripoor.  La cover dell’albo riprende in parte quella di Uncanny X-Men #1 dello scorso anno: stesso sfondo bianco, stessi personaggi (eccetto Magneto e alcuni dei giovani studenti), stesso artista. La differenza è che qui Ciclope, Magik ed Emma Frost sembrano schierati al muro come se fossero appena stati arrestati.

“Lezioni sulla disperazione e sulla crudeltà”

Magneto 2 coverLa serie dedicata a Magneto rappresenta uno dei debutti più interessanti tra i comics americani degli ultimi mesi. Si avvale dei testi di Cullen Bunn e dei disegni di Gabriel Hernandez Walta, artista spagnolo dotato di un tratto alquanto inusuale per il fumetto supereroistico statunitense ma ben adatto all’atmosfera greve.
Magneto, che fino a poco tempo fa era al fianco di Ciclope, ha ora deciso di proseguire in maniera autonoma e lo ritroviamo ad agire in modo del tutto spietato. A partire dal nuovo oscuro look, questa versione di Erik Lehnsherr getta ulteriori ombre sul personaggio: se ultimamente Magneto si era mostrato vestito completamente in bianco (e riconoscibile solo per la forma dell’elmetto), adesso indossa un costume nero come la pece.

Ciò, a meno di tardivi rinsavimenti, lascia presagire che siano finiti i tempi del personaggio fondamentalmente “buono” teorizzato da Chris Claremont, storico autore di indimenticabili saghe mutanti.

Per corroborare tale cambiamento e dargli un senso, gli autori ci mostrano uno scorcio del passato di Magneto, ambientato nel ghetto di Varsavia, anno 1942. Come già nella versione cinematografica del personaggio e nella struggente miniserie Magneto: Testamento, si fa cenno quindi alle sue origini ebraiche, sottolineando ancora una volta come da sempre l’uomo abbia perseguitato intere popolazioni per motivi razziali, gli ebrei come i mutanti. La morale che Magneto trae dai propri ricordi è di essere sopravvissuto alla Shoah perché era destinato a fare grandi cose. Magneto Was Right
Unico problema: il modo in cui questo riscatto razziale, da ebreo mutante, viene messo in atto. La disperazione può schiacciarti l’anima. E trasformarti in un mostro, egli afferma, quasi a giustificare la naturalezza con cui quello stesso bambino perseguitato dai nazisti si trova ora a essere il predatore, a uccidere per dispensare giustizia.

Anche lui, insomma, per motivi del tutto personali, si trova a valicare quel confine sempre più invisibile tra “eroe” e “minaccia”. Sapientemente, Cullen Bunn accomuna l’estremismo di Magneto a quello recente di Ciclope: dei fanatici irrompono in scena indossando una maglietta con la scritta “Magneto was right”, cioè “Magneto aveva ragione”1.

Il fine giustifica i mezzi, ma a quale prezzo?

Cable ha riunito l’ennesima versione di X-Force, gruppo mutante segreto impegnato in operazioni che necessitano le maniere forti. In realtà, la “segretezza” del gruppo viene subito messa in discussione quando Cable spiega le proprie motivazioni e obiettivi a tutti i leader delle molteplici fazioni mutanti (da Wolverine a Ciclope, da Magneto ad Havok).

X-Force 2 CoverOgni tribù cerca di essere più forte delle altre”, afferma Cable, quindi è inutile “cavillare sulla moralità”.
Il suo fine non è più solo quello di impedire la persecuzione dei mutanti da parte dei normali esseri umani, bensì quello di prevalere sugli altri, rovesciando la prospettiva con degli attacchi preventivi. Essere disposto ad alleanze discutibili con membri della lega araba, attaccare e uccidere chiunque abbia idee antimutanti, ritenere le proprie idee più importanti della vita di un singolo essere umano.

Del resto, l’attuale mantra di Cable è: “a volte il fine giustifica i mezzi. Non importa quale sia il prezzo per la tua anima” e quando lui stesso paragona la propria entrata in scena a quella di Darth Vader, di sicuro è impossibile non pensare che sia passato al “lato oscuro”: l’ambiguità morale la fa da padrona anche qui.
E, se ciò può essere plausibile da parte di personaggi “di confine” come Cable (o perlomeno la sua versione recente) c’è da porsi un quesito: da parte di tutti gli altri X-eroi, contattati programmaticamente dallo stesso Cable, tacere riguardo i metodi violenti del personaggio non corrisponde forse a un implicito assenso verso questo modo di agire? Possibile che le vie della pace siano assolutamente non percorribili?

Simon Spurrier ci ha abituato ad argomenti complessi durante la sua lunga e cervellotica run su X-Men Legacy con protagonista Legione. Su X-Force l’autore sembra a proprio agio, riprendendo un filone in parte introdotto da altri autori come Rick Remender (lì, al posto di Cable, c’era Wolverine a capo della squadra). L’artista Rock He-Him, dal canto suo, utilizza uno stile che trae ispirazione da una duplice fonte: dalla grafica dei videogames ma anche da altri artisti che l’hanno preceduto nella realizzazione di X-Force, come Clayton Crain, seppur rappresentando i volti con maggior spigolosità.

Abbiamo parlato di:
Gli Incredibili X-Men#15 (293)
Brian M. Bendis, Chris Bachalo, Cullen Bunn, Gabriel Hernandez Walta, Simon Spurrier, Rock He-Him, David Hine, Jorge Lukas
Traduzione di Fabio Gamberini
Panini Comics, dicembre 2014
80 pagine, spillato, colore – € 3,50
ISBN: 9 771124 236002 40293


  1. Nello stesso modo in cui, nei primi episodi di Uncanny X-Men, Bendis e Bachalo avevano rappresentato intere manifestazioni di supporto alle ideologie di Ciclope, con i cartelli “Ciclope was right”. La scritta “Magneto was right” fu introdotta da Grant Morrison e Frank Quitely nel loro ciclo su New X-Men, quando apparve sulla t-shirt indossata da Quentin Quire, uno degli studenti della Charles Xavier School. 

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E la chiamano estate: una meditazione sui rapporti http://www.lospaziobianco.it/134763-chiamano-estate-meditazione-rapporti http://www.lospaziobianco.it/134763-chiamano-estate-meditazione-rapporti#comments Wed, 17 Dec 2014 17:30:14 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=134763 E la chiamano estate: una meditazione sui rapporti | di Vittorio Rainone
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Le cugine Jillian e Mariko Tamaki parlano di crescita e del difficile processo di apertura verso gli altri. In una bellissima graphic novel a tinte blu.

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E la chiamano estate: una meditazione sui rapporti | di Vittorio Rainone
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E-LA-CHIAMANO-ESTATE-copertinaEra il 2008 quando Mariko Tamaki e sua cugina Jillian Tamaki iniziarono la loro collaborazione, dando alle stampe Skim, una graphic novel sull’adolescenza capace di collezionare, fra 2008 e 2009, Ignatz, Joe Shuster e Doug Wright awards.

Il 2014 vede le Tamaki tornare sul luogo del delitto: E la chiamano estate è una nuova escursione intimista nella difficile terra di mezzo fra infanzia ed età adulta, che ha fruttato alle autrici (per ora) un nuovo Ignatz award (outstanding graphic novel) e un premio a Lucca Comics (migliore sceneggiatura).
Rose, protagonista della storia, parla di una delle sue vacanze nel villaggio di Awago, raccontando la successione di eventi che rende per lei questa estate (This one summer, nel titolo originale) diversa e più importante delle altre.

Mariko Tamaki dimostra di saper gestire benissimo il ritmo narrativo, restituendo una grande sensazione di autenticità. Questo anche grazie al forte feedback autobiografico dell’ambientazione: Awago è l’archetipo della beach town dove ha trascorso ogni agosto della sua giovinezza.

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E la chiamano estate è una meditazione aneddotica sui rapporti umani. Tre età sono messe a confronto: la fanciullezza in fase di superamento, rappresentata da Rose e dall’amica Windy; la gioventù alle soglie della maggiore età, che ha per esponenti Dunc e Jenny, due ragazzi del posto; l’età adulta ormai raggiunta e radicata di Alice ed Evan, i genitori di Rose.

Ognuna di queste coppie ha una sua dinamica, un suo motore interno che difficilmente le altre coppie riescono a capire in modo compiuto. C’è di più: è proprio l’etica della comunicazione a cambiare, l’equilibrio fra detto e non detto nei rapporti. Se per Windy e Rose i dialoghi sono uno stream of consciousness che poco influisce su un sottotesto di semplice e istintiva compagnia reciproca, per Dunc, e ancor più per Alice, una lunga e alienante elaborazione interiore trova sfogo in parentesi di chiarimento e di relazione verbale, in cui la parola diventa un picco emotivo al contempo necessario, intenso e potenzialmente pericoloso.

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E la chiamano estate è un “viaggio dell’eroe” che ha per obiettivo il raggiungimento di un ponte verso gli altri. Rose compie il viaggio verso sua madre, e può arrivare a comprenderne le ragioni solo per mezzo della componente verbale, mezzo privilegiato della comunicazione adulta. Per Alice il percorso è simmetrico: presa in una sua dinamica di chiusura verso altri, riuscirà ad aprirsi solo tornando, grazie a sua figlia, a far parlare il proprio corpo. La conclusione della storia, per entrambe, non è tanto un catartico punto di arrivo, quanto piuttosto una tappa positiva in un difficile percorso di crescita.
Il concetto di dialogo per Mariko Tamaki, fedele alla sua filosofia di costruzione dei rapporti come ponti fra individualità arroccate nei rispettivi mondi, vede negli sguardi l’elemento centrale, testimonianza di elaborazioni private, mentre le parole giocano una parte piccola, quando non risultano addirittura fuorvianti.

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Nella peculiare narrativa di un lavoro del genere, le tavole di Jillian Tamaki assumono un ruolo fondamentale: c’è un senso di forte organicità nel suo tratto virato in blu, un richiamo all’espressività di Craig Thompson, ripulita dal tratteggio dell’autore di Blankets. Le tenui ombre grigie sui volti danno la sensazione di una ligne claire che si fa tridimensionale, rinforzata da bordi spessi a carboncino che staccano le fisionomie dal fondo, evidenziandole e rendendole solide. Notevole la mimica, con una recitazione intensa e naturale, così come è ottima la gestione delle anatomie, sempre coerenti con il contesto.
L’approccio alle tavole è tradizionale, con la predominanza di una griglia ordinata a tre strisce, ma a volte lo schema è rotto per costruire efficaci stacchi fra scene in cui singole vignette, isolate nel bianco della pagina, puntano l’attenzione su particolari o volti. Le meravigliose splash pages doppie creano parentesi in cui rallentare il ritmo di lettura. Colpisce il livello di dettaglio e la miriade di oggetti che popolano gli ambienti: campeggi o interni prendono vita, in una tensione iperrealista che li popola di cartacce, lattine, bicchieri, posate, elementi di mobilio o vegetazione disordinata.

Intenso, coinvolgente e ben disegnato: E la chiamano estate è, senza dubbio, uno dei più bei volumi a fumetti del 2014.

Abbiamo parlato di:
E la chiamano estate
Jillian Tamaki, Mariko Tamaki
Traduzione di Caterina Marietti
Bao Publishing, luglio 2014
320, brossurato, bianco e nero – 18 €
ISBN: 9788865432303

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Fun: il cruciverba divertito di Paolo Bacilieri http://www.lospaziobianco.it/135253-fun-cruciverba-divertito-paolo-bacilieri http://www.lospaziobianco.it/135253-fun-cruciverba-divertito-paolo-bacilieri#comments Wed, 17 Dec 2014 08:30:46 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135253 Fun: il cruciverba divertito di Paolo Bacilieri | di Pierpaolo Dinapoli
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Il ritorno di Paolo Bacilieri con un nuovo volume che narra della nascita del cruciverba, ma anche delle gesta di Zeno Porno, suo storico personaggio

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Fun: il cruciverba divertito di Paolo Bacilieri | di Pierpaolo Dinapoli
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funLa Settimana Enigmistica è da sempre una di quelle riviste associate alla vita della “famiglia italiana” media ed è sempre stata compagna di viaggio nelle interminabili giornate che vedevano spostamenti in lungo e in largo nella nostra penisola, oppure come vicina di sdraio nelle assolate spiagge estive italiane.
Ma com’è nata la passione per il cruciverba che dall’America ha poi contagiato tutto il mondo? E come si è sviluppato?

Le risposte a tutto questo vengono affidate alla penna (e alla matita) di Paolo Bacilieri, nel suo nuovo lavoro Fun, edito da Coconino Press e nato dallo stimolo di Stefano Bartezzaghi, giornalista italiano figlio di Pietro, notissimo enigmista.
Ed è con questo intento che bisogna approcciarsi a Fun. La ricostruzione storica della vicenda, che parte dall’America prima della Grande Guerra, è scrupolosa e mette in luce, ancora una volta, la grande opera di documentazione che contraddistingue il lavoro di Bacilieri.

Ma Fun è molto di più della pur appassionante storia del cruciverba. Potremmo dire, azzardando, che è esso stesso un cruciverba. La storyline principale infatti, è riportata e se vogliamo attualizzata attraverso le penna dello scrittore Pippo Quester – che la racconta anche ai lettori durante la stesura del suo libro – e le avventure di Zeno Porno, storico personaggio e alter ego fumettistico di Bacilieri che fa qui il suo ritorno.
La storia del cruciverba vede poi la presenza oscura di una ragazza che sorveglia per conto di un’organizzazione segreta le mosse dei due, svoltando la vicenda e facendola diventare a tratti una spy story. L’intento sembra anche quello di mantenere vivo l’interesse del lettore, senza appesantire le parti inevitabilmente più didascaliche dell’albo.
Come se non bastasse, a esaltare ulteriormente la pluralità di registri, le avventure principali di Zeno vengono intervallate da storie brevi su lui e altri personaggi – già apparse su altre riviste – le quali vengono ricolorate per l’occasione con la cromia tipica de La settimana enigmistica. Apparentemente slegate dalla trama principale – a livello di tematiche e di registro narrativo – contribuiscono a rendere Fun un grande gioco di scatole cinesi, dove il medium fumetto viene completamente rimescolato e riadattato alla volontà narrativa dell’autore.
La lettura risulta quindi a tratti frammentata, come può essere la compilazione di un cruciverba nel momento in cui non si conosce una parola e bisogna aiutarsi intrecciando le altre definizioni.162145432-486b24f7-8b7f-460f-8b87-77fac1f95ebd

I disegni di Bacilieri, vero elemento di continuità all’interno del fumetto, sono al solito di gran maestria. Molto dettagliati, quasi documentali, e assolutamente calzanti dal punto di vista della ricostruzione storica dell’architettura e della città, tanto di Milano quanto di New York: Bacilieri è maestro nella resa realistica dell’architettura all’interno di un fumetto.
L’artista crea un layout che sembra richiamare ad ogni pagina la griglia di un cruciverba. Fittissima infatti la presenza di vignette con sfondo nero e altre con sfondo bianco disposte come in schema, benché questo cambi di pagina in pagina, senza risultare fisso.
Ogni parte del fumetto, persino i baloon, è quindi funzionale nel creare un impatto visivo che risulti coerente col tema trattatato.

Rispetto al suo precedente lavoro , Sweet Salgari, Fun appare più claustrofobico, con un susseguirsi quasi incessante di ambienti e storie diverse. In Sweet Salgari erano presenti scene di ampio respiro e spesso erano i silenzi e le inquadrature in campo lungo o medio a rendere poetico il fumetto, creando un omaggio appassionato alla figura di Salgari; in Fun, come promesso dal titolo, è il divertimento a farlo da padrone. Ora attraverso situazioni bizzarre, ora con l’appassionante approccio di Zeno alla questione enigmistica e le sue avventure fuori porta, mantenendo un ritmo elevato e frizzante che esalta la godibilità della lettura.

La storia appare quindi decisamente gradevole e intrigante, ma per poterne leggere la conclusione bisognerà attendere il volume More Fun (titolo di lavorazione) a cui Bacilieri sta lavorando e che dovrebbe rappresentare il seguito e la conclusione di questa vicenda.
In definitiva Fun è un racconto convincente e ben articolato, di un Paolo Bacilieri divertito e divertente che ci restituisce, a modo suo, un’appassionante disamina sulla nascita del cruciverba.

Abbiamo parlato di:
Fun
Paolo Bacilieri
Coconino Press – Novembre 2014
144 pagine, brossurato, bianco e nero – colori – 18,00 €
ISBN: 9788876182518

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Pinocchio diventa una war-machine: la visione senza pietà di Winshluss http://www.lospaziobianco.it/134699-pinocchio-diventa-war-machine-visione-pieta-winshluss http://www.lospaziobianco.it/134699-pinocchio-diventa-war-machine-visione-pieta-winshluss#comments Tue, 16 Dec 2014 08:30:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=134699 Pinocchio diventa una war-machine: la visione senza pietà di Winshluss | di Salvatore Cervasio
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Arriva in Italia per Comicon Edizioni, nella collana I Fondamentali, "Pinocchio" di Winshluss, il fumetto trionfatore al Grand Prix d'Angoulême nel 2009.

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Pinocchio diventa una war-machine: la visione senza pietà di Winshluss | di Salvatore Cervasio
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Si sa: in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’uno coll’altro.

pinocchio_covQuesta citazione, inserita all’interno dell’opera più famosa dello scrittore fiorentino Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini), è esplicativa della volontà del suo autore: pur agendo in una realtà turbolenta, e incontrando persone tutt’altro che misericordiose, il Pinocchio letterario vive un mondo dove il valore della misericordia è ancora sviluppato.

Nel mondo immaginato da Winshluss, geniale artista svizzero dietro il cui nome si nasconde Vincent Paronnaud, invece, sono la grettezza d’animo, l’egoismo, la miseria più sfrenata a farla da padrone: i personaggi, sia quelli immediatamente più derivati dalla fiaba, sia i naturali inserimenti dovuti all’ambientazione contemporanea, sono tutti mossi dai loro istinti più bassi e primitivi. L’ingordigia economica, la lussuria, l’ambizione smodata sono le tematiche sulle quali questa rilettura basa la sua volontà narrativa, in perfetto parallelismo con le opere dei grandi maestri del fumetto underground americano come Robert Crumb e Gilbert Shelton, chiare fonti d’ispirazione per Winshluss – ma anche autori di narrativa come John Fante, al cui Arturo Bandini il Jiminy Scarafaggio che abita il cervello di Pinocchio assomiglia tragicamente – sia per quanto riguarda la parte grafica ma soprattutto nella visione che l’artista tende a far trasparire dalle sue tavole.

Un mondo oscuro, in cui fanno la loro comparsa anche personaggi di altre fiabe famosissime come Biancaneve e i Sette Nani, con questi ultimi ridotti a perversi voyeur, socialmente pericolosi e instabili. pinocchio_03Un mondo nel quale sembra naturale che un imprenditore butti nel fuoco il suo operaio-bambino, metafora di una mancanza di pietà talmente spaventosa da sembrare paradossale, e che quindi mitiga le visioni più fantasmagoriche e fantastiche inserite nelle tavole, frutto di una scelta autoriale tesa ad accrescere la sensazione straniante che si ricava dalla lettura.

Ma oltre ai chiari riferimenti al fumetto underground americano, altrettanto chiare sono le fonti d’ispirazione ancora precedenti dell’autore, che utilizza una colorazione sporca, sbiadita, classica degli albori del medium, e di grandi autori quali Richard Felton Outcault e George McManus, che richiama immancabilmente all’immaginario di quegli anni, pioneristici ma ancora indimenticati. Ma anche il mondo Disney e il suo immaginario vengono sfruttati dall’autore svizzero, consapevole che è proprio quella data da Disney, col film del 1940, la visione più comunemente conosciuta del burattino a caccia d’umanità. Ma anche qui, Winshluss sfrutta situazioni e rimandi presenti nell’enciclopedia di ognuno di noi, per distorcere il sentimento buonista che è alla base di voler possedere un’anima e un respiro. A cosa serve possedere un’anima, se è così marcia?

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Sicuramente oltre al comparto tematico, è di grande impatto anche l’impianto narrativo dell’opera: uno storytelling talmente limpido ed eccezionalmente pulito da rifuggire l’utilizzo delle parole, che andrebbero a rallentare inutilmente la grande leggibilità delle tavole. In più una costruzione della pagina sempre lucida, pinocchio4in equilibrato bilico tra chiarezza e innovazione, dosate con intelligenza. Si susseguono pagine scontornate, senza vignette, vignette a forma di tuono: ma anche tavole costruite in gabbie più rigide. Il tutto frutto di chiare scelte narrative.
Altro punto di grande valore è il colore; sbiadito, il più delle volte, a voler rimandare ai grandi maestri di inizio Novecento, veri e propri pioneri del medium, e più acceso negli interludi dal sapore più fortemente undergound, acido, disperato.

Un libro che parla necessariamente dell’incomunicabilità moderna, che mostra drammaticamente come i pochi personaggi che parlano, parlino alla fine con le loro ossessioni e i loro incubi, e con gli altri a tacere, in una recita parossistica, alla continua ricerca del male: alla fine l’unico sentimento antropologico che ci lega fortemente ai personaggi dell’opera. E che li rende così simili a noi.

Abbiamo parlato di:
Pinocchio
Winshluss
Comicon Edizioni, 2014
196 pagine, colore, brossurato con alette – 22,00€
ISBN: 9788898049233

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Suicide Risk #1: l’altro volto del supereroe http://www.lospaziobianco.it/135055-suicide-risk-1-laltro-volto-supereroe http://www.lospaziobianco.it/135055-suicide-risk-1-laltro-volto-supereroe#comments Mon, 15 Dec 2014 17:30:52 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135055 Suicide Risk #1: l’altro volto del supereroe | di Ilaria Mencarelli
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Bao Publishing porta in Italia Suicide Risk, la serie ideata da Mike Carey e disegnata da Elena Casagrande che racconta la storia di Leo, poliziotto con superpoteri in cerca di vendetta

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Suicide Risk #1: l’altro volto del supereroe | di Ilaria Mencarelli
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Suicide risk 3Suicide Risk #1, primo volume della serie Boom Studios sceneggiata da Mike Carey e disegnata dal talento nostrano Elena Casagrande, è un fumetto in grado di risucchiare il lettore sin dalla prima tavola tra una cupa San Diego e una Los Angeles brulicante di fuorilegge, città dove sono ambientate gran parte delle vicende di questo volume.

Edito in Italia da Bao Publishing, il fumetto ha come assoluto protagonista Leo, poliziotto ligio ai suoi doveri, costretto a combattere una lotta impari contro i Super, uomini e donne che hanno desiderato e ottenuto superpoteri ma che, nella maggior parte dei casi, si sono in breve tempo infilati nel tunnel della malavita. Il poliziotto si trova perciò a confrontarsi con dei nemici che non può battere, in una situazione in cui le forze dell’ordine sono destinate a essere sconfitte e a sopportare le perdite. Quando il suo compagno di squadra John, durante uno scontro, perde una delle due braccia, Leo, sottoshock, decide di trovare il modo di acquisire anche lui un superpotere in modo da poter combattere i supervillain ad armi pari.

Da una parte troviamo lo sceneggiatore affrontare una tematica piuttosto abusata nei fumetti, quella del supereroe con superproblemi. Per evitare la comparazione con i classici dell’universo Marvel, Carrey propone come protagonisti della storia un gruppo di umani che ha ottenuto le proprie speciali capacità al mercato nero, rifacendosi a un immaginario completamente diverso.
Si prendano in considerazione in tal senso serie televisive come Heroes o Misfits, che in modo più o meno efficace, si ponevano il compito di indagare l’umanità e la meschinità dei soggetti dotati di superpoteri. Suicide Risk presenta spunti in comune con entrambi i telefilm, primi tra tutti la possibilità di acquisire un superpotere senza esserne dotati in natura, di ottenerlo in maniera illegale e la concezione divina del potere stesso.
Ma non da meno sono i punti in comune con alcune serialità fumettistiche precedenti come Powers, Astro City, Wanted e Gotham Central. E così, in questo primo numero, tramite Leo, capitolo dopo capitolo, iniziamo a capire cosa significa avere un potere (problematiche fisiche e familiari comprese) e che cosa c’è dietro alle sue sorprendenti capacità. l comportamenti dei suoi simili e le visioni che iniziano a invaderne la mente fanno intendere che ci sia una storia dentro la storia, per cui gli stessi personaggi con superpoteri introdotti nel primo volume sono sicuramente altro oltre loro stessi.

sr1Dall’altro ci troviamo di fronte a una storia che sin da subito appare ben strutturata e basata su una serie di colpi di scena ben costruiti; si ha subito l’idea che Mike Carey sappia molto bene dove e come voglia spingersi dentro la vicenda e quanto voglia raccontare al lettore capitolo dopo capitolo. Nonostante la presenza di alcuni passaggi sbrigativi, le informazioni riguardo alle capacità dei Super ci vengono centellinate passo dopo passo aumentando l’aurea di mistero intorno a tali figure (Memento Mori e Diva in primis). Lo stesso protagonista, come si diceva prima, viene sfruttato in maniera ottimale permettendoci, appunto, di comprendere le difficoltà principali che genera la sua nuova condizione.

La caratterizzazione dei personaggi è molto approfondita e permette sin da subito di affezionarsi a Leo e alla sua famiglia e a interessarsi al misterioso team di malviventi a cui il poliziotto dà la caccia. Il protagonista ci appare come il poliziotto buono che mette i propri doveri lavorativi sopra ogni cosa e che proprio per questo si sente in colpa nei confronti di sua moglie Suni e dei suoi figli, che lo rispettano e che ripongono massima fiducia in lui. Un uomo che non può fare a meno di mettere la sua vita quotidiana in secondo piano rispetto alla lotta contro il crimine (e la vendetta poi) e lo fa a tal punto da rischiare la sua stessa vita e la sua stessa anima.

Suicide risk 4A tutto ciò si aggiunge il buon lavoro di Elena Casagrande che ha disegnato l’intero volume, oltre ad essersi occupata della caratterizzazione grafica di buona parte dei personaggi. Grazie anche all’utilizzo di schemi particolari, come la struttura prevalente orizzontale delle tavole e la scelta di angolazioni dal basso o dall’alto nelle scene d’azione, le tavole dell’autrice appaiono in linea con le atmosfere e il tono della storia. La disegnatrice riesce infatti a rendere in maniera ottimale sia le vignette statiche e di dialogo, come le pacifiche scene familiari e i tesi confronti con i colleghi, sia le tavole in cui prevale d’azione, come l’assalto alla banca, i primi approcci al potere elettrico del protagonista e i combattimenti con i suoi simili. Unica pecca riscontrata è la scarsa attenzione al dettaglio che si nota in maniera particolare nelle vignette che mostrano primi piani e piani americani, scelta probabilmente dovuta alla necessità di concentrare l’attenzione del lettore sui personaggi e sulla loro espressività.

Per concludere, Suicide Risk #1 è un davvero un buon esordio per la coppia Carey-Casagrande che propone un fumetto con la giusta dose d’azione e in cui gli intrighi e i misteri, molteplici e avvincenti, sono racchiusi in una serie di scatole cinesi pronte ad aprirsi nei momenti più inaspettati, e una storia che ha tutte le carte in regola per diventare una serie tv, sulla scia del successo di The walking dead, Arrow, Flash e Gotham.

Abbiamo parlato di:
Suicide Risk #1 – Con rancore
Mike Carey, Elena Casagrande
Bao Publishing
120 pagine, brossurato 16×24, a colori
ISBN: 9788865432235

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Le contraddizioni dell’uomo viste attraverso Superman, The men of tomorrow: Esodo http://www.lospaziobianco.it/135589-contraddizioni-delluomo-viste-superman-men-tomorrow-esodo http://www.lospaziobianco.it/135589-contraddizioni-delluomo-viste-superman-men-tomorrow-esodo#comments Mon, 15 Dec 2014 14:30:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135589 Le contraddizioni dell’uomo viste attraverso Superman, The men of tomorrow: Esodo | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

Con Superman #36 Geoff Johns e John Romita jr. proseguono nella descrizione del confronto tra Superman e Ulysses, rappresentando al tempo stesso, seppur in maniera solo accennata, alcuni dei problemi e delle contraddizioni della società umana.

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Le contraddizioni dell’uomo viste attraverso Superman, The men of tomorrow: Esodo | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

superman036_coverLe guerre e il traffico delle armi, che grazie a esse prospera, o gli atti di violenza personale compiuti nelle nostre città, sono solo alcuni aspetti dello sfaccettato e contraddittorio mondo costruito dagli esseri umani. Noi, piccoli essere nel vasto universo, che abitiamo sul terzo di un sistema di pianeti che ruota intorno a una stella gialla media, in una galassia a spirale media, siamo in grado di accelerare particelle quasi alla velocità della luce, mandare degli astronauti in orbita intorno al pianeta, comunicare in tempi brevissimi ai quattro angoli del globo, eppure esistono ancora larghe porzioni di popolazione terrestre che sopravvivono con pochissime risorse.
A tal proposito, come ricorda Jean Ziegler ne La fame spiegata a mio figlio (1999), la fame, un problema da cui non è esente nemmeno l’occidente industrializzato, è una questione la cui risoluzione è puramente politica: in un rapporto FAO della metà degli anni Ottanta, si valutava come, con la produzione agricola dell’epoca, fosse possibile nutrire una popolazione di oltre i 12 miliardi di individui.

superman036_poveriLa situazione non si è modificata in maniera sensibile negli ultimi quindici anni e Geoff Johns, utilizzando Ulysses, la rappresenta con le fugaci immagini di povertà e inedia che accompagnano il discorso televisivo del personaggio con cui si apre Superman #36. Ulysses, dunque, con la sua arca interdimensionale (che promette di trasportare sei milioni di esseri umani nella terra promessa, il Great World vagheggiato nell’inquietante finale di Superman #35), prova a colmare quel vuoto di volontà politica attraverso delle azioni solo apparentemente umanitarie.
L’intero numero, infatti, è pervaso da un’atmosfera ora inquietante ora drammatica, enfatizzata dal predominio del blu nella colorazione utilizzata da Laura Martin e dalla pioggia incessante che cade sin quasi dalla prima pagina. Ulysses emerge come una figura fortemente drammatica, sia per l’espressiva rappresentazione proposta da John Romita jr., sia grazie a una serie di indizi disseminati lungo tutto l’albo, che suggeriscono al lettore l’esistenza di un terribile segreto dietro il Grande Mondo della quarta dimensione.

superman036-great_world

In quest’ottica risulta di interessante la doppia lettura della scena, che presumibilmente si svolge a Metropolis, in cui una folla di questuanti circonda l’arca di Ulysses chiedendo di essere accolta nella terra promessa: la richiesta degenera presto in una rissa tra padri di famiglia, che viene sedata dai visitatori alieni, che infine impongono il divieto di entrare nel Grande Mondo a coloro che hanno agito con violenza.
Se da una prima, immediata lettura si può leggere in questa scena una condanna alla violenza in generale, all’interno dell’inquietante contesto narrativo costruito da Johns, essa sembra, invece, fornire un indizio sulla volontà della casta superiore (gli alieni) di selezionare i lavoratori più remissivi (i terrestri), utili a compiere, per dovere o riconoscenza, i compiti più umili senza discutere gli ordini ricevuti.

In tutto questo emerge con forza, molto più di Superman stesso, la figura del nuovo “eroe”, Ulysses, il cui animo risulta sempre più dilaniato tra l’amore per il mondo d’origine e la fedeltà al mondo adottivo, il primo alimentato dall’amicizia per Superman e dall’affetto verso i suoi genitori, il secondo alimentato evidentemente proprio dalle contraddizioni che ha potuto osservare con mano volando sul nostro pianeta.

Abbiamo parlato di:
Superman (vol 03) #36
Geoff Johns, John Romita jr., Klaus Janson
DC Comics, novembre 2014
32 pagine, spillato, colore, $ 3.99

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Darkenblot: il thriller fantascientifico in salsa Disney di Casty e Lorenzo Pastrovicchio http://www.lospaziobianco.it/133818-darkenblot-thriller-fantascientifico-salsa-disney-casty-lorenzo-pastrovicchio http://www.lospaziobianco.it/133818-darkenblot-thriller-fantascientifico-salsa-disney-casty-lorenzo-pastrovicchio#comments Mon, 15 Dec 2014 08:30:34 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=133818 Darkenblot: il thriller fantascientifico in salsa Disney di Casty e Lorenzo Pastrovicchio | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Il secondo numero della collana Definitive Collection ospita la prima storia della saga di Darkenblot, in cui Casty e Lorenzo Pastrovicchio regalano una seconda giovinezza a Macchia Nera.

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Darkenblot: il thriller fantascientifico in salsa Disney di Casty e Lorenzo Pastrovicchio | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Casty_PastroCasty è uno sceneggiatore disneyano i cui punti di riferimento sono le storie di Floyd Gottfredson e Romano Scarpa, autori che hanno animato il Topolino più genuino e volitivo in riuscite avventure dal sapore poliziesco o avventuroso.
Ma una caratteristica della scrittura di Casty è anche quella di saper muovere quel Topolino in contesti contemporanei e in avventure più moderniste: non suoni strano, dunque, che l’autore goriziano abbia deciso di sceneggiare una storia di stampo fantascientifico con protagonisti dei robottoni e scontri tra Mickey e armature ipertecnologiche.
Il soggetto di partenza è stato ideato dal disegnatore Lorenzo Pastrovicchio, appassionato di fantascienza e di mecha design, che ha riversato il suo amore per questo immaginario in un plot inusuale ma intrigante.

Darkenblot_coverL’avventura si ascrive, infatti, nel solco dello stile castyano senza forzature: Darkenblot è fondamentalmente un thriller tecnologico, una storia dove Topolino indaga su alcuni avvenimenti poco chiari che stanno accadendo nell’avveniristica città di Avangard City, metropoli che ha integrato all’interno della vita di tutti i giorni la tecnologia avanzata, in special modo tramite robot che svolgono diverse mansioni. I robot rispondono alle tre leggi della robotica ideate dall’autore di fantascienza Isaac Asimov (“un robot non può recar danno ad un essere umano; un robot deve obbedire agli esseri umani purché i loro ordini non contravvengano alla prima legge; un robot deve proteggere la propria esistenza purché ciò non contrasti con le prime due leggi”), ma per qualche motivo alcuni di essi iniziano a non rispettare la prima, senza che se ne rintracci spiegazione logica nemmeno indagando sulle ditte produttrici.
Studio_darkenblotIn sostanza, quello che Casty imbastisce è un intrigo che mischia giallo e fantascienza, con un vago pensiero a capisaldi di questo tipo di narrazione come Blade Runner. In questo modo il Topolino che agisce in queste pagine ricalca esattamente quello genuino che l’autore ha spesso dimostrato di saper muovere, senza stravolgimenti caratteriali di nessun tipo e senza immergerlo in una realtà lontana da quella a lui più consona.
L’atmosfera fantascientifica si presta infatti ad essere un ottimo e intrigante setting per un’indagine, permettendo a diversi elementi di intervenire per incuriosire il lettore e per offrire nuovi spunti e difficoltà al protagonista.

L’altro grande protagonista della storia è Macchia Nera: nemmeno il villain viene snaturato, come si potrebbe temere all’idea che indossi una super-armatura. Il criminale conserva la propria raffinatezza e resta sempre in primo piano la sua intelligenza e grande capacità strategica. Il darkenblot_episodio_1Darkenblot è solo un mezzo per Macchia Nera, una nuova invenzione frutto della sua mente vulcanica, ma non è l’elemento su cui si poggia l’avventura: anzi, l’armatura entra in scena solo nell’ultima parte, nella resa finale tra l’uomo in nero e Topolino, di modo da regalare una conclusione movimentata ed eccitante solo dopo aver offerto una trama a base di indagini, misteri e rivelazioni.
Un neo della storia è la scansione narrativa: pur nei suoi tre tempi, l’avventura appare un po’ compressa, con alcuni passaggi gestiti frettolosamente e con l’azione sbilanciata tutta nel terzo episodio, lasciando i primi due con il solo delinearsi dell’indagine. Per quanto una suddivisione del genere trovi il suo significato in un ritmo di lettura settimanale, il difetto emerge maggiormente con la storia raccolta tutta insieme.

Studio_macchia_darkenblot
Lorenzo Pastrovicchio
ha avuto modo di sfogare la sua passione per il mecha design, studiando l’aspetto del Darkenblot ma anche degli altri robot. Inoltre si è potuto sbizzarrire nella resa estetica di Avangard City, darkenblot_episodio_2rappresentando una città che guarda al futuro, ma in modo comunque concreto e plausibile: i molti robot sono ben integrati tra strade e palazzi, e il sistema viario delle automobili sospese come delle funivie è sicuramente un accorgimento interessante.
Pastrovicchio coniuga il paesaggio avveniristico e i dispositivi hi tech con un tratto che, per quanto riguarda la figura di Topolino, si avvicina molto allo stile gottfredsoniano, rintracciabile soprattutto nella posizione della bocca e nel movimento degli occhi che il personaggio assume durante certe espressioni.
Il disegnatore ha lavorato molto anche sul costume di Macchia Nera: anche senza armatura, infatti, il personaggio appare diverso dal solito, indossando un lungo cappotto nero che rende la sua figura ancora più imponente e temibile, assieme ad una complessa pettorina e a degli anfibi dall’aspetto marziale. Il risultato è un ibrido convincente tra la classica silhouette dell’antagonista di Topolino e un aspetto più steampunk.

L’idea di Lorenzo Pastrovicchio su Topolino alle prese con un grosso robot da combattimento viene dunque adottata da Casty che la approfondisce in accordo con il disegnatore rendendola una storia fresca e attuale, darkenblot_episodio_3dove Mickey Mouse non tradisce le sue caratteristiche vivendo un’avventura classica ma venata di situazioni più futuristiche e rischiose: le ultime tavole, quando il protagonista indossa lo zainetto volante e ingaggia un emozionante combattimento con il Darkenblot, risultano coinvolgenti e ben gestite.

La storia viene riproposta integralmente nel secondo numero della collana Definitive Collection: l’edizione si apre con due brevi interviste, una per ciascun autore, e tramite la loro voce è possibile avere uno sguardo sul dietro le quinte di Darkenblot.
A intervallare le puntate dell’avventura, poi, numerosi bozzetti e studi grafici di Pastrovicchio contribuiscono ad abbellire il volume e a renderlo certamente un’edizione di riferimento.

Abbiamo parlato di:
Darkenblot #1– Definitive Collection #2
Casty, Lorenzo Pastrovicchio
Disney-Panini Comics, dicembre 2014
114 pagine, colori, brossurato – € 3,90
ISBN: 9 772384 993902 40002

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Color Tex #6: di storie, colori ed esordi http://www.lospaziobianco.it/135728-color-tex-6-storie-colori-esordi http://www.lospaziobianco.it/135728-color-tex-6-storie-colori-esordi#comments Fri, 12 Dec 2014 17:30:58 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135728 Color Tex #6: di storie, colori ed esordi | di David Padovani
Lo Spazio Bianco

Arriva il sesto numero dedicato alla collana a colori di Tex, con quattro storie disegnate da altrettanti disegnatori esordienti nel mondo del ranger bonelliano.

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Color Tex #6: di storie, colori ed esordi | di David Padovani
Lo Spazio Bianco

Color Tex 6 coverIl sesto numero del Color Tex, pubblicazione a colori fuoriserie dedicata al ranger della Bonelli, ospita quattro storie brevi, secondo l’alternanza che vede l’albo della collana in uscita nella stagione primavera-estate ospitare un racconto lungo e quello in uscita nel periodo autunno-inverno composto da più storie di autori diversi.

La particolarità dell’albo risiede nei nomi degli autori coinvolti: se gli sceneggiatori – Michele Medda, Moreno Burattini, Mauro Boselli e Roberto Recchioni – sono abituati alle ambientazioni narrative di Tex o più in generale del western, per Michele Benevento, Giuseppe Camuncoli, Luca Rossi e Andrea Accardi questo numero segna l’esordio alle matite di una storia del personaggio principe bonelliano. Il tutto sotto una bella copertina di Giulio De Vita, autore italiano ormai affermato in Francia.

Color Tex 6 Benevento

Tavola di Michele Benevento

La storia che apre il numero è Stelle di latta, a opera di Michele Medda e Michele Benevento, coppia creatrice di Lukas; per Medda questo è, in verità, un ritorno su Tex, visto che l’autore sardo venti anni fa aveva posto la sua firma su cinque albi mensili del ranger1.
Lo sceneggiatore crea una storia che, mettendo in scena alcune conoscenze giovanili di Kit Carson, parla di tradimento e onore ristabilito, con dialoghi che, senza rinunciare alle tipiche espressioni “sopra le righe” del vocabolario texiano, appaiono molto realistici ed efficaci. Bastano, all’autore, le poche pagine a disposizione per delineare chiaramente le caratteristiche psicologiche dei vari protagonisti.
Michele Benevento appare da subito a suo agio con le atmosfere western, presentandoci un Tex e un Carson di stampo classico, nelle fisionomie come nelle pose, quasi che per il disegnatore  questa non fosse la prima volta “texiana”.
L’unica perplessità riguarda il colore, non per il lavoro fatto da Oscar Celestini, ma per la reale necessità della policromia. Il colore non arricchisce, né dal punto di vista tecnico né da quello narrativo, non diventa elemento che regala valore aggiunto alle chine del disegnatore. Le tavole di Benevento, che sembrano essere già efficaci in bianco nero grazie alle campiture e retinature, non sembrano essere state “progettate” in previsione della colorazione. Colorazione che non affianca neppure il disegno quale soggetto narrativo della storia, limitandosi a una trasformazione policroma di un elemento bicromo già di per sé completamente funzionante.

Color Tex 6 Camuncoli

Tavola di Giuseppe Camuncoli

Il secondo racconto, Incontro a Tularosa, porta la firma di Moreno Burattini, autore e curatore di Zagor, e quindi anch’egli abituato in un certo senso alle atmosfere western, e di Giuseppe Camuncoli, firma italiana del fumetto internazionale (Marvel e DC Comics).
La storia pensata dall’autore toscano ha per tema la vendetta e per protagonisti il solo Tex, senza i suoi tradizionali pards, e un suo vecchio conoscente: i due sono uniti da una resa dei conti con un assassino per un fatto avvenuto in passato. Burattini, mantenendo la sua predilezione per la ricchezza dei dialoghi e delle spiegazioni, imposta un impianto narrativo che crea una storia dalle atmosfere abbastanza crude e violente, che si chiude con un riuscito colpo di scena.
A Giuseppe Camuncoli, che ha prestato la sua arte a icone del fumetto quali l’Uomo Ragno e Batman, non tremano certo i polsi e la sua interpretazione di Tex, icona del fumetto italiano per eccellenza, è originale e riuscita. Il Tex del Cammo è, per l’aspetto, per le pose e per le inquadrature quasi un supereroe; forte è la sua rassomiglianza, nei lineamenti del viso e nella capigliatura, a Superman. È un Tex riuscito, che si muove in un paesello messicano, di cui il disegnatore cura con precisione elementi e dettagli d’ambiente, tanto nelle architetture quanto negli arredi e nei costumi.
Il colore di Beniamino Del Vecchio è funzionale alla storia ed efficace, questo grazie anche all’impostazione stilistica di Camuncoli che, abituato a lavorare nel fumetto a colori, lascia nelle sue tavole ampi spazi, nei vestiti dei personaggi come negli ambienti, a disposizione delle campiture del colorista, facilitandogli, di fatto, il lavoro.

Color Tex 6 Luca Rossi

Tavola di Luca Rossi

In Nel buio si ricompone su Tex una coppia che già vanta un bell’affiatamento su Dampyr: Mauro Boselli e Luca Rossi. Il curatore e sceneggiatore di Tex, da sempre amante delle storie ad ampio respiro e con ampio numero di foliazione, prova a condensare in poche pagine un racconto che, soprattutto nella parte iniziale, molto avvicina la tradizionale atmosfera western a quella dell’horror e del thriller. Tex, accompagnato da Kit Carson e Tiger Jack, deve affrontare un intero paese pronto a mettere alla forca un innocente, sulla base di mere apparenze. Boselli è ormai un maestro nel padroneggiare i personaggi delle storie texiane, protagonisti e comprimari, nella resa caratteriale e nella recitazione e non si smentisce neanche in questo caso. Peccato per il finale un po’ troppo condensato che, magari, avrebbe avuto bisogno di un paio di pagine in più.
Anche Luca Rossi dà un’interpretazione molto personale di Tex e soci, in linea con il suo stile. La sua rappresentazione dei volti dei protagonisti è originale ed estremamente particolare, in special modo per quanto riguarda le fattezze di Carson, ma riuscita.
Il colore, a opera di Romina Denti, qui gioca sulle atmosfere scure sulle quali si sviluppa la maggior parte della storia, con una palette dai toni cupi che, in alcuni casi, “spengono” eccessivamente i disegni.

Color Tex Accardi

Tavola di Andrea Accardi

A chiudere l’albo arriva Randy il fortunato della coppia Roberto Recchioni – Andrea Accardi, già vista all’opera con successo sull’arco narrativo dedicato ai samurai della collana Le Storie. Si tratta di un doppio debutto su Tex per gli autori, anche se Recchioni sta già lavorando alla sceneggiatura di un futuro Color Tex “lungo” per i disegni di Pasquale Del Vecchio.
Lo sceneggiatore romano è bravo a sviluppare una storia senza Tex, dove il ranger è solo una presenza ossessiva nella mente di un criminale rapinatore, protagonista della narrazione. Il racconto procede spedito verso la conclusione e Recchioni è bravo a lasciare fino in fondo il lettore con il dubbio se la presenza di Tex sia reale o meno.
I disegni di Andrea Accardi sono, come spesso accade, dei piccoli quadri, confermando l’autore siciliano come uno dei migliori talenti italiani. Accardi, oltre all’estrema attenzione e cura per i particolari di ogni tavola, dagli ambienti agli arredi e ai cavalli, è bravo nel taglio che riesce a dare alle vignette, scegliendo inquadrature sempre efficaci e mai scontate. La resa dei personaggi è un altro elemento riuscito, soprattutto nella diversificazione tra “buoni” e “cattivi”: Tex e i suoi pards, nelle poche tavole in cui compaiono, sono inquadrati in pose plastiche da “eroi”, a pistole spianate o affiancati al galoppo sulle loro montature, con volti spesso impassibili. I criminali, veri protagonisti del racconto, sono invece rappresentati spesso con espressioni caricaturali e con i tratti del viso che ben riflettono i loro pensieri e stati d’animo.
Anche i colori di Oscar Celestini funzionano, soprattutto nella resa cromatica dei bei paesaggi naturali disegnati da Accardi.

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Il Tex di Andrea Accardi

Mauro Boselli, nella sua introduzione all’albo, evidenzia che, sin dai tempi di Gianluigi Bonelli, in casa editrice si sono sempre amate le storie lunghe che si sviluppavano in più albi; per tale motivo le storie brevi sono ancora materia “nuova” per gli scrittori bonelliani, soprattutto per quel che riguarda le storie di Tex.
Questo Color Tex #6 tuttavia è la dimostrazione che si è riusciti a prendere le misure anche ai racconti  di poche pagine, poiché le quattro storie presenti, semplici ma solide e godibili, segnano un deciso passo avanti rispetto al passato.

Abbiamo parlato di:
Color Tex #6 – Stelle di latta e altre storie
AA. VV.
Sergio Bonelli Editore, Novembre 2014
130 pagine, colore, brossurato, € 5,50
ISBN: 977223974600440006

Color Tex 6

Da sinistra: il Tex di Michele Benevento, Andrea Accardi, Giuseppe Camuncoli e Luca Rossi


  1. Tex #403-405 con disegni di J. Blasco e Tex #410-411 con disegni di G. Letteri 

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Dylan Dog #339 – Anarchia nel Regno Unito http://www.lospaziobianco.it/135779-dylan-dog-339-anarchia-regno-unito http://www.lospaziobianco.it/135779-dylan-dog-339-anarchia-regno-unito#comments Fri, 12 Dec 2014 08:30:18 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135779 Dylan Dog #339 – Anarchia nel Regno Unito | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

Entrano in scena i due nuovi protagonisti di Scotland Yard: l’ispettore Carpenter e il tenente Ranya Karim. Dylan viene arrestato per detenzione illecita del suo vecchio distintivo e per frode, mentre per le strade di Londra imperversa la rivolta dei “New Slaves Riots” per ottenere la scarcerazione del leader del movimento.

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Dylan Dog #339 – Anarchia nel Regno Unito | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

copertinaIl Dylan Dog di Tiziano Sclavi ci ha mostrato quale orrore si celi dietro le piccole cose del quotidiano; quei gesti ed atteggiamenti che ripetiamo per abitudine, quegli eventi a cui di continuo assistiamo che delineano il grottesco ed orrido nonsenso alla base della nostra routine.
Dylan ha da sempre palesato la sua attitudine a propulsore di razionalità e denuncia, e alla messa in scena del conseguente disperato urlo di malcontento: un ritratto al passo coi tempi.

Su questa stessa linea, la tematica che Gigi Simeoni presenta questo mese è quanto mai moderna: lo sfruttamento dei lavoratori, ridotti a condizioni precarie e degradanti, argomento molto sentito nel nostro Paese.
Con una vena di malinconica ironia nel finale, l’autore bresciano ci ricorda che l’attuale società del “benessere” è fondata sul sudore di molti sin dall’avvento di quel periodo industriale che autori come Émile Zola e Charles Dickens illustrarono dettagliatamente quali diretti testimoni.
Un’epoca nefasta in cui gli sfruttamenti e gli abusi erano all’ordine del giorno e le giornate di lavoro duravano 16 ore per i più fortunati. Un mondo che ha condotto alla grottesca, ma quanto mai reale, rappresentazione di Charlie Chaplin nel suo Tempi Moderni, in cui un operaio alienato avvitava bulloni, ormai anch’esso inglobato come ingranaggio e parte integrante e indistinta della macchina.

grande

È quindi con un occhio al passato che l’autore denuncia la preoccupante situazione odierna: una sorta di circolo, quell’odioso corso e ricorso storico che rivivifica zaffate di vergognosi e stantii scheletri del passato, che proprio la Storia dovrebbe aiutarci a non rispolverare mai più.
In una società in cui il tasso di invecchiamento aumenta vertiginosamente e i giovani brancolano nel buio fra impieghi “flessibili”, i lavoratori non fanno altro che assistere immobili dal loro cantuccio dimenticato che è l’“angolo del lavoratore, così (in)felicemente rappresentato in una vignetta dell’albo.
Sono dunque i morti a ribellarsi,prendendo disperatamente il controllo dei più giovani e scatenando una violentissima rivolta per le strade di Londra, mentre i vivi stanno solo a guardare.

Gigi Simeoni ha già dimostrato di aver studiato a fondo il periodo storico in questione, e vi si è mosso all’interno con enorme 5disinvoltura ed originalità nei due notevoli lavori Gli occhi e il buio e Amore nero.
Tuttavia questa storia, complice forse la necessità di inserire in itinere i due nuovi personaggi di Scotland Yard, risulta troppo costruita ed artificiosa, a tratti inverosimile, e per questo non permette una assoluta immedesimazione nel soggetto.
La sceneggiatura è scorrevole e ben curata, ma si basa su un espediente narrativo finale banale e scontato. Una fitta rete di sottotrame e tematiche, attuali e d’interesse, che non riesce a sbocciare in una vicenda originale, e non corona quell’ottimo lavoro di fondo che era stato svolto.

Nota negativa anche per i nuovi arrivati, l’ispettore Carpenter e Ranya, introdotti nelle primissime pagine durante l’irruzione a casa di Dylan assieme a degli agenti armati di tutto punto. Il primo sembra essere appena uscito da una mediocre serie Tv poliziesca americana, un soggetto troppo abusato e sfruttato, uno stereotipo. Ranya potrebbe invece nascondere elementi di interesse, ma dal siparietto finale del bacio mancato, è difficile fare previsioni. Si ha la sensazione che la serie stia assumendo sempre più l’aspetto di un vero e proprio telefilm.

I ruvidi disegni di Giampiero Casertano, efficaci e piacevoli in ultima analisi, risultano a volte troppo scarni, in particolare nella scarsa particolarizzazione degli sfondi di alcune vignette. Interessante l’omaggio in una tavola al Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Citazionistica e meravigliosa come al solito, la copertina di Angelo Stano ispirata ad Anarchy in the UK dei Sex Pistols.

Il numero 339 di Dylan Dog è un albo che nel complesso lascia con l’amaro in bocca, viste le grandi aspettative nei confronti di Simeoni, che ha saputo creare delle fondamenta quanto mai reali e riflettenti l’anima del malcontento più attuale, senza tuttavia sapervi intessere sopra una trama degna di essere ricordata.

Abbiamo parlato di:
Dylan Dog #339 – Anarchia nel Regno Unito
Gigi Simeoni, Giampiero Casertano
Sergio Bonelli Editore, dicembre 2014
98 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,20 €
ISBN: 977112158000940339

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L’amore ai tempi di Angelina e Damiano: Sacro/Profano – Purgatorio, di Mirka Andolfo http://www.lospaziobianco.it/135015-amore-ai-tempi-di-angelina-e-damiano-sacro-profano-purgatorio-di-mirka-andolfo http://www.lospaziobianco.it/135015-amore-ai-tempi-di-angelina-e-damiano-sacro-profano-purgatorio-di-mirka-andolfo#comments Thu, 11 Dec 2014 08:30:57 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135015 L’amore ai tempi di Angelina e Damiano: Sacro/Profano – Purgatorio, di Mirka Andolfo | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Prosegue la storia romantica e piccante di Angelina e Damiano nel secondo volume dell'edizione cartacea di Sacro/Profano, web-comic di Mirka Andolfo.

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L’amore ai tempi di Angelina e Damiano: Sacro/Profano – Purgatorio, di Mirka Andolfo | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Sacro-Profano_copertinaIl meccanismo di produzione di Sacro/Profano è ben studiato: è passato un anno dal primo volume della serie, che raccoglieva le prime storie del web-comic di Mirka Andolfo incentrato sulla relazione complicata tra l’angioletta Angelina e il diavolaccio Damiano, e ora esce il secondo libro, che analogamente ristampa le tavole – che si confermano piccanti e ironiche – diffuse su Internet dall’autrice durante gli scorsi dodici mesi, dotandole di un’adeguata cornice in grado di dare un contesto al suo racconto, così che ciascun libro racconta una nuova tappa della relazione dei due personaggi, con l’inserimento di nuovi elementi che possono anche modificare lo status quo della serie da quel momento in avanti.

Nel libro precedente, il tema erano i tentativi di Damiano di fare l’amore con Angelina, che voleva mantenersi illibata fino al matrimonio. La sorprendente conclusione del tomo cambiava le carte in tavola, andando a modificare di fatto la base vincente su cui si costruiva la trama di Sacro/Profano.

ISacro-Profano_Tavola4n effetti sarebbe stato comodo continuare sull’onda del successo, “stressando” l’idea iniziale, invece Mirka Andolfo si smarca da questa facile soluzione e preferisce cambiare obiettivo: risolto quindi l’ostacolo di natura sessuale, l’autrice non si è solo divertita a mostrare situazioni da “camera da letto” dei due protagonisti, ma ha potuto mettere in scena i diversi problemi e paradossi che una relazione sessuale può porre in una coppia, tramite il filtro dell’ironia.

Oltre a questo elemento, viene approfondita la sfera familiare dei due protagonisti: entrano infatti in scena il padre e la madre di Damiano e la dispotica mamma di Angelina. La Andolfo punta i riflettori su un punto spesso critico in una relazione, quello del rapporto dei genitori con il/la partner del proprio figlio/figlia. Caratterizzando la madre della protagonista come una donna inflessibile, legata a sani principi e tutta d’un pezzo, e descrivendo i genitori di Damiano come due diavolacci pervertiti e sguaiati, l’autrice confeziona uno scenario perfetto per far penare in nuovi modi i due fidanzati.

Sacro-Profano_Tavola3Anche il tema della maternità risulta centrale: già introdotto nelle storie diffuse sul web negli scorsi mesi, viene qui ripreso e sviluppato ulteriormente, fino a diventare, insieme all’attesa conclusione, uno dei punti chiave del volume.
Il nuovo traguardo della love-story è infatti segnato da un importante evento, che viene raccontato prendendosi il tempo necessario per fare emergere la sua rilevanza. Questo, insieme ad un colpo di scena riservato all’ultima tavola del fumetto, pone delle basi interessanti per il proseguimento della “saga”, che troverà compimento l’anno prossimo con il terzo volume.

Lo stile grafico di Mirka Andolfo si riconferma particolarmente efficace nel ritrarre le scene di vita – sessuale e non – dei protagonisti, proprio per la deliziosa contrapposizione tra quanto viene raccontato e l’estetica in cui viene espresso, figlia di quello stile cosiddetto “euromanga” che già ai tempi dello Skydoll di Alessandro Barbucci e Barbara Canepa dimostrò di poter raffigurare in modo cartoonesco anche situazioni un po’ più spinte.
Molto efficaci anche i colori, che rendono maggiormente suggestive le tavole con il giusto dosaggio di luminosità e ombre a seconda degli ambienti e delle situazioni.

Sacro-Profano_vignetta
Il libro si completa con gli omaggi di alcuni colleghi e amici
della Andolfo: alcune tavole extra sono sceneggiate da autori quali Francesco Artibani, Massimo Soumarè, Davide La Rosa, Daniele Brolli, Dentiblù e Vince Hernandez, e le ultime pagine sono invece dedicate a delle illustrazioni libere di alcuni disegnatori, come ad esempio Felinia, Sergio Giardo e Luca Maresca.

Abbiamo parlato di:
Sacro/Profano Volume 2 – Purgatorio
Mirka Andolfo
Dentiblù, dicembre 2014
64 pagine, colori, cartonato – € 12,00
ISBN: 978-88-89786-48-2

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Lukas #9 – quando il ridestato incontra il morto vivente http://www.lospaziobianco.it/135208-lukas-9-quando-ridestato-incontra-morto-vivente http://www.lospaziobianco.it/135208-lukas-9-quando-ridestato-incontra-morto-vivente#comments Wed, 10 Dec 2014 08:30:28 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135208 Lukas #9 – quando il ridestato incontra il morto vivente | di Vittorio Rainone
Lo Spazio Bianco

Michele Medda affronta un classico dell’horror moderno. Riuscendo a produrre un albo divertente e meno scontato di quanto faccia intendere il titolo.

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Lukas #9 – quando il ridestato incontra il morto vivente | di Vittorio Rainone
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Lukas_9_coverMichele Medda, nel suo Lukas, ha finora lasciato la trama orizzontale distendersi su una struttura fortemente procedurale, dedicando ogni mese a una diversa creatura delle tenebre. Zombie, in questo schema, è un punto di passaggio importante: perché i morti viventi si avvicinano molto al concetto di ridestati, ma anche perché il recente e crescente successo diThe Walking Dead e più o meno riusciti epigoni vari rende l’argomento sovraffollato, e quindi difficile da trattare senza scadere in luoghi comuni.

L’episodio sembra discostarsi dai precedenti per una struttura più coesa, nella quale i filoni investigativi convergono praticamente subito. La verità è che, invece, il tema del mese, in analogia con il resto della serie, è affrontato in modo indiretto. Se Zombie è un titolo anche troppo semplice e scoperto, ci accorgiamo presto che il mostro di cui si parla non è affatto Alan Willis, il ridestato difettoso che origina i problemi della storia. Volendo richiamare George Romero e la radice filosofica del genere, Medda sottolinea che gli zombie sono gli altri: i ragazzini che si omologano, che popolano le strade per una parata di orrori posticci, come la massa di personaggi non giocanti per un videogame in tre dimensioni.

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È il mondo dei media che si ritorce su se stesso, la violenza virtuale che priva la violenza reale di importanza e drammaticità. Fino all’inversione completa dei ruoli: il morto vivente vero si ritrova in un centro commerciale (il più classico dei set per un film su quelli come lui), circondato da umani ben vivi, che reagiscono alla manifestazione dell’orrore reale inglobandolo nello show, virtualizzandolo e quindi anestetizzandolo con i telefonini.
Alan Willis riesce solo a contagiare un ragazzo: non c’è nessuna epidemia. O forse l’epidemia c’è già stata e Alan Willis è la vittima sacrificale sull’altare di un mondo infetto.
Lukas è così: gioca con gli stereotipi, talvolta rischiando di caderci dentro, ma riuscendo a mantenersi ai margini. In equilibrio al confine fra luce e ombra, come lo stesso protagonista ha dichiarato proprio nel numero precedente.

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Il tratto di Andrea Borgioli è dinamico, liquido e nervoso, ricorda un Luigi Piccatto più ordinato, mentre le impostazioni dei volti, specie per il taglio di labbra e occhi dei comprimari, fanno pensare a un Ferdinando Tacconi “liscio”, privato del suo caratteristico tratteggio. Le ombre, dense e nere, si uniformano in pieno all’impostazione visiva della serie, allargandosi come l’inchiostro e invadendo i personaggi, anche in pieno giorno. Le anatomie sono gestite bene, mentre gli ambienti appaiono spesso un po’ spartani, risolvendosi in linee sottili che non danno sufficiente consistenza a oggetti e architetture.

In un panorama Bonelli che, a livello mediatico, reagisce alla crisi puntando i riflettori su altri personaggi, Lukas continua la sua corsa in sordina, dimostrandosi un fumetto di qualità, capace di catturare il lettore in cerca di intrattenimento, ma anche di sviluppare un intreccio di tutto rispetto.

Abbiamo parlato di:
Lukas #9 – Zombie
Michele Medda, Andrea Borgioli
Sergio Bonelli Editore, dicembre 2014
96 pagine, brossurato, bianco e nero – 3,30 €
ISBN: 977228412600440009

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“Gli amari consigli” di Nicolò Pellizzon http://www.lospaziobianco.it/133851-amari-consigli-nicolo-pellizzon http://www.lospaziobianco.it/133851-amari-consigli-nicolo-pellizzon#comments Tue, 09 Dec 2014 14:30:31 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=133851 “Gli amari consigli” di Nicolò Pellizzon | di Martina Caschera
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Nicolò Pellizzon ci invita nel mondo di Sara, scisso tra la realtà e una dimensione popolata di demoni e figure mitologiche.

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“Gli amari consigli” di Nicolò Pellizzon | di Martina Caschera
Lo Spazio Bianco

titoloLa cifra stilistica del giovane autore Nicolò Pellizzon (Verona, 1985) è estremamente riconoscibile. Nonostante la giovane età ha all’attivo un graphic novel, Lezioni di Anatomia, uscito per la GRRRZETIC nel 2012, e numerosissime collaborazioni. Ha pubblicato infatti sulle riviste Animals, Teiera, Shinigami e WATT. Dal 2011 lo troviamo anche nei volumi editi dal gruppo Delebile e dal collettivo G.I.U.D.A.. I legami con il mondo della musica non sono da sottovalutare: oltre ad aver collaborato con musicisti italiani e stranieri, suo è il manifesto del festival MI AMI 2012. Autore di fumetti, illustratore (ha esposto negli ultimi anni sia Italia che all’estero), si è anche occupato di grafica e videomaking. Un po’ di tutto insomma, come dice lui.

Non stupisce allora che, con Gli amari consigli, Pellizzon dia buona prova di maturità narrativa ed estetica.

Gli Amari consigli, uscito per la Bao Publishing lo scorso 17 ottobre, è stato incluso dalla casa editrice nella collana Le città Viste dall’Alto. Vale la pena spendere due parole sul progetto, che è nato nel 2013, per narrare “storie di luoghi, di persone, di vite che rimangano nel cuore di chi li ha negli occhi, che diano la sensazione di averli vissuti, conosciuti, visitati. esterno2Per questo il filo conduttore dei libri saranno le ambientazioni: città, paesi, luoghi realmente esistenti o comunque che sono parte del quotidiano dei personaggi e che diventano lentamente familiari, importanti anche per il lettore.”

L’intento della Bao risulta efficace nell’apertura a lavori altri, nuovi, freschi, di artisti giovani, con parecchie cose da dire e, soprattutto nel caso di Pellizzon, da dire in maniera piuttosto anticonvenzionale. A differenza di quello che accade in altri autori, come ad esempio Madrigal, in cui i luoghi della storia sono sempre reali e ben chiari al lettore, la scelta di Pellizzon mischia un po’ le carte. Infatti, dopo aver scelto Torino per il suo primo libro, con Gli amari consigli l’autore fa una scelta diversa: la città in cui la narrazione si ambienta non esiste. Pellizzon, non volendo legare la storia a un luogo in particolare, conferisce al luogo creato un valore emotivo aggiunto, trasformandolo un ambiente psichico e liminare. Familiare (riconosciamo parecchi scorci dell’alta Italia), ma allo stesso tempo spiazzante, sfuggente.

Questo approccio è estremamente coerente all’intreccio. Sara, la protagonista, è una giovane che tira avanti, tra un lavoretto e un altro, tormentata dai dubbi sul futuro e dalle delusioni passate. La sua passione per la letteratura e l’editoria, senza sbocco, l’ha portata ad arenarsi in un limbo emotivo e in una pozza di mancanza di volontà. Cattura di schermata (98)A questa sfiducia, che la accomuna e la riconduce alla generazione dei tardo-ventenni e trentenni italiani – scelta molto pertinente dal punto di vista sociologico -, si unisce un tormento intimo costante nient’affatto comune.

Sara infatti, fin da bambina, vive in un mondo scisso: su quella che (sembra) la normalità, la realtà del quotidiano interviene, invadendola inaspettatamente, un immaginario apocalittico popolato da demoni, figure fantastiche e simbologie di natura complessa. L’autore dichiara, in un’intervista rilasciata per Fumettologica, che l’immaginario prevalente è composto da figure mitologiche di origine persiana, afferenti al vecchio testamento e alla magia olimpica. Un incontro interessante, soprattutto dal punto di vista estetico, di stimoli ed ispirazioni.

E la questione estetica è fondamentale in quest’opera. In primis, la centralità della figura femminile (la protagonista, la rivale, l’amica, la madre e, in generale, un’impressione incombente di matriarcato) porta con sé alcune riflessioni di carattere estetico.  specchioIl corpo femminile, in particolare il volto – gli occhi, molto grandi – e le mani, è ritratto con attenzione ed eleganza. A questo si lega un’estrema attenzione al dettaglio, al vestiario, ai pattern e, in generale, al design di un mondo prettamente femminile.

Piccoli dettagli “pop” e “rock” sono inoltre disseminati per tutta l’opera, in una matrioska di rimandi, citazioni e autocitazioni. La passione della protagonista per i B-movies horror è ad esempio una scelta vincente sia dal punto di vista estetico che narrativo, crea infatti un gancio efficace tra il mondo reale e quello delle visioni.
Per quanto riguarda la figura maschile, essa è ambivalente: compaiono solo due uomini, portatori di significati importanti, di diversa portata, funzionali alla narrazione ma sfuggenti dal punto di vista emotivo.

Cattura di schermata (99)Le interazioni tra i personaggi sono accattivanti, ironiche, concrete e spesso eroticizzate. Ugualmente, le immagini forti ed evocative delle visioni, oltre a rimandare ad un immaginario fantastico, rimandano ad un erotismo schietto, provocatorio.

Dal punto di vista strettamente estetico, colpisce il tratto, particolare, personale, riconoscibile, molto sensuale. A causa della cifra stilistica che caratterizza l’autore, gli enormi occhi, gli zigomi pronunciati e un’emaciatezza diffusa, le figure femminili ahimè tendono ad assomigliarsi. La linea, è fluida ed elegante, sintetica ma precisa. La scelta dei colori in quest’opera incuriosisce, trattandosi infatti di un accostamento inusuale di colori quali fuxia (e gradazioni), giallo e nero. Colori alla moda, possiamo dire, così come il taglio di capelli della protagonista.

Sulla narrazione si può aggiungere poco, dal momento che il racconto, che tende alla diversione continua, a confondere le carte, a porre domande, non dà alcuna risposta. Si beffa infatti di noi, costringendo il lettore a riprendere la lettura e a tentare un approccio diverso, trasversale, al racconto. Intrigante.

Abbiamo parlato di:
Gli amari consigli
Nicolò Pellizzon
Bao Publishing, 2014
152 pagine, brossurato, colori – 15,00€
ISBN: 8865432446

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Le Storie #27 – Il fattore Z http://www.lospaziobianco.it/135117-storie-27-fattore http://www.lospaziobianco.it/135117-storie-27-fattore#comments Tue, 09 Dec 2014 08:30:48 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135117 Le Storie #27 – Il fattore Z | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

In una moderna New York i morti iniziano a tornare "in vita" e l'apocalisse sembra ormai vicina. Una nuova storia sul tema zombie, inedito per la collana de "Le Storie", firmata Giovanni Gualdoni e Marco Bianchini.

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Le Storie #27 – Il fattore Z | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

copertinaIn una moderna New York uno sconosciuto morbo si sta diffondendo e i morti tornano in vita. L’operatrice televisiva Helen, priva di sensi e dimenticata dai soccorsi, si trova sola in una Manhattan a cui sono stati letteralmente “tagliati i ponti”, a lottare per la vita e riabbracciare suo figlio.
Una prova nel complesso discreta per la coppia Giovanni Gualdoni e Marco Bianchini: l’albo ha il pregio di avere il sapore di moderno, con uno stile molto attuale che cavalca l’onda della moda “zombesca” riaffermatasi negli ultimi anni.
Si pesca a piene mani dalla più recente produzione di genere: Io sono leggenda1, The walking dead e The last of us.

L'omaggio a "Io sono leggenda" all'inizio dell'albo

L’omaggio a “Io sono leggenda” all’inizio dell’albo.

Nonostante la scelta azzeccata di un tema così al passo coi tempi, Gualdoni non riesce ad andare oltre la riproposizione di meri cliché di genere.
La narrazione ha un buon ritmo sostenuto: una classica fuga senza fine con picchi di suspense causati dal susseguirsi di ostacoli, che tuttavia risulta troppo semplificata. La storia riesce a risollevarsi solo nell’ottimo finale, volutamente aperto, che pare voler conferire profondità e coerenza a quanto scritto in precedenza, introducendo la tematica della necessità di non rimanere soli e della solidarietà fra gli individui, ma fondandosi su basi troppo instabili e superficiali per risultare credibile.
I personaggi appaiono poco caratterizzati e spesso banali, c’è una volontà di introspezione in limine ma che, nella pratica, risulta poco gradevole nel contesto fortemente standardizzato; è quasi impossibile affezionarsi a loro, tranne alla struggente figura di Angela.
Il vero vanto di questo volume sono invece i meravigliosi disegni di Bianchini: il tratto totalmente a mezzatinta assieme a un forte realismo rendono la grafica accattivante, fresca e gradevole agli occhi.
Le inquadrature cinematografiche sostengono appieno il ritmo narrativo: vasti grandangoli su New York; una sequenza d’impatto a camera fissa con cinque ampie vignette orizzontali che raffigurano uno sfondo identico sotto cui giace la protagonista priva di sensi, e che mostrano gli sconvolgimenti della città nel lasso temporale in cui Helen resta distesa a terra per un intero giorno; inquadrature dal taglio diagonale che danno l’impressione dell’ondeggiamento della camera, comunicando il forte senso di paura, angoscia e spaesamento del momento.

Le prime tre vignette in alto rappresentano la sequenza a camera fissa. L'ultima vignetta in basso è un esempio dell'effetto ondeggiamento con taglio diagonale dell'inquadratura che suscita agitazione.

Le prime tre vignette in alto rappresentano la sequenza a camera fissa.
L’ultima vignetta in basso è un esempio dell’effetto ondeggiamento con taglio diagonale dell’inquadratura che suscita agitazione.

La vignetta più potente di tutto l’albo si trova nella tavola 50, e rappresenta un enorme centro commerciale a spire stracolmo di zombie, con un buco al centro e in fondo una ruota panoramica.
La scena appare come un baratro senza fondo, un ampissimo spazio chiuso che sembra gridare e incornicia una malinconica ruota abbandonata; una perfetta sintesi dell’horror vacui e del controsenso di un’impressione di terrore claustrofobico nonostante un luogo così ampio.

La scena del centro commerciale in tutta la sua bellezza: un'immagine che appare sprofondare in un baratro ed ha effetto horror vacui.

La scena del centro commerciale in tutta la sua bellezza: un’immagine che appare sprofondare in un baratro ed ha effetto horror vacui.

Se volessimo trovare due difetti a una prestazione grafica di per sé eccellente, questi risiederebbero nella caratterizzazione degli zombie, a volte poco accattivante, e nella continua riproposizione della protagonista in pose sensuali che mettono in risalto il suo aspetto fisico, che spesso poco si accordano con il mood angosciante degli accadimenti, stonando con essi. Una sensualità sovente gratuita e ostentata a tutti i costi, accettabile in un fumetto senza pretese che mira al mero divertimento superficiale del lettore, ma che poco si accorda invece con l’interessante taglio intimista e profondo del finale, destituendolo di credibilità.
In conclusione: un albo dignitoso, molto spedito e gradevole alla lettura, con un intreccio piuttosto masticato che cerca l’intrattenimento puro e semplice ma prova a risollevarsi nel finale dalle tinte introspettive, in maniera però incoerente con il restante impianto. A esso si accosta d’altro canto un eccellente e quasi perfetto comparto grafico, che risente a tratti dell’ambigua volontà della storia di creare fan service e spessore psicologico insieme.

Abbiamo parlato di:
Le Storie #27 – Il fattore Z
Giovanni Gualdoni, Marco Bianchini
Sergio Bonelli Editore, dicembre 2014
114 pagine, brossurato, bianco e nero – € 3,80


  1. cfr. l’ultima vignetta della seconda tavola dell’albo, un chiaro omaggio al film assieme allo stesso espediente dell’esplosione dei ponti che isolano Manhattan. 

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“In inverno le mie mani sapevano di mandarino”: quando la perdita diventa un nuovo approdo http://www.lospaziobianco.it/133662-inverno-mani-sapevano-mandarino-perdita-diventa-nuovo-approdo http://www.lospaziobianco.it/133662-inverno-mani-sapevano-mandarino-perdita-diventa-nuovo-approdo#comments Mon, 08 Dec 2014 16:00:23 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=133662 “In inverno le mie mani sapevano di mandarino”: quando la perdita diventa un nuovo approdo | di Pierpaolo Dinapoli
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In inverno le mie mani sapevano di mandarino: l’ultima fatica di Gerasi, che ci fa perdere nei meandri della memoria per provare a riconquistarne una.

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“In inverno le mie mani sapevano di mandarino”: quando la perdita diventa un nuovo approdo | di Pierpaolo Dinapoli
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Abbiamo tutti bisogno di ricordare, perché

la memoria è la terra  in cui il futuro pone le sue radici.

In-inverno-le-mie-mani-sapevano-di-mandarinoNanì, il protagonista della nuova fatica di Sergio Gerasi per i tipi di Bao Publishing, lo sa bene. Ma lo dimentica, lo combatte. Forse lo affronta.
Si nasconde nei meandri della propria (non)memoria e tra gli splendidi acquerelli di Gerasi; si accompagna a pillole per combattere il ricordo e vive della compagnia dei suoi mostriciattoli immaginari. È chiuso volontariamente in una sua gabbia. A tratti sembra quasi chiedere al lettore aiuto, conforto. Anche accettazione.
Nanì ha una cerniera sulla sua testa dalla nascita che, se chiusa, gli impedisce di ricordare, ma al contempo aiuta a metabolizzare i ricordi che egli si porta dentro. È alla sua apertura che i ricordi presenti all’interno vengono elaborati e liberati nel mondo circostante, lasciandolo inerme a terra; come se il ricordo non fosse che una proiezione di sé nel mondo.

E’ strano, infatti ricordo sempre il mio nome. So dove sono nato e come tutti ho qualche ricordo sfocato della prima infanzia. So cosa ho mangiato lunedì scorso ma non ricordo che fine ha fatto la mia famiglia. A parte la nonna certo.

La nonna, che a sua volta ha problemi di memoria, è la figura destabilizzante dell’albo – è infatti per donare una nuova memoria a lei che Nanì decide di intraprendere il viaggio più surreale della sua vita. E di lasciare aperta la sua cerniera.
Nonostante sia continuamente sospeso tra l’immaginazione e la realtà il viaggio rappresenta il veicolo principale per raccontare la crescita – o meglio, la presa di coscienza – del personaggio. A renderlo atipico è il perdersi di Nanì in tragitti poco consueti, per lunghi tratti inaccessibili.

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I testi di Gerasi sono delicati, poetici – senza essere patetici – intrisi di ironia. Risultano schietti e molto comunicativi, benché a volte un po’ troppo densi. I temi affrontati nel fumetto sono molteplici, tutti egualmente importanti: la memoria, la crescita, l’accettazione del diverso, la solitudine, i sensi di colpa. Tanti, forse troppi nell’economia del fumetto, che a volte sembra un po’ troppo veloce e, per il suo scorrere veloce, non permette di approfondire a pieno alcuni spunti che pure il fumetto suscita.

L’approccio al racconto di Gerasi, che forse soffre un po’ troppo il suo essere impulsivo non gestendo al meglio i ritmi narrativi, è intelligente e propone paradossi estremamente interessanti, non da ultimo il barattolo vuoto pieno di memoria o la stessa cerniera che esclude dal mondo esterno, che permettono di superare brillantemente i vari topoi canonici (e scontati), che pure sono alle volte presenti.
È un libro difficile alla lettura, se si vogliono cogliere a pieno tutti i riferimenti che contiene: dalla Milano narrata, vero sfondo della vicenda, al disagio della malattia, all’esigenza dei ricordi. Alle volte è lo stesso lettore a subire lo straniamento della perdita della memoria, dell’approdo all’ignoto, reso per mezzo di personaggi bizzarri, viaggi circolari e un’atmosfera perennemente sospesa tra sogno e realtà.

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I disegni acquerellati fanno perdere il lettore nei dettagli nebulosi dello sfondo e creano immediata empatia con i personaggi, rappresentati in maniera grottesca e caricaturale, quasi non dovessero essere presi sul serio. Anche qui alcuni layout interessanti – quasi allusivi ad una metanarrazione – scuotono e coinvolgono il lettore, facendolo sentire spettatore privilegiato della vicenda .
In realtà la storia di Nanì è molto seria e a tratti fa male; espone tutti i limiti dell’essere diversi, speciali, sensibili, dell’aggravarsi della malattia che coi ricordi cancella un po’ alla volta noi stessi oltre che gli altri. È una riflessione sull’esigenza del ricordo e su come questo operi in maniera sinestetica su ciascuno di noi – chi attraverso i mandarini appunto, chi con le camille con il sapore delle madeleine di proustiana memoria.
Il ricordo personale, spesso derivante anche dal ricordo collettivo – forse per questo la scelta della figura della nonna quale simbolo dell’affettività ma è incarnazione stessa dell’idea platonica della “memoria” – è un diritto inalienabile di ogni individuo che supera il tempo e le difficoltà, ma talvolta fa desiderare l’oblio della dimenticanza.

Nonostante dei piccoli difetti, “In inverno le mie mani sapevano di mandarino” è un racconto toccante, non conciliante, che riflette sulla potenza dei ricordi, sulla loro necessità per affermare il singolo e la collettività. Ma è anche un racconto molto personale dell’autore, che celandosi dietro le nuvole scure e opache di Milano, scrive qualcosa da non dimenticare.

Abbiamo parlato di:
In inverno le mie mani sapevano di mandarino
Sergio Gerasi
Bao Publishing, Le città viste dall’alto – Ottobre 2014
128 pagine, brossurato con alette, bianco e nero e colore – 15,00 €
ISBN: 9788865432617

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Ammalarsi di parole e immagini: “Il mondo così com’è” di Tiziano Scarpa e Massimo Giacon http://www.lospaziobianco.it/134392-ammalarsi-parole-immagini-mondo-cosi-tiziano-scarpa-massimo-giacon http://www.lospaziobianco.it/134392-ammalarsi-parole-immagini-mondo-cosi-tiziano-scarpa-massimo-giacon#comments Thu, 04 Dec 2014 14:00:19 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=134392 Ammalarsi di parole e immagini: “Il mondo così com’è” di Tiziano Scarpa e Massimo Giacon | di Luigi Siviero
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I protagonisti de "Il mondo così com’è" sono Alfio Betiz, un uomo in grado di capire il linguaggio degli oggetti e degli animali, e Yvana Zedda, una dottoressa che prende in cura Betiz e si innamora di lui.

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Ammalarsi di parole e immagini: “Il mondo così com’è” di Tiziano Scarpa e Massimo Giacon | di Luigi Siviero
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Il mondo così com’è è un fumetto che nasce dalla collaborazione fra Tiziano Scarpa, romanziere, drammaturgo e poeta vincitore del Premio Strega 2009 grazie al romanzo Stabat Mater, e Massimo Giacon, fumettista e designer che ebbe già modo di collaborare con Scarpa nel 2007, quando Mondadori pubblicò Amami, una silloge di racconti del romanziere basati su una serie di disegni di Giacon realizzati in precedenza per una mostra.

I protagonisti de Il mondo così com’è sono Alfio Betiz, un uomo in grado di capire il linguaggio degli oggetti e degli animali, e Yvana Zedda, una dottoressa che prende in cura Betiz e si innamora di lui.

Alfio Betiz viene a conoscenza dei pensieri e dei dialoghi delle cose attraverso allucinazioni grafiche: è in grado di vedere le tipiche nuvolette dei fumetti che fuoriescono dalle cose e di leggerne il contenuto. In quest’opera le nuvolette hanno dunque una natura ambivalente: non sono solo dei balloon che vengono letti dai lettori del fumetto (come avviene per qualsiasi altro fumetto) ma sono incorporati nella storia stessa (vengono letti da uno dei personaggi, oltre che dai lettori).

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Questa doppia funzione delle nuvolette rende Il mondo così com’è un metafumetto, cioè un fumetto utilizzato dagli autori per riflettere sui fumetti. La riflessione metafumettistica riguarda la natura dei testi all’interno delle nuvolette, che vengono appresi attraverso la lettura (quindi con la vista) e non per mezzo dell’udito. Un dialogo che nella realtà sarebbe trasmesso con la voce e recepito dalle orecchie dell’ascoltatore, nei fumetti (privi di suoni udibili) assume una natura completamente diversa. Non a caso nel corso del fumetto il protagonista non potrà più leggere i pensieri delle cose quando diventerà cieco.

È interessante anche il motivo per cui Alfio Betiz è capace di leggere le nuvolette, cioè una malattia neurologica unica nel suo genere. Nel fumetto la storia di Betiz, ambientata nel passato, è raccontata (nel presente) da un professore universitario nel corso di una lezione accademica. A proposito della singolarità della malattia neurologica di Betiz, il professore afferma:

Il sogno di ogni neuropsichiatra è trovare un paziente speciale. Un caso clinico incredibile.
Un essere umano affetto da una patologia talmente originale da risultare fantasmagorica.
UNA MALATTIA PARTICOLARE E ALLO STESSO TEMPO UNIVERSALE!
Che ci faccia conoscere meglio l’intera specie umana.
Una sofferenza che ha soltanto lui, ma che ci rivela qualcosa su tutti noi!1

È la singolarità della malattia che rende tragica la condizione di Betiz: fino all’incontro con la dottoressa Zedda, l’uomo era così solo che non riusciva a confidarsi con nessuno o a essere creduto. L’incontro con Yvana Zedda, che decide di studiare seriamente la malattia neurologica, dà a Betiz l’opportunità di condividere le sue esperienze ontolaliche. A cosa servirebbe penetrare i misteri delle cose se non ci fosse nessuno a cui comunicare questa esperienza? Grazie all’interessamento della dottoressa Zedda, quella che nella sua singolarità è una malattia capace di portare Alfio Betiz alla depressione e all’isolamento, diventa il tramite di una storia d’amore universale.

C’è un altro aspetto interessante nel fumetto di Scarpa e Giacon. Il metafumetto copre solo una parte della riflessione degli autori sul rapporto fra disegno e parola. Infatti nell’opera gli oggetti non parlano solo perché emettono delle nuvolette di dialogo o di pensiero. Gli autori tentano anche in altri modi di fare parlare le cose, rendendo Il mondo così com’è un’opera in cui il tema del rapporto fra parola e immagine è preso in considerazione a tutto tondo e si estende ben al di là dell’interazione fra parola e immagine tipica dei fumetti.

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Le immagini non sono collegate alle parole solo quando le prime parlano per mezzo delle nuvolette, ma lo sono anche in altri contesti che non hanno nulla a che vedere con i fumetti: quando le parole sono scritte sulle insegne dei negozi e dei locali (p. 16, 17, 39, 40, 44, 45, 64 ecc.), su libri e fascicoli (p. 53, 55, 74, 75 ecc.), sulle mappe interattive (p. 79), sulle targhette dei campanelli delle case (p. 69), sui cartelli (p. 9, 88), sui muri (p. 88, 89), sui dirigibili (p. 29), sulle lavagne (p. 5, 6), sui quaderni degli appunti (p. 8, 92, ecc.) e così via. Attraverso questi esempi si può notare con quanta costanza sono presenti le interazioni fra immagini e parole, ai quali si possono aggiungere due casi tradizionali citati nei dialoghi del fumetto: l’apparizione in cielo della scritta “In Hoc Signo Vinces” all’imperatore Costantino prima della battaglia di Ponte Milvio (p. 11) e l’apparizione al re Baldassar di una mano che scriveva sul muro della reggia narrata nel Libro di Daniele della Bibbia (p. 37).

La malattia singolare di Alfio Betiz può esistere perché prima di essa esiste un linguaggio (che per sua natura tende all’universale), ed è riconducibile a una modalità espressiva di questo linguaggio (la forma scritta combinata in vari modi – solo uno di questi è la nuvoletta del fumetto, che nell’opera di Scarpa e Giacon ha una funzione inglobante – con le immagini).

Alfio Betiz, chiuso a riccio nella singolarità della sua malattia, non riesce a cogliere la naturale universalità del linguaggio, pur vivendo in un mondo in cui la combinazione fra oggetti e parole è estesa e quasi onnipresente. È Yvana Zedda che gli dà l’occasione di uscire dalla sua singolarità, in un’unione che non è solo amorosa ma anche linguistica (A e B, le iniziali di Alfio Betiz, sono le prime due lettere dell’alfabeto; Y e Z, le iniziali di Yvana Zedda, sono le ultime due lettere).

Abbiamo parlato di:
Il mondo così com’è
Massimo  Giacon, Tiziano Scarpa
Rizzoli Lizard, 2014
pp. 112, cartonato con cofanetto, colori – 16,00 €
ISBN: 978-8817075176

Il mondo così com’è su Lo Spazio Bianco

Recensione: “Il mondo così com’è”: Giacon/Scarpa e un caso di ordinaria follia
Intervista: Il mondo così com’è secondo Massimo Giacon e Tiziano Scarpa

(a cura di Claudia Grieco e Nicole Brena)

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  1. p. 47-49. 

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L'articolo Ammalarsi di parole e immagini: “Il mondo così com’è” di Tiziano Scarpa e Massimo Giacon è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

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