Lo Spazio Bianco » Recensioni http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Sun, 23 Nov 2014 17:54:43 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.0.1 “Kiss me, Satan”: fra streghe e licantropi, la violenta redenzione di un angelo caduto http://www.lospaziobianco.it/131385-kiss-me-satan-fra-streghe-e-licantropi-la-violenta-redenzione-di-un-angelo-caduto http://www.lospaziobianco.it/131385-kiss-me-satan-fra-streghe-e-licantropi-la-violenta-redenzione-di-un-angelo-caduto#comments Fri, 21 Nov 2014 17:00:56 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=131385 “Kiss me, Satan”: fra streghe e licantropi, la violenta redenzione di un angelo caduto | di Marco Pacella
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In una New Orleans cupa e violenta, l'angelo caduto Barnabus Black tenta di riconquistare il suo posto perduto, ma dovrà vedersela con la banda dei Licantropi. Fra horror e azione, la sceneggiatura di Gischler prende corpo nel tratto estremamente dinamico di Ferreyra.

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“Kiss me, Satan”: fra streghe e licantropi, la violenta redenzione di un angelo caduto | di Marco Pacella
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“La prima cosa che dovete sapere di New Orleans è che è una città di lupi mannari”.

Una frase lapidaria che potrebbe riportare alla mente le molte ricostruzionikiss me satan copertina allegoriche di ambienti e situazioni urbane in cui i cattivi di turno sono ritratti come strane figure dell’immaginario letterario per accrescerne la caratterizzazione tipologica.
Ma, a prima vista, non c’è metafora in Kiss me, Satan, graphic novel targata Dark Horse, scritta da Victor Gischler e disegnata da Juan Ferreyra, in uscita in Italia per Edizioni BD.
I lupi mannari sono quelli che sembrano, veri licantropi dal profilo tagliente e i denti aguzzi, e nelle loro mani passa il controllo dei “soliti affari”: prostituzione, estorsione, etc. In questo mondo feroce e violento lo sceneggiatore statunitense ambienta il duro percorso di redenzione di un angelo caduto – il protagonista Barnabus Black – elemento trainante di una vicenda che, pescando nel campionario più classico della narrativa dell’orrore, non può non solleticare il palato degli appassionati del genere.
Lupi mannari, dicevamo. Ma anche vampiri, scheletri ninja e mandriani zombi compongono questo variegato esercito di creature malvagie sguinzagliate da Cassian Steele – capo mafia dei licantropi nella tetra New Orleans – per eliminare l’anziana strega Verona, nel tentativo di tenere nascosta agli occhi del branco una profezia nefasta. Grazie al potere del suo Occhio del Destino, infatti, Verona gli ha predetto che il suo primogenito in arrivo non potrà ereditare il potere malvagio del padre perché sprovvisto del Marchio del Licantropo. La strega, annusato il pericolo e radunate le sue tre avvenenti discepole, decide di scappare. La fuga delle donne si incrocia allora con quella di Barnabus, incaricato di proteggerle per riacquisire un posto lassù, nei piani alti da cui è stato espulso.

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Come in una via crucis dell’orrore, Barnabus è costretto a fare i conti con questi esseri in una rapida e incalzante serie di scontri che costella l’intero volume e spinge, come da copione, verso il grande duello finale.
Con uno stile asciutto che punta tutto sul ritmo frenetico degli eventi, Victor Gischler compone una sceneggiatura in cui la linea narrativa assume i picchi e le rapide discese di un elettrocardiogramma modulato interamente sull’azione, anche a scapito di qualche approfondimento introspettivo – pur necessario – qui solamente accennato.

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Violenza e azione sono quindi i due poli attraverso cui si modula il tratto incisivo e estremamente dinamico di Juan Ferreyra, e l’obiettivo è in questo caso pienamente centrato. Sia nelle scene pacate in cui sono i dialoghi a tenere acceso il motore che nelle brusche accelerazioni che portano agli inevitabili scontri, il disegnatore mantiene saldo il volante e riesce a restituire immagini dinamiche e iconiche, efficaci nel mostrare il punto culminante dell’impatto, facendo risaltare le gesta dei personaggi. Un forte contributo è fornito anche dalle scelte cromatiche e dall’uso plastico delle onomatopee che enfatizza la rapidità dell’azione.

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“Per fare ciò che devo ho preso l’aspetto di un uomo. Con le debolezze e i bisogni di un uomo”.

Pare filare tutto liscio, fra sparatorie, sangue, sesso, muscoli, fughe a folle velocità ed esseri mostruosi da colpire con proiettili d’argento. Ma forse, a pensarci bene, dietro tutto ciò una metafora resta, un accento sull’anima dell’uomo, prima ancora del suo corpo, una riflessione sulla distanza a volte inconciliabile fra il percorso prestabilito dall’alto e la mutevolezza delle conseguenze di ogni azione, qui fra i vivi e i non-morti che popolano una Terra violenta. Barnabus Black, conteso fra inferno e paradiso, fra benedizione e dannazione, riuscirà a fare i conti con la sua reale natura o rimarrà in eterno un angelo caduto che chiede a gran voce quel posto che gli spetta?

Abbiamo parlato di:
Kiss me, Satan
Victor Gischler, Juan Ferreyra
traduzione di Fabio Migneco
Edizioni BD, 2014
112 pagine, brossurato, colore – 15,90 €
ISBN: 9788866349853

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“La sai a mammeta?”, il dissacrante esordio di Fran De Martino http://www.lospaziobianco.it/130118-sai-mammeta-dissacrante-esordio-fran-de-martino http://www.lospaziobianco.it/130118-sai-mammeta-dissacrante-esordio-fran-de-martino#comments Thu, 20 Nov 2014 16:00:59 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130118 “La sai a mammeta?”, il dissacrante esordio di Fran De Martino | di Angela Pansini
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Francesca De Martino racconta l’infanzia, utilizzando toni irriverenti e cinici, ma senza dimenticare che siamo stati tutti bambini, cresciuti in un mondo a misura di adulto.

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“La sai a mammeta?”, il dissacrante esordio di Fran De Martino | di Angela Pansini
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mammeta-1Leggero, carico di un’ironia tutta partenopea e anche di una forte dose di cinismo, queste sono le caratteristiche di La sai a mammeta? primo libro di Francesca De Martino.

Classe 1984 e nota in Rete come Fran, l’autrice si definisce una ‘(s)fumettista freelance’ e si divide fra la vita universitaria (studia Filosofia) e il mondo della satira. Dal 2012, infatti, realizza vignette per Fanpage e cura il webcomic giornaliero f4.

Pubblicato da ‘Round Midnight Edizioni per la collana Big Mama, questo volume illustrato prende il titolo da un intercalare napoletano che potrebbe essere tradotto con “Te la ricordi mamma?”. La domanda è rivolta ai bambini, veri protagonisti di una storia che si sviluppa in 45 tavole (quelle introduttive da sfogliare velocemente per ottenere un effetto animato) dal tratto molto diverso da quello cui De Martino ha abituato i suoi lettori sul Web. Abbandonata l’ispirazione manga, dai colori accesi e le linee morbide, La sai a mammeta? si compone di un susseguirsi di vignette in bianco e nero, apparentemente concepite per un pubblico infantile, come in un libro di fiabe, ma corredate da frasi dai toni dissacranti e poco ortodossi.

Al centro di tutto i bambini. Bambini capricciosi, molesti, allevati da genitori distratti e sguaiati, più impegnati sui social network che nella cura della propria prole. losaimammeta1Bambini che nessuno vorrebbe incontrare al cinema, al ristorante, sull’autobus, ma che spesso si è costretti a ‘subire’ e a tollerare a fatica.

Ce n’è per tutti, dalle famiglie disattente alla TV che sfrutta i più piccoli come un fenomeno da baraccone, dalle regole di un capitalismo sfrenato presto apprese dagli infanti più viziati all’inadeguatezza del sistema scolastico. Vittime delle pecche di una società poco a misura di bambino sono proprio questi ultimi, trasformati in piccoli mostri avidi di attenzioni.

L’estrema tutela dell’infanzia da parte della società qui viene ribaltata in un racconto catartico e cattivo, che si scioglie però in un finale che fa riflettere: tutti i bambini si somigliano, ciascuno di quegli insopportabili esserini siamo stati noi, basta ricordarsene, anche con un pizzico di nostalgia.

Abbiamo parlato di:
La sai a mammeta? – Manualetto illustrato di puericultura e turpiloquio
Francesca De Martino
Round Midnight Edizioni – Collana Big Mama, marzo 2014
67 pagine, bianco e nero, cartonato, 15,00 €
ISBN: 9788898749072

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I tre moschettieri: dal romanzo al fumetto e ritorno http://www.lospaziobianco.it/132947-moschettieri-romanzo-fumetto-ritorno http://www.lospaziobianco.it/132947-moschettieri-romanzo-fumetto-ritorno#comments Mon, 17 Nov 2014 13:56:04 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132947 I tre moschettieri: dal romanzo al fumetto e ritorno | di Simone Cilli
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La celebre saga dei moschettieri Athos, Porthos e Aramis accompagnati dal guascone D’Artagnan in una trasposizione a fumetti presentata dalla Marvel, accompagnata da un’analisi sui significati del riadattamento attraverso un media differente.

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I tre moschettieri: dal romanzo al fumetto e ritorno | di Simone Cilli
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Senza titolo-1Tutti per uno, uno per tutti!”, una delle più celebri formule ideate da Alexandre Dumas nella sua trilogia (I tre moschettieri, Vent’anni dopo, Il visconte di Bragelonne) che è riuscita ad imporsi nel linguaggio comune e nell’immaginario dei più piccoli; eppure è solo una semplice frase pronunciata en passant da D’Artagnan, senza troppa enfasi o importanza.

Questo motto è un chiarissimo esempio di come un’opera non cessi di esistere in sé, esaurendosi per autocombustione, ma possa continuare a vivere non meno fortemente nelle sue interpretazioni e nelle varie trasposizioni, a dimostrazione che a un prodotto dell’ingegno non è possibile porre un punto definitivo. Un libro è una sorta di lista aperta, un invito per chiunque ad andare oltre la chiusura immaginaria tracciata su carta.
I tre moschettieri, attraverso i suoi numerosi riadattamenti in film, serie televisive e illustrazioni, è riuscito a creare una stratificazione di immagini ad esso legate, grazie alle quali anche una frase poco rilevante pronunciata nel mezzo di centinaia di pagine è potuta divenire così celebre.

Cosa cerca invece il lettore in un riadattamento?
La trasposizione di un’opera può raggiungere due risultati positivi: ricreare le atmosfere e lo spirito dell’opera omaggiata senza tradirne l’essenza, oppure andare oltre, aggiungendo qualcosa di originale ed interessante, restando però entro quel gioco di regole che l’opera di base aveva dettato.
Insomma una buona trasposizione si ha quando il lettore nella sua fruizione non perde qualcosa rispetto all’originale, ma ne ottiene in altre forme lo stesso beneficio o addirittura una rinnovata ed amplificata esperienza.

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La riproposizione a fumetti del celebre romanzo d’appendice di Dumas da parte di Roy Thomas e Hugo Petrus non aggiunge certo originalità all’opera. I due autori riescono tuttavia a riportare fedelmente il lettore in quelle atmosfere di intrighi, amori borghesi, cavalleria ed avventura peculiari del racconto ottocentesco.
I personaggi risultano ben caratterizzati, ed ognuno di loro spicca per le sue qualità: Athos, nobile taciturno e distaccato; Porthos, disinibito amante dei vizi e del divertimento; Aramis, uomo moderato ed erudito; D’Artagnan, avventato e risoluto guascone. Anche gli antagonisti non perdono il loro fascino, come la perfida e subdola Milady o il potente cardinale Richelieu.

La narrazione ha un ritmo serrato, incalzante e denso di suspense. Le vicende, più diluite nel romanzo, sono condensate in un’unità monolitica e priva di cesure che non dà respiro al lettore, il che si pone come un punto a favore del fumetto. Allo stesso tempo, però, la trama non indugia su passaggi fondamentali, creando sgraditi buchi ed interrogativi irrisolti che non permettono di comprendere a pieno i fatti narrati.Senza titolo-2
I dialoghi sono molto fedeli, riportando spesso frasi integrali dal libro, e le vicende si incentrano sul profondo rapporto di amicizia dei moschettieri, vero motore di tutta l’azione.

Anche qui tuttavia gli autori si sono soffermati poco sulla nascita di tale rapporto, che nel fumetto sembra apparire quasi dal nulla nel giro di una pagina e mezzo, destituendo di credibilità il resto della narrazione, basata su questo fortissimo legame che appare poco verosimile a causa della subitaneità del suo nascere.
I disegni sono molto realistici, dettagliati e studiati sui costumi dell’epoca, ma non riescono a brillare per una qualche propria peculiarità.

L’opera riesce pertanto a restituire al lettore lo spirito del romanzo, ad accattivarlo con il suo ritmo narrativo e a tenerlo incollato alle pagine, con disegni ben realizzati ma con alcune piccole sbavature e fratture nella comprensione della trama e senza aggiungere elementi di novità all’originale.

Come afferma lo stesso Roy Thomas:

Se per voi non è abbastanza… comprate una copia del romanzo di Dumas e leggetelo. In effetti, è proprio lo scopo di questo volume… mettervi voglia di farlo.

Un invito alla lettura dunque, come era del resto nell’intento degli autori.

Abbiamo parlato di:
I tre moschettieri
Roy Thomas, Hugo Petrus
Traduzione di Elena Cecchini
Panini Comics (Marvel), giugno 2014
152 pagine, cartonato, a colori – € 17,00
ISBN: 9788891204257

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A lezione di umanità da un alieno con Francesco Guarnaccia http://www.lospaziobianco.it/130378-lezione-umanita-alieno-francesco-guarnaccia http://www.lospaziobianco.it/130378-lezione-umanita-alieno-francesco-guarnaccia#comments Fri, 14 Nov 2014 07:00:55 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130378 A lezione di umanità da un alieno con Francesco Guarnaccia | di Elena Biagi
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Esce per Zandegù Guida spaziale al terrestre di Francesco Guarnaccia, una storia tra fantascienza, avventura e formazione.

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A lezione di umanità da un alieno con Francesco Guarnaccia | di Elena Biagi
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FGcover-guida_piccE se sulla Terra vivesse un alieno perfettamente mimetizzato tra di noi? Che cosa penserebbe della nostra società e che cosa segnerebbe la sua esperienza?

La domanda che il giovanissimo Francesco Guarnaccia (segnaliamo il suo Tumblr: guarnagna.tumblr.com) si pone non è forse tra le più originali, ma la vastità di risposte possibili unita alla singolarità della sua interpretazione gioca a suo favore e il risultato è ben riuscito.

Strutturato come un “diario astrale”, in Guida spaziale al terrestre, l’alieno xPptBhlO – o, come lo pronuncerebbero gli umani, Weirdo – riporta la sua esperienza sulla Terra, evidenziandone involontariamente anomalie e controsensi. Il suo compito è quello di analizzare la specie umana senza farsi notare e perché ciò avvenga cerca di essere il più possibile insignificante: non esce mai dalla folla e lavora come impiegato, senza mai arrivare in ritardo o uscire in anticipo.

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Lo straniamento che ne deriva, dato dalla differenza di standard che l’alieno ha, risulta divertente e allo stesso tempo intenerisce il lettore. L’unico vero amico che Weirdo riesce a farsi è un gatto, che condivide con lui la curiosità per il mondo che lo circonda, mentre il resto dell’umanità sembra troppo impegnato con se stesso.
L’attenzione per il diverso che Weirdo ha è infatti assente nella popolazione terrestre e ne nasce così una riflessione sulla società contemporanea.
Senza nessuna pretesa di giudizio, il responso è che l’essere umano è dotato della capacità di amare, ma risulta incapace di comunicare.

Una volta terminata la sua missione, Weirdo è richiamato in patria e il dono più prezioso che porta con sé – insieme al fedele gatto – è l’emozione che prova entrando in profondo contatto con la natura, lontano dal caos cittadino.

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Il tratto semplice e tondeggiante di Guarnaccia si sposa perfettamente con la leggerezza e dolcezza della storia narrata e la tragicomicità della condizione umana. I colori caldi delle tavole aiutano ad empatizzare con Weirdo, in contrasto con la freddezza dello spazio siderale che ci si aspetterebbe dalla scelta di un tema extraterrestre.

Francesco Guarnaccia ha soli ventuno anni e in occasione di Lucca Comics ha appena pubblicato per Mammaiuto – collettivo di cui fa parte e vincitore del premio della self area di Lucca Comics 2013 – la nuova storia From Here to Eternity.

Abbiamo parlato di:
Guida spaziale al terrestre. Ovvero come ho imparato a non essere ansioso ed amare gli animali
Francesco Guarnaccia
Zandegù, 2014
29 pagine, ebook, colori, 4,99 €
ISBN 978-88-89831-46-5

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Batman #30: elogio del passato http://www.lospaziobianco.it/131402-batman-30-elogio-passato http://www.lospaziobianco.it/131402-batman-30-elogio-passato#comments Thu, 13 Nov 2014 07:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=131402 Batman #30: elogio del passato | di Andrea Bramini
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Il trentesimo numero del mensile di Batman presenta, oltre alla nuova puntata di Anno Zero, anche una serie di storie speciali che omaggiano la storia editoriale del protagonista

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Batman #30: elogio del passato | di Andrea Bramini
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batman_30Nel mese di ottobre il mensile italiano dedicato a Batman, edito come sempre da RW Lion, si presenta con una foliazione maggiore del solito: ben 108 pagine, in luogo della solita settantina. Il motivo è da ricercarsi nel numero di Detective Comics qui ospitato, il n. 27: il ventisettesimo numero della prima serie di Detective Comics, uscito nel 1939, era l’albo che ospitò l’esordio del Cavaliere Oscuro, e per questa ragione la DC ha ben pensato di commissionare ad alcuni autori delle storie speciali che celebrassero l’evento, anche sull’onda dei 75 anni del personaggio che LSB festeggia con il ricco speciale che potete trovare qui.
La prima di queste non poteva che essere Il caso del sindacato chimico, la prima storia di Batman, rivisitata con i testi del romanziere Brad Meltzer e con i disegni di Bryan Hitch: l’esperimento è un po’ fine a sé stesso, gode di un buon apparato grafico ma comunica poco, se non il classico gusto amarcord che un esperimento del genere si porta dietro.

Detective Comics (2011-) 027-013
Segue la metanarrativa Vecchia scuola, firmata da Gregg Hurwitz per i testi e da un Neal Adams in ottima forma per i disegni: la storia ricalca lo stile delle storie anni ’60-’70 di Batman, con tutte le ingenuità e la leggerezza del periodo, coniugate con uno stile grafico tipico dell’epoca, che Neal Adams riesce a riportare in modo credibile sulla carta. La storia si presenta quindi simpatica e divertente, per poi sfociare in un finale a sorpresa.
Molto interessante è poi Il sacrificio, dove Mike W. Barr e Guillem March ripropongono il tema alla base del film di Frank Capra La vita è meravigliosa: cosa sarebbe successo se i genitori di Bruce Wayne non fossero morti e Batman non fosse mai nato? Il dolore di un singolo può essere propedeutico a un bene a lungo termine per gli altri? E tale consapevolezza può essere di qualche consolazione per chi deve portare un simile fardello? Queste sono le domande che questa breve storia pone al lettore, ma anche al protagonista, dando più inquietudine che conforto, ottenendo un risultato più che soddisfacente.
Infine è di scena Francesco Francavilla con Pioggia, così breve ed ermetica che si fa apprezzare più per i disegni, come sempre ricercati e suggestivi, che per la sceneggiatura.

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Detective Comics
#27 non ospita solo queste avventure celebrative, ma prosegue anche nella proposta del lavoro che John Layman e Jason Fabok stanno conducendo sulla testata. Il crimine perfetto è la prima parte di Gothopia, nuovo evento-crossover che interesserà varie testata batmaniane ma che si svilupperà prevalentemente su DetCom.
Detective_Comics_27_Gothopia_ActuaBDQuesto primo tassello è molto interessante, presentando di fatto quella che sembra essere una situazione di una dimensione parallela: Batman ha un costume leggermente diverso dal solito, il suo compagno è Selina Kyle con il nome di Catbird, che è anche la sua fidanzata ufficiale; il sindaco è Oswald Cobblepot e Gotham City sembra non avere quasi nessun problema di criminalità, debellata dalle azioni del Cavaliere Oscuro.
Insomma, qualcosa non torna, ma non solo al lettore, visto che ad un certo punto anche a Batman iniziano a venire dei dubbi sulla realtà che sta vivendo, che non corrisponde con alcuni ricordi che iniziano ad affacciarsi nella sua mente. Con un’atmosfera a metà tra Matrix e la sesta stagione di Lost, Batman si trova evidentemente in una qualche trappola elaborata, e le ultime tavole suggeriscono chiaramente il villain che ha intessuto l’intricata tela.
11915539156_b829c81dba_oLe premesse sono molto valide: una realtà distopica rispetto a quella solita è senz’altro un espediente narrativo abusato, ma sempre d’effetto e ricco di potenzialità, e Layman sembra aver trovato il modo di svilupparlo in maniera avvincente. Certo, alla luce di questa prima parte che già inizia a svelare la soluzione dell’intrigo, probabilmente tutto l’evento si risolverà piuttosto velocemente e trattando questa avventura come una delle tante di Batman, giusto un po’ più complessa del solito, ma per ora ci si può sentire soddisfatti dal lavoro dello sceneggiatore, così come da quello di Fabok che qui continua a non deludere nel realizzare tavole elaborate e dotate di uno stile muscolare e moderno che avvince il lettore.

bm27_p21_COLORhi_fix01_531e76d9789b91.31570775Cattura grande attenzione anche la quarta parte di Città Oscura, secondo ciclo di Anno Zero, in cui Scott Snyder e Greg Capullo continuano a raccontarci i primi passi di Batman a Gotham. La sua indagine sul Dottor Morte prosegue non senza qualche intoppo, e sono proprio questi imprevisti a rendere godibile l’episodio in questione. L’eroe ha modo di confrontarsi con Jim Gordon, che gli dà una mano e coglie l’occasione per raccontare il seguito dell’aneddoto che Bruce aveva ricordato nello scorso numero, nel quale Gordon appariva come un altro poliziotto corrotto della città. Ora possiamo vedere che la realtà era ben diversa e questo spinge il protagonista a rivedere in parte i suoi giudizi.
batman27featuredimageUn successivo dialogo con Alfred serve proprio ad approfondire questa incrinatura, e si ha modo così di arricchire il livello psicologico del Batman alle prime armi: il maggiordomo cerca infatti di far guardare Bruce dentro se stesso per capire il motivo per cui lui “fa il Batman”, e la risposta che suggerisce è che oltre alla voglia di giustizia ci sia la volontà di punire Gotham City, mostrandole che lui è in grado di fare quello che la città non vuole e non può mettere in pratica.
Riflessioni particolarmente ricche di fascino, che conquistano il lettore amante del personaggio, e che lasciano ancora meditabondi quando Batman chiude la sua indagine scoprendo la mente dietro le azioni del Dottor Morte.
Greg Capullo mantiene il suo stile gotico e affilato, caratterizzando adeguatamente le tavole di flashback come quelle sotto la pioggia, curando particolarmente il momento della rivelazione finale con una efficace composizione delle vignette nella pagina e offrendo anche una citazione grafica con la silhoutte di Batman appollaiato su un cavo, chiaro riferimento al Ritorno del Cavaliere Oscuro di Frank Miller.

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A completare lo spillato italiano abbiamo Nightwing, che in Sempre più curioso conclude la storia di Marionetta in maniera poco entusiasmante, risolvendo anche in quattro e quattr’otto la presenza del Cappellaio Matto introdotta nello scorso numero e ora già accantonata.
I “siparietti” tra Dick Grayson e i suoi coinquilini risultano sempre meno interessanti, non tanto per l’idea in sé quanto per il modo che ha Kyle Higgins di metterli in scena. Will Conrad e Cliff Richards fanno invece un buon lavoro, con dei disegni puliti e cinetici, che solo in alcune occasioni appaiono meno curati.

Abbiamo parlato di:
Batman #30
Scott Snyder, Greg Capullo, John Layman, Jason Fabok, Brad Meltzer, Bryan Hitch, Gregg Hurwitz, Neal Adams, Mike W. Barr, Guillem March, Francesco Francavilla, Kyle Higgins, Will Conrad, Cliff Richards
Traduzione di Stefano Visinoni
Rw Lion, ottobre 2014
108 pagine, spillato, colore – € 5,00
ISBN: 9 771887 472334 40087

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L’ira di Caino, l’orrore della guerra raccontato da Caccaman http://www.lospaziobianco.it/130655-lira-caino-lorrore-guerra-raccontato-caccaman http://www.lospaziobianco.it/130655-lira-caino-lorrore-guerra-raccontato-caccaman#comments Wed, 12 Nov 2014 16:00:54 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130655 L’ira di Caino, l’orrore della guerra raccontato da Caccaman | di Dario Custagliola
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Nella sua prima opera con disegno realistico, Emilio Caccaman racconta l'orrore della seconda guerra mondiale. Un breve volume che suggerisce di tenere alta l’attenzione sulla produzione futura dell’autore.

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L’ira di Caino, l’orrore della guerra raccontato da Caccaman | di Dario Custagliola
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L’ira di Caino è una breve storia scritta e disegnata da Emilio “Caccaman” Battiato, edito da Spectre Edizioni che dà inizio alla sua attività con questo volume. L’azione si svolge sul finire della seconda guerra mondiale in una Berlino devastata dalle bombe alleate, dove un cecchino nazista porta avanti una disperata e impossibile resistenza contro una truppa di soldati americani. L’autore è abile nel narrare la storia attraverso poche manciate di secondi alla volta: un cecchino che aggiusta la mira, un proiettile che impatta sulla sua vittima, un tenente che deve prendere una rapida decisione, l’urlo che precede la morte.

Cliccare per ingrandire Cliccare per ingrandire

La narrazione gioca con il tempo: ora accelerandolo ora dilatandolo con un montaggio serrato, ritmico in cui con sequenze che si ripetono divenendo una sorta di leitmotiv si passa dal primo piano, al primissimo, al dettaglio oppure utilizzando una sorta di split screen con il felice risultato di innalzare la carica emotiva quando necessario. Solo una vignetta è dialogata, per il resto le tavole sono accompagnate ognuna da poche spietate righe di didascalia che immedesimano il lettore nell’inferno della guerra. È un racconto che di edificante ha ben poco, dove l’eroismo non trova ricompensa, in cui il giudizio morale è sospeso, sepolto sotto le macerie della città bombardata.

Ira di Caino dettaglio tavola #15 solo centro

Pur possedendo un buon tratto, il lavoro come disegnatore dell’autore è superato dal lavoro compiuto come sceneggiatore. La maggior parte delle tavole si fanno apprezzare per gli espedienti grafici, riescono a essere penetranti, evocative e a trovare una loro poetica; in altre invece la qualità dei disegni cala e si ha la sensazione che l’autore avrebbe potuto far meglio, in particolare per quanto riguarda dettagli anatomici e panoramiche. Degno di nota l’abile uso delle ombre e delle luci, con passaggi netti e drastici dall’una all’altra: in alcuni momenti però, in maniera repentina, l’autore abbandona tale stile, dando al lettore una sensazione di spaesamento, di incoerenza grafica.
Nel complesso il primo lavoro con disegno realistico di Caccaman è una buona prova che suggerisce di tenere alta l’attenzione sulla produzione futura dell’autore.

Ira di Caino dettaglio tavola #22 vignetta centrale

Abbiamo parlato di:
L’ira di Caino
Emilio Caccaman
SPECTRE Edizioni
36 pagine, bianco e nero, brossurato – 5,00€

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“E tutto il resto appresso”: una guida alla rielaborazione del lutto http://www.lospaziobianco.it/130678-resto-appresso-guida-rielaborazione-lutto http://www.lospaziobianco.it/130678-resto-appresso-guida-rielaborazione-lutto#comments Tue, 11 Nov 2014 16:00:01 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130678 “E tutto il resto appresso”: una guida alla rielaborazione del lutto | di Rossella Lo Faro
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“L’inferno assomiglia a una strada di notte, illuminata dai lampeggianti della polizia, e sa di gomma bruciata e di zolfo…”. Francesca Di Virgilio, Alessandro Di Virgilio e Mauro Cao per una storia di formazione così teneramente cupa, nostalgica.

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“E tutto il resto appresso”: una guida alla rielaborazione del lutto | di Rossella Lo Faro
Lo Spazio Bianco

E-tutto-il-resto-appresso-CoverNonostante le premesse che il suo nome sembra anticipare, Angelica non è un angelo: è una ragazza semplice, un po’ impacciata, impaurita nel giorno del test d’ingresso a Medicina. Quel giorno, però, si trasforma in breve in una benedizione: di fronte l’ingresso della facoltà incontra Michele Esposito, il ragazzo di cui si innamora rapidamente e perdutamente – ricambiata. Ma E tutto il resto appresso, nonostante il preambolo, non è una storia d’amore, perché Angelica cade presto nel baratro infernale causato dal lutto: Michele muore in un incidente stradale, e a lei tocca raccogliere i cocci di una relazione troncata inaspettatamente.

Il titolo E tutto il resto appresso riassume il contenuto essenziale del racconto, volto ad esplorare il tragico impatto con la morte imprevista della persona amata, e tutto ciò che un evento del genere si porta dietro.

Perché niente è più vero del dolore. Angelica riesce ancora a respirare, a muoversi, ma sa di morire dentro ogni volta che ripensa al suo Michele. L’umore della ragazza si fa dunque sempre più incurabile, simile a un cupo giorno di pioggia battente in una città di cui non si conoscono le coordinate. E il suo senso di colpa acquista i connotati fisici di un corpo mostruoso nero, sempre più grande e ingombrante. Invalidante.

Fino a un improvviso colpo di scena.

E-tutto-il-resto-appresso-10Angelica parla al lettore attraverso il suo diario, un espediente utilizzato per mettere in scena il classico racconto memoriale, che fornisce soprattutto l’occasione di un’analisi in retrospettiva, in cui ampio spazio viene affidato alla rielaborazione degli eventi e dei sentimenti. Il tono della narrazione non risulta però lamentevole o pedante: la protagonista deve lottare con sensi di colpa e vuoti generati dall’assenza, e il tempo per piangersi addosso deve convertirlo in qualcosa di produttivo, non lasciando spazio al “mostro” che vuole isolarla.

E tutto il resto appresso si pone dunque come un graphic novel inusuale, in cui le parole lasciano sottintesi non sempre scontati e la cui narrazione in immagini è intessuta di musica: in una delle prime tavole spiccano una citazione dei Pink Floyd e la caricatura di Bob Marley, per non parlare poi della toccante citazione testuale di “Ashes to Ashes” di David Bowie, colonna sonora del funerale di Michele.

L’opera è uscita ad Aprile, nella collana Le Ali di Tunuè, sceneggiata da Alessandro e Francesca Di Virgilio e disegnata da Mauro Cao, un habitué della casa editrice latinense. Cao ha infatti disegnato per Tunué Bookcrossing, conquistando il Premio Carlo Boscarato nel 2009 come migliore esordio italiano.

Oltre ai contenuti, che per l’atmosfera intimista e per l’ampio spazio dedicato all’introspezione drammatica ma necessaria dei personaggi possono essere ricondotti alle modalità orientali del racconto, anche lo stile grafico “denuncia” l’influenza del fumetto giapponese, come le figure smilze dagli occhi grandi, la poca ombreggiatura e le linee marcate: Cao ci dona una definizione dei volti – così come quello dei corpi – non pienamente realistica, senza per questo poter essere definito caricaturale. Nei primi piani e nei campi medi gli sfondi sono abbastanza abbozzati, rimanendo spesso a tinta unita o con pochi elementi distintivi; viceversa, quando ad entrare in scena ci sono inquadrature a tutto campo, il tratto di Cao indugia su quanti più particolari possibili. Ottima la scelta, quasi obbligata, del bianco e nero con sfumature di grigio, che sposa perfettamente il mood del racconto, drammatico e speranzoso al contempo.

La lettura è molto godibile e lascia ampio spazio alla riflessione, conducendo quasi forzatamente il lettore alla meditazione sulla morte come momento fondamentale dell’esistenza: è per questo che seppure in un primo momento si può pensare a uno specifico target adolescenziale, in realtà questa storia di formazione così teneramente cupa, nostalgica e capace di aiutare a lottare contro le illusioni e le delusioni della vita si rivela affascinante a prescindere dall’età.

Abbiamo parlato di:
E tutto il resto appresso
Francesca Di Virgilio, Alessandro Di Virgilio, Mauro Cao
Tunuè, aprile 2014
80 pagine, bianco e nero – 9,90 €
ISBN: 978-88-6790-100-5

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Dylan Dog #338 -“Mai più, Ispettore Bloch” – L’alba di un nuovo inizio? http://www.lospaziobianco.it/132916-dylan-dog-338-maipiu-ispettore-bloch-alba-nuovo-inizio http://www.lospaziobianco.it/132916-dylan-dog-338-maipiu-ispettore-bloch-alba-nuovo-inizio#comments Tue, 11 Nov 2014 07:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it?p=132916&preview_id=132916 Dylan Dog #338 -“Mai più, Ispettore Bloch” – L’alba di un nuovo inizio? | di Michele Garofoli
Lo Spazio Bianco

Inizia con questo episodio il vero rilancio di Dylan Dog. Paola Barbato e Bruno Brindisi ci raccontano il pensionamento forzato dell’Ispettore Bloch, primo vero pesante cambiamento della “Fase due”.

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Dylan Dog #338 -“Mai più, Ispettore Bloch” – L’alba di un nuovo inizio? | di Michele Garofoli
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Al grido di “Mai più, Ispettore Bloch” arriva il primo vero numero del rilancio editoriale di Dylan Dog, poiché possiamo considerare il precedente SpazioUpkPfA5XLjjo7AfuSK6gZaFV8naJTnpaUMDp1U05zsA=-- Profondo più una sorta di “What if” che tassello vero e proprio di questo nuovo progetto.
È composto da Paola Barbato e Bruno brindisi il team creativo scelto per la realizzazione di questo albo storico, dove all’Ispettore Bloch, una delle colonne portanti dell’universo dylandoghiano, viene imposta la tanto agognata pensione dall’ormai altrettanto famoso Soprintendente.
Un evento talmente clamoroso che fa passare in secondo piano un’ondata anomala di persone che, dopo essere morte, si ridestano e continuano normalmente la propria vita. Tutto questo mentre Dylan viene assunto da uno di questi morti viventi senzienti (stranamente donna e molto carina) per scoprire il mandante del suo omicidio.

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Addentrandosi nella lettura del volume, risulta palese come la Barbato abbia cercato di creare un episodio che riprenda le caratteristiche dei primi albi della serie: un caso, l’indagine, una certa dose di gore e un finale a effetto, reale o virato al surreale grottesco come Tiziano Sclavi insegna. Il risultato è un racconto, piacevole e ben scritto dove si percepisce la volontà di entrambi gli autori di confezionare un numero che faccia esclamare agli appassionati (me compreso): “Ci siamo! Finalmente Dylan è tornato!”.

Purtroppo il risultato complessivo non è però quello sperato. Alla buona prova di Brindisi ai disegni, UpkPfA5XLjhQ7YJ6RHsaBbkBZfIuYf1f5ukWCqrJEFk=--che, oltre alla solita efficace impostazione della tavola, affianca un maggior utilizzo di primi piani e di un effetto “carboncino” nelle ombre, si contrappone una sceneggiatura troppo frenetica e scontata della scrittrice, che fatica a dare una reale dimensione narrativa alla storia. Sebbene rimangano apprezzabili alcuni spunti, come la nascita di una nuova coppia di futuri villains, alla fine anch’essi risultano troppo artificiosi, penalizzando di fatto l’intero intreccio. Davvero strana, poi, la scelta di utilizzare ancora una volta la Morte come motore di tutta la vicenda, un espediente già utilizzato, e fin troppo abusato, in passato, cosi come il mega “spiegone” finale che la Signora con la Falce si prodiga di fornire al protagonista, giusto per informarlo sulle sue scelte. Insomma, un numero che, visti i pregi e i difetti, potrebbe tranquillamente appartenere alla “fase uno”.

Alla fine, sebbene neanche il pensionamento di Bloch riesca a risollevare le sorti di questo episodio, esso rimane comunque un passaggio storico per la testata, che in modo simile ai comics americani, cambia in modo significativo lo status quo di uno dei personaggi cardine di Dyd, cosa che in casa Bonelli è difficilmente riscontrabile.
Rimane il dubbio fondamentale che affidare un rilancio tanto importante alle fauci invasive del web sia un’arma a doppio taglio che potrebbe ritorcersi contro lo stesso personaggio. Se è chiaro che questi spoiler “coscienti” sono parte di un’intelligente mossa di marketing già in uso da tempo in campo cinematografico e nei serial televisivi, lo è altrettanto che questi metodi hanno dei limiti e dei lati altrettanto controproducenti. A un grande richiamo mediatico si contrappone un azzeramento dell’effetto sorpresa, che va a danneggiare sopratutto il piacere puro che deriva dalla lettura delle avventure del personaggio.

10687911_850081898370163_6497181770851226086_oUna citazione la merita, infine, la bella copertina pop di Angelo Stano, che reinterpreta la famosa illustrazione di John Romita Sr per la cover di Amazing Spider-Man #50. Osservandola bene, si nota come Stano abbia “ricalcato” completamente la figura di Bloch su quella di Spider-Man (stessa posizione del corpo, ma anche identici “raggi” che ne fuoriescono: stesso numero, stessa posizione della copertina Marvel), mentre Dylan ha una postura leggermente diversa rispetto a Peter Parker: cammina in mezzo a delle pozzanghere e non lo precede la lunga nera ombra che accompagna l’alter ego ragnesco.
Leggendo tra le righe: Bloch, come l’Uomo Ragno, non cambierà né uscirà mai di scena; Dylan, invece, potrà cambiare.

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Abbiamo parlato di:
Dylan Dog 338 – Mai più, Ispettore Bloch
Paola Barbato, Bruno Brindisi
Sergio Bonelli Editore, 2014
112 pagine, brossurato, bianco e nero – € 3,20
ISBN: 9771121580009

 

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Marbles: mania, depressione, Michelangelo e me http://www.lospaziobianco.it/128075-marbles-mania-depressione-michelangelo http://www.lospaziobianco.it/128075-marbles-mania-depressione-michelangelo#comments Mon, 10 Nov 2014 16:00:59 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128075 Marbles: mania, depressione, Michelangelo e me | di Simone Cilli
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Marbles è uno dei tre titoli che inaugurano la neonata collana BD “Psycho pop” gestita da Micol Beltramini. Un racconto autobiografico sul disturbo bipolare, la sua terapia e le conseguenze sulla vita dell’autrice.

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Marbles: mania, depressione, Michelangelo e me | di Simone Cilli
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Senza titolo-6All’età di circa 30 anni, Ellen Forney scopre di essere affetta da disturbo bipolare e decide di descrivere la sua esperienza.
Il racconto ha lo stile di un memoir, genus della specie “autobiografia”, che differisce da questa poiché non racconta un’intera vita, ma una singola esperienza di vita, mediante informazioni disorganiche e non diacroniche.
Attraverso i suoi appunti sparsi e spesso sconclusionati, raccolti durante il periodo di terapia, l’autrice riporta con un approccio fortemente scientifico le manifestazioni del bipolarismo: cioè l’alternanza di picchi di euforica e febbrile mania, caratterizzati da frenetismo, incontinenza di pensiero e libido, a fasi depressive, autodistruttive e di alienazione.
La narrazione è caratterizzata da una profonda genuinità e da un ammirevole coraggio di spogliarsi totalmente di fronte al lettore, permettendogli di ottenere un’esperienza a tutto tondo del disturbo: dalle sue problematiche iniziali sull’accettazione, sino a giungere alla vergogna di comunicare ad altri l’esistenza della malattia a causa del timore di essere ripudiati.

La lotta fra la prima fase, in cui il disturbo pare essere un privilegio, e la seconda fase, in cui si valutano i rischi del non effettuare le cure

La lotta fra la prima fase, in cui il disturbo pare essere un privilegio, e la seconda fase, in cui si valutano i rischi del non effettuare le cure

Ellen affronta il suo disturbo in due distinte fasi:
Nella prima crede di essere entusiasta del suo problema, ritenendo che il bipolarismo sia un presupposto fondamentale della sua creatività.
Tutti i più grandi artisti della storia sono stati affetti da disturbi della psiche, entrando a far parte del cosiddetto “Club Van Gogh”: da Michelangelo a Munch, Da Baudelaire a Virginia Woolf, Da Hendrix a Cobain.
Lungi dall’essere interessata a curare la propria malattia, Ellen ritiene di essere un soggetto predestinato, baciato dalla musa della follia, che costituisce un prezzo più che giusto da pagare in cambio del proprio talento; ritenendo addirittura che i farmaci possano inibire la sua creatività.
In una seconda e più consapevole fase l’autrice decide di curarsi, descrivendo nel dettaglio la terapia, i farmaci assunti e l’enorme difficoltà dell’affrontare le conseguenze della malattia con i suoi conoscenti e nella vita lavorativa, alternando periodi di iper-produttività e vita smodata a periodi di reclusione in casa.

La lettura di quest’opera è tutt’altro che rilassante e a tratti piuttosto disturbante.
Il lettore si trova spesso trascinato come in un gorgo, poiché l’autrice, attraverso una descrizione degli eventi tipica del flusso di coscienza, lo catapulta negli infiniti e deliranti pensieri delle fasi maniacali, che permettono di immedesimarsi in quel senso di spaesato straniamento che lei stessa stava vivendo.

Uno dei tanti bozzetti dell'autrice disegnati durante la terapia, inseriti nel racconto

Uno dei tanti bozzetti dell’autrice disegnati durante la terapia, inseriti nel racconto

I disegni sono molto stilizzati, semplici ed essenziali; non v’è spazio per la minuzia e la cura del dettaglio.
L’autrice inserisce nella narrazione alcuni bozzetti disegnati di getto durante la terapia, che simboleggiano il suo umore o alcuni pensieri ed ispirazioni del momento.
Spesso vengono utilizzati dei diagrammi di flusso “disegnati”, ovvero tavole con un ordine schematico di fondo, per descrivere delle situazioni e dei rapporti causa-effetto, oppure alcuni concetti, sia tecnici che non.

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Marbles è un’opera di rilevante interesse, composta “per intervalla insaniae”,1 che porta a conoscere con paurosa realtà un disturbo tanto diffuso quanto poco considerato nella quotidianità, con un forte messaggio di speranza e un invito a reagire per chi si trova nella medesima condizione.
Quel punto finale, quel semplice, muto e radioso “Sto bene” con cui si conclude il fumetto, quasi fosse un mantra da ripetere a se stessa, costituisce un monumento di vittoria, il segno di un’opera che l’autrice ha deciso di lasciare più per sé che per il pubblico;
Il racconto di un’esperienza travagliata e del traguardo del suo superamento, la cui messa su carta pare essere condizione necessaria e rassicurante per convincersi di aver finalmente sconfitto un’ombra.

Abbiamo parlato di:
Marbles
Ellen Forney
Traduzione di Micol Beltramini
Edizioni BD – collana Psycho Pop, giugno 2014
256 pagine, brossura, bianco e nero – €18,00
ISBN: 9788866348818

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  1. “nei lucidi intervalli della pazzia” come affermò Lucrezio riferendosi alla stesura del suo “De Rerum Natura” 

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Vincent: “Lasciate che vi parli di quel che il giallo opera in me” http://www.lospaziobianco.it/129209-vincent-lasciate-parli-quel-giallo-opera http://www.lospaziobianco.it/129209-vincent-lasciate-parli-quel-giallo-opera#comments Thu, 06 Nov 2014 16:00:33 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=129209 Vincent: “Lasciate che vi parli di quel che il giallo opera in me” | di Marco Montozzi
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Vincent Van Gogh: una biografia autorizzata
La vita, le opere e la vita dell'artista impressionista che sentiva il mondo a modo suo.

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Vincent: “Lasciate che vi parli di quel che il giallo opera in me” | di Marco Montozzi
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vincent-Barbara-Stok-selfmadehero-02Tutto quello che conosciamo di Vincent Van Gogh – e parlo di noi comuni mortali che ne abbiamo qualche reminiscenza scolastica o ne facciamo memoria per il solo sentito parlare – corrisponde, più o meno, al seguente elenco.

  • Van Gogh era l’impressionista pazzo che si tagliò un orecchio.
  • Van Gogh era l’artista che realizzò Notte Stellata, I girasoli, e un sacco di altri quadri bellissimi che ritroviamo spesso in formato poster nelle stanze di qualche adolescente in odore emo o artistoide (affiancato da Il bacio di Klimt).

Quello che di lui non sappiamo ce lo raccontano spesso le biografie e le note a piè pagina di un qualsiasi manuale di storia dell’arte; freddi resoconti sulla vita di un uomo la cui esistenza travagliata sfociò nei memento a olio di cui siamo fortunati eredi.

C_4_articolo_2058045__ImageGallery__imageGalleryItem_1_imageVincent – la graphic novel – rappresenta tutto quello che si vorrebbe avere da una biografia: la semplicità di lettura, l’immediatezza del linguaggio e soprattutto l’immersione nell’anima del suo protagonista.
Barbara Stock è l’autrice – scrittrice e disegnatrice di quest’opera – che fa della linearità dei segni il suo biglietto da visita.
Leggendo la breve biografia scopriamo come sia amante dei metodi semplici per narrare le cose più complesse: la vita sopra ogni cosa, così come fa nelle autobiografie raccontate attraverso ilari strip per i quotidiani del suo paese. Lavori che le hanno consentito di essere premiata con il Stripschapprijs, il premio –non premio, assegnato dalla Stripschap, la società olandese degli appassionati di fumetti.
Sembra dunque naturale che il compito di raccontare l’esistenza travagliata di un uomo come Van Gogh passi per le sue matite.

Van Gogh cercava di esprimersi con semplicità attraverso i suoi lavori, spesso frenetici e dalle pennellate caotiche, nell’uso esagerato del colore, tutti elementi che all’epoca rendevano le sue idee di difficile fruibilità almeno nei salotti bene dell’arte.
Ma l’anima dei suoi lavori era tutta lì, espressa proprio in quella fretta che aveva il pregio di catturare l’essenza del mondo che lo circondava, nelle sfumature dei cieli e dei campi che cambiavano di momento in momento.
Lavoratore instancabile, produsse centinaia di lavori dotati di forza visionaria e in grado di suggerire quel che la natura gli sussurrava.

L’autrice si mette sullo stesso piano dell’artista: la narrazione – in capitoli suddivisi dai carteggi tra Vincent e suo fratello Theo Van Gogh, è semplice, lineare sia nelle forme dei disegni che nei contenuti e carica nella campiture ricche di colori brillanti che non possono non richiamare le immagini del pittore olandese.

Pubblicato con il sostegno della Fondazione Nederlandese per la letteratura, Vincent rappresenta una lettura piacevole la cui differenza con la Storia vera è solo nell’epilogo.

Abbiamo parlato di:
Vincent
Barbara Stock
Bao Publishing 2014
144 pagine, brossurato, colori – 15,00 €
ISBN: 8865432276

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“Pompei”: il viaggio intimo e profondo di Toni Alfano alla riscoperta del Sé http://www.lospaziobianco.it/130892-pompei-il-viaggio-intimo-e-profondo-di-toni-alfano-alla-riscoperta-del-se http://www.lospaziobianco.it/130892-pompei-il-viaggio-intimo-e-profondo-di-toni-alfano-alla-riscoperta-del-se#comments Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130892 “Pompei”: il viaggio intimo e profondo di Toni Alfano alla riscoperta del Sé | di Martina Caschera
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Toni Alfano, pittore, disegnatore, grafico e illustratore, con "Pompei" crea un’opera misteriosa e personale, infarcita di accostamenti dissonanti, provocatori, riferimenti a culture altre, a terre lontanissime e una sorta di misticismo pop.

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“Pompei”: il viaggio intimo e profondo di Toni Alfano alla riscoperta del Sé | di Martina Caschera
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Toni Alfano, pittore, disegnatore, grafico e illustratore editoriale (sue tutte le copertine per la Neo Edizioni), compie con Pompei un passo importante e di certo non scontato nel mondo del fumetto.

Uscito lo scorso 22 settembre per la Neo Edizioni, Pompei è il primo graphic novel dell’artista milanese, una scelta significativa e che riflette forse il desiderio di ricondurre le molteplici ispirazioni di un percorso artistico maturo ad un unicum organico, che sia allo stesso tempo un oggetto d’arte e un oggetto popolare, tascabile. Una scelta difficile, coraggiosa, poiché il fumetto è un medium con la sua storia, con le sue regole interne, elastiche, ma alle quali il linguaggio delle Belle Arti (anche se “Brut”) di certo non s’adatta naturalmente.

inizioIl percorso lavorativo e artistico dell’autore si incontrano qui, sovrapponendosi, fin dalla prima pagina. Colpiscono particolarmente i rimandi all’Art Brut, l’arte del bisogno e dell’immediatezza espressiva, che nasce, nella definizione del pittore Jean Dubuffet, dall’istinto creativo dei non professionisti e negli ospedali psichiatrici.

La soluzione di Alfano è allora un’unità intesa più nel senso dinamico di affiancamento e sovrapposizione di livelli e codici che, nel loro avvicendarsi e intersecarsi, mirano ad un’ideale fusione la cui possibilità è il vero interrogativo del viaggio.

Questo processo che viene messo in atto, visivamente accattivante, emotivamente provocatorio, ne rende difficile e tortuosa la lettura, disomogenei i capitoli: leonegiacché nulla succede, non abbiamo spesso appigli per comprendere il senso di ciò a cui stiamo partecipando. L’unica, vera chiave di lettura ci viene fornita dalla definizione dell’opera come “romanzo grafico di formazione”, dal suo titolo e dall’epigrafe dell’autore.

Pompei è una città, un mito, un simbolo. Ma la città sepolta sotto cenere e lapilli nel 79 d.C. si relaziona direttamente con quello che è il nostro quotidiano, composto e decomposto da “identificazioni, illusioni”, destinate ad essere infine “riassorbite nella forza che le ha generate: il sogno”.

Toni Alfano – che lavora da anni nell’ambito delle terapie non farmacologiche e delle cure palliative attraverso l’uso dell’arte –ci vuole condurre in un viaggio intimo e profondo, di scavo, doodle1di lotta, di smascheramento e riscoperta continua del Sé.

Il viaggio è suddiviso in cinque capitoli, tanto diversi da sembrare quasi racconti a sé stanti: pezzi di uno specchio che insieme, forse, riflettono un’unità smembrata. Ognuno di questi capitoli è introdotto da una breve citazione, che dà importanti suggerimenti al lettore, arricchendone l’esperienza.

Al titolo del primo capitolo, “Io non esisto”, segue ad esempio una citazione tratta da un testo sacro della religione Vedica, un testo in cui è centrale la riflessione, nella presa di coscienza della realtà interiore.
Subito dopo, girando la pagina, precipitiamo in un mondo a tre colori, nero, rosso e bianco, denso di simbologie, di richiami all’iconografia occidentale e orientale.  Qui la voce narrante affianca le immagini e la componente testuale si presenta come nettamente separata da quella visiva, creando un effetto straniante, polifonico.

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Una scissione si riscontra anche nei molteplici livelli grafici, ripercorribili seguendo le scelte cromatiche: a una base nera si sovrappongono linee rosse che “giocano” con l’inaspettato. È questa una cifra stilistica ricorrente nell’opera.
Gli accostamenti dissonanti, vieniprovocatori, i riferimenti a culture altre, a terre lontanissime e una sorta di misticismo pop, smantellano l’immaginario politico e pubblicitario di cui è composto il quotidiano. In questo modo, ognuna delle vignette di cui si compone questa prima parte del percorso narrativo è densissima, di difficile lettura. Una vera sfida interpretativa.

Il secondo capitolo, “Transumanar riorganizzar”, conservando la dimensione onirica, speculativa e introspettiva, ne smussa i toni, ne allenta le maglie, sintetizzando anche le scelte espressive. La scrittura si personalizza, rimpicciolisce lo spettro di rimandi. Sintetico all’estremo, solo in alcuni punti il ritmo si fa più incalzante. In conclusione del capitolo, compare Pompei, un memento.

zeppelinIl terzo capitolo, “Onironautica”, interamente a matita e in scala di grigi, si suddivide in quattro parti e racchiude tematiche molto diverse, la morte, l’illusione, il ricordo di esperienze familiari. L’incontro con la figura femminile, madre, nemica e compagna crea lo spazio per la speranza per il motivo dell’unione.

Il tratto di Toni Alfano è qui particolarmente potente: la ricerca della verosimiglianza ci permette di affondare con più decisione ed empatia nell’onirico e nell’oscuro che si son fatti quasi palpabili.

Nel quarto capitolo, “Zeppelin”, si ritorna ad uno stile grafico più sintetico e alla tricromia. Le immagini rievocano la storia e la cultura cinese contemporanea, sospesa tra realtà e mito come se ne sta sospeso anche lo Zeppelin in cui viaggiamo con l’io narrante alla scoperta del significato della paura.

Con l’ultimo capitolo, “Molok. La sorgente”, finesi chiude il percorso: ci riappacifichiamo con il paradosso, la convivenza del Sé e con il suo contrario. Gli spazi si dilatano, l’orizzonte si spalanca e torna prepotente l’inseguimento dell’unità. Il cerchio, anche graficamente, si chiude.

L’effettiva riuscita e le condizioni di questa sono soggettive, poiché, per quante parole si possano spendere, e per quante volte la si possa rileggere, Pompei rimane un’opera misteriosa, personale.
Chi ne riesce a percorrere tutti i rimandi, con pazienza, vi trova e vi lascia un parte di sé.

Abbiamo parlato di:
Pompei
Toni Alfano
Neo Edizioni, settembre 2014
131 pagine, brossurato, colore – 17,00 €
ISBN: 9788896176276

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“Pinocchio, storia di un bambino”, il ritorno al fumetto di Ausonia http://www.lospaziobianco.it/3231-pinocchio-storia-bambino http://www.lospaziobianco.it/3231-pinocchio-storia-bambino#comments Sat, 01 Nov 2014 00:00:44 +0000 http://www.lospaziobianco.it/3231-Pinocchio-storia-bambino “Pinocchio, storia di un bambino”, il ritorno al fumetto di Ausonia | di Ettore Gabrielli
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Dopo anni di lontananza, il ritorno di Ausonia con questo "Pinocchio - Storia di un bamnino" è una sorpresa di quelle che lasciano il segno, il ritorno di una voce originale e acuta da non lasciarsi scappare.

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“Pinocchio, storia di un bambino”, il ritorno al fumetto di Ausonia | di Ettore Gabrielli
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…e se la fiaba del burattino bugiardo fosse essa stessa una bugia? Rileggendola al contrario se ne ricava un messaggio che spinge alla rivolta.

coverCosì commenta Ausonia, nome d’arte per Francesco Ciampi, in quarta di copertina del suo ultimo lavoro. Punto di partenza è il celeberrimo romanzo per ragazzi di Carlo Collodi, fiaba famosa in tutto il mondo e ancora oggi oggetto di recite, spettacoli teatrali, prodotti cinematografici e televisivi, modi di dire; Ausonia prende il canovaccio originale e lo ribalta, nelle premesse e nei significati.

Pinocchio è un burattino di carne (carne da macello, che fa i vermi, che invecchia, ingrassa e diventa molle e disgustosa) creato dal macellaio Geppetto, in un mondo fatto di uomini di legno e viti (legno da riparare se si deteriora, legno come apparenza). Pinocchio non è il bugiardo per antonomasia, ma anzi l’unico che sembra dire sempre la verità tra una folla di consapevoli e fieri bugiardi.
Sono due variazioni apparentemente minime, operazione che ormai rappresenta un elemento classico della narrativa moderna – anzi, post-moderna-, ovvero reinterpretare i classici o la storia modificandone alcuni elementi, principali o secondari che siano. Il significato che assume la favola alla luce di questi cambiamenti diventa totalmente differente da quello originario, assolutamente spiazzante, spietatamente attuale e cinico. Le metafore che ne nascono sono completamente diverse, la morale tipicamente favolesca viene distorta e ritorta fino a diventare grottesca eppure concreta e lampante.

In un mondo popolato di burattini, la bugia sembra la principale via di fuga alla presa di coscienza delle proprie responsabilità, la chiave per giustificare i peggiori vizi e le peggiori colpe, per dipingersi una favola bellissima dove in realtà c’è guerra e ingiustizia. In questo contesto, la verità diventa un reato, diventa inutile e dannosa; non solo, diventa qualcosa di cui vergognarsi, una stupida perdita di tempo. Tanto da essere processata, condannata, vilipesa e insultata

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Il racconto si sviluppa come un lungo interrogatorio; Pinocchio, colpevole contro ogni possibile discolpa, racconta la sua triste vita davanti a un implacabile giudice senza avere la possibilità di comprendere perché la sua innocenza sia reato. Un processo che diventa parodia della giustizia, atto d’accusa contro la burocrazia, il cavillame, la corruzione che hanno fatto perdere la fiducia verso chi dovrebbe creare e verso chi dovrebbe applicare la legge.

Il fatto che dica la verità, non significa che abbia ragione! […] Io ho bisogno di prove… Non di verità.

2Il racconto della vita di Pinocchio è pregno di violenza, esposta tanto sommessamente, senza sottolineature particolarmente esplicite, quanto in maniera gelida e terribile. La creatura di carne ha conosciuto solo le percosse del padre, i raggiri del gatto e della volpe e soprattutto, ancora più vili e agghiaccianti, le prevaricazione e gli abusi degli altri burattini, a cominciare da Mangiafuoco che per 5 monete approfitta di lui, fino ai compagni di cella in carcere. E’ una violenza mai mostrata esplicitamente, ma commentata in maniera rassegnata, triste ma quasi colpevole da parte di Pinocchio. La reazione di chi sembra non aver avuto altro che soprusi dalla vita, tanto da sentirli ormai quasi normali, o da sentirsi lui per primo sbagliato più degli altri, e quindi colpevole. E’ un aspetto marginale dell’opera, eppure tratteggiato ottimamente, che contribuisce a un generico senso di straniamento e di orrore.

…in pochi giorni di vita ho conosciuto le percosse, lo stupro… e sono stato derubato. E’ molto per un bambino… mi creda.

Solo l’incontro con Lucignolo dona al povero Pinocchio una pausa di felicità e spensieratezza. La vita trascorsa nel Paese dei Balocchi, là dove i giovani burattini “non ancora corrotti dall’esistenza” vivono senza le costrizioni e le meschinità del mondo adulto. Se il messaggio sembra all’apparenza dei più classici, ovvero la gioventù come innocenza (o, dal punto di vista dei burattini adulti, come incoscienza), è anche velata di amarezza perché la “corruzione dell’esistenza” sembra un fatto certo e innegabile con la crescita. Anche perché, perfino in quel posto tanto lontano dalla falsità, tutti rimangono burattini. Basta poco, basta aguzzare la vista, per vedere tutti i fili che, fin da giovanissimi, legano ogni persona a un grande burattinaio nascosto in alto nel cielo. Un burattinaio cui il lettore può dare migliaia di nomi diversi a seconda dell’occasione, ma che sempre tiene quei fili da cui è tanto doloroso staccarsi, quei fili che sono sì costrizione ma anche rassicurante sicurezza.

Quei fili… Pinocchio, ma dove vanno a finire? Tu lo sai?
No… Non lo so.

Il tema centrale del racconto resta la guerra, fisica e non solo immaginaria, tra chi difende la falsità e il conformismo come ragione di vita e chi invece coltiva la verità. Una guerra che si presenta crudele quanto tenuta ai margini del sentito, quasi nascosta lontano dagli occhi di chi, perso tra tante bugie, non sa più cosa farsene del mondo reale. Ma chi sono a difendere il valore della sincerità, del vero? Sono i grilli, i grilli che si insediano nelle bocche dei burattini e li rendono sinceri, portandoli a una guerra fratricida.3
Ecco ancora che il ribaltamento della prospettiva colpisce il lettore: la condizione naturale per queste persone, fatte sì di legno ma molto, molto simili a noi, è la menzogna. La verità è una condizione esterna, quasi aliena, che sembra arrivare a disturbare la quiete della società e il buon vivere della gente “normale”. Una delle scene più significative in questo senso è il dialogo tra Pinocchio e un burattino diviso da una bomba in due parti perfettamente simmetriche; una metà ha dentro se’ un grillo, l’altra no, e tra loro litigano sulla versione da dare dei fatti, in continua contrapposizione, verità contro falsita’, fino a renderle entrambe così labili da non distinguerle più.
Il pensiero non può che andare alla politica e alla società di oggi, dove si può assistere al distorcimento della realtà elevato quasi ad arte; ma anche nella società comune, dove regna l’ipocrisia o il conformismo a tutti i costi, si può assistere a quanto sia semplice alterare la verità fino a renderla confusa. Quando la verità deve difendersi da ciò che vero non è, continuamente, rischia di perdere forza e valore, riducendo la sua affermazione a uno scontro dialettico surreale e screditante.

Qualsiasi assurdità può essere giustificata! Con l’ingegno e la menzogna!

Se la favola originaria di Collodi terminava con la classica morale educativa, con il messaggio indirizzato ai bambini che non obbediscono ai genitori, la versione di Ausonia ribalta anche il concetto di morale stessa. Perché il finale, in cui gli aguzzini di Pinocchio lo dissezionano per trovare la causa del suo “male”, è amaro non meno del resto del volume. Pinocchio è un perdente, la sua condizione è quella di chi ha cercato di vivere nella verità e per questo ha ricevuto solamente insulti, violenza, infelicità.

So solo che è difficile… Provare ad essere libero. E’ stata un’avventura spaventosa.

Il tratto esibito da Ausonia è assolutamente funzionale al racconto. Figure malsane, bizzarre, corrotte anche visivamente, burattini dagli sguardi ottusi e impietosi, colori cupi e opprimenti. La massa di carne di Pinocchio si fa molliccia e grassa, il suo naso di carne si allunga in tanti filamenti di interiora. Il montaggio è abile, coinvolgente, le inquadrature guidano il senso di lettura in maniera non banale ma senza mai perdersi nell’esercizio di stile fine a se’ stesso; il capitolo finale, in cui si mescola la vivisezione di Pinocchio con i suoi ricordi e il suo inconscio, è riuscitissimo, disturbante, malinconico.

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Quello di Ausonia è un fumetto che non esiterei a definire politico nel senso più ampio del termine. La critica alla società, per quanto già sentita e già affrontata in tanti ambiti, è resa con arguzia e intelligenza. Il racconto non ricerca mai un messaggio moralizzatore, è piuttosto una critica sottilmente feroce, capace di passare quasi in sordina per riaffiorare a lettura ultimata, costringendo a rileggere e ad affrontare nuovamente la storia per coglierne il quadro generale, le implicazioni più evidenti e quelle sottintese. Dopo anni di lontananza, Pinocchio segnò il ritorno di Ausonia al fumetto, e fu una sorpresa di quelle che lasciarono il segno, il ritorno di una voce originale e acuta da non lasciarsi scappare. RW Edizioni ristampa quest’opera riponendola all’attenzione di nuovi lettori.

Abbiamo parlato di:
Pinocchio – La storia di un bambino
Ausonia
RW Edizioni – Lineachiara, 2014
72 pagine, cartonato, colori – 13,95€
ISBN: 9788897965725

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Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” http://www.lospaziobianco.it/129654-akab-parola-amore-esiste-not-an-atom-hell-shall-enter-into-my-paradise http://www.lospaziobianco.it/129654-akab-parola-amore-esiste-not-an-atom-hell-shall-enter-into-my-paradise#comments Fri, 31 Oct 2014 14:30:13 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=129654 Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

Una nuova disturbante opera di Akab, per ora solo in lingua inglese, che riflette sull'incomunicabilità fra gli uomini e con le loro divinità, e dei falsi idoli che si celano spesso dietro i migliori sentimenti.

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Akab, la parola amore non esiste: “Not an atom of hell shall enter into my paradise” | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

Schermata 2014-10-03 alle 22.54.01

Tutti i modi sbagliati di dire la parola “amore”

Per Gabriele Di Benedetto, più noto al pubblico come Akab, l’amore non è l’aspirazione a un’entità trascendente o a un qualche demiurgo caritatevole, né un concetto finalistico dell’esistenza umana, e nemmeno quel meraviglioso ideale romantico e solidaristico di legame fra due individui nella continua ricerca del proprio completamento, quella sublimata e semplificante interpretazione del mito degli Androgini in senso strappalacrime.

In questo fumetto, la narrazione si sviluppa su due binari con una cesura centrale, descrivendo nella prima parte un breve spaccato di vita di una coppia sposata seguito da una riflessione sul rapporto fra l’umanità e Dio, e nella seconda la situazione interiore e tormentata di una vicina di casa con il suo convivente e gli strascichi di una relazione con un vecchio compagno.
La trama è ridottissima e intenzionalmente oscura; le scene sono statiche e si svolgono in due stanze chiuse e isolate dal mondo, lasciando spazio ad una riflessione allegorica sul significato dei suddetti rapporti, che costituiscono il vero fulcro dell’opera, ed attraverso i quali Akab riesce a fornire una propria disturbante visione su tale significato.Schermata 2014-10-03 alle 22.55.58

I disegni sono oscuri, febbrili e frettolosi, la modulazione della linea è sottile e il tratto evocativo, grossolano e volutamente impreciso, con linee spesso spezzate e incomplete, a rappresentare personaggi grotteschi e malati.
L’immagine più dolorosa ad essere dipinta è quella di un Dio egoista e insensato, rappresentato attraverso due forme: la luce di un lampione e un televisore, un’entità mercificata e frutto dell’immaginazione dell’uomo.
L’autore sfrutta la metafora del televisore per mostrare come ognuno osservi in maniera passiva la propria rappresentazione del mondo e del divino, con una benda davanti agli occhi o con una maschera sul viso; l’umanità si trova quindi divisa tra chi non è capace di vedere e chi, pur vedendo, recita una parte e inventa il proprio programma/divinità preferito, ingannando sé e gli altri.
Sin dalle prime battute nel dialogo serrato con Dio, e come motivo ricorrente per tutto il racconto, viene pronunciata la frase

Io non vi amo”, ed essa giunge sempre improvvisa e tagliente, per riportare l’uomo con i piedi per terra:
Uomo: “Il nostro amore era unico e vero, come quello che tu provi per noi.
Dio: “Io non vi amo.

In ciò si esprime il titolo del fumetto “Not an atom of hell shall enter into my paradise”: Schermata 2014-10-03 alle 22.54.43una divinità riluttante che si esprime in maniera oracolare, totalmente chiusa al dialogo e indifferente, che tratta le sue problematiche creature come appestati e vuole mantenere le distanze per non contaminarsi.

Questo rapporto con la divinità si proietta in maniera speculare nelle relazioni intersoggettive: l’autore parte da un presupposto di incomunicabilità e incompatibilità di ogni individuo con altri, in cui ogni soggetto sembra destinato ad essere solo.
L’amore è infine ritratto dall’autore in maniera cupa e macabra: l’amante della donna è rappresentato con sembianze demoniache, e le unioni carnali come possessioni, nell’illusoria sensazione di unire in un solo soggetto una dualità.
Alla fine dell’atto sessuale osserviamo infatti l’uomo/demonio isolarsi dalla donna giocando ad un videogioco

come se non fossi esistita – afferma la donna – come se fossi meno reale dei personaggi con cui stava giocando”.

L’amore si riduce ad un isolamento perpetuo che si interrompe solo per il breve istante di usarsi a vicenda.
La donna stessa ha coscienza dell’incomunicabilità nel suo rapporto, del falso interesse ed egoismo che si cela dietro frasi di circostanza come “stai bene?” “ti senti stanco?”, definendole bugie, poiché vorrebbe in realtà vedere l’altro come semplice marionetta della propria volontà, provando totale disinteresse ed apatia verso di lui.Schermata 2014-10-03 alle 22.55.26
Il rapporto fra uomo e donna è dunque un mero evento carnale, la necessaria rovina che allontana l’uomo dalla divinità fittizia: la protagonista arriva persino ad esternare la propria gelosia nei confronti della Vergine Maria, unica donna priva del peccato originale, la sola a non essere rimasta schiava di questo insensato circolo vizioso che ha come risultato quello di corrompere gli uomini e renderli pazzi.

È una visione sulla relazione di coppia dolorosa e straziante, che dimostra come sia facile fraintendere i legami e la loro profondità. Una divagazione personale sulle false speranze che la parola “amore” può creare e sulle sue dolorose conseguenze.

Per Akab, forse, la parola “amore” non esiste più.

Abbiamo parlato di:
Not an atom of hell shall enter into my paradise
Akab
Kunst Kabinet 451 Press, settembre 2014 (lingua inglese)
54 pagine, spillato, bianco e nero

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Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel http://www.lospaziobianco.it/128811-romanzo-daltri-tempi-fumetti-sailor-twain-mark-siegel http://www.lospaziobianco.it/128811-romanzo-daltri-tempi-fumetti-sailor-twain-mark-siegel#comments Thu, 30 Oct 2014 16:00:51 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128811 Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Leggende marinare, sirene, magia, mistero: questi gli ingredienti di Sailor Twain, il graphic novel scritto e disegnato da Mark Siegel e pubblicato in Italia da BAO

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Un romanzo d’altri tempi… a fumetti! Sailor Twain di Mark Siegel | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

sailor_twain_coverSi respira l’odore del fiume e dell’avventura, in Sailor Twain. Avventura di altri tempi, avventura da feuilleton, o da romanzo ottocentesco.
L’opera di Mark Siegel flirta con quell’atmosfera, e restituisce al lettore le medesime sensazioni di quelle storie marinare tanto in voga un tempo. Certo, qui non siamo in mare, ma sul fiume Hudson, cionondimeno i temi narrati non possono fare a meno che riportare alla mente romanzi del passato come Moby Dick, L’Isola del Tesoro o I Figli del Capitano Grant.
Il capitano Elija Twain si trova infatti a vivere un’avventura costellata da strani individui e situazioni: il proprietario della nave di cui è alla guida si è suicidato in circostanze poco chiare, e da allora il fratello Lafayette si comporta in modo poco chiaro, diventando un impenitente dongiovanni che cerca di conquistare quante più ragazze possibile tra uno scalo e l’altro. E a turbare la placida esistenza di Twain arriva anche il misterioso scrittore Beauverton, autore celebre per i suoi libri sulle leggende dell’Hudson, che Lafayette legge con attenzione e con cui intrattiene anche un lungo rapporto epistolare, sailorprima di averlo sul proprio piroscafo.
Eppure niente di tutto ciò è strano quanto quello che è il cuore della storia: Twain un bel giorno incontra una sirena. Di colpo, tutto quello che considerava favole buone per far vendere i libri di Beauverton diventa molto concreto, e questo cambia radicalmente la percezione che il capitano ha della vita.
La sirena è male in arnese e in gran segreto il protagonista cerca di curarla come può nella sua cabina. Fatalmente, se ne innamorerà, e ignorerà segnali che avrebbero potuto farlo riflettere su alcuni aspetti ambigui della sua amata. Anche perché alla sirena è interessato da tempo Lafayette, che sospetta ci sia proprio un essere del genere dietro alla dipartita del fratello.

I capitoli finali della graphic novel sono un elogio alla fantasia cupa di stampo gaimaniano, SailorTwain-INT-FINAL-611con il viaggio che Twain è costretto a intraprendere sotto al fiume, soggiogato dai poteri della sirena, ritrovando quella che si potrebbe definire l’anima di precedenti marinai tanto incauti da non separare per tempo la propria strada da quella della sirena in questione. Sono pagine ricche di immaginazione che, poste alla fine di un libro che nella sua prima metà ha giocato con toni chiaroscuri affini al mystery, offrono una degna conclusione alla storia, davvero intrigante e ben scritta.

Altro merito di Mark Siegel sono i disegni. Reso con un bianco e nero sfumato che ben ricorda la spuma delle onde e il panorama che si può ammirare da una nave, il tratto sfoggiato dall’autore è più surreale che realistico. Definirlo caricaturale sarebbe improprio: in realtà quello che Siegel attua è una sorta di stilizzazione dei personaggi, che si nota soprattutto nel protagonista e negli altri personaggi di rilievo. SailorTwain-INT-FINAL-63_1350030976_crop_550x775Certi primi piani di Sailor Twain ce lo mostrano con un’espressione stralunata in modo fortemente estremizzato, o con gli occhi in posizioni innaturali, ma queste deformazioni sono assolutamente funzionali alle sensazioni che vogliono essere trasmesse in quei momenti.
Non solo, contribuiscono anche a delineare al meglio quell’atmosfera oscura e cupa che è propria del tipo di racconto messo in scena.
Siegel presta il suo stile grafico a questa esigenza, creando tavole che conciliano capacità narrativa e potere evocativo individuale.

Sailor Twain è stato originariamente diffuso online a puntate sailortwain.com, tra il 2010 e il 2012, prima di essere raccolto e pubblicato in formato cartaceo.
Molto interessante è la scelta, quasi metanarrativa, di imprimere sulla copertina cartonata non titolo e autore del fumetto, come sulla sovracoperta, ma il titolo del libro scritto da Beauverton e letto da Twain nel fumetto, quasi come se quello che tenessimo in mano fosse il “libro dentro al libro”.
Per l’edizione italiana, BAO Publishing ha riservato a Sailor Twain la consueta cura editoriale, valorizzando il volume con una carta robusta e una buona traduzione di Michele Foschini.

Abbiamo parlato di:
Sailor Twain o la sirena dell’Hudson
Mark Siegel
Traduzione di Michele Foschini
BAO Publishing – 2013
400 pagine, bianco e nero, cartonato – 18,00€
ISBN: 978-88-6543-131-3

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House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto http://www.lospaziobianco.it/132191-house-shells-fan-movie-dylan-dog-andrea-cavaletto http://www.lospaziobianco.it/132191-house-shells-fan-movie-dylan-dog-andrea-cavaletto#comments Wed, 30 Nov -0001 00:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132191 House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto | di Paolo Garrone
Lo Spazio Bianco

Abbiamo avuto l'occasione di visionare in anteprima il cortometraggio "House of shells", fan-movie dedicato a Dylan Dog e condividiamo con voi alcuni pensieri su esso.

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House of shells: il fan-movie su Dylan Dog di Andrea Cavaletto | di Paolo Garrone
Lo Spazio Bianco

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house-of-shells-locandinaPresentato in anteprima sabato 1° novembre alle ore 18.00 nell’ambito di Lucca Comics & Games 2014, House of shells (La casa delle conchiglie) è un cortometraggio fan-movie dedicato a Dylan Dog, della durata di circa 20 minuti. Nonostante la dicitura “fan-movie” c’è il coinvolgimento di autori di casa Bonelli come Andrea Cavaletto e Pasquale Ruju. Cavaletto ha sceneggiato e co-prodotto mentre Pasquale Ruju ha prestato la sua voce in un ruolo che non vi sveliamo per non anticiparvi troppo della trama. Il cortometraggio è interpretato da Stefano Cassetti (Dylan Dog) e Veronica Gentili (Vivien) e diretto da Domiziano Cristopharo (anche lui co-produttore). Per ora viene presentato in inglese con sottotitoli italiani, in seguito verrà deciso se presentarlo anche doppiato in italiano.

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Partiamo subito dalla nota negativa. Il protagonista, pur essendo attore professionista con un certo curriculum e una certa aderenza fisica al ruolo, proprio non funziona. La sua interpretazione appare quasi svogliata, priva di partecipazione emotiva e dell’autoironia che caratterizza la controparte a fumetti. L’attrice sua partner non brilla certo per espressività, ma quanto meno dimostra maggior impegno, oltre a rispondere perfettamente al canone estetico della “bella di turno” dylandoghiana.
Notevole è invece l’interpretazione vocale di Ruju, forse scimmiottante un po’ troppo il Vincent Price di Thiller (il celebre videoclip diretto da John Landis), ma efficacissima e suggestiva.

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Ma il cortometraggio ha anche diverse altre qualità. Regia e fotografia sono di buona fattura, con un bianconero d’atmosfera estremamente adeguato e la giusta alternanza di primi piani con campi lunghi. La camera segue i protagonisti, variando dal classico “montaggio invisibile” hollywoodiano a dettagli da cinema francese d’autore. La sceneggiatura funziona, anche se la scelta di pigiare l’acceleratore solo alla fine con un violento (letteralmente) cambio di ritmo, forse non è molto azzeccata perché penalizza i primi minuti con una lentezza che rischia di sfociare nella noia. Felice la scelta di usare il famoso “Trillo del diavolo”, naturalmente eseguito al clarinetto come colonna sonora principale.

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Una nota curiosa: c’è una simpatica citazione cinematografica che molti riconosceranno (Klaatu Barada Nikto), esposta in modo ironico – e qui i dialoghi sono particolarmente riusciti – per prendere un po’ in giro la bella Vivien, che di cinema evidentemente non sembra abbia una gran conoscenza.

In definitiva, La casa delle conchiglie è un prodotto professionale, che manifesta molto amore per il personaggio, e riesce a riprodurre almeno in parte le atmosfere di Dylan Dog, però senza centrare del tutto il bersaglio per i limiti sopra esposti.

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