Lo Spazio Bianco » Approfondimenti http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Sun, 21 Dec 2014 09:00:53 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.1 Garth Ennis – Hitman (quarta parte) la guerra http://www.lospaziobianco.it/128185-garth-ennis-hitman-quarta-parte-guerra http://www.lospaziobianco.it/128185-garth-ennis-hitman-quarta-parte-guerra#comments Sat, 20 Dec 2014 14:30:17 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128185 Garth Ennis – Hitman (quarta parte) la guerra | di Luigi Siviero
Lo Spazio Bianco

Quarto appuntamento con l'approfondimento su Hitman di Garth Ennis e John McCrea a cura di Luigi Siviero, incentrato sulle sfaccettature della rappresentazione del tema della guerra nell'opera.

L'articolo Garth Ennis – Hitman (quarta parte) la guerra è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Garth Ennis – Hitman (quarta parte) la guerra | di Luigi Siviero
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Garth Ennis: nessuna pietà agli eroi

Introduzione

Hitman_Vol_1_5Anche in Hitman, oltre che nelle altre opere che Ennis dedica in modo specifico all’argomento, il tema della guerra è affrontato a più riprese. Dalla seconda guerra mondiale alla guerra di Corea, che emergono in due racconti autobiografici di Sean Noonan, passando per la guerra del Golfo, alla quale parteciparono Tommy e Natt, la guerra delle Falkland/Malvinas, i conflitti in Irlanda del Nord e i molti scontri anonimi che sono stati combattuti e si combattono in Africa.
Tra le fonti alle quali ha attinto Ennis per maturare il suo pensiero sulla guerra, è basilare la sequenza dell’esplosione del ponte Langstone ne Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone. Tuco e il Biondo si imbattono in un battaglione nordista accampato lungo un fiume; i soldati stanno combattendo una serie infinita di sanguinose battaglie quotidiane contro i Sudisti, appostati sul versante opposto della valle, per conquistare un piccolo e inutile ponte di legno. Il capitano nordista confida a Tuco e al Biondo tutta la sua frustrazione e disperazione:

“Stupido, inutile ponte. Una merda di mosca sulle carte dell’alto comando. E l’alto comando ha deciso che dobbiamo prendere la merda di mosca. Anche se dobbiamo crepare tutti”.

E poi aggiunge, quando sente i primi spari che annunciano l’inizio di una nuova battaglia: “È il macello quotidiano che incomincia”.
Sono frasi che potrebbero essere scambiate per quelle che scrive Ennis nei suoi fumetti di guerra:

“I pezzi grossi ci tradiscono sempre. Questa è l’altra cosa che uno accetta quando presta giuramento: essere usato come carne da cannone. Procedura militare standard quando ci si trova di fronte a un avversario sconosciuto: spedirgli contro i soldati americani, e sperare che ci siano abbastanza sacchi di plastica per raccogliere i cadaveri”.1

Iraq

Il 2 agosto 1990, l’Iraq invase il Kuwait accampando un antico diritto di sovranità sul territorio occupato dal piccolo Stato che si affaccia sul Golfo Persico. La reazione degli Stati Uniti, che temevano un’estensione del conflitto alla vicina Arabia Saudita con ripercussioni sui loro interessi petroliferi nell’area, fu immediata: poche ore dopo avere appreso la notizia dell’invasione del Kuwait, i diplomatici statunitensi e kuwaitiani convocarono il Consiglio di Sicurezza dell’onu che condannò l’invasione voluta da Saddam Hussein e chiese il ritiro delle truppe irachene.
Nei mesi successivi, gli Stati Uniti schierarono nel Golfo Persico più di 700.000 soldati, dapprima per difendere l’Arabia Saudita dalle mire espansionistiche di Saddam Hussein e successivamente per attaccare l’Iraq. L’operazione Desert Storm, condotta da una coalizione di 35 Stati, guidata dagli Stati Uniti e composta, tra gli altri, da Gran Bretagna, Italia e Francia, iniziò il 16 gennaio 1991 e si concluse il 28 febbraio.
La disparità fra le forze in campo fu tale che gli Stati Uniti riuscirono a bombardare l’Iraq per un mese senza incontrare mai alcun tipo di opposizione da parte dell’aviazione irachena, e la campagna di terra durò solo un centinaio di ore.
In Hitman, Ennis evidenzia l’assenza di un vero scontro frontale fra le truppe della coalizione e l’esercito iracheno. La guerra del Golfo è la guerra della pioggia di missili su una lontana Baghdad, che i soldati della coalizione videro solo dagli aerei, sui radar o addirittura in televisione, e del fuoco amico, che per errore uccideva i commilitoni.
Ennis recupera questi due elementi quando scrive una storia2 nella quale Tommy Monaghan e Natt il Cappello partecipano al conflitto. Per errore l’aereo da trasporto fa sbarcare i due personaggi in mezzo al deserto, a cento miglia di distanza dal teatro dei combattimenti; in piena notte, e convinti di essere in una zona di guerra, Tommy e Natt si imbattono in un gruppo di soldati della s.a.s. e, scambiandoli per un plotone della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein, li uccidono.
L’episodio di fantasia rispecchia quello che successe a quasi tutti i soldati inviati veramente nel Golfo Persico, che furono così lontani dalla guerra da non essere riusciti a vederla a occhio nudo (prima parte del racconto, dove Tommy è perso nel nulla delle tenebre del deserto) e, quando vi si imbatterono, fu in molti casi per colpa del fuoco amico.3
Come possono emergere queste figure tragiche, tanto amate e rispettate da Garth Ennis, in una guerra dove l’unico americano veramente vicino al teatro dei combattimenti era un inviato della cnn a Baghdad, e dove le perdite della coalizione nei combattimenti ammontarono solamente a 213 soldati (a fronte delle ingenti perdite subite dagli Iracheni)?Hitman-Annual-1
Lo sceneggiatore trova una risposta in un’altra storia della serie, l’Annual disegnato da Carlos Ezquerra. Tommy si reca in uno sperduto paesino del Texas dove ha occasione di chiacchierare con un reduce di guerra che è rimasto invalido. L’uomo racconta che, dopo la cessazione delle ostilità, stava perlustrando un’area sospetta assieme alla sua squadra. In base alle informazioni fornite dai suoi capi, nello stabilimento dovevano esserci solo armi ordinarie e non le famigerate armi chimiche ma, mentre i soldati stavano setacciando il locale, da un bidone si sprigionò un gas giallo che li rese invalidi. Ritornato a casa, l’uomo fece richiesta di una pensione di guerra, ma l’esercito la negò perché era stato perso il foglio con l’ordine di perlustrazione: il soldato non doveva trovarsi nel luogo dell’incidente, quindi era colpa sua se era rimasto invalido.
L’episodio di fantasia può essere (simbolicamente) assimilato a quanto successe a 50.000 soldati statunitensi che, dopo la conclusione della guerra, contrassero la cosiddetta sindrome del Golfo, una malattia che attaccava il sistema immunitario ed era causa di gravi malformazioni nei loro figli. Il morbo è stato attribuito a un vaccino sperimentale che il Pentagono aveva somministrato indistintamente a tutti i soldati inviati nel Golfo Persico.
Nella guerra tecnologica, i soldati non sono più in balia di generali che li mandano al macello in combattimenti impossibili e inutili, però subiscono lo stesso le conseguenze di decisioni scellerate prese dall’alto.

Africa

Garth Ennis ha ambientato la saga di Hitman intitolata Tommy’s Heroes4
nella Repubblica di Tynanda, fantomatico Stato africano governato col pugno di ferro dal presidente Kijiro. Ennis sfrutta una tipica caratteristica degli albi di supereroi – la presenza in Africa, Asia e Europa orientale di Stati fittizi che, da un lato, hanno caratteristiche proprie, e, dall’altro, ricordano vagamente Paesi esistenti – per raccontare una storia di guerra del tutto atipica rispetto alla sua vasta produzione.
Il primo elemento anomalo è la collocazione della vicenda in uno Stato che in realtà non esiste, a differenza degli altri fumetti di guerra dell’autore nei quali, anche quando sui fatti storici vengono impiantati avvenimenti di fantasia, ci sono sempre riferimenti a date e luoghi precisi. La scelta di ambientare Tommy’s Heroes in un Paese immaginario suggerisce una sorta di “lontananza” degli occidentali dalle molte guerre senza nome, di cui spesso non si conosce nemmeno l’esistenza, che hanno insanguinato e insanguinano l’Africa (e di cui all’Occidente non importa nulla).
L’altra anomalia è la presenza di esseri umani dotati di superpoteri: il presidente della Repubblica di Tynanda ha ingaggiato come guardie del corpo due metaumani, Scarlett Rose e Skull. L’ambientazione di Hitman nell’universo dc permette a Ennis di giocare con gli incroci fra i generi; in questo caso lo sceneggiatore ha mescolato l’analisi di situazioni reali – l’esistenza di dittatori che acquistano armi sia per domare le ribellioni che per placare l’invidia nei confronti delle potenze militari occidentali – con la matrice supereroistica della serie.
Il risultato finale è riconducibile al filone del cosiddetto realismo supereroistico,5 cioè, come già accennato in precedenza, l’applicazione di concetti presi dalla vita reale al mondo di fantasia dei supereroi. Dunque, se nella realtà lo Stato africano acquista armi più o meno convenzionali come pistole, fucili e mine antiuomo, nella fantasia potrebbe ricorrere anche alla potenza di fuoco scatenata dai supercriminali.

 


  1. Garth Ennis e John McCrea, Hulk Smash!, in Marvel Monster Edition: War World Hulk, Panini Comics, Modena, trad. it. Claudia Baglini, p. 187. Edizione originale: Garth Ennis e John McCrea, Hulk Smash! n. 2, Marvel Comics, New York 2001, p. 5. 

  2. Op. cit. n. 5, 1996. 

  3. Un quarto dei 147 soldati americani morti in combattimento fu ucciso dal fuoco amico. Dei 24 soldati britannici morti, ben nove caddero in un unico episodio di fuoco amico. 

  4. Op. cit. n. 29-33, 1998-1999. 

  5. Va detto che questo particolare apporto dato da Ennis al filone è un elemento di novità. 

,

L'articolo Garth Ennis – Hitman (quarta parte) la guerra è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/128185-garth-ennis-hitman-quarta-parte-guerra/feed 0
Messiah Complex: la classica storia degli X-Men http://www.lospaziobianco.it/89332-messiah-complex-classica-storia-xmen http://www.lospaziobianco.it/89332-messiah-complex-classica-storia-xmen#comments Tue, 16 Dec 2014 17:30:29 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=89332 Messiah Complex: la classica storia degli X-Men | di Antonio Furno
Lo Spazio Bianco

Messiah Complex: la prima saga dei mutanti nel mondo post House of M li vede impegnati in una guerra fratricida per la sopravvivenza della razza, una trama classica per una storia con alti e bassi.

L'articolo Messiah Complex: la classica storia degli X-Men è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Messiah Complex: la classica storia degli X-Men | di Antonio Furno
Lo Spazio Bianco

Speciale: X-Men: 50 anni mutanti

speciale

testatina per articoli

Nella continuity della casa delle idee la saga House of M aveva uno scopo ben preciso, quello di cancellare gli immensi cambiamenti che Grant Morrison aveva apportato al mondo degli X-Men e riportare tutto l’universo Marvel ad una situazione più classica. Per questo alla fine di House of M e con la successiva saga Decimation viene meno uno dei pilastri narrativi che aveva introdotto Morrison: la presenza sulla terra di una numerosissima popolazione di mutanti.

Messiah Complex è quindi la prima saga del mondo mutante di questo nuovo universo, meno morrisoniano e molto più classico. Forse anche per questo, la storia sembra voler rispettare tutti i cliché degli cicli narrativi che hanno reso famose le testate mutanti.
E quasi a rimarcare questa volontà di restaurazione dei bei tempi andati, il primo capitolo della saga è disegnato da Marc Silvestri, autore fondatore dell’Image che proprio dalla Marvel uscì negli anni ‘90. Tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ’90 Silvestri è stato, insieme a Jim Lee, il disegnatore principale degli X-Men, e per Messiah Complex lavora sul one shot che da l’avvio alla saga

messiah2

La saga ha inizio quando gli X-Men scoprono il primo nuovo mutante nato dopo gli eventi finali di House of M; da allora infatti la popolazione dei mutanti sulla terra era stata ridotta tanto drasticamente da far credere che altri mutanti non potessero più nascere. Ben presto si scopre che il nuovo nato è stato rapito da qualcuno che è riuscito ad anticipare gli X-Men ed e’ arrivato prima di loro nella cittadina dell’Alaska dove ne era avvenuta la nascita. Sulle tracce del nuovo nato, oltre ai mutanti guidati da Ciclope, ci sono anche Sinistro, i suoi Maurader e i Purificatori della setta di Stryker. Gli scontri tra questi due ultimi gruppi e gli X-Men attraversano tutti capitoli centrali della saga. A metà della storia si scopre chi ha rapito il nuovo mutante e da lì in poi la saga scivola via verso il gran finale con lo scontro conclusivo di tutti i gruppi mutanti.

messiah1Ai testi delle serie ci sono robusti e ben rodati sceneggiatori: Peter David (alla sua seconda run su X-Factor), Ed Brubaker, Mike Carey, Craig Kyle e Christopher Yost. Tra i disegnatori, oltre al già citato Silvestri, ci sono star del fumetto americano quali Chris Bachalo e Joe Madureira.

Con tutti questi ottimi talenti all’opera la storia non delude le aspettative. Messiah Complex parte col botto grazie agli spettacolari disegni di Silvestri e si attesta in generale, per tutti i suoi 13 capitoli, su un buon livello, regalando ai fan degli X-Men un racconto che nella sua linearità e classicità si fa leggere con piacere. I capitoli affidati a Peter David spiccano grazie anche ad un paio di bei dialoghi e di battute raffinate, nello stile tipico dell’autore. E poi si nota una piacevole cura nella preparazione del crossover, non ci sono salti narrativi o blooper passando da una capitolo all’altro e c’è una certa coerenza nei personaggi quando i diversi disegnatori si passano il testimone.

Il più grande limite di questa storia risiede però proprio nel suo classicismo. Per chi abbia letto e riletto le storie degli X-Men non ci sarà alcuna sorpresa o colpo di scena in Messiah Complex; è stato tutto già scritto e disegnato in storie precedenti. mc.Prendiamo ad esempio uno dei temi della saga: il rapporto tra Xavier e Ciclope, lo scontro tra le due leadership e il loro rapporto mentore-discepolo. La prima volta che il tema viene presentato sulle pagine degli X-Men è ad opera della coppia Claremont- Byrne negli anni 70 e da allora quasi tutti gli autori che si sono occupati dei personaggi hanno creato e raccontato di questo conflitto. Per non parlare poi della morte di uno dei personaggi principali che avviene nelle ultime pagine della saga, una morte che ormai è diventata quasi uno standard per la serie.

Infine una breve nota personale. Leggendo la saga per scrivere questa recensione, ho notato alcuni punti della storia che mi hanno fatto storcere un po’ il naso, alcuni dialoghi mi sono sembrati non coerenti con lo spirito degli X-Men. La motivazione che spinge gli eroi alla ricerca del nuovo mutante è che questo potrebbe rappresentare la salvezza della loro specie, perché senza la nascita di nuovi mutanti questi saranno presto soppiantati dagli Homo Sapiens. La lotta tra le specie, il voler difendere la propria “razza” contro un’altra, la paura di restare in pochi e di non essere in grado di sopravvivere, tutti questi temi mi sono sembrati sbagliati e lontani dagli X-Men. Claremont aveva impostato la serie dei mutanti come un simbolo di integrazione, una metafora della lotta alle discriminazioni, un messaggio positivo e perfino rivoluzionario che negli anni si è definitivamente perso.

Forse la Marvel invece di ritornare ai cliché e agli sterotipi classici farebbe meglio a riscoprire la poetica che ha fatto la fortuna dei suoi eroi.

Abbiamo parlato di:
Messiah Compex (I grandi eventi Marvel)
Ed Brubaker, Peter David, Craig Kyle, Chris Yost, Mike Carey, Mark Silvestri, Billy Tan, Scott Eaton, Humberto Ramos, Chris Bachalo
Panini Comics, 2014
360 pagine, brossurato, colori – 20,00€
ISBN: 8891209724

Originariamente pubblicato su:
Gli incredibili X-Men #219, X-Men Deluxe #162, Gli Incredibili X-Men #220, X-Men Deluxe #163, Gli Incredibili X-Men #221, X-Men Deluxe #164
Ed. Panini Comics – Marvel Italia, 2008

OMAGGI

Tempesta e Wolverine di Walter Trono. Per vedere tutti gli X-Omaggi clicca sull'immagine

Tempesta e Wolverine di Walter Trono. Per vedere tutti gli X-Omaggi clicca sull’immagine


, , , , , ,

L'articolo Messiah Complex: la classica storia degli X-Men è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/89332-messiah-complex-classica-storia-xmen/feed 0
Una mano per il Gargano: ventuno artisti per la riqualificazione di un territorio http://www.lospaziobianco.it/135672-mano-per-gargano-ventuno-artisti-per-riqualificazione-territorio http://www.lospaziobianco.it/135672-mano-per-gargano-ventuno-artisti-per-riqualificazione-territorio#comments Wed, 10 Dec 2014 17:30:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135672 Una mano per il Gargano: ventuno artisti per la riqualificazione di un territorio | di Angela Pansini
Lo Spazio Bianco

Con il progetto solidale Una mano per il Gargano, ventuno artisti mettono in vendita le proprie illustrazioni inedite in favore della riqualificazione della Masseria Facenna di Carpino.

L'articolo Una mano per il Gargano: ventuno artisti per la riqualificazione di un territorio è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Una mano per il Gargano: ventuno artisti per la riqualificazione di un territorio | di Angela Pansini
Lo Spazio Bianco

una-mano-per-il-gargano-logo

Il maltempo che negli ultimi mesi ha flagellato diverse zone d’Italia ha colpito anche la Puglia, e in particolare il Gargano, con una devastante alluvione che si è abbattuta sul promontorio fra il 3 e il 5 settembre scorsi.

I cittadini e gli amministratori dei Comuni interessati sono ora alle prese con una situazione di forte malessere, legato non solo alle strette conseguenze del nubifragio, ma anche alle prevedibili ripercussioni che il protrarsi dei disagi potrebbero avere sul tessuto economico, sociale e produttivo di un territorio ad elevata vocazione turistica e agricola.

Tra le tante iniziative dal basso, sorte per dare un concreto sostegno alle popolazioni alluvionate, si segnala anche Una Mano per il Gargano, un progetto creativo finalizzato alla riqualificazione dell’area alluvionata.

Partita ufficialmente lo scorso 17 novembre, da un’idea dei graphic designer Annagina Totaro e Alessandro Pancosta, in collaborazione con l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, Una Mano per il Gargano deve il suo nome a quel semplice modo di dire che identifica l’atto del prodigarsi per gli altri, in modo disinteressato, a scopo puramente solidale.

E ‘la mano’ è il soggetto al centro delle ventuno opere realizzate dagli altrettanti artisti che hanno partecipato al progetto.

Marco About, Margherita Barrera, Elenia Beretta, Dalia Del Bue, Matteo Franco, Salvatore Giommaresi, Goran e ancora Nazario Graziano, Ilaria Grimaldi, Hikimi, Il Pistrice, Lucamaleonte, Umberto Mischi, Tiziana Pesenti e per finire Gloria Pizzilli, Jacopo Rosati, Davide Saraceno, Daniele Simonelli, Marco Taddei e Simone Angelini, Fortuna Todisco, Elena Xausa. Questi i nomi degli autori delle ventuno illustrazioni inedite, opere originali stampate in tiratura limitata (6 copie ad opera), dalla cui vendita saranno raccolti fondi a favore della riqualificazione della Masseria Facenna di Carpino, uno dei paesi maggiormente colpiti dal disastro naturale.davide-saraceno

Sarà poi compito dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival provvedere alla riqualificazione della masseria: la struttura verrà predisposta ad accogliere ragazzi di scuole medie ed elementari per giornate dedicate alla tradizione casearia del Gargano.

L’antica Masseria Facenna, da poco iscritta all’albo delle masserie didattiche pugliesi, è stata scelta come beneficiaria del progetto perché luogo caro ad Antonio Facenna, il 24enne che fra il 2 e il 3 settembre ha perso la vita all’interno della sua auto, travolta dall’acqua mentre tornava a casa, nella masseria di famiglia. Qui Antonio lavorava con passione, avendo deciso di non emigrare, al contrario di come in tanti fanno, per desiderio o necessità, “martire ed eroe della Restanza”, come il giornalista Massimiliano Arena lo ha definito.

L’attaccamento alla sua terra e la passione per il lavoro agricolo di Antonio Facenna troveranno dunque realizzazione nelle future attività della masseria didattica, che regaleranno un’esperienza di vita nella natura incontaminata e al tempo stesso trasmetteranno ai più giovani quel senso di tradizione e di artigianato che sempre più tende a mancare nelle nuove generazioni.

Fino al 31 gennaio sarà possibile aggiudicarsi una stampa digitale di ogni opera (in formato A3, su carta patinata opaca 200 gr.) mediante una donazione di 30 €.

La gallery delle ventuno opere è online sul sito internet di Una mano per il Gargano, e per ogni ulteriore informazione è possibile scrivere all’indirizzo mail mailto:unamanoperilgargano@gmail.com o chiamare il numero 3200609088.

,

L'articolo Una mano per il Gargano: ventuno artisti per la riqualificazione di un territorio è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/135672-mano-per-gargano-ventuno-artisti-per-riqualificazione-territorio/feed 0
Il deludente finale di Naruto e l’eredità lasciata dal manga di Masashi Kishimoto http://www.lospaziobianco.it/135244-deludente-finale-naruto-leredita-lasciata-manga http://www.lospaziobianco.it/135244-deludente-finale-naruto-leredita-lasciata-manga#comments Fri, 05 Dec 2014 17:30:49 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=135244 Il deludente finale di Naruto e l’eredità lasciata dal manga di Masashi Kishimoto | di Elisabetta Gatti
Lo Spazio Bianco

Cosa rimane del successo di Naruto dopo settecento capitoli, milioni e milioni di copie vendute in tutto il mondo, una trasposizione animata, nove film e quindici anni di pubblicazioni?

L'articolo Il deludente finale di Naruto e l’eredità lasciata dal manga di Masashi Kishimoto è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Il deludente finale di Naruto e l’eredità lasciata dal manga di Masashi Kishimoto | di Elisabetta Gatti
Lo Spazio Bianco

naruto71Dopo settecento capitoli, milioni e milioni di copie vendute in tutto il mondo, la trasposizione animata tuttora in corso, nove film e ben quindici anni di pubblicazioni, la serie shonen manga Naruto è giunta al capolinea.
L’amarezza di veder finire qualcosa che ci ha accompagnati per tanto tempo c’è, e la nostalgia, diciamolo, all’inizio la fa da padrone. Ben presto, però, è il sollievo a scalciare e a farsi spazio nel deluso e stanco fandom.

Il finale scelto dall’autore Masashi Kishimoto altro non è stato che la conferma del tracollo qualitativo dell’opera, sia dal punto di vista narrativo che grafico, ormai in atto già da qualche anno.
Incoerente da tempo immemore, infatti, il manga trascinava se stesso e i lettori in un infinito e snervante vortice di dialoghi ripetitivi, di disegni approssimativi, di capitoli costituiti da trame illogiche e forzate, pieni di cliché o, peggio, buchi narrativi.

Con queste premesse, dunque, in pochi avevano ancora delle vaghe speranze per una conclusione soddisfacente. Eppure, nonostante le già basse aspettative generali, Kishimoto è riuscito nella notevole impresa di peggiorare ancora di più la situazione.

L’autore ha esordito preannunciando che il finale sarebbe stato in due capitoli – di cui uno a colori – pubblicati contemporaneamente. Una scelta alquanto incomprensibile, ma legittima: un epilogo ha bisogno di novità, ha bisogno di stupire, di lasciare con qualcosa di incredibile.

Di novità, nostro malgrado, non ce n’erano molte, se non alcune idee inquietantemente dubbie. In primis, la nuova città: il Villaggio della Foglia che viene mostrato, non molti anni nel futuro, appare oramai come una megalopoli dallo skyline invidiabile. Un progresso tecnologico inspiegabile, quello di Konoha, che in una manciata di lustri dimentica le case di legno per gettarsi fra le braccia del cemento armato.

adult_naruto_uzumaki_by_zaduky500-d85hpawLo stesso Naruto, protagonista della storia ora adulto e divenuto Hokage, viene inquadrato per prima cosa in ufficio dinnanzi a un computer portatile. Sembra che le pergamene e il pennello a inchiostro siano solo un lontano ricordo, specie ora che persino il corpo insegnanti dell’accademia ninja si riduce a indossare strane protesi robotiche.

A questo punto la situazione comincia a delinearsi e l’amarezza, la tristezza, si fa sentire. Konoha non è più il villaggio che conoscevamo, quello con cui siamo cresciuti, e Kishimoto chiude le porte all’era Shogun – magari anche ai suoi valori – per accogliere l’avvento di una modernità che lascia il lettore boccheggiante e stralunato. Come se questi ultimi quindici anni non fossero stati che un effimero puntino in un disegno capitalistico molto più grande e molto più comune, molto più abbordabile.

Ma i nostri protagonisti, quelli con cui abbiamo condiviso questo lungo percorso, dove sono finiti? Abbiamo parlato di Naruto, che è il primo a comparire, e lo incontriamo subito nei panni di un Hokage soffocato dal lavoro – benché non ci sia nessuna battaglia da combattere – e quindi logicamente sommerso solo da scartoffie e burocrazia. Non proprio una fine degna di un eroe.
Naruto, poi, è un genitore assente, talmente tanto da rendere il figlio maggiore un teppista che cerca di attirare la sua attenzione in qualsiasi modo. È un genitore rigido, che sgrida il figlio senza mezzi termini, e con questo Kishimoto demolisce il personaggio di colpo, spazzando via l’ideale collettivo del protagonista in un soffio.download
Quanti fan della serie avrebbero immaginato un Naruto che, troppo occupato a firmare scartoffie, lascia indietro la propria famiglia? La propria tanto agognata famiglia? Quella che lui non ha mai avuto, che invidiava agli altri?

È un controsenso, un paradosso, un insulto alla genuinità del protagonista che quindici anni fa commuoveva coi suoi tristi occhi blu, colmi di solitudine.

E gli altri compagni di vita?
Certo, c’è Sasuke, come dimenticare. Dopo quindici anni Sasuke Uchiha finalmente è tornato a casa e si è finalmente redento dopo un ennesimo viaggio per il mondo. Sembra abbia compreso i suoi sbagli e voglia prendere scelte auspicabilmente più giuste, rimanendo quindi fedele a Konoha.
Dopotutto anche lui, come Naruto, era un orfano solo, chiuso in se stesso, schiacciato dalla solitudine, dal senso di colpa e dalla sete di vendetta per quello che Itachi, il suo amato fratello maggiore, aveva fatto al suo clan.

Per questi e altri motivi, dunque, da una persona con un passato così brusco, che dice di aver finalmente capito, chiunque si aspetterebbe che, naruto 5una volta sposata Sakura e nata la loro figlioletta, prima erede del clan Uchiha dopo tanto sangue versato, egli vorrebbe star vicino alla sua famiglia.

E invece nemmeno lui lo fa. Viaggia, viaggia molto – lo vediamo camminare in una foresta armato di katana – e lascia a casa figlia e moglie, in un’ennesima, gigantesca dimostrazione del rinomato maschilismo di Kishimoto.

Nella serie, infatti, la continua discriminazione nei confronti dei personaggi femminili è disturbante, ma raggiunge il massimo della realizzazione con Sakura rappresentata solo nel fare le pulizie e niente più. Niente più studi della medicina, niente più eredità di Tsunade, forse niente carriera, niente di più che pulire la casa.
E, chiariamoci, il problema non sta nelle pulizie in sé o nella loro dignità come azione, ma nel fatto che al terzo protagonista della saga, l’unica donna peraltro, venga dedicata una sola minuscola scena con un fazzoletto in testa.
Eppure negli ultimi capitoli decisivi vediamo Sakura promettere a se stessa di non rimanere mai più indietro né a Naruto né tanto meno a Sasuke. Peccato che dei suoi sogni, della sua carriera e di tutto il resto non ci venga detto niente.

Un finale peggiore, insomma, sarebbe stato difficile prevederlo.

Perché dopo quindici anni di lotta, di lacrime, di sangue, di dolore, ma anche di gioia, amore, anaruto 4micizia e riscoperta di sé e degli altri, non ci sarebbe stato niente di malvagio nel mostrarli tutti insieme, amici anche più di prima, ognuno a brillare nel proprio campo e coi propri sogni realizzati. Magari facendo anche qualcosa di utile, qualcosa che non sia firmare carte e vagabondare nelle foreste.

In ogni caso, tuttavia, nonostante il rammarico per un finale insoddisfacente – ma, come detto, negativamente prevedibile –, l’eredità di Naruto c’è e rimarrà. Sasuke e Naruto e tutti i loro amici e compagni hanno cresciuto più di una generazione di ragazzi con le loro avventure, insegnando in modo spicciolo ed efficace come molto spesso basti essere solo onesti per riuscire in qualcosa, anche con tutti i conseguenti sacrifici.
Ciò non toglie, però, che tutti – personaggi e lettori – avrebbero meritato un finale innegabilmente più dignitoso e, soprattutto, realmente conclusivo.

Kishimoto, infatti, non sembra ancora sazio dal cavalcar l’onda di popolarità e guadagno che è Naruto, e per questo è in cantiere un seguito, probabilmente una storyline basata sulle avventure dei figli dei personaggi: la nuova generazione ninja che ora deve mantenere la tanto sudata pace.

naruto

Accanimento terapeutico? Molto probabile. Il trascinarsi fino all’estremo è una caratteristica che questo manga ci ha mostrato fin troppo spesso, ma è sempre bene attendere la pubblicazione del nuovo lavoro per un giudizio.
Se saremo fortunati, comunque, i nuovi protagonisti ci entusiasmeranno come è successo quindici anni fa e, chissà, forse verrà loro concessa una fine degna.

,

L'articolo Il deludente finale di Naruto e l’eredità lasciata dal manga di Masashi Kishimoto è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/135244-deludente-finale-naruto-leredita-lasciata-manga/feed 0
Avventura argentina per Tex: Patagonia di Mauro Boselli e Pasquale Frisenda http://www.lospaziobianco.it/5045-avventura-argentina-tex http://www.lospaziobianco.it/5045-avventura-argentina-tex#comments Thu, 04 Dec 2014 19:30:45 +0000 http://www.lospaziobianco.it/5045-Avventura-argentina-Tex Avventura argentina per Tex: Patagonia di Mauro Boselli e Pasquale Frisenda | di Davide Occhicone
Lo Spazio Bianco

Argen­tina, guerre di con­qui­sta, epica, sto­ria e geo­gra­fia. A lezione dai Mae­stri dell’Avventura Mauro Boselli e Pasquale Frisenda sul ventitreesimo Texone, ristampato da Bao Publishing.

L'articolo Avventura argentina per Tex: Patagonia di Mauro Boselli e Pasquale Frisenda è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Avventura argentina per Tex: Patagonia di Mauro Boselli e Pasquale Frisenda | di Davide Occhicone
Lo Spazio Bianco

Ore 08:15 suona la campanella (si entra)

Tex-PatagoniaEra l’ormai lontano giugno 2009 quando approdava in edicola il volume Tex – Albo Speciale n.23: “Patagonia”. Nel 2014, Bao Publishing provvede a ristamparlo e a portarlo in fumetteria e libreria.

Qualche indicazione numerica sugli autori e sullo volume in sé; è dal lontanissimo 1988, con l’albo a firma Claudio Nizzi e Guido Buzzelli, che l’estate bonelliana porta in grembo un volume di oltre duecentoventi tavole di formato gigante che, almeno in principio, veniva affidato a disegnatori al debutto per l’editore milanese (e talvolta scritturati in pianta stabile proprio a partire dal quella collaborazione). Da diversi anni però, anche a causa esaurimento di papabili artisti ben disposti verso un impegno così gravoso, l’editore affida i pennelli ad autori già della scuderia Bonelli (sovente al debutto sul personaggio “Tex”); sui testi di Mauro Boselli, al suo secondo Speciale e quasi al centesimo albo di Tex (!), Pasquale Frisenda affronta per la prima – e non ultima sicuramente – volta il Ranger dopo aver affilato le matite ed i pennelli su altri due notevoli personaggi del West a fumetti made in Italy, Magico Vento e Ken Parker.

Proviamo a sottolineare diversi spunti di interesse (anche se tanti sfuggiranno comunque); ve ne sono sia di generici, sulla storia, sulla sceneggiatura, sul disegno “as it is“, che possono interessare a qualsiasi lettore, sia di particolari, che incrociano questi stessi punti con il corpus precedente di centinaia di storie di Tex e che, principalmente, sono oggetto di attenzione degli appassionati lettori delle storie del Ranger bonelliano.

Ore 08:30 Lezione di Geografia

Gli Stati Uniti d’America sono da sempre lo sfondo delle avventure di un Ranger del Texas, Tex Willer, decisamente anomalo. Create da autori italiani, pubblicate in albi a fumetti da oltre sessanta anni, raccontano di un anacronistico difensore dei diritti dei più deboli e, soprattutto, di uno strenuo (e non molto verosimile, all’epoca) difensore dei diritti degli indiani dell’America del Nord, nonché addirittura capo del popolo Navajo.
Patagonia” è ambientato in un continente “scoperto” nel XV secolo, reso colonia dagli Europei e successivamente affrancatosi con una guerra d’indipendenza nel XIX secolo; una nazione che ha unito molti piccoli stati in una confederazione dopo una guerra civile sanguinosa, e che al termine di questa ha volto il suo sguardo alle terre dell’ovest, ancora presidiate dagli indigeni, accorpandole solo dopo aver sterminato questi ultimi e spacciato una guerra di conquista per una guerra di “cultura”. Questa è l’Argentina.

Non sfugge e può lasciare spiazzata l’analogia tra la storia di questa terra e quella degli Stati Uniti d’America: singolare e parallelamente cruenta la genesi nei primi secoli, tra guerre d’indipendenza contro i colonizzatori (che altri non sono che i propri antenati), intestine per stabilire criteri di divisioni terre e di comando, di conquista contro gli abitanti del posto per poterne occupare le terre. Se durante la sua decennale presenza sugli scaffali dei lettori italiani Tex ha partecipato alle ultime due “guerre”, di indipendenza e di conquista, negli Stati Uniti, in questo speciale viene coinvolto in quella che viene ricordata come la Conquista del Desierto, equivalente argentino della “Conquista del West” nordamericano.1
Seppure nell’introduzione si indichi che l’idea di ambientare questa avventura di Tex in Argentina è di Sergio Bonelli ci fa piacere pensare che Boselli l’abbia abbracciata con entusiasmo e portata a termine con bravura anche come omaggio all’amico e collaboratore della Bonelli Mario Faggella, appassionato cultore di questo straordinario paese, che ci ha lasciati davvero troppo presto.

    Versione regular (di Pasquale Frisenda) e limited (di Giuseppe Palumbo) dell'edizione Bao Publishing.

Versione regular (di Pasquale Frisenda) e limited (di Giuseppe Palumbo) dell’edizione Bao Publishing.

Ore 09:15 Lezione di Storia

La storia del protagonista, personaggio di fantasia spesso calato in avventure che si incrociano con la realtà storica del tempo, si intreccia in questo caso con la Storia con la “s” maiuscola dell’Argentina. Di incroci di questo tipo è piena la letteratura disegnata (seriale o meno); alcuni decisamente fuori luogo (magari ampiamente giustificati dal contesto storico, tipo un Capitan America che incontra Hitler), altri particolarmente originali e ben riusciti (senza scomodare sempre gli stessi autori di successo, ci piace ricordare il 1890 di Francesco Ripoli, con l’incrocio di due storie “vere” che probabilmente non è mai avvenuto nella realta’).
La sinossi ci narra di come Tex, vista la sua esperienza in qualità di mediatore fra conquistatori ben armati e autoctoni impreparati a difendersi, sia chiamato a prendere parte ad una missione punitiva nei confronti di ribelli rei di aver creato scompiglio fra i “civili” argentini colonizzatori, così come al tentativo di negoziare con gli indigeni un trattato di non belligeranza. Nel finale, come sovente accade, le parti si capovolgeranno e Tex sentirà di doversi schierare con i ranqueles (i locali indigeni) anche a causa di un cambio di direttive da parte dei vertici dell’esercito argentino, dopo la presa di comando del generale Roca, “fautore della guerra ad oltranza“, per togliere le parole di bocca a Kit Willer.
Non è la prima volta che nelle storie di Tex, così come nella realtà delle cose che la storia ci ha raccontato, la conquista di territori viene giustificata aizzando nel popolo pseudo motivazioni razziali al fine a rendere le battaglie per ottenerli (genocidi veri e propri) animate da spirito e orgoglio “patriottico” piuttosto che “civilizzatore”. Nel caso di specie i pochissimi -quantitativamente- proprietari terrieri erano immigrati, molto spesso inglesi, che gestivano “estancias” dalle superfici spropositate.

Tex : Patagonia di Boselli e Fridensa

Ore 10:00 Lezione di Educazione Tecnica

La scansione temporale del volume è singolare: in realtà è sempre in “presa diretta” oltre a qualche flashback. Ai più è parsa ingiustificatamente sincopata ed il finale molto compresso è stato additato come uno dei punti deboli della storia. Sembra giusto, a chi scrive, riconoscere invece allo sceneggiatore Boselli la piena coscienza della gestione del fluire del tempo e la voglia di dedicare molte pagine ad un evento piuttosto che ad un altro. Nello scorrere delle pagine, nel finale dell’albo, mi sono trovato più volte a chiedermi chiedendomi come fosse possibile tirare le fila del discorso e delle vicende narrate mano a mano che lo spessore delle pagine rimanenti si assottigliava.
Non è questione da poco questa del ritmo dato alla storia. Uno sceneggiatore che realizza un Texone porta l’opera a compimento in parecchi mesi e, prima che passi in mano ad un disegnatore e sia realizzato, ha la possibilità di vedere come è stata bilanciata l’azione, il ritmo, i tempi. A me piace pensare che nella scelta di Boselli non ci sia nulla di fortuito, che quello che vedremo fra poco sia un “elastico” tutta causale e non casuale, quasi a voler spiegare al lettore che chi comanda è lo scrittore e che non bisogna dar nulla per scontato, sia con colpi di scena sia con accelerate, rallentamenti e frenate brusche nel ritmo. Inoltre la qualità delle scelte di sceneggiatura che puntellano il ritmo del soggetto sono ben usate e ottimamente disegnate.

Un esempio: un prologo molto lungo ci fa partire in Argentina, salvo poi scoprire che stiamo vedendo il racconto orale del militare argentino inviato da Tex a chiedergli di andare nella Terra del Fuoco. Tex : Patagonia di Boselli e FridensaFra racconto, viaggio in nave e in treno Tex e suo figlio Kit (il ragazzo che ha studiato e che voleva vedere il mondo, come lo definisce il padre) mettono piede nel campo militare dopo quasi un quarto del volume, una vera enormità. Altro blocco di tavole particolarmente lungo è il successivo, laddove seguiamo l’integrazione di Tex e di Kit fra militari (scarsa) e gaucho (paragonabili agli scout indiani) e l’inizio dei tentativi di approccio con gli indiani locali. Superata la metà dell’albo avviene una inversione, Tex è costretto dagli eventi a cambiare barricata, viene segregato dagli argentini riuscendo comunque a fuggire. Il finale è a dir poco compresso; sbilanciato nell’azione in maniera impressionante, l’albo ci lancia verso una discesa ripidissima e folle di battaglie disperate con combattenti stravolti e allo stremo fino allo scontro impari in una gola termopiliana dove si “parrà la nobilitate” degli indiani e di Tex (ma anche del militare Mendoza).

Ciò che rende il volume pienamente epico è l’ultima tavola, che riassume un arco temporale di mesi; in un didascalico racconto al suo “pard” di mille avventure, Kit Carson, rimasto nella riserva Navajo, Tex si fa narratore in una lettera di ciò che avviene dalla riunione con suo figlio fino alla conclusione del viaggio per sistemare in un degno posto i fuggiaschi indigeni argentini. Settimane di vicissitudini che per Tex (Boselli) non sono funzionali al racconto dell’avventura, ma che alla pari di quanto avvenuto fino a quel punto, sono state difficili e faticose. Quello che non ci viene fatto mancare, però, è il rientro a casa, il rientro di due eroi stanchi ma sorridenti, sublimato da quella virile stretta di mano con cui Tex viene accolto da Carson quasi contemporaneamente all’arrivo della sua lettera.

Ore 10:45 Lezione di Arte e Immagine

Cartina al tornasole per verificare la qualità di un lavoro come questo speciale, che ha come protagonista un personaggio così amato dal pubblico, è la capacità del disegnatore di realizzare un Tex convincente. Pasquale Frisenda ha dalla sua una grandissima esperienza professionale (anche in termini quantitativi) e sicuramente il suo lavoro su questo volume non sfigura fra i nomi altisonanti che lo hanno preceduto.
Il Ranger è pienamente nelle sue corde; lo rappresenta massiccio, con il cappello ben calzato in testa, naso sottile e lungo, la solita mascella volitiva ed un fazzoletto al collo molto lungo e sottile. La sua presenza, anche fisica, non è ingombrante nelle vignette; non vi è sovraesposizione, ma una partecipazione limitata, tanto da poter dire che altra carta vincente e convincente è la forte e precisa caratterizzazione di tutti gli attori presenti nell’albo, i principali, i secondari ed anche le comparse delle scene corali.
Sono abbastanza numerose le piccole e grandi digressioni che il disegnatore si concede nei confronti della temuta griglia bonelliana di due vignette su tre strisce. Ve ne sono di particolarmente brillanti e di effetto, tralasciando le vignette semplicemente senza contorno, sempre più spesso digerite con tranquillità dai revisori in casa Bonelli. Per alcune bisogna probabilmente dividere i complimenti con lo sceneggiatore, come quando, leggendo la lettera di Mendoza, Tex si immerge nel disegno che rappresenta il suo racconto.

Tex : Patagonia di Boselli e Fridensa

L’utilizzo del nero, da parte di Frisenda, di solito reso benissimo nella stampa dei Texoni, è un ennesimo motivo di lode. Nelle numerose scene notturne o in quelle al chiuso ve ne è un uso massiccio; nelle altre è spesso controbilanciato da figure delineate solo dal contorno. Non vi è alcuna traccia di tratteggio; il pennello del disegnatore si dedica a tracciare con sicurezza e correttezza anatomica le masse dei personaggi e solo qualche piccolissimo trattino ne sporca la superficie. Per il resto non c’è via di mezzo: tutto è bianco o nero. Non è raro l’utilizzo (molto d’effetto) al negativo, come nel caso della silhouette di un soldato pienamente nera che si staglia nel cielo notturno, per l’occasione totalmente bianco. Il grigio è relegato a rappresentare lo “sporco”: la nebbia o la polvere sollevata dagli zoccoli dei cavalli, qualche ombra o qualche “effetto speciale” (lo sfumare del cielo nero all’avvicinarsi ai contorni dei personaggi).
Penultima segnalazione, non mettendo bocca sulla buona attenzione alle anatomie di persone e cavalli e lo studio dei caratteri fisiognomici delle varie etnie rappresentate, per le scene di lotta e guerriglia, fra le quali si staglia per intensità l’ultimissima, a ridosso della fine dell’albo: cruda, muta, violenta e tristissima nel raccontare, senza parole, il sacrificio umano di un popolo costretto alla fuga dalla propria terra. L’ultimissima segnalazione, invece, è per la capacità di saper riportare su carta, a parte alcune vere e proprie immagini da cartolina (o quadro d’epoca, con gauchos e loro armamentario d’ordinanza), il sapore e l’odore della Pampa con i suoi orizzonti sempre uguali per centinaia di chilometri, il senso di spaesamento in uno spazio così enormemente indefinito, il caldo delle luminose giornate o l’umido degli uggiosi albeggiare al rumore della foglie degli ombù appena mosse dal vento. Chi c’è stato potrà confermare che nelle tavole di Frisenda si riesce a risentire e rivedere quanto visto e sentito sul posto.

Ore 11:30 Lezione di Italiano (Antologia)

Come in un vero poema epico, tanto per aggiungere qualche dettaglio, troviamo al centro del volume la narrazione delle gesta dell’eroe di turno. E pure annotiamo sia l’uso della “mimetica” (i discorsi dei personaggi “in prosa”) sia la “diegetica” (la narrazione in terza persona); nella parte finale, che abbiamo visto poco sopra, addirittura è lo stesso eroe che racconta le sue ultime vicende (e la parola epos, in greco antico, appunto indicava in senso lato il racconto). Tex : Patagonia di Boselli e FridensaCome in ogni poema che si rispetti, inoltre, il finale sublima le gesta eroiche del protagonista, che usualmente ha anche un “epiteto” che non fatichiamo nel nostro caso a riconoscere in quello assegnatogli nel primo volume di questa collana di speciali, ovvero “Tex il grande”.
La scelta del tono del racconto passa anche attraverso la scelta dei comprimari da affiancare al personaggio principale. Non il pard Carson con il quale si lancia sempre, anche nelle situazioni impossibili da risolvere a proprio favore, in una serie di battibecchi sui rispettivi difetti; eppure era stato lo stesso Boselli a scrivere una delle storie più interessanti con diversi spunti di “ret-con” sul passato di Carson, dimostrando di volerlo e saperlo usare anche meglio di una semplice spalla comics. E nemmeno l’amico di sangue navajo Tiger Jack, fedelissima e quasi sempre silente vera e propria macchina da guerra.
Ma invece Kit Willer, il figlio di Tex, spesso trattato come anello debole del gruppo dei quattro; il più acculturato del gruppo, che arde dalla voglia di conoscere il mondo e approfitta dell’occasione per aggregarsi al padre. In questa storia non è vittima di un rapimento, non viene ferito, non è un semplice turista in gita; è il degno erede di un eroe, ed alla fine della storia troviamo una vera e proprio investitura con tanto di passaggio di consegne; se le cose fossero andate male per Tex nessuno avrebbe dubitato, dopo la lettura di questo volume, che Kit Willer avrebbe avuto la stoffa, l’audacia e le capacità per raccoglierne il testimone.

Ore 12:15 Lezione di Lingua Straniera

Nel momento in cui Kit e Tex Willer mettono piede in Argentina stanno per avvenire, in eccezionale contemporanea, una serie di eventi unici ed irripetibili. Alla “costruzione” della nazione argentina così come la conosciamo noi, grazie all’espansionismo verso ovest (vicenda che si intreccia con quelle dei nordamericani sbarcati a Buenos Aires), si aggiunge un vero e proprio boom immigratorio. L’Argentina diventa patria di migliaia di immigrati in cerca di fortuna che, per la stragrande maggioranza, restano nella città capitale dello stato e la rendono un crogiuolo di razze e culture: italiani, tedeschi, inglesi… Dalla fusione dei malumori e delle sofferenze dovuti alla lontananza da casa e dai cari nascerà dì lì a poco un vero e proprio patrimonio dell’umanita': il Tango. E, nell’entroterra rurale, nelle enormi distese di terra di proprietà di pochi latifondisti, nascerà la figura del cowboy argentino, il gaucho.

Si dice di lui che è “educado, atento, hàbil, un amigo seguro, siempre y cuando se lo trate con consideraciòn…”. Ha sempre grandissimo rispetto per gli altri e per le persone che sanno meritarselo. Non è un caso che i gaucho entrino in perfetta sintonia con il nostro Tex.

Nel volume ci sono molti cenni alle caratteristiche umane, fisiche e morali di questi personaggi, non ancora scomparsi del tutto in Argentina. In molte cose accomunati, come detto sopra, ai racheros nordamericani, i gaucho sono uomini solitari, fieri, rudi, lavoratori indefessi, senza interessi oltre il proprio lavoro (oltre alla pulizia dei loro ornamenti, a cominciare dal “facon” che hanno nella cinta). Si dice che un gaucho sia “educado, atento, ha’bil, un amigo seguro, siempre y cuando se lo trate con consideracio’n…“. Ha sempre grandissimo rispetto per gli altri e per le persone che sanno meritarselo.
Non è un caso che i gaucho entrino in perfetta sintonia con il nostro Tex; quest’ultimo, ad esempio, viene convocato da Mendoza come “aiutante” militare; eppure il rispetto dai suoi “soldati” se lo conquista nella sfida, coltello in mano, con Solano, non grazie a promozioni o imposizioni cadute dal cielo.
Ma i gaucho sanno essere sorprendentemente gentili, premurosi e servizievoli, in grado di divertirsi nelle feste popolari al suono della musica o lanciandosi, in groppa ai propri eccezionali cavalli, in giostre circensi.Anche la serata raccontata da Boselli, alla luce di un fuoco per cuocere l’asado, fanno parte della quotidianità di questi personaggi; allo stesso modo li si potranno sentire accordare la chitarra e cantare, appoggiati ad uno di questi enormi alberi (anche questi, rappresentati da Frisenda in maniera perfetta), gli ombu’, nenie tristi; come quella riportata da Boselli…

Mi gloria es vivir tan libre
Como el pájaro del cielo:
No hago nido en este suelo
Ande hay tanto que sufrir,
Y naides me ha de seguir
Cuando yo remuento el vuelo.

Altro non è che un pezzo del poema “El gaucho Martin Fierro” di José Hernández (1834-1886), poeta che per primo cantò e fece la fortuna mediatica del gaucho.
Per concludere, vale la pena leggere altre poche righe in lingua straniera…

[…] su campesino es un caballero de la naturaleza, simple y supersticioso con un intri’nseco amor por el canto y adema’s do’cil a su influencia; existe entre ellos una raza de trovadores, siempre bienvenidos como invitados, que festejan, acompana’ndose melanconicamente con su guitarra, los hechos tan gloriosos para ello como fueron los hechos de los he’roes home’ricos para los bardos de antano […]“. ((I pezzi di racconto in spagnolo sono tratti da “Cameos from Silverland” 1881 di E. W. White))

Non passa inosservato, in questo scritto di due secoli fa, con riferimento alla vita del gaucho, il rimando all’epica, ad Omero ed agli eroi di cui cantava le gesta; in un cerchio perfetto richiudiamo, quindi, il gaucho, l’epica, ed anche questo Tex.

Tex : Patagonia di Boselli e Fridensa

Ore 13:00 economia domestica

Mi permetto di aggiungere un appunto dalla doppia natura, economica e logistica. Per la seconda parte ci sarebbe da riagganciarsi ad un discorso già fatto un po’ di tempo fa da Roberto Recchioni (anche lui ci auguriamo prossimo a scrivere una storia di Tex) in merito al valore assoluto di alcune produzioni autoconclusive made in Bonelli, degne di occupare spazi in libreria e non solo in edicola per il breve volgere di uno/due mesi; ovviamente il discorso va mediato con la politica editoriale di Bonelli e con i conti da fare per editare/mantenere in catalogo/scaffale un Tex Speciale piuttosto che un volume “one shot” come “Gli Occhi e Il Buio“. “Patagonia” non ha nulla da invidiare, infatti, ad un romanzo grafico italiano o straniero magari magnificato dalla critica solo a causa del nome del disegnatore (che, probabilmente, ha smesso di disegnare da anni e stancamente rifà sempre lo stesso fumetto…) per qualità di disegno, intreccio e svolgimento. Sicuramente, e qui ritorniamo alla prima natura indicata in precedenza, considerando lo sforzo artistico di scrittore e disegnatore e la quantità di tavole, il prezzo di vendita è decisamente fin troppo basso, visto cosa ci viene normalmente chiesto per una graphic novel.
Questo romanzo a fumetti è pienamente godibile e capibile anche per un neofita del personaggio principale; ha una sua completezza che lo rende autosufficiente nei confronti della serie mensile così come un albo speciale dovrebbe essere. I “character” sono ampiamente delineati ed anche Kit Carson e Tiger Jack, che appaiono solo nel prologo, in poche battute riescono a farsi conoscere per come sono e per il rapporto che li lega ai due personaggi, Tex ed il figlio, che affronteranno “l’impresa”.
Vista l’assoluta completezza dell’albo e la sua ottima realizzazione anche da un punto di vista grafico qualcuno potrà magari (se non l’hanno già pensato da soli) suggerire ai nuovi abili gestori del “licensing” dei personaggi Bonelli all’estero una edizione da libreria in cartonato, magari nei paesi del Sudamerica e perché no, magari acquerellato da Frisenda stesso.

Ci potrebbe essere tempo per l’ora di Lezione di Religione, che, si sa, è facoltativa. La religione di Tex, il suo credo, è la giustizia. La sua missione è combattere qualsiasi ingiustizia, ovunque e indipendentemente da chi sia stata architettata e realizzata (dovesse anche doversi schierare d’amblé contro chi stava dalla sua parte fino ad un momento prima). Ed è per questo, probabilmente, che è e continua ad essere uno dei personaggi di fantasia più amati e seguiti.

Abbiamo parlato di:
Speciale Tex#23 – Patagonia
Mauro Boselli, Pasquale Frisenda
Sergio Bonelli Editore, Giugno 2009
240 pagine, brossurato, bianco e nero – 5,80€
ISBN 977123655002(90023)

Abbiamo parlato di:
Patagonia
Mauro Boselli, Pasquale Frisenda
Bao Publishing, 2014
264 pagine, cartonato, bianco e nero – 22,00€

Riferimenti:
Sergio Bonelli Editore: www.sergiobonellieditore.it
Bao Publishing: www.baopublishing.it


  1. per essere precisi quanto a geografia, la provincia in cui si muovono i protagonisti di questo volume, in realta’, non è la Patagonia, che si trova più a Sud. La scelta del nome del volume stesso, di per sé molto evocativo, appare geograficamente errata. La superficie che da Buenos Aires va al Cile (in linea orizzontale) è comunemente denominata “Pampa” e in essa vi si trovano regioni quali “La Pampa”, “Mendoza” ed altre. La Patagonia fu sfiorata solo marginalmente dalla “Conquista del Desierto” essendo ancor più inabitata.  

, , , ,

L'articolo Avventura argentina per Tex: Patagonia di Mauro Boselli e Pasquale Frisenda è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/5045-avventura-argentina-tex/feed 0
“C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente”: su “L’intervista”, di Manuele Fior http://www.lospaziobianco.it/134297-vita-tempo-rallenta-vistosamente-lintervista-manuele-fior http://www.lospaziobianco.it/134297-vita-tempo-rallenta-vistosamente-lintervista-manuele-fior#comments Mon, 01 Dec 2014 08:30:32 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=134297 “C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente”: su “L’intervista”, di Manuele Fior | di Daniele Barbieri
Lo Spazio Bianco

Un prezioso intervento di Daniele Barbieri su "L'intervista", di Manuele Fior, un libro che non smette di ispirare nuove analisi.

L'articolo “C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente”: su “L’intervista”, di Manuele Fior è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
“C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente”: su “L’intervista”, di Manuele Fior | di Daniele Barbieri
Lo Spazio Bianco

LINT-089-copia.jpg

Mi era già capitato, scrivendo un post su Cinquemila chilometri al secondo, di trovare un riferimento all’ispirazione di Manuele Fior in una frase di Musil. È l’inizio di “Grigia”, la prima novella di Tre donne:

“C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente, come se esitasse a proseguire o volesse mutare direzione.”

L’intervista, pur raccontando una storia diversissima, funziona nel medesimo modo: i due protagonisti si trovano a incrociarsi quasi per caso, e ciascuno sta vivendo proprio quel momento di rallentamento, quello in cui la vita potrebbe anche fermarsi, o forse cambierà direzione: in più, anche la società in cui vivono si trova a vivere un momento dello stesso tipo, e gli eventi personali di lei avranno conseguenze per tutti, come si scopre al momento dell’intervista, alla fine del volume, oltre un secolo dopo i fatti raccontati nelle pagine precedenti.

 

La crisi sembra essere vissuta anche dai colori, scomparsi come sono da una rappresentazione in bianco e nero che riesce però continuamente a dare l’idea del colore che manca, come fosse stato lavato via. Quasi sempre, il fumetto in bianco e nero è semplicemente quello che è, non ci fa sentire la mancanza del colore; il colore manca solo se per qualche motivo decidiamo che avrebbe dovuto esserci, ma di solito quel motivo non c’è. Qui invece sono le scelte illustrative stesse a farcene percepire continuamente l’assenza – tanto più che nei suoi fumetti precedenti Fior si è sempre contraddistinto per un colorismo molto accentuato, e insieme molto attento. Altrettanto attenta è qui questa carenza di colore, quasi una carenza di vita, quasi una carenza affettiva, come quella che i due protagonisti, per ragioni diversissime, cercano ambedue di colmare.

È davvero una storia d’amore quella che leggiamo in queste pagine?
Be’, certo che la è: ci sono un uomo e una donna, c’è una relazione che cresce, con molte difficoltà, si sviluppa, fa naufragio… Ma c’è anche molto altro, un futuro quasi quotidiano, degli eventi quasi alieni, una normalità messa in crisi tanto nelle vite individuali quanto in quella collettiva, sociale. Alla fine, la storia d’amore, pur restando importante, diventa la storia del nostro futuro – non del tutto comprensibile, certo: come potremmo pretendere di comprendere davvero il nostro futuro?
Un uomo di fine Settecento potrebbe davvero comprendere il nostro presente solo attraverso un romanzo?

LINT-024.jpg

Fior ci sconvolge, ci inquieta. Usa un tratto grafico dall’apparenza semplice, dall’apparenza realista, in realtà facilmente virabile verso una leggera ironica caricatura. Così che tutto è appena sopra le righe; e forse questo è necessario, tanto sottili sono i sentimenti che la sua storia racconta. Se così non fosse questi sentimenti si potrebbero perdere, potrebbero passare inosservati; e il racconto diventerebbe un racconto minimalista, con le sue (spesso insopportabili) immobilità, che dovrebbero costringerci a riempire noi i vuoti, a capire noi quello che succede e che la storia non racconta. E invece il disegno di Fior racconta, con gentile ironia, enfatizzando appena un poco, facendosi perdonare con leggerezza un pelo di leziosità, di didascalicità. È un prezzo molto piccolo da pagare, per un risultato memorabile.

 

L'articolo “C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente”: su “L’intervista”, di Manuele Fior è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/134297-vita-tempo-rallenta-vistosamente-lintervista-manuele-fior/feed 0
Anteprima esclusiva Star Top: Enna e Freccero portano Star Trek su Topolino http://www.lospaziobianco.it/134217-anteprima-esclusiva-star-top-enna-freccero-portano-star-trek-topolino http://www.lospaziobianco.it/134217-anteprima-esclusiva-star-top-enna-freccero-portano-star-trek-topolino#comments Tue, 25 Nov 2014 07:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=134217 Anteprima esclusiva Star Top: Enna e Freccero portano Star Trek su Topolino | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Su “Topolino” #3079, in edicola da mercoledì 26 novembre, verrà pubblicato il primo episodio di Star Top, storia scritta da Bruno Enna e parodia di Star Trek.

L'articolo Anteprima esclusiva Star Top: Enna e Freccero portano Star Trek su Topolino è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Anteprima esclusiva Star Top: Enna e Freccero portano Star Trek su Topolino | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

cover_3079okReduce dal successo di Lo strano caso del Dottor Ratkyll e di Mister Hyde, Bruno Enna torna sulle pagine di Topolino per una storia in tre parti, dal n. 3079 al n. 3081: Star Top, il cui primo episodio è disegnato da Andrea Freccero.
Come suggerisce il titolo, l’avventura si pone come parodia di Star Trek, celebre serie televisiva di fantascienza che ha dato origine anche ad numerosi film.
Il serial ha ottenuto grande successo presso il pubblico non solo per la portata immaginifica di quanto raccontava, ma anche per il messaggio di di pace universale che comunicava, sia attraverso le storie dei viaggi dell’astronave Enterprise sia per la presenza di attori di varie nazionalità nel cast.
Avventura e propositi di fratellanza sono elementi perfettamente concordanti con lo spirito dei fumetti Disney, per cui il passo da serie televisiva a storia di Topolino è più breve del previsto.

TirkTopolino interpreta il capitano T. J. J. Tirk, versione disneyana del capitano Kirk, e Pippo non poteva che interpretare il fedele Spock, qui translitterato in Pippok, amico e stretto collaboratore del capitano.
Il Dottor Leonard McCoy viene qui interpretato da Minni con il nome di Minni McMinny mentre Clarabella diventa Bella Calhura e fa le veci del tenente Uhura.
Completano il cast Gancetto nella parte di Gancet Corvov, controparte di Pavel Chekov, Orazio/Horace Scotton nei panni dell’ingegnere Montgomery Scott e Eta Beta, che diventa la voce del computer di bordo.

PippokDal primo materiale diffuso – tra cui le due tavole in anteprima che vi proponiamo – si può già intuire che Bruno Enna abbia puntato molto sull’umorismo, nell’approcciarsi a questa parodia: il motore a fiondatura in luogo del motore a curvatura ne è un esempio. Ci si distacca così dalla maggior seriosità utilizzata per Dracula di Bram Topker e per Lo strano caso del Dottor Ratkyll e di Mister Hyde, ma considerando la diversa natura dell’opera di partenza e ricordando che lo sceneggiatore sardo ha già dimostrato più volte in passato prova di sottile e calzante comicità, soprattutto nei dialoghi, appare una scelta di registro applicabile e sensata.

gadgetAd accompagnare la storia, Disney/Panini hanno realizzato anche un gadget montabile, allegato per quattro settimane a Topolino.
Si tratta di un veicolo spaziale composto di quattro parti che vanno a formare un’unica astronave ma che, prese singolarmente, rappresentano comunque dei mezzi indipendenti tra loro: una moto rossa/acquascooter, una sonda, una moto blu e una navicella madre. Il personaggio di Tirk, presente nel gadget, potrà quindi prendere alloggio di volta in volta in uno dei quattro ambienti.

Nella gallery di immagini qui sotto potrete trovare:

  • la copertina di Topolino #3079;
  • la prima tavola di Star Top, con i disegni di Andrea Freccero, in anteprima;
  • una tavola di Star Top con i disegni di Andrea Freccero, inedita e in anteprima;
  • le due pagine tratte da Topolino #3078 sul gadget;
  • una pagina di approfondimento tratta da Topolino #3079, inedita e in anteprima.
cover_3079ok Tavola 1 Tavola 14 STAR TOP1 + GADGET1 + GADGET2 , , , ,

L'articolo Anteprima esclusiva Star Top: Enna e Freccero portano Star Trek su Topolino è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/134217-anteprima-esclusiva-star-top-enna-freccero-portano-star-trek-topolino/feed 0
Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Seconda parte http://www.lospaziobianco.it/133271-batman-cinema-carriera-alto-profilo-seconda-parte http://www.lospaziobianco.it/133271-batman-cinema-carriera-alto-profilo-seconda-parte#comments Wed, 19 Nov 2014 14:30:06 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=133271 Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Seconda parte | di Rudy Salvagnini
Lo Spazio Bianco

Continua l'approfondimento sui prodotti cinetelevisivi che fin dagli anni '40 del secolo scorso hanno avuto per protagonista Batman. In questa seconda parte l'attenzione è puntata sulle pellicole di fine anni '90 e sulla trilogia batmaniana filmata da Christopher Nolan.

L'articolo Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Seconda parte è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Seconda parte | di Rudy Salvagnini
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Batman 75

IMG_0089

Banner articoli

Banner omaggi

La decadenza: il dittico di Schumacher

01L’episodio successivo, Batman Forever (1995), segna diversi cambiamenti. In primo luogo il regista non è più Burton, ma il più “normale” Joel Schumacher, capace regista di lungo corso con un curriculum – prima e dopo i Batman – nutrito e non privo di meriti (il fascinoso horror metafisico Linea mortale, per esempio, o il torrido e vendicativo Un giorno di ordinaria follia con Michael Douglas). In secondo luogo l’interprete principale non è più keaton ma Val Kilmer, attore allora all’apice di una carriera che non sarebbe mai davvero decollata. L’approccio alla materia è più apertamente leggero e colorito: permangono tracce burtoniane (Burton è comunque produttore), ma ogni inquietudine è bandita. Schumacher asciuga il grottesco di Burton con un approccio più diretto e piano, anche se naturalmente gli eccessi produttivi non mancano e si traducono in un sovraccarico visivo a volte gradevole, ma più spesso stucchevole. Le scene d’azione sono comunque generalmente ben condotte e adeguatamente dinamiche.
02L’inizio è sulla travolgente lotta di Batman (Val Kilmer) contro Due Facce (Tommy Lee Jones), uno dei “cattivi” classici del fumetto: si tratta della mutazione criminale del probo procuratore distrettuale Harvey Dent, reso deforme a metà dall’acido e impazzito di conseguenza1. Gli sforzi vendicativi di Due Facce – singolare criminale che si affida totalmente (o quasi) al caso e alle decisioni di una moneta lanciata in aria – si incrociano con quelli del dottor Edward Nygma (Jim Carrey), uno scienziato tanto geniale quanto deviato che, elaborata una macchina per la manipolazione cerebrale, diventa presto un super cattivo con il nome di Enigmista.
In questo film compare per la prima volta Dick Grayson (Chris O’Donnell), unico sopravvissuto di una famiglia di acrobati perita per mano di Due Facce. Dick viene accolto dal comprensivo Bruce Wayne e diventa ben presto Robin, ma è guidato dalla cieca vendetta, per cui Batman deve cercare di farlo ragionare. Nella vicenda si inserisce anche la bella psicologa Chase Meridian (Nicole Kidman) che si innamora di Batman, mentre Bruce Wayne si innamora di lei. Ovvio che le cose prima o dopo si sistemino. Nicole Kidman è sempre affascinante, ma il suo personaggio è indefinito, poco ficcante.

04
Jim Carrey è abbastanza vivace come enigmista ma Tommy Lee Jones non riesce ad andare oltre una coloritura di maniera nel tratteggiare Due Facce. Val Kilmer è un Bruce Wayne al limite dell’inconsistenza, quasi catalettico, al punto da far sembrare quello di Michael Keaton un esempio di brillantezza e dinamicità. Il Robin di Chris O’Donnell risulta invece una sorta di incongrua riedizione della Torcia Umana come vista nei fumetti Marvel e (non) vista nel film nascosto sui Fantastici Quattro2 Adolescenzialmente oppositivo e irragionevolmente isterico, è un personaggio poco gradevole e sostanzialmente irritante.
Il film, nel complesso, non convince troppo: ha i suoi momenti di divertimento e di spettacolarità, ma la storia ha poche frecce al suo arco ed è troppo prevedibile per intrattenere.
Il botteghino però mostra piccoli segni di ripresa risente: il budget cresce a 100 milioni di dollari, ma gli incassi mondiali lordi salgono a 336 milioni di dollari.

07Batman & Robin (1997) è di nuovo diretto da Schumacher, che prosegue nella direzione di un alleggerimento dei toni. Le scene d’azione, in particolare, ricercano l’ironica leggerezza di quelle del film del 1966, ma non la trovano: il divertimento resta un po’ vuoto, anche se ipercinetico. La grottesca cupezza di Burton, comunque, è del tutto svaporata.
Mr. Freeze (Arnold Schwarzenegger) è un cattivo di maniera: la sua capacità di ghiacciare tutto è abbastanza scenografica, ma narrativamente poco stimolante. A Freeze – un geniale scienziato vittima di un incidente – serve il freddo intenso per sopravvivere: la sua tuta criogenica lo mantiene perciò a zero gradi. Per farla funzionare, però, Freeze necessita di diamanti. Da cui i furti.

03
Poison Ivy (Uma Thurman) nasce anch’essa da una scienziata, una dottoressa brutta e dedita alla causa della pace, che diventa una super cattiva dedita a perorare il predominio della Natura sugli uomini. Uma Thurman è sufficientemente vamp e sufficientemente strana come Poison Ivy, ma il personaggio, giocato fin troppo sulla caricatura, non è mai davvero minaccioso come almeno in parte dovrebbe invece essere per dare qualche credibilità alle sue azioni.
06Barbara (Alicia Silverstone) è invece la giovane figlia della sorella di Alfred e, giunta a passare una vacanza con lo zio maggiordomo, scopre senza troppa difficoltà il segreto di Batman3, divenendo a sua volta in breve Batgirl con lo scopo dichiarato di affiancare Batman e Robin nelle loro imprese.
In questo film, la fidanzata di turno di Bruce Wayne è la volutamente incolore Julie, pura figura decorativa4. Bruce Wayne è stavolta interpretato da un simpatico George Clooney forse fin troppo bondiano, ma comunque ironicamente affascinante: sicuramente un miglioramento rispetto all’incolore Val Kilmer.
La storia è però sempre più esile e scontata, mero contenitore di scene d’azione ricche di vuoto dinamismo. Conseguentemente il film è anemico, senza anima.
08Robin acquista ancor più peso narrativo, ma resta un personaggio sostanzialmente insopportabile: isterico e geloso, fa rimpiangere il Robin naif di Burt Ward.
Il clima è irreale; di quella irrealtà vanesia e leggera tipica di molti fumetti di super eroi degli anni precedenti: Gotham sembra un teatro sempre più banale di avventure sempre più fiacche. Le scenografie, benché meno caratteristiche di quelle del periodo burtoniano, sono comunque ricche e rutilanti.
Come già accennato, l’idea alla base di questi ultimi due film sembra quella di togliere a Batman tutta la cupezza e il grottesco che Burton gli aveva dato e di tornare alla leggerezza della serie televisiva e del film del 1966, ma l’operazione è compiuta senza l’ispirazione, la consapevolezza, l’autoironia e l’umorismo di quei lavori e ciò che resta è un giocattolone gonfio e con poco senso.
La famosa legge degli incassi decrescenti (e, in questo caso, si potrebbe aggiungere anche della qualità decrescente) si fa sentire: questo film incassa solo 238 milioni di dollari in tutto il mondo a fronte di un budget salito a ben 125 milioni di dollari e perciò alla serie viene posta momentaneamente fine. Necessita una ripartenza da zero. Un reboot, come si usa dire adesso.

 La nuova e oscura serie firmata da Christopher Nolan

Tutto nuovo, tutto diverso. Come era avvenuto nel primo film della serie precedente, viene prescelto un regista assai personale e sulla cresta dell’onda come Christopher Nolan per dargli in mano la franchise.
10Batman Begins (2005) non è solo un nuovo inizio, è una completa rivisitazione del personaggio, con un’attitudine completamente cambiata. La leggerezza scompare sostituita da una cupezza che non è grottesca come nell’epopea burtoniana, ma è melodrammatica (e diventerà, negli episodi successivi, il più possibile realistica). Le origini del personaggio vengono modificate e Bruce Wayne non diventa Batman per una sua idea, ma dietro suggerimento esterno. Lo spunto motivazionale esotico-orientale ricorda The Shadow (e in parte anche Doctor Strange o, se si vuole, Mandrake) e questo non è particolarmente un bene, per quel tanto di risaputo che ormai vi è in un concetto del genere. Ma Nolan prende in mano la franchise con l’intento di apportarvi modifiche sostanziali, di personalizzarla e perciò è ovvio che per qualche colpo andato a segno possa essercene qualcuno (parzialmente) a vuoto.
12Bruce Wayne (Christian Bale), orfano dei genitori e ricco erede, ha abbandonato Gotham City e la ricchezza perdendo ogni scopo nella vita e finendo in una pericolosa e autodistruttiva marginalità. In Oriente, il saggio e misterioso Ducard (Liam Neeson) lo recupera e lo aiuta a ritrovare la sua strada attraverso la mistica orientale, in una setta guidata dal carismatico Ra’s Al Ghul (Ken Watanabe): la cosiddetta Setta delle Ombre, che attraverso un poco comprensibile ragionamento filosofico intende distruggere Gotham City per salvarla dal male in cui è precipitata. Se vogliamo, una sorta di idea alla Sodoma e Gomorra, ma senza la medesima pregnanza mistica.
In questo modo, Nolan non solo esagera nell’enfasi melodrammatica, ma perde un sacco di tempo a raccontarci il perché della scelta di Bruce Wayne, che quindi diventa Batman molto in ritardo rispetto al metraggio del film. Nel farlo, Nolan cerca di approfondire le motivazioni di Bruce – che peraltro restano piuttosto banali – e di rivisitarle per trovare qualche significato filosofico in quella che era e resta soltanto l’applicazione ragionata di un semplice meccanismo di azione-reazione, di torto e vendetta. Temperato, certo, dalla ricerca di una vera giustizia che trasforma un vendicatore in un paladino del bene, o giù di lì, ma la sostanza non cambia molto. Anche l’addestramento nelle arti marziali e nella loro filosofia è di sostanziale banalità, già visto e rivisto in molti altri film. L’averlo posto alla base della creazione di Batman appesantisce e non rivitalizza il personaggio. Il tentativo è chiaramente quello di un approccio serissimo per cercare di andare alla radice delle cose, ma in questo primo film gli equilibri narrativi non vengono trovati. Si capisce che lo scopo è quello di spiegare in modo credibile la transizione tra vendetta e giustizia, ma la sovrastruttura è eccessiva nei tempi dedicati e troppo banale per raggiungere lo scopo.
13Detto questo, la ribellione di Bruce all’estasi mistica e sacrificale della Setta delle Ombre è una svolta interessante e può alla fine rappresentare un degno presupposto della creazione di Batman. Inoltre, per quanto sia lunga e poco avvincente, questa parte “orientale” è un elemento che tornerà alla luce nell’episodio conclusivo della trilogia e in questo senso possiede quindi una giustificazione narrativa: poteva essere abbreviata, ma resta significativa nell’insieme del racconto.
Quando la vicenda arriva a Gotham City, si fa la conoscenza con Carmine Falcone, un boss della mala, ma molto tempo viene anche dedicato alla creazione della batcaverna e di tutte le sovrastrutture batmaniane. Anche qui, si fa come se nessuno spettatore ne sapesse niente e ciò, se può aiutare i neofiti, annoia un bel po’ chi già ha qualche conoscenza anche superficiale del personaggio. Lo scopo è dare maggiore realismo, ma così facendo si appesantisce la narrazione e si perde di vista il vantaggio delle ellissi che permettono di bypassare i tempi morti.
Morgan Freeman interpreta Lucius Fox – uomo di fiducia di Bruce Wayne all’interno della Wayne Enterprises – come se fosse una specie di Q bondiano incardinato nella struttura societaria: è lui, a partire da una struttura tecnica segreta, a dotare Bruce Wayne di tutti i gadget utili nella lotta contro il crimine. Il vero cattivo – lo psichiatra malvagio con la maschera mostruosa e cangiante a seconda delle ossessioni di chi la guarda – è un po’ fiacco. Il guru Ra’s Al Ghul è indicato dallo psichiatra come il boss, ma a questo riguardo ci sarà una sorpresina verso la fine.
La sceneggiatura cerca di popolare il racconto di dialoghi che mirano alla “profondità”, ma quasi mai la trovano, trovando invece spesso l’enfasi. Il cambiamento rispetto ai film di Schumacher è comunque netto, ma il film è lento, sovradimensionato e sovraccarico rispetto alla storia in fondo esile che ha da raccontare. Alcuni elementi sono inoltre poco centrati: il fatto, ad esempio, che i pipistrelli intervengano in aiuto di Batman, a un certo punto, è una trovata scenografica interessante, ma totalmente senza senso.
La batmobile è invece una sorta di curioso carro armato agile e potente, una variazione simpatica. L’inseguimento in auto è decisamente spettacolare e ben condotto.
L’introduzione del personaggio di Rachel (Katie Holmes), assistente del procuratore distrettuale, è funzionale, ma in questo caso poco significativa: fiamma adolescenziale di Bruce Wayne conosce il segreto della sua doppia vita e rappresenta – in modo però un po’ meccanico e poco giustificato – il fulcro del dilemma tra le due identità di Bruce, che per arrivare a lei dovrebbe rinunciare alla sua parte nascosta. Un punto di forza è rappresentato dall’intensa interpretazione di Christian Bale, oltre che da quella efficiente di Michael Caine nel ruolo di Alfred.

11
Il tentativo di Nolan è quello di prendere sul serio il personaggio – Batman è torvo, il clima è tetro – e di farlo prendere seriamente anche agli spettatori, senza concedere nulla all’ironia e alla sospensione dell’incredulità tipica del fumetto e del cinema supereroistico. è un rischio notevole che non sempre paga, ma l’averlo corso è meritevole di stima. L’aver fatto parlare Batman con voce artefatta e irragionevolmente cavernosa però rema contro questo tentativo di realismo e sfiora il ridicolo involontario.
L’esito al botteghino è discreto e questo consente alla serie di proseguire: l’incasso mondiale lordo è di 374 milioni di dollari, con un sontuoso budget di 150 milioni di dollari.

14Il capitolo successivo segna un deciso miglioramento, come se, dopo un avvio stentato per la necessaria messa a punto (soprattutto delle ponderose premesse), la macchina avesse trovato il modo di funzionare a puntino. Il cavaliere oscuro (2008) mette in mostra sin dall’inizio un meccanismo narrativo che, nonostante la lunghezza, è oliato, avvincente e ricco di idee. La sequenza iniziale con la rapina e le progressive eliminazioni dei banditi tra loro è ottima, gestita con brio, vivacità, sarcasmo e intelligenza. Nolan inserisce bene Batman all’interno di una trama gangsteristica atipica e l’introduzione degli imitatori dell’uomo pipistrello è un tocco simpatico e curioso che vale anche a rafforzare l’effetto simbolico del personaggio all’interno del tessuto sociale.
Viene introdotto il personaggio di Harvey Dent (Aaron Eckhart), procuratore distrettuale ambizioso ma al tempo stesso onesto e dedito al trionfo della giustizia. Diversamente dalla serie precedente, Dent viene molto approfondito dal punto di vista psicologico e ampio spazio viene dato alla sua figura ben prima che diventi Due Facce. In questo modo, Dent diventa una sorta di alter-ego di Batman, la faccia “normale” della lotta per la legalità: lui è la persona che potrebbe risolvere in modo corretto e ordinario i problemi che un personaggio oscuro e segreto come Batman è costretto a risolvere in modo straordinario. La vittoria di Dent sul crimine sarebbe quindi la dimostrazione che tutto è tornato nella normalità, come dovrebbe essere in una società sana, e che non c’è più bisogno che un giustiziere mascherato si faccia carico delle carenze della giustizia ordinaria. Per questo, lo stesso Bruce Wayne appoggia Dent, nonostante il procuratore sia l’attuale fidanzato di Rachel (Maggie Gyllenhaal), la vecchia fiamma che Bruce non si è ancora rassegnato a perdere. Nolan evita di ricorrere a schematismi caratteriali e fa in modo che Dent emerga come un personaggio sfaccettato e positivo, realistico nelle sue reazioni umane. In fondo anche quando viene sfigurato e, sostanzialmente, si trasforma in Due Facce (pur senza diventarlo ufficialmente), mantiene una logica, ancorché deviata, nelle sue azioni. La drammaticità del personaggio di Dent è ben giocata e anche la chiusa della sua parabola con il coinvolgimento “passivo” di Batman ha una buona forza simbolica: proprio perché è un simbolo positivo nella sua ordinarietà, la figura di Dent non è rinunciabile e non deve essere sporcata.

15
Il cattivo di questo film è il più classico dei cattivi batmaniani: il Joker, che un ispirato Heath Ledger rende in modo meno funambolico rispetto a Jack Nicholson, ma più psicopatico e realisticamente minaccioso, proprio per la stranezza e imprevedibilità dei suoi fini e dei suoi ragionamenti. La filosofia del Joker è esposta con ingegnosità e risulta credibile nella sua lucida follia.
Rispetto all’episodio precedente c’è un evidente cambio di passo: il film è più teso, più tenebroso, più realistico e meglio raccontato. Il ritmo è sostenuto: nonostante la consistente durata del film non si avvertono momenti di particolare stanchezza. L’azione è dinamica e ben gestita. Il confronto tra Batman e il Joker ha toni violenti e drammatici sostenuti e credibili. La storia è molto articolata e non perde mai la presa sugli spettatori, con sufficienti svolte narrative da mantenerla sempre interessante. Molto bella dal punto di vista figurativo la moto generata dalla distruzione della batmobile.
17Il cast si conferma valido, pur con qualche cambiamento. Maggie Gyllenhaal è una Rachel più autonoma e disinvolta, ma fisicamente meno appariscente di quella di Katie Holmes: in questo modo il personaggio cambia sensibilmente, acquistando alcuni tratti di una Lois Lane leguleia. Gary Oldman è un commissario Gordon molto più al centro della vicenda rispetto a quello, di pura maniera, interpretato da Pat Hingle nella serie precedente. Christian Bale e Michael Caine si confermano ottimi nei loro ruoli.
Il successo è planetario e inarrestabile: il budget sale a ben 185 milioni di dollari, ma gli incassi schizzano a un miliardo e quattro milioni su scala mondiale, un risultato straordinario.

19Inevitabile il seguito, Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012), sempre di Christopher Nolan che porta a conclusione la trilogia riannodando alcuni fili narrativi e recuperando diversi elementi di continuity dal primo film.
Bane (Tom Hardy), ruvido e crudele fuoriuscito della Setta delle Ombre, sta ordendo un piano terribile che mira alla distruzione di Gotham City, eletta come sempre a simbolo del malaffare e della corruzione.
Christian Bale è sempre più padrone del personaggio, capace di fornire un Bruce Wayne sfaccettato e credibile oltre che un Batman deciso e cattivo al punto giusto (a parte il discorso della voce amplificata). Bane, invece, è un cattivo minaccioso e sufficientemente terribile, ma non troppo caratterizzato: sembra un qualunque wrestler mascherato5 dall’aria truce e tale rimane anche dopo che la sua storia è stata un po’ approfondita. Comunque svolge adeguatamente la sua funzione di nemesi apparentemente imbattibile.
I rivolgimenti nella vita di Bruce Wayne con l’estromissione dalla sua compagnia a seguito di manovre finanziarie malandrine e l’abbandono sofferto da parte di Alfred sono sufficientemente interessanti, se non sconvolgenti, e aprono la strada all’espediente drammatico principale del film. Bruce Wayne e Lucius Fox hanno, infatti, realizzato a caro prezzo un potentissimo reattore che potrebbe generare ottima energia, ma potrebbe anche, se modificato, diventare una temibile arma. Perciò Wayne era restio a metterlo in funzione e a rivelarne pubblicamente l’esistenza. Quando però si rischia che il reattore entri sotto il controllo, indirettamente, di Bane, Wayne rivela all’amica facoltosa e affarista Miranda Tate il segreto del reattore ottenendo che la donna metta in atto una manovra finanziaria tale da conquistare il controllo della Wayne Entreprises a danno di Daggett l’uomo che pensa di controllare Bane, ma che invece ne è solo una pedina.

20
Bane riesce comunque con la forza a conquistare il controllo del reattore e a trasformarlo in una bomba nucleare da quattro megatoni. La sua intenzione sarebbe quella di far esplodere la bomba nel centro di Gotham City in modo da distruggerla completamente. Prima però, capziosamente, fa credere alla popolazione che sia possibile creare una società nuova facendo piazza pulita di quella precedente, marcia e corrotta. Il commissario Gordon e il giovane detective Blake (Joseph Gordon-Levitt) – toccato in gioventù dalla beneficenza della famiglia Wayne – cercano di contrastare i piani di Bane, nonostante l’ignavia del pavido ufficiale Foley (Matthew Modine) e nonostante che tutti i poliziotti della città siano finiti in trappola da mesi nei tunnel sotterranei. Tutti aspettano il ritorno di Batman, che, sconfitto da Bane, è stato da questi gettato in una prigione in fondo a un pozzo dal quale solo uno è riuscito a uscire in precedenza. Dire chi è stato significherebbe rivelare uno dei colpi di scena del film per cui non lo farò, limitandomi a dire che, ovviamente, il secondo a riuscirci sarà Bruce Wayne che così si trasformerà di nuovo in Batman e capeggerà la rivolta contro Bane, collegato in molti oscuri modi a Ra’s Al Ghul, in una maniera che richiama sin troppo il feuilleton e viene enfatizzata ulteriormente dalle svolte finali.
DARK KNIGHT RISESIl clima minaccioso che aleggia su Gotham è costruito con efficacia e, nella descrizione dell’aspettativa del disastro, richiama il filone catastrofico. La descrizione della Gotham rivoluzionata generata dal nuovo ordine di Bane è notevole per cupezza orwelliana, anche scenograficamente. Pur restando un cattivo banalmente totalitario nella gestione del male, Bane fa mostra di un populismo insidioso e affascinante, non lontano da quello che si sente molto spesso anche qui in Europa nella vita reale: il suo discorso alla popolazione è sottile perché basato sulla rivelazione della verità su Harvey Dent messa a confronto della necessitata menzogna orchestrata da Gordon e Batman per fare dello stesso Dent un simbolo positivo, utile per una società che ne aveva estremo bisogno. Le situazioni sono quindi presentate in un modo maturo e complesso.
In questo seguito, però, l’equilibrio dinamico del film precedente si altera e si torna almeno in parte all’enfasi melodrammatica di Batman Begins. La durata quasi interminabile non va a vantaggio della narrazione che resta sufficientemente tesa, ma non raggiunge i livelli di efficienza dell’episodio precedente.
Batman – che è il caso di ripeterlo non ha super poteri – viene comunque dipinto efficacemente come un eroe vulnerabile, sofferente, spesso ferito. Anche i suoi nemici sono privi di super poteri e questo dà al confronto maggiore realismo e drammaticità. La partecipazione di Batman è comunque ridotta nei tempi, come se fosse un simbolo che deve avere il tempo di rendersi necessario. Maggiore rilievo, rispetto ai film delle altre serie, hanno personaggi come il commissario Gordon, reso sempre con sofferto vigore dal bravo Gary Oldman, o Blake (di cui si preannuncia la trasformazione in Robin)6 e Bruce Wayne stesso. Anche Alfred viene allontanato dal cliché onorevolmente reso nella serie precedente da Michael Gough e si trasforma in un personaggio più complesso e meno deferente, nell’interpretazione sottile e appassionata di un grande come Michael Caine.
18Un altro personaggio di qualche complessità è quello di Selina/Catwoman. Ann Hathaway ne rende con un fascino scattante la natura ambivalente di reietta proiettata verso una fuga forse impossibile.
Il successo è ancora una volta molto consistente: il budget arriva addirittura a 250 milioni di dollari, ma gli incassi svettano a un miliardo e 84 milioni di dollari lordi nel mondo. La trilogia sembra conclusa, anche se in modo aperto. Il futuro ci riserva un incontro tra Batman e Superman che in quanto tale non potrà che sconfessare in toto lo spirito di questi tre film, fermamente ancorati a un registro realistico, e riportare, almeno apparentemente, il personaggio nell’alveo supereroistico più tradizionale. Ma naturalmente non si può parlarne prima d’averlo visto. Per intanto, resta da segnalare la serie televisiva Gotham, che per una volta mette al centro dei giochi il commissario Gordon, in una nuova variante di una parabola narrativa che sembra non avere fine.

21


  1. Come abbiamo visto, Dent compariva brevemente nel primo episodio della serie. Lo interpretava Billy Dee Williams 

  2. Ne ho scritto nell’articolo dedicato al cinema dei Fantastici Quattro, in questo stesso sito 

  3. Curiosamente, a ogni film l’identità di Batman viene rivelata a qualcuno (Vicky Vale, Selina, Chase, Barbara): un vero e proprio segreto di Pulcinella 

  4. Infatti, è incolore come personaggio, ma quanto a “decoratività” non le manca nulla essendo interpretata da Elle Macpherson 

  5. Non a caso, Bane, al termine del primo scontro con l’uomo pipistrello, gli toglie la maschera, come avviene, a segno di totale resa e di onta perenne, nel wrestling messicano 

  6. La cui assenza nella trilogia è stata una vera e propria benedizione, almeno a giudicare da come il personaggio era stato trasposto sullo schermo nella serie precedente 

L'articolo Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Seconda parte è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/133271-batman-cinema-carriera-alto-profilo-seconda-parte/feed 0
Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Prima parte http://www.lospaziobianco.it/133157-batman-cinema-carriera-alto-profilo-parte http://www.lospaziobianco.it/133157-batman-cinema-carriera-alto-profilo-parte#comments Tue, 18 Nov 2014 09:45:01 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=133157 Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Prima parte | di Rudy Salvagnini
Lo Spazio Bianco

Batman è il personaggio a fumetti che ha saputo imporsi più di altri supereroi anche nel media televisivo e cinematografico. Presentiamo un approfondimento sui prodotti cinetelevisivi che fin dagli anni '40 del secolo scorso hanno avuto per protagonista l'uomo pipistrello.

L'articolo Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Prima parte è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Prima parte | di Rudy Salvagnini
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Batman 75

IMG_0089

Banner articoli

Banner omaggi

 

Batman, un supereroe atipico 

Batman è un supereroe atipico almeno per un paio di motivi. Il primo è che si tratta di un super eroe senza superpoteri. In questo dimostra una diretta derivazione dal padre di tutti i super eroi, L’Uomo Mascherato di Lee Falk (disegnato, all’inizio, da Ray Moore), con il quale condivide l’origine sanguinosa della sua vocazione e l’intento di porsi come fautore di una “giusta” vendetta contro il crimine. Con l’Uomo Mascherato condivide anche il tono violento e dark delle avventure dei suoi primi anni, anche se non possiede l’alone mitico ed esotico che caratterizzava il primo eroe in calzamaglia.

260891
Il secondo dei motivi è la presenza di Robin, il ragazzo meraviglia con cui forma il cosiddetto duo dinamico. Normalmente, i super eroi lavorano da soli o formano team più (Marvel) o meno (DC) litigiosi con altri loro pari. Difficilmente si associano a ragazzetti e il fatto che il costume di Robin sia uno dei più impresentabili e kitsch del pur vasto e improbabile campionario del mondo supereroistico ha dato la stura a ipotesi e commenti della più varia natura1. Tanto è vero che in epoche più recenti, quando ha cercato di recuperare una dimensione più lugubre e seriosa, Batman si è spesso separato da Robin, anche lui sottoposto (nei fumetti) a diversi lifting caratteriali.
Ma un’analisi di questo e degli altri aspetti intrinseci del fumetto la lascio ai batmaniani che, per la verità, se ne sono già occupati parecchio. A me, qui, interessa soprattutto, a mo’ di premessa, porre l’accento sulla relativa diversità che contraddistingue Batman nell’alveo dei supereroi. Batman supplisce alle sue carenze di potenza – è solo molto allenato e non ha, come detto, neanche lo straccio di un super potere – con una serie di gadget tecnico-pratici divenuti oggetto di svariate gag da più parti, compresi gli in-jokes del periodo light sullo schermo piccolo e grande (gli anni ‘60). Dal batarang alla batmobile alla batcaverna, sappiamo che tutto ciò che è di Batman potrebbe essere caratterizzato dall’apposizione del prefisso bat. La similitudine bondiana è stata largamente percorsa dagli anni ’60 in poi, ma questa caratteristica del personaggio era preesistente e per certi versi originale.
Al cinema, Batman ha inizialmente avuto un destino non dissimile da quello di altri personaggi dei fumetti, ma poi si è distinto per due serie ad alto budget e alto gradimento del pubblico che hanno in sostanza ridefinito il cinema supereroistico: ciò lo rende un personaggio di particolare interesse per un’analisi critica dal punto di vista cinematografico.

Batman: i serial

01Realizzato nel 1943 in quindici episodi, il primo serial, intitolato semplicemente Batman, segna l’ingresso del supereroe nel grande schermo, seguendo l’esempio di praticamente tutti i grandi personaggi del fumetto americano di quegli anni.
La presentazione del personaggio è adeguatamente tonitruante ed esplicativa, con la stentorea voce narrante a illustrare le qualità del duo dinamico (Batman e Robin), che collabora con la polizia presentandole criminali impacchettati e pronti per la galera (con tanto di logo batmaniano impresso in fronte, a imitazione del segno del teschio dell’Uomo Mascherato). Bruce Wayne simula d’essere un pigro playboy in stile don Diego de la Vega (più che Clark Kent) per non indurre sospetti sulla sua persona, ma in realtà, come Batman, ingaggia una serrata lotta contro il temibile dottor Daka, il primo cattivo cinematografico batmaniano.
02Gli effetti speciali sono semplici ma efficienti: per fare un esempio, l’auto dei rapitori cambia colore e targa continuando a viaggiare. Il ritmo narrativo non è molto sostenuto, ma le cose si tengono in movimento con i classici metodi del serial: inseguimenti d’auto a moderata velocità, corse e zuffe, con qualche elemento particolare come un tunnel dell’orrore giapponese a rendere l’idea della nazionalità del cattivo. Non bisogna dimenticare, in effetti, che si era in tempo di guerra. Il dottor Daka, non appena compare, si lancia in una tirata antidemocratica e pro giapponese classicamente da cattivo dei fumetti (e dei serial). Baffetti alla Mandrake, capelli brillantinati e parlata finto-jap, Daka non è però un cattivo di grande spessore, nonostante sia interpretato da un ottimo attore come J. Carroll Naish2,  che fa quel che può con un ruolo sin troppo di maniera. La prerogativa di Daka – non dissimile da quella di altri cattivi del periodo3 – è quella di saper trasformare elettronicamente uomini normali in zombie, privandoli della capacità di pensare. Nell’ambito del suo piano criminale, Daka rapisce un importante scienziato e riesce, con un apposito siero della verità, a carpirgli delle importanti informazioni. Ciò rende necessario il fattivo intervento di Batman e Robin.
03Lewis Wilson è un Bruce Wayne del tutto ordinario e un Batman adeguato, mentre Douglas Croft è un Robin il cui unico elemento caratteristico è una capigliatura sparata. Le loro scene d’azione sono sufficientemente movimentate, ma non troppo ispirate. Di buono c’è – ai fini del realismo – che se le prendono di santa ragione più di qualche volta da parte di semplici banditi in giacca e cravatta. Gli elementi fondanti principali del fumetto ci sono: dalla batcaverna al maggiordomo Alfred, ai costumi più o meno somiglianti. Ma il budget modesto non permette la creazione di una batmobile adeguata. Il tono è spesso leggero, con svariati momenti di umorismo a punteggiare l’azione. Nell’insieme, niente di eccezionale, ma in linea con la media dei serial dell’epoca. Dirige con competenza lo specialista Lambert Hillyer, che tra i titoli di distinzione del suo curriculum ha due horror come Il raggio invisibile (1936) con Boris Karloff e, in particolare, l’elegante e stilizzato La figlia di Dracula (1936).

04Il secondo serial, intitolato Batman and Robin (1949), vede un totale rinnovo del cast, ma mantiene le caratteristiche tipiche del precedente. Bruce Wayne è sempre un pigro playboy e Dick Grayson il suo giovane amico. Su di loro veglia il maggiordomo Alfred, il solo che conosce la loro vera identità. Il commissario Gordon (Lyle Talbot)4) invia il bat-segnale per richiedere l’aiuto di Batman: alcuni banditi hanno assaltato il laboratorio di ricerca elettronica dove si trova il segreto di un radiocomando in grado di controllare ogni automezzo nel raggio di cinquanta chilometri. Anche stavolta Batman non ha una batmobile figurativamente all’altezza, ma, assieme a Robin, si lancia comunque all’inseguimento dei criminali. Inutilmente. Il professor Hammill (William Fawcett), un antipatico sulla sedia a rotelle, aveva progettato il radiocomando: quando sa che è stato rubato si infuria ed esprime il suo sdegno verso autorità così incompetenti. Ma in realtà Hammill, grazie a una poltrona a raggi, è in grado di recuperare segretamente la forza per muoversi e camminare. Subito compare Wizard, un super cattivo mascherato che dispone del radiocomando e comincia a usarlo con la sua banda per rubare diamanti. Batman e Robin si mettono in azione per contrastare Wizard. La storia è maggiormente articolata e il cattivo più significativo, grazie anche a una minaccia più fantascientifica, ma l’anima del serial non cambia e rimane legata a rivolgimenti continui (nonché prevedibili) e a meccanismi risaputi. Il cambio di cast non porta variazioni qualitative di particolare interesse e il prodotto finale resta sostanzialmente confinato a un’aurea mediocrità. Compare Vicki Vale, interpretata da Jane Adams, fotoreporter intrepida e bisognosa di protezione da parte del duo dinamico5.

08

Dopo una lunga pausa il trionfo del pop: la serie televisiva e il film

Batman ritorna sugli schermi, questa volta televisivi, con una serie che si dimostra subito azzeccata nei toni e negli esiti. Colorata e vivace, ottiene un buon successo e si protrae per tre stagioni (dal 1966 al 1968): una durata non straordinaria, ma comunque significativa dell’appeal dimostrato dal personaggio.
Il successo è tale da generare anche un lungometraggio che viene distribuito al cinema, con il medesimo cast della serie televisiva. Batman (1966) di Leslie H. Martinson è un film pienamente figlio dei suoi tempi, caratterizzato da un simpatico gusto pop e dalla predominanza di un’ironia che tutto domina e sovrasta.
07Quattro temibili super criminali – il Jolly (Cesar Romero), l’Enigmista (Frank Gorshin), il Pinguino (Burgess Meredith) e Catwoman (Lee Meriwether) – si coalizzano per realizzare un piano temibile, anche se del tutto privo di senso. In possesso di un’arma micidiale in grado di deidratare le persone e di ridurle a mucchietti di polvere, ne approfittano per liofilizzare e rapire l’intero Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, chiedendo un miliardo di dollari di riscatto per ciascuno dei nove membri. Sulle tracce dei criminali ci sono però, con la benedizione del commissario Gordon (Neil Hamilton), nientemeno che Batman (Adam West) e Robin (Burt Ward), il duo dinamico.
Realizzato, come detto, sulla scia della serie televisiva6 con gli stessi interpreti, il film è una sarabanda pop caratterizzata da uno spirito anarchico e libertario – rispetto alle forme e agli stilemi del cinema super eroico – che lo rende ancora oggi unico. L’ironia e l’umorismo la fanno da padroni, prendendosi gioco dei personaggi, di ciò che rappresentano e del genere cui appartengono. I dialoghi sottolineano senza sforzo l’enfasi, l’idiozia e l’assurdo che vengono invece normalmente presi sul serio nelle avventure supereroistiche. I super criminali sono tratteggiati con una vivacità esasperata e decisamente sopra le righe da un cast che sembra spassarsela alla grande. Burgess Meredith7) è perfetto nel ruolo del Pinguino, mentre Lee Meriwether8 sparge sensualità in quello di una Catwoman del tutto inutile dal punto di vista dell’efficacia. Più di maniera, ma comunque efficaci, un irriconoscibile Cesar Romero (di solito sobrio e serio) nel ruolo del Jolly e Frank Gorshin in quello di un esagitato e inetto Enigmista. Di fronte a tanta gigioneria, Adam West è impagabilmente compassato nella parte di Batman, seguito con solo un tantino di eccesso da Burt Ward in quella di Robin. Certe trovate sono irresistibili, come quando Batman decide di compiere di corsa il tragitto sino alle Nazioni Unite per evitare di rimanere bloccato nel traffico con l’auto e Robin lo segue a malincuore tradendo ben presto dolori alla 09milza. Lo spirito dei fumetti viene ricreato per essere amabilmente sbeffeggiato. Le onomatopee compaiono sovrimpresse sullo schermo nella scombiccherata lotta finale sul ponte del sottomarino a sottolineare i colpi scambiati tra buoni e cattivi. La storia è totalmente insensata, ma è solo un pretesto per una parodia amabilmente trattenuta, che ha forse l’unico difetto di durare un po’ troppo e di diluire quindi in eccesso le sue carte. Alcuni aspetti denotano un’apprezzabile sottigliezza: quando Batman, nelle sue vesti di Bruce Wayne, è da solo con Catwoman (in borghese) e ne subisce il fascino, Robin, chiaramente geloso, spegne il visore sul quale Batman gli aveva chiesto di controllare, per sicurezza, quanto accadeva: in questo modo Bruce viene rapito e sono comicamente evidenziate le implicazioni da sempre suggerite dagli esegeti più puntuti e maliziosi della serie. I colori sono vivaci e brillanti, perfetti per il tono del film e caratteristici dell’epoca cui appartiene. Per l’inventiva, la sfrenata libertà, la vivacità e la brillantezza, resta probabilmente uno dei migliori film di Batman, in contrasto con la cupezza grottesca di diversi di quelli che seguiranno. Certo, bisogna essere nello spirito adatto per apprezzarne l’atteggiamento camp e disinibito, ma se si entra nella lunghezza d’onda giusta il film mantiene con continuità la sua gradevolezza. Leslie Martinson (autore anche di un bizzarro e scanzonato veicolo per Raquel Welch, Fathom – Bella e intrepida spia del 1967) vanta una carriera sterminata prevalentemente televisiva, ma si mostra qui perfettamente in grado di guidare una macchina sconclusionata e delirante che prende di petto le assurdità intrinseche del genere supereroistico fumettistico e le enfatizza con stile per trarne motivo di spensierato intrattenimento. La lunghezza e l’eccessiva esilità della trama – non dissimile da quella di un’avventura a fumetti di una ventina di pagine – compromettono solo in parte il divertimento.
Per inciso, vale la pena di ricordare che la serie televisiva, in piccolo, ha le medesime caratteristiche ed è ricca di un’ironia venata di simpatica demenzialità: per fare solo un esempio, nell’episodio The Cat and the Fiddle (1966) diretto da Don Weis, Batman e Robin arrivano a spron battuto con la batmobile e parcheggiano davanti a una banca all’interno della quale devono sventare il complotto di Catwoman. Robin fa per precipitarsi dentro, ma Batman lo ferma: c’è da mettere la moneta nel parchimetro. Robin obietta che nessuno metterebbe la multa alla batmobile, ma il probo Batman ricorda che loro devono comportarsi sempre da bravi cittadini.

File created with CoreGraphics

Dopo il grande buio, il grande ritorno: l’epopea burtoniana

Per lunghi anni Batman resta lontano dal grande e dal piccolo schermo, a parte i cartoni animati (che restano fuori da questa indagine). I super eroi della Marvel hanno preso piede in campo fumettistico relegando i più classici personaggi della DC in un angolo dell’immaginario collettivo. Inoltre, quando si tratta di tentare la trasposizione in grande stile sugli schermi cinematografici a essere scelto è Superman, il super eroe per antonomasia9. Ma nel corso degli anni i fumetti di Batman vivono periodi di grande trasformazione. In particolare, significativo per il mood e il look del personaggio è l’intervento di Frank Miller che, anche cronologicamente, può essere visto come presupposto per il grande ritorno al cinema di Batman, che avviene nel 1989 con un kolossal affidato alle mani per nulla avvezze alla “normalità” di Tim Burton.
10Batman (1989) mantiene i toni dark del fumetto milleriano, ma com’è ovvio che sia risente ancor più di quella particolare atmosfera comico-grottesca-orrorifica che è la cifra stilistica di Burton. In questo primo film, il regista, forse intimidito dal consistente budget messogli a disposizione e consapevole della necessità di garantire il ritorno economico auspicato, evita di esagerare e mantiene salda la rotta narrativa, pur disseminandola di elementi bizzarri e privilegiando un’ambientazione che è tutto fuorché realistica. Pur mantenendosi insolitamente sobrio, infatti, Burton riempie l’immagine della sua tipica estetica. Lontana è la spensierata vivacità dei serial e lontanissimo lo spirito divertito e ironico del film del 1966. Per la prima volta la cupezza che fu delle prime storie del Batman fumettistico e soprattutto del restyling milleriano viene catturata sullo schermo. Gotham City sembra un irreale girone dell’inferno, dove il malaffare domina: architettonicamente, è uno strano miscuglio di vecchio e nuovo, di gotico e moderno.
14La storia mette Batman di fronte a quello che forse rimane il “cattivo” più famoso della serie, il Jolly, qui rimasto nella denominazione originale di Joker. Le origini di Batman sono salutarmente e convenientemente ridotte all’osso, dando loro l’evidenza di mero pretesto all’esistenza del super eroe. Niente a che vedere con la magniloquente enfasi che appesantirà il reboot Batman Begins qualche anno più tardi. Qui ci si sofferma brevemente sul dramma vissuto dal Bruce bambino e ci si limita a ritornarvi verso la fine per inserirvi un twist che coinvolge un giovane Joker (Hugo Blick – poi produttore, regista e sceneggiatore televisivo – che non assomiglia troppo a Jack Nicholson, ma ha comunque un viso inquietante, alla Richard Widmark).
Grissom (Jack Palance) è il boss della mala di Gotham City che il Sindaco e il procuratore distrettuale Harvey Dent (Billy Dee Williams)10 vogliono incastrare. Jack, il futuro Joker (Jack Nicholson), è il malevolo e ambizioso socio di Grissom. Quando il vecchio gangster, geloso delle attenzioni di Jack nei confronti della sua amante e preoccupato di mantenere il proprio potere, fa finire in trappola il socio, questi resta sfigurato da composti chimici e si trasforma nel Joker, capace in breve di eliminare Grissom, diventare il boss di tutta la mala cittadina e costituire un avversario che solo Batman può affrontare.
Il contesto riporta al Batman più classico, con una batmobile all’altezza, bondiana al punto giusto, e la presenza di Alfred, il sempiterno e deferente maggiordomo interpretato con gusto da Michael Gough, attore di lungo corso che gli appassionati dell’horror ricorderanno per le sue molte caratterizzazioni flamboyant nel genere (da Konga a Diario proibito di un collegio femminile). Alcune gag (non troppe, per la verità) sono irresistibili, come il look dimesso e trascurato dei giornalisti televisivi che non osano usare cosmetici e conseguentemente perdono ogni glamour.
La dimostrazione che i soldi sono tutto in una società senza valori è data graficamente nel corso della distribuzione pubblica di denaro con cui il Joker vuole sostituirsi alle autorità per dare al pubblico – malato e avido – la festa che richiede. I pupazzi gonfiabili di questa festa finale sono molto godibili e anch’essi tipicamente burtoniani. Le autorità sono del tutto imbelli, sempre trincerate dietro insulsi e codardi no comment a dimostrare la necessità di Batman. Il quadro che emerge è quindi quello di un conglomerato sociale decadente e privo di qualità, nel quale si trova ad agire un personaggio cui tutti affidano volentieri il compito del mantenimento di uno status quo che fa soprattutto comodo a chi detiene il potere.
13Michael Keaton è un Bruce Wayne adeguato, anche se sotto tono, e un Batman un po’ blando soprattutto se messo a confronto con un Joker reso in modo irresistibile da un Jack Nicholson in stato di grazia che non si preoccupa per niente di esagerare. Il confronto è diseguale e il film è in sostanza sulle spalle di Nicholson, delle scenografie e degli effetti speciali, con un risultato complessivo soddisfacente, ma non eccezionale.
è questo in pratica il primo film di un nuovo corso del genere supereroistico che troverà sviluppo completo solo qualche anno dopo con il primo episodio della saga degli X-Men, che lancerà definitivamente gli eroi in calzamaglia nell’empireo cinematografico rifacendosi in gran parte al pantheon della Marvel.

11Il successo è notevole: circa 411 milioni di dollari di incasso lordo mondiale, partendo da un budget di 35 milioni di dollari. La conseguenza è il seguito Batman – Il ritorno (1992), che vede di nuovo Tim Burton al timone di comando. Stavolta il regista, forte del successo del film precedente, non ha remore. L’inizio ha la cattiveria e la stranezza visuale tipiche del più puro Burton, con l’abbandono del piccolo “pinguino” – un neonato presumibilmente deforme – da parte degli inorriditi genitori nelle fogne con una modalità (un cestino galleggiante in un corso d’acqua) che richiama sia Mosè sia il Fantasma dell’Opera. Dopo l’autocontrollo del primo film, in questo secondo Burton va quindi a briglie sciolte.
12Il facoltoso imprenditore Max Schreck11 (Christopher Walken) vuole costruire una nuova centrale elettrica. Per facilitarne la realizzazione cerca di utilizzare i suoi stretti contatti con il Sindaco di Gotham. Il Pinguino (Danny De Vito) è un essere deforme e malevolo che vive nelle fogne della città dove è giunto in seguito all’abbandono da parte dei genitori. Ora intende riemergere alla luce del giorno e, nel contempo, vendicarsi un po’ di tutti. A questo scopo intende unirsi a Schreck che coglie subito la convenienza di una tale opportunità. Selina Kyle (Michelle Pfeiffer), la sciatta segretaria di Schreck, scopre che la centrale elettrica del suo capo è in realtà una truffa: una finta centrale che in realtà ruberebbe l’energia cittadina. Quando Schreck se ne rende conto, cerca di eliminarla. Selina però misteriosamente sopravvive e ancor più misteriosamente si trasforma in Catwoman, una sorta di fascinoso emblema sadomaso in tuta di pelle nera attillata.
Anche in questo caso, come già nel precedente film, gli intrecci tra criminalità e politica sono in primo piano, fondati sulla credulità degli elettori che si bevono tutte le panzane che vengono loro propinate. Di questo connubio politico-criminale, Schreck è l’emblema tipico, interpretato con adeguata esagerazione da Christopher Walken. Il Pinguino, invece, è un personaggio sin troppo sgradevole, alieno e inquietante: non riesce mai a essere realmente comprensibile nei motivi e, anche per questo, mette soprattutto a disagio. In questo senso l’interpretazione di Danny De Vito è insieme funzionale e disfunzionale.

16
In mezzo a tanto esasperato grottesco il personaggio di Batman rischia di scomparire, di passare per incolore, come un osservatore cui sia richiesto di tanto in tanto di fungere da deus ex machina per interrompere i piani criminosi altrui. Bruce Wayne si conferma personaggio relativamente interessante nell’interpretazione sobria di un Michael Keaton più padrone del personaggio, ma Batman resta monocorde e vuoto.
Anche la storia non brilla di logica e il rapporto tra Schreck e il Pinguino è costruito e risolto in modo troppo sbrigativo. Lo stesso può dirsi, a livello di sbrigatività, per il ritratto psicologico di Catwoman/Selina, che, affidata a un’attrice sin troppo affascinante come Michelle Pfeiffer, non risulta troppo credibile nella sua parte di grigia impiegata e non si capisce bene come acquisisca lo scatto per diventare una super eroina sadomaso né che cosa in realtà intenda fare12.
Colori, scenografie e messa in scena sono squisitamente burtoniani e contribuiscono a creare un’estetica dark molto affascinante e ricca visivamente. I risultati commerciali non premiano la svolta burtoniana: il budget cresce esponenzialmente giungendo a 80 milioni di dollari, mentre gli incassi lordi mondiali scendono a circa 266 milioni. La franchise resta profittevole, ma il margine si riduce.

Fine prima parte

15


  1. Il film tratto dalla serie Tv del 1966, come vedremo, ha ampiamente giocato su questo aspetto 

  2. (1896-1973), ha percorso i decenni d’oro del cinema hollywoodiano interpretando, in ruoli perlopiù da caratterista, classici come La carica dei seicento (1936) e Beau Geste (1939), nonché molti western, ma segnalandosi anche nel genere horror con film interessanti come Il mistero delle cinque dita (1946) di Robert Florey e Al di là del mistero (1944) di Erle C. Kenton (uno di quei film che raggruppavano l’intero pantheon orrorifico dell’Universal), robusti intrattenimenti di serie B come La donna della giungla (secondo film dell’imperdibile serie con horror con Acquanetta) e Il fabbricante di mostri, entrambi del 1944, e il terribile Dracula vs. Frankenstein (1971) di Al Adamson che chiude ingloriosamente la sua lunga carriera. 

  3. Come il dottor Max Heinrich von Aldermann interpretato da John Carradine in Revenge of the Zombies (1943) di Steve Sekely 

  4. (1902-1996), uno dei classici duri dello schermo, ha al suo attivo ben 329 partecipazioni attoriali (secondo Internet Movie Database) e viene spesso ricordato per il pugno di film che interpretò per Ed Wood: dall’imprescindibile Glen or Glenda (1953) all’incredibile Plan 9 from Outer Space (1959), per non parlare del più “tradizionale” Jail Bait (1954 

  5. Il personaggio era comparso nei fumetti di Batman appena un anno prima e sarebbe poi divenuta una presenza relativamente frequente per parecchio tempo, fornendo una sorta di versione batmaniana di Lois Lane. 

  6. Si situa tra la prima e la seconda stagione della serie, produttivamente 

  7. (1907-1997), ottimo attore dalla lunghissima e prestigiosa carriera. Uno dei suoi ruoli chiave è quello del protagonista, assieme a Lon Chaney jr, di Uomini e topi (1939) da Steinbeck, ma molti lo ricorderanno per la sua partecipazione ai primi cinque film della serie stalloniana di Rocky, per il primo dei quali ottenne anche una nomination all’Oscar per il miglior attore non protagonista (l’altra nomination è per un film oggi dimenticato, ma di notevole valore, Il giorno della locusta del 1975, diretto da John Schlesinger 

  8. Mentre gli altri attori sostengono i loro ruoli anche nella serie televisiva, in questa il ruolo di Catwoman è sostenuto da Julie Newmar nelle prime due stagioni e da Eartha Kitt nella terza. Delle tre Catwoman, Julie Newmar è quella che più è rimasta nell’immaginario collettivo e, in effetti, tutt’oggi colpisce per il pigro fascino e la consapevole carica erotica che emana 

  9. Con la serie interpretata da Christopher Reeve, di cui ho già scritto nell’articolo dedicato all’uomo d’acciaio 

  10. Naturalmente, Harvey Dent è un personaggio di rilievo nel pantheon batmaniano, ma in questo film viene solo presentato quasi di sfuggita e non fa nulla di rilievo. Ricomparirà, interpretato da un altro attore (Tommy Lee Jones), in Batman Forever già mutato in Due Facce, il criminale psicopatico dalla doppia personalità. E poi ricomparirà ancora, ex novo, in Il cavaliere oscuro 

  11. Il nome è un ovvio riferimento all’attore protagonista del Nosferatu di Murnau 

  12. Come si vedrà, l’inserimento di Catwoman nell’ultimo episodio della trilogia di Nolan è narrativamente più efficiente. Per converso, la Catwoman della serie televisiva e del film che ne è derivato è una cattiva del tutto soddisfatta del proprio ruolo e, in quanto priva di problematicità, perfettamente funzionale ed efficiente 

L'articolo Batman al cinema: una carriera di alto profilo – Prima parte è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/133157-batman-cinema-carriera-alto-profilo-parte/feed 0
Anteprima di “Inferno”, il nuovo fumetto di Susanna Raule e Armando Rossi http://www.lospaziobianco.it/132794-anteprima-inferno-nuovo-fumetto-susanna-raule-armando-rossi http://www.lospaziobianco.it/132794-anteprima-inferno-nuovo-fumetto-susanna-raule-armando-rossi#comments Mon, 10 Nov 2014 14:30:25 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132794 Anteprima di “Inferno”, il nuovo fumetto di Susanna Raule e Armando Rossi | di la redazione
Lo Spazio Bianco

Presentiamo in anteprima esclusiva la copertina e dieci pagine tratte da "Inferno", graphic novel scritta da Susanna Raule e disegnata da Armando Rossi, pubblicata da RW Lineachiara.

L'articolo Anteprima di “Inferno”, il nuovo fumetto di Susanna Raule e Armando Rossi è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Anteprima di “Inferno”, il nuovo fumetto di Susanna Raule e Armando Rossi | di la redazione
Lo Spazio Bianco

Cover

Tra le novità presentate alla recente Lucca Comics & Games da RW Lineachiara c’è stato anche il volume Inferno, scritto da Susanna Raule, disegnato da Armando Rossi e con colori dello stesso Rossi e Francesca Bertieri. Protagonista di questo volume di 120 pagine è una ragazza di nome Sara che, dopo avere eseguito un rituale arcano per evocare arcane forze universali, si trova proiettata all’Inferno, millenaria città del peccato.
Grazie alla disponibilità di RW Lineachiara vi presentiamo un’anteprima di 10 pagine e la copertina del volume uscito venerdì 7 novembre in tutte le librerie.

 

 

, ,

L'articolo Anteprima di “Inferno”, il nuovo fumetto di Susanna Raule e Armando Rossi è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/132794-anteprima-inferno-nuovo-fumetto-susanna-raule-armando-rossi/feed 0
Crisi Finale: il supereroismo secondo Grant Morrison http://www.lospaziobianco.it/130307-crisi-finale-supereroismo-grant-morrison http://www.lospaziobianco.it/130307-crisi-finale-supereroismo-grant-morrison#comments Mon, 10 Nov 2014 07:00:43 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=130307 Crisi Finale: il supereroismo secondo Grant Morrison | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

Crisi Finale è l'ultima grande Crisi del multiverso DC Comics prima del reboot di New 52. Scritta da Grant Morrison con il contributo di vari disegnatori, tra cui J.G. Johns, Carlos Pacheco, Doug Mahnke, è la sintesi perfetta tra i molti soggetti che hanno caratterizzato la carriera dello scrittore scozzese e gli elementi fantascientifici tipici di autori come A.E. Van Vogt, Roger Zelazny, William Burroughs.

L'articolo Crisi Finale: il supereroismo secondo Grant Morrison è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Crisi Finale: il supereroismo secondo Grant Morrison | di Gianluigi Filippelli
Lo Spazio Bianco

dc_absolute_crisi_finale_coverCome già scritto in un’altra occasione, il fumetto di supereroi può essere considerato un sottogenere della letteratura di fantascienza. Ad esempio Jerry Siegel e Joe Shuster erano grandi appassionati di fantascienza e nella creazione di Superman ebbero come punto di riferimento proprio i racconti di questo vastissimo genere della letteratura (basti ricordare che la prima versione di Superman era uno scienziato malvagio protagonista di un racconto vero e proprio).
D’altra parte sono molti gli scrittori di fantascienza che hanno in qualche modo influenzato, con riferimenti più o meno espliciti il fumetto, in particolare supereroistico. Come premessa importante all’analisi che seguirà ha dunque senso specificare in maniera esplicita la suddivisione che verrà fatta nel corso dell’articolo. Si distinguerà infatti tra personaggi di stampo zelaznyano – esseri di livello praticamente divino per poteri e morale, come per esempio i protagonisti di Signore della Luce o Creature della luce e delle tenebre, romanzi rispettivamente sulla mitologia indù ed egizia – e personaggi di stampo vanvogtiano, anch’essi dotati di incredibili poteri, ma decisamente meno filosofici, come per esempio il protagonista de I polimorfi, in grado di rimodellare il Sistema Solare. Un sottogenere di personaggio vanvogtiano, in cui ricade per esempio Batman, è d’altra parte Artur Blord, audace imprenditore privo di poteri, ma dotato di grandissimo ingegno e di validi collaboratori e protagonista di Pianeti da vendere.
È intorno a queste due categorie che sembra muoversi Grant Morrison tra le pagine di Crisi Finale, il crossover uscito nel 2008 e recentemente raccolto in edizione absolute dalla RW Lion.

Nel segno di Crisi Infinita: saga fantascientifica da Wolfmann a Van Vogt e Zelazny

Una delle storie più importanti per il fumetto supereroistico moderno è sicuramente Crisi sulle Terre infinite di Marv Wolfman e George Perez. Se opere come Il ritorno del Cavaliere Oscuro e Watchmen hanno influenzato il modo di approcciarsi ai supereroi, Crisis ha invece delineato il modo di affrontare i grandi eventi, i crossover che coinvolgono tutti o quanto meno la maggior parte degli eroi di un dato universo narrativo.
monitor
In particolare per Crisis, la maxiserie sfruttò un nodo narrativo fondamentale, quasi distintivo per la DC Comics dalla silver age fino al 1985, anno dell’uscita della serie: il multiverso. L’introduzione di elementi divini e mistici che si andavano a confondere con una tecnologia inimmaginabile, quella di Monitor e Anti-Monitor, contribuirono a creare una saga fantascientifica dal sapore, in ultima analisi, molto vanvogtiano, ma senza un eroe realmente forte. La vittoria finale, infatti, venne stabilita grazie al gioco di squadra degli eroi unito al sacrificio di Barry Allen, Flash, che Wolfman suggerì essere rimasto chiuso in un loop temporale mortale e impossibile da rompere, un po’ come il protagonista di Paradosso cosmico di Charles Harness.
Crisi finale, d’altra parte, che come Age of Ultron è, in fondo, una reinterpretazione del tema originale di Crisi sulle Terre infinite, propone una sfida di un livello superiore, quasi una variazione sulle sfide tra i personaggi di Signore della luce di Zelazny, dove un gruppo di uomini, grazie alla scienza, si sono autoeletti divinità dell’universo.

crisi_finale-darkseid

Il riferimento zelaznyano è, ad esempio, evidente nella reincarnazione degli dei di Apokolips in corpi umani, opportunamente preparati per sopravvivere il più a lungo possibile alla corruzione dovuta al legarsi con un aspetto divino1. Gli eroi che, invece, alla fine si riveleranno vanvogtiani sono Superman, quello originale, guida della truppa dei Supermen multiversali; Nix Uotan, il monitor ribelle diventato il giudice del multiverso alla fine di Final Crisis #5; e Batman, la cui forza vanvogtiana, intuibile con la scena conclusiva, sarebbe stata evidente solo alcuni mesi più tardi nel corso de Il ritorno di Bruce Wayne: la capacità di viaggiare tra gli universi, di viaggiare nel tempo, di rimodellare la realtà con uno schiocco di dita o con una semplice nota sono tutte variazioni su caratteristiche simili dei superuomini di Van Vogt.
Se per un momento, però, ci dimentichiamo del finale, forse un po’ debole e deludente, la forza di Crisi finale sta nella capacità di Morrison di riciclare e combinare insieme le idee che hanno caratterizzato la sua carriera in un’unica storia supereroistica, sintetizzando alla fine le sue molteplici fonti di ispirazione, a incominciare da Jack Kirby e Alan Moore.

Collage supereroistico: l’ispirazione kirbyana

Un primo esempio è sicuramente il Super Young Team, gruppo supereroistico giapponese introdotto durante la serie settimanale 52: in Crisi Finale viene rinnovato in chiave kirbyana grazie all’ingresso del nuovo Mister Miracle, quasi a suggerire che il fumetto può rinnovare se stesso solo se non rinnega il suo passato, ma lo utilizza in combinazione con gli elementi moderni. Questa lettura è anzi supportata se osserviamo che il primo incontro del lettore con il gruppo durante Final Crisis è, all’inizio del secondo numero, all’interno di un locale di supereroi a Tokyo, con una citazione evidente a Kingdom Come, storia scritta da Mark Waid a partire da alcune idee precedentemente abbozzate da Alan Moore. In particolare, nell’idea di Waid, KC doveva essere un confronto tra gli eroi classici della DC Comics e gli eroi violenti introdotti con l’avvento dell’Image, e già allora questa idea di fusione tra elementi distinti era stata gettata quando, nell’ultimo numero, i sopravvissuti tra i nuovi eroi erano presenti all’incoronazione finale di Wonder Woman su Isola Paradiso.

crisi_finale-flash_barry_allen

Altro elemento cardine è, poi, il concetto di loop temporale, che assume interesse narrativo quando può essere in qualche modo rotto, come avviene con il ritorno di Barry Allen, o sfruttato per porre i semi della vittoria, come fa Metron con Anthro all’inizio di Final Crisis #1. In effetti quella di Metron, personaggio ideato da Kirby, è una presenza che aleggia su tutta la serie, più che esserne un reale protagonista: da un lato è il messaggero per la vittoria su Darkseid e l’equazione dell’antivita, ma dall’altro la sua sedia è anche fondamentale per guidare il proiettile spaziotemporale che ucciderà Orion, dando così inizio ufficialmente a tutta la Crisi, e infine permetterà a Nix Uotan di recuperare i ricordi e diventare il giudice del multiverso grazie al cubo di Rubik. Diventa, però, anche il simbolo di una magia tecnologica di livello planetario, se non addirittura cosmico, il personaggio che incarna ed esplicita gli elementi mistici di Crisi Finale: in un certo senso è il deus ex machina di una sorta di voodoo supereroistico, già tentato da Morrison ai tempi di Invisibles, in quel caso provando a coinvolgere esplicitamente i lettori2.

Filosofia e politica del multiverso

E proprio da Invisibles ritorna, in maniera forte, l’utilizzo della terminologia tipica della teoria delle stringhe, senza la quale non sarebbe scientificamente concepibile, a livello di fisica moderna avanzata, il concetto di multiverso. In questo caso la teoria delle stringhe viene utilizzata come base non solo per il multiverso, ma anche per le stesse Crisi che periodicamente lo attraversano, mentre la spiegazione dei cieli rossi è, per Morrison, la rappresentazione visiva del sanguinamento del multiverso: il fatto che con l’appropinquarsi della sfida finale con Mandrakk il cielo sanguini letteralmente è un segno di quanto gli eroi siano stati vicini all’annientamento definitivo.

crisi_finale-antivita

Un altro elemento chiave è la parola verbale: essa è in grado di modellare l’universo, quando diventa canto, e di modellare le menti, utilizzando il vocabolario opportuno, come avvenuto nella già citata Invisibles, o come avviene in Crisi Finale, quando Darkseid lancia il virus dell’anti-vita nel sistema di comunicazione terrestre. Questa idea venne sviluppata da William Burroughs in particolare su Nova Express, dove introduce proprio i virus verbali che poi Morrison utilizzerà per la sua vecchia serie Vertigo.
La descrizione del dominio di Darkseid sulla Terra è, poi, una rappresentazione molto più dettagliata del futuro distopico raccontato ne La pietra dei tempi, saga della JLA morrisoniana: ambienti insalubri e un controllo ossessivo dei cittadini sono elementi che devono più a Burroughs che non a George Orwell, senza dimenticare che, nella sua quadrilogia di romanzi allucinogeni, lo scrittore statunitense ha anche utilizzato elementi della mitologia Maya, in parte presenti nel Quarto Mondo di Kirby. Burroughs, però, nella sua serie ha l’idea di diffondere un messaggio sociale fortemente anarchico, che in realtà Morrison ha progressivamente abbandonato nel corso della sua carriera. Mentre, infatti, in Invisibles il gruppo di anarchici spaziotemporali non ha bisogno di alcun elemento esterno per sconfiggere i propri nemici, che come Darkseid o come gli extraterrestri di Burroughs, hanno preso il controllo del potere politico terrestre, in Crisi Finale la soluzione della storia sembra essere impossibile senza l’intervento risolutore di Metron, ovvero senza un intervento dall’alto.

crisi_finale-metron_rubik

Il personaggio di Kirby, però, resta in un certo senso confinato al livello di scintilla, più che di guida, ruolo che verrà invece interpretato da Superman, una sorta di equivalente supereroistico del greco Pisistrato che guiderà i moti collettivi, rappresentanti in prima istanza proprio dai Supermen multiversali. Politicamente parlando, quindi, Morrison sembra suggerire un ritorno all’idea originale di governante come rappresentante, pur restando in ogni caso necessaria la sua figura per l’evoluzione della società.

Due eroi salveranno l’universo

Torniamo, però, al fumetto e ai due eroi principali: Superman e Batman. Essi vengono utilizzati in un modo non troppo differente da quanto già fatto nelle precedenti saghe morrisoniane. Il Cavaliere Oscuro, nel futuro distopico narrato all’interno de La pietra dei tempi, viene torturato e colpito dai raggi omega di Darkseid durante il loro confronto conclusivo, proprio come in Crisi Finale. Rispetto a quella saga, però, è Batman in prima persona a colpire il tiranno di Apokolips con una pistola spaziotemporale, laddove ne La pietra dei tempi era Freccia Verde (all’epoca Connor Hawke) con una freccia luminosa. Batman ne emergeva, già allora, come il Cavaliere senza paura in grado di farsi carico dei dolori del mondo contro il tiranno, e sarà soprattutto Il ritorno di Bruce Wayne a rinforzare questa lettura morrisoniana del personaggio.

crisi_finale-batman

L’uomo d’acciaio, invece, in particolare durante Superman Beyond #1, #2, e Final Crisis #7, sfiora il livello quasi divino toccato alla fine di One Million: mentre in OM questo livello era conseguenza dalla permanenza nel Sole per migliaia di anni e dal possesso dell’anello di Lanterna Verde, nel caso di FC, questo livello viene raggiunto grazie alla fusione con Ultraman indotta da Capitan Allen Atom (versione morrisoniana del Dr. Manhattan). Superman diventa, così, un veicolo per divulgare un insegnamento cardine nelle dottrine meditative orientali: l’uomo, infatti, può avvicinarsi all’illuminazione solo accettando i due aspetti che lo compongono, quello luminoso (Superman) e quello oscuro (Ultraman).

crisi_finale-superman_multiverso

Questa visione, però, viene anche mediata con quella occidentale quando, con la separazione dei due aspetti, il secondo, quello oscuro, diventa più facilmente corruttibile: esempi lampanti sono proprio Mandrakk, Rox Ogama e Ultraman, corrotti dal multiverso stesso. Ci si potrebbe allora chiedere come possa l’aspetto luminoso dell’animo umano non essere anch’esso preda della corruzione nonostante la sua imperfezione. La risposta, già presente in Terza guerra mondiale, l’ultima saga della JLA morrisoniana, viene dalla forza del collettivo: Mandrakk è sconfitto grazie all’arrivo degli eroi provenienti da tutto il multiverso, incluse le Lanterne Verdi che diventano l’esecutore materiale della condanna finale del male, proprio come Mageddon in Terza guerra mondiale viene fortemente indebolito quando l’intero genere umano, superpotenziato, si getta nello spazio per affrontarlo a fianco di quegli eroi che hanno salvato la Terra così tante volte.

Il finale

Tra i punti di debolezza, oltre al finale, anche un certo scollamento nella gestione dei personaggi, in particolare Question e Superman che compaiono all’improvviso, senza alcuna spiegazione, in situazioni particolari: mentre Superman, dopo una lunga assenza, compare alla fine di Final Crisis #6 giusto in tempo per andare a recuperare il (presunto) cadavere di Batman senza che il lettore sappia quale sia la sua provenienza, Renee Montoya la ritroviamo all’inizio di FC #7 all’interno dell’Ultima Thule, la nave dei Monitor in grado di attraversare il multiverso, senza sapere come o perché è entrata in possesso di questo mezzo di navigazione.

crisi_finale-question

Il finale, infine, appare un po’ debole, e questa debolezza è originata soprattutto dalla facilità con cui Mandrakk viene sconfitto, in particolare se confrontata con le difficoltà incontrate dagli eroi nella sfida contro Darkseid.
Nonostante ciò, però, la saga, nel complesso risulta interessante e ricca di spunti sia letterari sia fumettistici sia culturali, in un gioco a incastri in cui Morrison ha sintetizzato in un’unica grande storia distopica molti dei soggetti che ne hanno caratterizzato la carriera.

Abbiamo parlato di:
DC Absolute: Crisi Finale
di Grant Morrison, Doug Mahnke, J.G. Jones, Carlos Pacheco, Matt Clark, Jesus Merino, Christian Alamy, Marco Rudy, Tom Nguyen, Lee Garbett, Trevor Scott
RW Lion
400 pagine, cartonato, colore, € 43.95
isbn: 9788868731342

crisi_finale


  1. I lettori del Signore della luce spero apprezzeranno la scelta dei termini 

  2. Elemento che, come vedremo, tornerà in Multiversity 

, , ,

L'articolo Crisi Finale: il supereroismo secondo Grant Morrison è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/130307-crisi-finale-supereroismo-grant-morrison/feed 2
Garth Ennis – Hitman (terza parte): serialità, citazionismo, composizione http://www.lospaziobianco.it/128178-garth-ennis-hitman-terza-parte-serialita-citazionismo-composizione http://www.lospaziobianco.it/128178-garth-ennis-hitman-terza-parte-serialita-citazionismo-composizione#comments Sat, 08 Nov 2014 16:00:00 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=128178 Garth Ennis – Hitman (terza parte): serialità, citazionismo, composizione | di Luigi Siviero
Lo Spazio Bianco

Prosegue sulle nostre pagine la nostra visita all'interno di Hitman di Garth Ennis, fra l'analisi degli aspetti comici con gag ricorrenti, tipiche del fumetto, e le contaminazioni cinematografiche ad omaggio dei registi stimati dall'autore.

L'articolo Garth Ennis – Hitman (terza parte): serialità, citazionismo, composizione è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Garth Ennis – Hitman (terza parte): serialità, citazionismo, composizione | di Luigi Siviero
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Garth Ennis: nessuna pietà agli eroi

I tormentoni come aspetto della serialità

Il ripudio della serialità supereroistica non implica per Ennis la rinuncia a un altro tipo di serialità: la riproposizione, con piccole e continue variazioni, di alcuni tormentoni comici che, pur rimanendo sempre marginali, contribuiscono a connotare alcuni personaggi e a far familiarizzare il lettore con la serie.
La ripetizione può riguardare tanto oggetti ricorrenti come gli hamburger giganti, l’ossessione di Natt il Cappello, quanto la vera e propria essenza di alcuni comprimari.
Prendiamo, per esempio, Sixpack, che ha una natura ambivalente. Se da un lato, nel momento della verità, non esita a sacrificarsi per salvare Gotham City, dall’altro, in molti albi, appare in vignette estemporanee usate spesso da Ennis per ridicolizzare i supereroi della dc. Nei suoi deliri alcolici, Sixpack immagina di combattere contro Darkseid nei vicoli di Gotham City per poi risvegliarsi in una pozza del suo stesso piscio, oppure una notte d’inverno si addormenta in strada e crede di essere stato congelato da Mr. Freeze.
Anche il nonno di Tiegel ha questa funzione. Pur essendo utilizzato, a differenza di Sixpack, esclusivamente per gli intermezzi comici,1 il personaggio risulta compiuto e sviluppato al meglio.

Sixpack, da Hitman n. 50, p. 9. © dc Comics.

Sixpack, da Hitman n. 50, p. 9. © dc Comics.

Un esempio calzante di come questo tipo di situazioni sia integrato in modo efficace con il resto del fumetto riguarda proprio il nonno.
L’anziano nazista vuole recarsi in Sud America assieme alla madre di Tiegel per fare visita ai vecchi amici camerati, ma quando arriva all’aeroporto deve rinunciare a causa di uno sciopero dei piloti. Tiegel, nel frattempo, ha approfittato della casa libera per invitare Tommy e fare sesso, senonché, quando il nonno e la madre rientrano in anticipo, per evitare una situazione imbarazzante costringe il fidanzato a scappare dalla scala antincendio. Evitato il pasticcio, Tiegel si vede però obbligata a intonare l’inno nazionale della Germania per assecondare la demenza senile del nonno.
Le vignette buffe dei tre che cantano scandiscono il ritmo della fuga rocambolesca di Tommy: la scala antincendio cede e l’assassino precipita in un appartamento del palazzo di fronte dove è in corso una compravendita di droga da parte di due gruppi di gangster. Il suo arrivo scatena una sparatoria con molti morti, a conferma di quanto detto nel paragrafo 6.2.2: Hitman è un’imprevedibile commistione di scene drammatiche e grottesche che Ennis riesce a gestire con equilibrio e abilità.

Un caso di costruzione della tavola: l’infanzia di Natt

Dal n. 57, p. 5. © dc Comics.

Dal n. 57, p. 5. © dc Comics.

Ennis e McCrea utilizzano una sequenza di quattro vignette identiche per raccontare l’infanzia di povertà di Natt il Cappello in un quartiere periferico di Detroit. Ambientate durante il giorno del compleanno di Natt in anni diversi, vengono inquadrati la facciata del palazzo malmesso, dove vive con la sua famiglia, e una via e un vicolo sporchi e degradati. In tutte le vignette ci sono anche, immutabili nel corso degli anni, l’onomatopea di uno sparo e un urlo fuori campo. Nella loro successione cambia solo la data, prima il 1972, poi il 1978, il 1985 e infine il 1989, ma l’abbandono e la il sudiciume rimangono costanti, a sottolineare un’infanzia e un’adolescenza vissute in un ghetto che non lasciava possibilità di scampo al richiamo della violenza.
La sequenza ricorda Dropsie Avenue2 di Will Eisner, un fumetto nel quale il protagonista era un piccolo quartiere di New York nato alla fine dell’Ottocento, quando la famiglia olandese Dropsie si insediò in quella che era solo una prateria incolta, e morto (raso al suolo) un secolo più tardi, dopo avere attraversato una giovinezza di splendore signorile e un lento e inesorabile declino.
Il ghetto di Detroit, a differenza di Dropsie Avenue, non nasce, vive e muore: nel periodo in cui vi ha abitato Natt è sempre stato morto, e con lui il destino dei suoi abitanti. Con un’ironia cruda e impietosa, e senza bisogno di discorsi esplicativi, Ennis mette a nudo la falsità di slogan come il principio di eguaglianza e il sogno americano a portata di chiunque voglia afferrarlo.

Il gusto per le citazioni cinematografiche

Nella formazione di Ennis gioca un ruolo determinante il cinema. Come visto nel capitolo 4, dedicato a Preacher, lo sceneggiatore ama in modo particolare Clint Eastwood, Sergio Leone e Sam Peckinpah, e nelle sue opere omaggia spesso questi e altri registi e attori.
Non a caso Tommy Monaghan assomiglia tantissimo a Eastwood e il locale di Sean Noonan nel Calderone è situato fra la Saint e la Peckinpah. Lo stesso quartiere inventato da Ennis, che per idearlo si è ispirato a Hell’s Kitchen,3 potrebbe avere origini cinematografiche. Nel film Stato di grazia4 di Phil Joanou, un po’ come nel fumetto di Ennis, viene raccontata la rivalità fra una banda di gangster di origini irlandesi e la mafia italo-americana nel quartiere di New York; il cerchio delle similitudini con Hitman è chiuso dal cognome del personaggio interpretato da Sean Penn: Noonan.
È invece certo che il killer Ringo Chen è un omaggio all’attore Chow Yun Fat e al cinema di John Woo, come afferma lo stesso Ennis in un’intervista.5
Altre citazioni esplicite sono presenti in Hitman n. 56, dove Natt e Tommy, appena arruolati nei marine, devono vedersela con il sergente maggiore Hartman e rivivono due scene prese di peso da Full Metal Jacket,6 e nel numero 57, dove Natt, in sogno, vive una parodia di Armageddon con Bruce Willis.7
La citazione cinematografica più vistosa è stata fatta nell’Annual disegnato da Carlos Ezquerra, che si apre con Tommy e Natt che si divertono a imitare il Clint Eastwood de Il buono, il brutto, il cattivo.8 Nel proseguimento della storia, Ennis citerà anche la cassa piena di dollari (trasformati da 200.000 a 2.000.000) e ambienterà la conclusione del fumetto in un cimitero sconfinato identico a quello del film di Sergio Leone.9

Siverio - Hitman - 6

Alcuni anni dopo la fine della serie, sarà il cinema ad attingere da Hitman. In Bruges – La coscienza dell’assassino10 di Martin McDonagh assomiglia tantissimo al fumetto di Ennis e McCrea a partire dal protagonista, un killer irlandese interpretato da un Colin Farrell molto simile a Tommy Monaghan.
Fra i tanti punti di contatto fra fumetto e film mi ha colpito in modo particolare la citazione del primo incontro fra Tommy e Wendy.11
Come nel fumetto, il killer protagonista di In Bruges dice a una ragazza conosciuta da poco che di mestiere fa l’assassino; la ragazza pensa che l’uomo stia scherzando e lui la asseconda.

 


  1. Ma Ennis riserverà una parte drammatica anche a lui quando descriverà il suo funerale. 

  2. Will Eisner, Dropsie Avenue, Kitchen Sink Press, New York 1995. 

  3. Vedi il paragrafo 6.1.3. 

  4. Phil Joanou, State of Grace (titolo italiano: Stato di grazia), Cinehaus, Orion Pictures Corporation, The Rank Organisation, usa 1990. 

  5. “Ringo was a nod to the aforementioned John Woo movies, a direct lift of the tragic gunman character usually played by Chow Yun Fat”. Zack Smith, Op. Cit. Trad. It. “Ringo era un riferimento ai summenzionati film di John Woo, un collegamento diretto al personaggio del tragico pistolero solitamente interpretato da Chow Yun Fat”. 

  6. Stanley Kubrick, Full Metal Jacket, Warner Bros. Pictures, Natant. Stanley Kubrick Productions, usa/uk 1987. 

  7. In Armageddon, Bruce Willis deve fare esplodere un asteroide grande come il Texas prima che colpisca la Terra, disintegrandola. Nel fumetto, l’asteroide è sostituito da un hamburger gigante che deve essere mangiato da Natt. Michael Bay, Armageddon (titolo italiano: Armageddon – Giudizio finale), Touchstone Pictures, Jerry Bruckheimer Films, Valhalla Motion Pictures, usa 1998. 

  8. Sergio Leone, Il buono, il brutto, il cattivo, pea (Produzioni Europee Associate), Arturo González Producciones Cinematográficas, S.A, Constantin Film Produktion, Italia e Spagna 1966. 

  9. Probabilmente viene citato in modo marginale anche Lo straniero senza nome. 

  10. Martin McDonagh, In Bruges (titolo italiano In Bruges – La coscienza dell’assassino), Blueprint Pictures, Film4, Focus Features, Scion Films, uk/Belgio 2008. 

  11. Op. cit. n. 1, p. 14. 

,

L'articolo Garth Ennis – Hitman (terza parte): serialità, citazionismo, composizione è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/128178-garth-ennis-hitman-terza-parte-serialita-citazionismo-composizione/feed 0
Sapere è Potere: le teorie unificatrici su Batman http://www.lospaziobianco.it/132494-sapere-potere-teorie-unificatrici-batman http://www.lospaziobianco.it/132494-sapere-potere-teorie-unificatrici-batman#comments Fri, 07 Nov 2014 07:00:12 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132494 Sapere è Potere: le teorie unificatrici su Batman | di Adam McGovern
Lo Spazio Bianco

Superman è nato con un potere assoluto, Batman ha dovuto costruire il suo potere sulla più grande arma umana: la propria intelligenza.

L'articolo Sapere è Potere: le teorie unificatrici su Batman è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Sapere è Potere: le teorie unificatrici su Batman | di Adam McGovern
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Batman 75

IMG_0089

Banner articoli

Banner omaggi

 

01Chiunque sa che Superman può fare tutto; ma, come veniva spesso ripetuto in una saga che scava nel profondo del di lui personaggio complementare per antonomasia, scritta da Grant Morrison negli anni 2000: “Batman pensa a tutto”. I due supereroi videro la luce negli anni ‘30, a dodici mesi di distanza l’uno dall’altro, e si imposero come due icone della cosiddetta pop-culture e della moderna auto-percezione. Se Superman incarnava l’azione, Batman era la personificazione del pensiero, anche se, tra i colori sgargianti dell’uno e le tinte cupe dell’altro, vi erano numerose sfumature su cui riflettere.

02Superman esordì su “Action” Comics, mentre Batman apparve per la prima volta su “Detective” Comics, una testata che già dal titolo proietta il lettore nel mondo dell’investigazione e del pensiero. Tuttavia il vero cervello dell’azione non è Batman; questo ruolo sarebbe spettato, molto tempo dopo, alla sua controparte femminile Oracolo, la mente delle operazioni per essere precisi, pronta a mettere in scena la propria intelligenza e le proprie straordinarie conoscenze informatiche per sconfiggere i nemici da dietro le quinte. Batman è piuttosto una “tuta (o mantello) blu”, vale a dire il personaggio che per primo ha dovuto dar vita a un sistema che gli permettesse di arrestare il crimine servendosi solo dei propri muscoli. Fisicamente, Batman viene definito un “super-dotato”, il tipo di descrizione che si faceva del culturista ottocentesco per eccellenza, su cui modellarono il personaggio di Superman; ma l’Uomo d’acciaio è dotato di poteri così illimitati che raramente ha davvero bisogno di ricorrere ai pugni. Se Batman simboleggia la lotta dal basso di un funzionario pubblico che si sporca le mani, Superman appartiene ai piani alti (-issimi) e, ogni volta che combatte, sembra di assistere a un incontro di boxe tra gentiluomini vecchia scuola, a differenza di Batman che si azzuffa nell’ombra e per le strade.

03Il personaggio di Batman è quindi profondamente concreto e la sua posta in gioco è molto più alta di quella dell’invincibile “collega”. Com’è noto però, Batman non uccide; è un uomo che rispetta la legge e rimette ad altri il verdetto finale, nonostante la sua indole violenta non risparmi conseguenze estreme. Ma nella sua logica queste conseguenze non sono altro che il risultato di un’equazione: commetti un crimine e pagane il prezzo. È un puro esercizio per la mente, un comandamento razionale e, infatti, se c’è una cosa che Batman non può tollerare è di essere superato in intelligenza. La sua disapprovazione più profonda non è rivolta alla malvagità dei nemici, il cui fallimento nel tentativo di escogitare piani più efficaci per raggiungere i loro obiettivi ne prova l’inferiorità intellettuale; al contrario Batman biasima quegli alleati che non pensano abbastanza in fretta e non vedono abbastanza lontano da riuscire a farsi gioco degli avversari e superare se stessi nel trovare il modo di soggiogare il male e ristabilire l’ordine senza fare vittime. Si dà molta importanza al legame che unisce Batman ai suoi nemici, basti pensare al clima di complicità che si respira nel finale di Batman: The killing joke o alla simbiosi della danza tra Batman e il Joker ne Il ritorno del Cavaliere Oscuro. A essere banditi perciò sono quegli alleati che non si rivelano all’altezza dei canoni imparziali del Pipistrello, come la Cacciatrice o Jason Todd, vigilanti spietati e sanguinari.

04Assistere all’omicidio dei genitori lascia il giovane Bruce Wayne privo di punti di riferimento, incapace di decidere cosa fare; non gli accadrà mai più. Ecco spiegato perché l’espediente di rappresentare Batman alle prese con contorti enigmi da risolvere e rompicapo da decifrare sia una metafora centrale nelle sue avventure e anche perché la tanto ridicolizzata serie televisiva degli anni ‘60, al limite della parodia, faccia in realtà uno dei ritratti più precisi dell’essenza del personaggio sotto importanti punti di vista.

05Molto spesso è sembrato che la figura di Batman avesse bisogno di un contrappeso, la personalità solare di Robin, ad esempio, o la positività di Superman. In rappresentazioni più recenti, come quella della JLA di Grant Morrison negli anni ‘90 o la rivalità (solo a volte) amichevole della serie Batman/Superman, scritta da Greg Pak nella cornice dell’iniziativa New 52, il Pipistrello viene presentato come un correttivo ai poteri sconfinati di Superman, un occhio vigile che àncora il Superuomo alla sua umanità. Raramente è stato esplorato uno scenario in cui Batman possedesse gli stessi poteri di Superman e quasi mai ci si è domandati cosa ne avrebbe fatto. “Pensare a tutto” implica anche concepire la parte peggiore dell’essere umano e non significa necessariamente vedere oltre, cioè immaginare cose che ancora non sono state create ma che, grazie a una mente più ottimista di quella di Batman, potrebbero concretizzarsi. Può darsi che Superman possieda quello sguardo elevato, non solo per i metri di distanza dal suolo, che lo renderebbe possibile. Batman tiene d’occhio Superman ma, da un certo punto di vista, potrebbe anche capire di aver bisogno di stare a contatto con la mente del supereroe.
Una mente come quella di Batman, lasciata a se stessa, finirebbe per corrompere qualsiasi superpotere?

06I miti che circondano il personaggio di Superman offrono una risposta plausibile e allo stesso tempo una parabola su come conservare la propria umanità senza dover per forza restare con i piedi per terra. Lex Luthor si compiace nel considerarsi un antidoto al pericolo che i poteri di Superman potrebbero rappresentare, ma diventa nemico del supereroe, mentre Batman combatte al suo fianco. Numero dopo numero, Luthor cerca in ogni modo di eguagliare i poteri di Superman, come si legge nell’avvincente saga scritta da Paul Cornell e pubblicata su Action Comics l’anno precedente all’uscita degli albi New 52; in questa serie Lex Luthor veste i panni del protagonista ed è impegnato nella ricerca di una fonte cosmica di potere. Ma a differenza di Batman, che in un celebre numero de Il ritorno del Cavaliere Oscuro sintetizza singoli pezzi di kryptonite, Luthor desidera il potere per il puro piacere di possederlo, per se stesso, non per avere Superman temporaneamente in pugno. Questa profonda differenza suggerisce che Batman non solo non è dotato di super poteri, ma che addirittura li evita e che se ne tiene lontano perché disprezza il comportamento di Luthor, non la natura di Superman. Luthor, infatti, aspira a un controllo e a una superiorità totali e in questo modo sconvolge la meritocrazia simboleggiata dalle scazzottate di Batman. Lo stesso si può dire della perfezione di Superman, che colloca il supereroe in una posizione di notevole vantaggio; in fondo, essere “super” non fa parte né della natura di Batman né di quella di Luthor, mentre Kal-El ricorre alle doti che possiede per nascita.

07Batman cerca di bilanciare l’esistenza di un Superman, gli imprevedibili ostacoli posti da un Joker e il potenziale di un Robin o di una Batgirl nella sua equazione per una società più equilibrata. Indugia nell’ombra, mantenendo le tenebre lontano dagli sguardi ma liberandole dal terrore. E cosa spaventa più dell’ignoto? Conoscerlo a fondo è la missione di Batman: composti chimici, precedenti penali, punti deboli dei nemici e potenzialità ancora inesplorate degli alleati. Riunisce i compagni d’armi in famiglie (figure paterne come Alfred e Gordon, figli e figlie come i numerosi Batgirl e Robin, surrogati di mogli come Catwoman e fratelli ribelli come il Joker) per rimpiazzare quella famiglia a cui non ha potuto restare unito da bambino.
È il leggendario patriarca che provvede ai suoi, ma viene lasciato indietro; non il giovane Mosè giunto in un mondo pieno di possibilità come Kal-El al termine del suo viaggio nello spazio, bensì il Mosè ormai anziano che non riesce a toccare la terra promessa a cui ha condotto il suo popolo. Ma tutti sappiamo che i padri conoscono il mondo meglio di chiunque altro. Batman ha pensato a ogni cosa, soprattutto a te.

Traduzione di Federica Cicognani

Articolo originale QUI

08

, , ,

L'articolo Sapere è Potere: le teorie unificatrici su Batman è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/132494-sapere-potere-teorie-unificatrici-batman/feed 0
V for Vendetta, intertestualità di un capolavoro http://www.lospaziobianco.it/132618-for-vendetta-graphic-novel http://www.lospaziobianco.it/132618-for-vendetta-graphic-novel#comments Wed, 05 Nov 2014 16:59:34 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=132618 V for Vendetta, intertestualità di un capolavoro | di Alessandra Maino
Lo Spazio Bianco

Analizziamo V for Vendetta, la celebre graphic novel di Alan Moore e David Lloyd, ponendo l'accento sull'intertestualità dell'opera, che riprende e rielabora istanze culturali di diverse estrazioni.

L'articolo V for Vendetta, intertestualità di un capolavoro è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
V for Vendetta, intertestualità di un capolavoro | di Alessandra Maino
Lo Spazio Bianco

v for vendetta

V for Vendetta va annoverata tra i primi lavori di Alan Moore e risulta, dunque, lontana dal genio creativo di The Swamp Thing e Watchmen, opere riconosciute mondialmente quali capolavori della letteratura a fumetti. Nonostante ciò, la storia del ribelle V presenta già, seppur in forma embrionale, alcuni dei temi ricorrenti e delle caratteristiche stilistiche tipiche dei lavori di Moore e che vedranno, in seguito, pieni e maturi evoluzione e sviluppo.
Tra le principali tecniche narrative adoperate da Moore in V, è possibile riscontrare innanzitutto l’intertestualità, ossia un attento lavoro di riscrittura e reinterpretazione delle tradizioni culturale e letteraria, accompagnato da una acuta e profonda riflessione sulla società e sulla natura umana.

Intertestualità in V for Vendetta

Gran parte della letteratura di Moore è incentrata sull’intertestualità intesa quale creativa reinterpretazione di elementi familiari e tradizionali. Il mondo della narrativa è la principale fonte di ispirazione del nostro autore tanto che, come egli stesso dichiara, le sue idee derivano principalmente dalla tradizione letteraria o scaturiscono dal riutilizzo dei principali miti della civiltà occidentale: “ If anything, I’d say that what I’d like to do as a writer is to try and translate some of the intellect and sensibilities that I find in books into something that will work on a comics page.”1
Attraverso la de-costruzione prima e la ri-costruzione poi di elementi narrativi preesistenti e ben consolidati, Moore reinterpreta e lancia un guanto di sfida a simboli e idee arcinote e comunemente accettate da tutti, riproponendoli in contesti estranei/altri e, pertanto, rivestendoli di significati inediti (l’innovativa decostruzione dell’eroicità tradizionale dei supereroi Marvel in Watchmen ne è un esempio più che lampante). 

theme_pic_2_ec

La reinterpretazione del “classico” assume spesso in Moore una forma parodica, mediante l’attribuzione di tratti sovversivi e inaspettati a formule già note. Va precisato, tuttavia, che questo tipo di parodia non sfocia in un atteggiamento critico verso la fonte d’ispirazione ma diventa piuttosto una sorta di tributo con il quale Moore omaggia l’opera originale che viene sempre rispettata e mai oscurata o ripudiata. Il risultato di tale operazione è un arricchimento delle tecniche narrative tradizionali nonché la generazione di una nuova modalità di narrativa – le cui fondamenta poggiano, però, su stilemi tradizionali – che deriva dalla natura de-costruttiva della scrittura di Moore. Attraverso la manipolazione di forme e formule antiquate, l’autore dà vita, di fatti, a una riflessione critica su aspetti essenziali – sociali politici e culturali – della nostra esistenza.

05-vendettaPer Moore, l’importanza di una piena comprensione delle formule narrative della precedente tradizione è funzionale a una migliore comprensione del proprio presente, grazie a una piena consapevolezza del proprio passato. Sotto questo aspetto, Moore condivide l’idea di Eliot secondo cui solo il possesso di un’adeguata prospettiva storica permetterebbe all’uomo di assumere piena coscienza della propria contemporaneità. L’infinita serie di relazioni possibili che esistono tra il passato e il presente è una perfetta rappresentazione della natura univoca della letteratura, capace di co-esistere in epoche e culture distinte in base all’idea per cui “eveything is connected”.

Nonostante sia meno evidente rispetto a lavori quali Miracleman o Watchmen, il ricorrente uso di espedienti intertestuali rende V for Vendetta un’opera fortemente dinamica con continui rimandi non solo al canone letterario o alla tradizione classica del fumetto ma anche alla cultura popolare, con citazioni provenienti dal mondo della musica, dell’arte figurativa e del cinema.
Il personaggio di Evey Hammond è un primo esempio della dissimilarità decostruttiva che caratterizza l’intera opera. Il ruolo della ragazza ricorda chiaramente al lettore la figura del giovane aiutante dell’eroe principale, elemento tipico della letteratura a fumetti classica. Tuttavia, il fatto che Moore scelga un’aiutante donna costituisce certamente un fattore di novità, assolutamente non casuale, dato che la femminilità di Evey si carica di un forte simbolismo in tutta l’opera.
La reinterpretazione intertestuale che Moore adotta in V for Vendetta, inoltre, è perfettamente sintetizzata già nella sola figura del protagonista, V, che vuol essere un supereroe ma che nulla, o quasi, ha che vedere con il supereroe classico. Tanto la sua caratterizzazione fisica (l’oscuro costume da Guy Fawkes), quanto la natura stessa della sua lotta contro i “cattivi” (V non protegge lo stato dal mostro di turno ma piuttosto difende i cittadini dal mostruoso regime che li governa), stridono fortemente con gli stilemi tradizionali e consolidati del mondo del fumetto.
parliamentV non assomiglia per niente al supereroe tradizionale, che resta passivo e nell’ombra e che interviene solo in caso di pericolo. Al contrario, capovolgendo i ruoli classici, V assume il compito di sovvertire e non preservare lo status quo, ponendo al centro del suo operato il cambiamento e non il mantenimento della situazione pre-esistente. Un supereroe atipico, dunque, che mira a distruggere una società che racchiude il male in se stessa piuttosto che a difenderla da pericoli e minacce esterni.
Come già accennato, anche la connotazione fisica di V è lontana anni luce dal tipico abbigliamento del supereroe e rifugge le classiche tutine aderenti alla Superman, corredato dalle iniziali dell’eroe. Sia Moore che Lloyd intendono infatti evitare di ricadere in un simile cliché, disegnando per V un travestimento molto più austero, fatto solo di un mantello nero, un cilindro e una maschera da Guy Fawkes, che basta indossare per dar vita alla “trasformazione” – senza dover ricorrere a formule magiche.
Inoltre, seppur estremamente abile e intelligente, e dunque connotato da due qualità da sempre associate supereroi, V non possiede doti sovrannaturali e ancor meno superpoteri; sembra, quindi, essere più un comunissimo membro della razza umana piuttosto che appartenere alla folta schiera di paladini coraggiosi, in lotta per far trionfare la giustizia. Proprio come accade in Watchmen, l’eroe assume una connotazione ben più umana e realistica.
29fqf81Un secondo, e per certi versi, ovvio riferimento intertestuale connesso alla figura di V è Guy Fawkes, uno dei tredici cospiratori che presero parte, nel 1605, alla congiura contro il sovrano James I, denominata Gunpowder Plot e organizzata da Robert Catesby, leader del movimento cattolico. Nella graphic novel, V tenta, secoli dopo, di portare a termine il tentativo di far esplodere il Parlamento, in passato sventato all’ultimo minuto dalle guardie del re. Il parallelismo tra la figura storica di Guy Fawkes e quella fantastica di V è certamente innegabile. Non che gli indizi disseminati da Moore fin dalle prime pagine dell’opera non siano chiari: il giorno scelto da V come inizio del suo attacco contro la dittatura di Fate, la modalità tramite cui V sceglie di dar vita alla sua ouverture e, palesemente, il travestimento adottato dal nostro supereroe, una maschera in cartapesta che riproduce le fattezze di Fawkes.
Moore mette in piedi, in tal modo, un’intricata rete di connessioni i cui significati profondi si scagliano ben al di là del mero livello testuale-narrativo. Partendo da un’idea inizialmente avanzata da David Lloyd, l’autore sviluppa il concetto in modo da inglobare alla perfezione i temi della ribellione e della messa in discussione del potere stabilito che permeano l’intero lavoro. Anche il parallelismo con Guy Fawkes si dimostra essere, ancora una volta, uno splendido esempio del decostruttivismo di Moore: l’autore, infatti, modifica l’interpretazione tradizionale della figura di Guy Fawkes che da traditore della patria, come viene comunemente ricordato nei libri di storia, si trasforma in figura salvifica ed eroe. Tramite un ironico capovolgimento della storia ufficiale –V/Guy Fawkes riesce alla fine a far esplodere il Parlamento – il nostro autore sembra suggerire che non è il fallimento della ribellione, e pertanto la vittoria del Potere, che deve essere ricordato ma, piuttosto, la ribellione stessa, in quanto simbolo di libertà.

vforvendetta1Oltre all’insolito aiutante, Evey, e alla stessa emblematica figura di V, un ulteriore simbolo della tecnica di decostruzione mooriana è la Shadow Gallery. Esattamente come Batman o Iron Man, V possiede un nascondiglio segreto ma, anche in questo caso, il posto misterioso dove V colleziona e preserva dall’oblio tutte quelle manifestazioni artistiche dell’uomo che il regime ha tentato di reprimere ed eliminare è ben più che un futuristico garage finalizzato a custodire i gioiellini tecnologici o le armi segrete del supereroe. La Shadow Gallery è, difatti, un chiaro esempio di quell’intricata rete di connessioni intertestuali che percorrono l’intera opera e nella quale si esplicita il continuo riferimento, sia verbale sia visivo, a opere della passata tradizione letteraria, da Faust a More, da Fleming a Dante. I riferimenti intertestuali di V però, come già ricordato, non si esauriscono alla mera tradizione letteraria ma attingono anche alla cultura popolare e inglobano distinte forme di espressione artistica, dalle arti visive – il cinema e la pittura – alla musica – sia essa classica, pop o rock.
Fin dalla sua prima apparizione nelle pagine iniziali della graphic novel, la Galleria, stipata di libri e opere d’arte, appare cromaticamente in contrasto con il regime: le tavole in fondo alla pagina che ne ospitano la rappresentazione, infatti, mostrano sfumature calde e chiare di colori quali il rosa e il giallo che vanno a scontrarsi con il grigiore e l’oscurità delle tavole in alto, dove il regime viene disegnato in tutta la sua mestizia.
Osservando attentamente, è facile scorgere nella collezione di V opere ben riconoscibili al lettore: Utopia di More, che descrive una società ugualitaria e libera, chiaramente opposta al regime dittatoriale del Norse Fire o La Capanna dello Zio Tom di Stowe, una storia contro la schiavitù dei neri d’America che si scontra con il sistema repressivo attuato dal regime nei confronti delle persone di colore. Qualche pagina dopo, è possibile scorgere altri volumi ancora: da Frankenstein ai Viaggi di Gulliver, passando per il Faust e Don Chisciotte, assieme a svariate opere di Shakespeare e alla Divina Commedia del nostro Dante. Poco più in là, il Dottor No e Dalla Russia con amore di Fleming: Dante e 007 a braccetto!
v-for-vendetta_superI muri della Galleria sono poi tappezzati da numerose locandine: I delitti della Rue Morgue, Il figlio di Frankenstein, Klondike Annie e Monkey Business per citarne alcuni. Il simbolismo implicito nascosto dietro questi riferimenti cinematografici è chiaro giacché la maggior parte delle opere sopracitate sono film dell’orrore con cui la graphic novel condivide l’atmosfera dark e inquietante nonché la presenza di protagonisti che sono solitamente figure reiette e non convenzionali, proprio come V. Le locandine, inoltre, assieme ai vari dipinti rinascimentali custoditi nella Galleria, provano che la tecnica intertestuale di Moore gioca su due livelli: non solo quello testuale – ma anche quello grafico-visivo.
Tra le citazioni musicali vanno elencate Simpathy for the Devil dei Rolling Stones e I’m Waiting for the man di Lou Reed. La tradizione del cabaret e del Music Hall ripercorre invece tutto il secondo libro, dal titolo The Vicious Cabaret mentre riferimenti impliciti alla musica classica sono disseminati in tutta l’opera.
Di particolare rilievo, l’omaggio che Moore rende a Shakespeare attraverso continue citazioni tratte dalle opere del grande bardo inglese. Ancora una volta, l’autore riesce a creare nuove e inedite interpretazioni di classici letterari, estrapolandone i versi e immergendoli in un contesto del tutto inusuale e originale. Il risultato è una forte decontestualizzazione dell’opera che provoca un effetto di straniamento e di messa in discussione dell’intero universo letterario.
Nelle pagine iniziali del testo, ad esempio, V recita un passo tratto da Macbeth, Atto I, scena 2, ma, in un mondo in cui il passato culturale è stato cancellato dal regime, nessuno è in grado di riconoscere la citazione di V, motivo per cui il poliziotto lo bolla come una specie di ritardato scappato da un ospedale.
Più nel dettaglio, i versi di Macbeth citati nelle pagine iniziali della graphic novel, sembrano suggerire una implicita connessione tra la pazzia di quest’ultimo e l’atteggiamento folle in cui spesso ricade il fervore ideologico di V. Si pensi alle tavole che mostrano V che, dall’alto di un tetto, contempla estasiato la distruzione di alcuni edifici chiave simbolo del potere del regime, dirigendone la stessa demolizione con una bacchetta, a mò di direttore d’orchestra.
V_taking_a_bowTali movenze quasi “teatrali” sembrano suggerire che V, in realtà, non fa che recitare tutto il tempo. La vita, in fondo, non è altro che un “melodramma” proprio come confermano le parole “all the world is a stage” tratte da “As You Like It” che V pronuncia mentre indossa il travestimento da cabaret per lo spettacolo di vaudeville che di lì a poco andrà a inscenare per Mr. Prothero, la voce del supercomputer Fate.
Il tema del teatro è ricorrente nelle azioni e nella persona di V. Tanto il suo abbigliamento quanto la frequente messa in scena di situazioni drammatiche posticce – si pensi alla finta prigionia di Evey nel campo di concentramento di Larkille – potrebbero alludere alla falsità e ipocrisia del mondo moderno: Moore sembra indicare in questo modo che lo sconsiderato abuso di potere assieme all’alienante processo di “lavaggio del cervello” messo in atto dai media creano una distorsione del mondo tale da rendere impossibile la distinzione tra realtà e finzione. Inoltre, l’attitudine “teatrale” di V e la ricostruzione delle magiche atmosfere degli anni ’30 stridono con il piglio realistico del testo e delle illustrazioni, ulteriore indizio dell’intricata pantomima messa in atto da V, finto supereroe. Egli, infatti, non è altro che un attore, i cui trucchi verranno svelati dal detective Finch che, alla fine, riuscirà a scoprire e a localizzare il nascondiglio di V nel mondo “reale”.

v for vendetta IIIl fatto, poi, che V utilizzi spesso il pentametro giambico, verso tipico del teatro shakespeariano, è stato interpretato, come già suggerito da Di Liddo, quale elemento critico nei confronti dell’odierno utilizzo del linguaggio di Shakespeare, spesso adoperato in modo improprio nonché una critica alla condizione di decadenza in cui versa attualmente la lingua moderna, ormai priva di significati pregnanti e caratterizzata dall’assenza di poesia. Il blank verse, inoltre, era il metro tipicamente adoperato nelle opere teatrali conosciute come “revenge plays”, i drammi della vendetta, che è anche, e non a caso, il tema centrale della graphic novel di Moore.

La tecnica di ri-elaborazione delle fonti culturali e letterarie appare, dunque, una delle tecniche più efficaci tramite cui Moore svecchia e rinnova il mezzo fumettistico. Tramite allusioni, citazioni e parodie, l’autore costruisce una fitta reti di riferimenti testuali e non testuali, un labirinto intertestuale, vera e propria sfida anche per il lettore più attento che, come Evey, continuerà a chiedersi: “It is, isnt’it? It’s another bloody quote!2


  1. Burbey, Mark. 1984. “An interview with Alan Moore.” Comics Journal 93, pp. 78-79 

  2. Moore, Alan, and David Lloyd. Op. cit. , p. 223 

,

L'articolo V for Vendetta, intertestualità di un capolavoro è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/132618-for-vendetta-graphic-novel/feed 0
Scott Snyder e Greg Capullo per il Batman dei New 52! http://www.lospaziobianco.it/125936-scott-snyder-greg-capullo-batman-new-52 http://www.lospaziobianco.it/125936-scott-snyder-greg-capullo-batman-new-52#comments Wed, 05 Nov 2014 07:00:40 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125936 Scott Snyder e Greg Capullo per il Batman dei New 52! | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Il reboot in casa DC Comics del 2011 ha portato sulla testata principale dedicata a Batman il team di autori formato da Scott Snyder e Greg Capullo: approfondiamo la loro gestione.

L'articolo Scott Snyder e Greg Capullo per il Batman dei New 52! è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
Scott Snyder e Greg Capullo per il Batman dei New 52! | di Andrea Bramini
Lo Spazio Bianco

Speciale: Speciale Batman 75

IMG_0089

Banner articoli

Banner omaggi

Batman8Non era facile prendere le redini di Batman, quando tre anni fa la DC Comics ha reboottato tutto il suo universo narrativo facendo ricominciare ogni sua testata dal n. 1.

A partire dal 2006, infatti, e fino ai mesi immediatamente precedenti a questa rivoluzione, il demiurgo della storyline principale sul Cavaliere Oscuro era stato Grant Morrison, ideatore di un’intricata run che scavava nelle radici stesse del personaggio e della realtà che gli gravitava intorno, andando addirittura a ripescare elementi di vecchie storie dimenticate e donando loro nuovi significati.
Morrison ha concluso la sua lunga gestione dell’Uomo Pipistrello sulla testata Batman Inc., anch’essa ripartita con numerazione azzerata, ma sarebbe stato un altro l’autore principale del personaggio: Scott Snyder.
Snyder, potendo sfruttare uno scenario vergine, non sembra soffrire di sudditanza psicologica rispetto a quanto realizzato da Grant Morrison: Snyder mantiene un atteggiamento molto “iniziatico” con gli archi narrativi che elabora, nello spirito ancor più che nella sostanza, e va a toccare 3 elementi chiave del personaggio: il legame con Gotham City, il conflitto con il Joker, le origini dell’eroe.

Court_of_Owls_002

Il legame con Gotham City: la Corte dei Gufi

La prima, lunga run che Scott Snyder imbastisce è incentrata su una nuova nemesi per il Cavaliere Oscuro. L’idea è vincente in quanto l’organizzazione che Batman deve affrontare adotta come proprio simbolo il gufo, un animale che in natura è effettivamente un avversario del pipistrello. Ma il comun denominatore tra i contendenti appare ancora maggiore quando ci si accorge, numero dopo numero, del fatto che i Gufi siano parte integrante del tessuto di Gotham City da molti secoli.
Batman_Full_6Lo sceneggiatore dimostra subito grande intelligenza nel cominciare il suo lavoro sul personaggio: mette in evidenza quanto il rapporto di Batman con la sua città sia importante e viscerale, mostrando subito ai lettori il peso che Gotham ha nelle storie di Batman.
La sagacia di questo progetto è ancora maggiore, considerando che sempre Morrison aveva posto l’accento su questo elemento della mitologia batmaniana, mostrando scorci del passato della città per testimoniare come la simbologia del pipistrello fosse ben radicata in Gotham, assai prima della scelta di vita di Bruce Wayne.
Non solo: mentre Morrison mostrava come la città fosse sempre stata sotto il segno del pipistrello, Snyder introduce l’idea che qualcun altro rivendichi il possesso del cuore di Gotham. I Gufi, appunto, così inseriti nel tessuto cittadino da aver avuto influenza in numerosi eventi importanti del passato.
Si mantiene quindi un collegamento tra il prima e il dopo reboot, ma laddove l’autore scozzese rivestiva queste riflessioni con una patina esoterica, Snyder rimane più razionale, e, nonostante inizialmente non manchino appigli a spiegazioni fantasiose, il tutto si riduce “solo” ad un gruppo di malviventi consolidato da intere generazioni nel luogo. La qual cosa non manca di mettere comunque i brividi nel lettore!
I Gufi, comunque, non appartengono solo al passato: sono tuttora vivi e vitali, e difatti muovono il loro più grande attacco contro colui che può essere per loro una seria minaccia. Batman, ovviamente.
I Gufi riescono a mettere le loro grinfie sul protagonista, lo imprigionano in un grottesco labirinto, lo portano sull’orlo della follia dopo averlo fiaccato mentalmente e fisicamente. In Batman #5 vediamo uno dei punti più bassi del Crociato Incappucciato, uno dei momenti in cui è al minimo storico delle sue abilità, in una situazione in cui soffre veramente.

2178245-batman_05_rizz3n_pg19

Ma è proprio in questo frangente che Batman può rialzarsi; è quando ha toccato il fondo, che trova le forze per riemergere. E così si prepara al maxi-evento chiamato La notte dei Gufi, dove l’atavica organizzazione emerge dagli antri oscuri per conquistare i punti-chiave della città. Un’escalation terroristica ben gestita dagli autori in gioco: coinvolgendo infatti tutte le testate inerenti a Batman e tutti gli alleati dell’eroe, encyclo_illustre_1354803183i vari team creativi hanno potuto raccontare un’unica, lunga e perigliosa notte in cui i Gufi hanno sferrato il loro attacco definitivo alla città, con tutta la bat-family in azione per contenere questa drammatica escalation.
Il finale della saga delude le aspettative create dal complesso intreccio, ma lo scontro finale che affronta Batman è comunque carico di significato e permette di chiudere piuttosto degnamente la storia.

La run deve buona parte della sua riuscita anche alla parte grafica. Greg Capullo si dimostra infatti un ottimo partner per Scott Snyder, riuscendo pienamente col suo stile fortemente gotico a rappresentare le sensazioni messe in piazza dalla sceneggiatura.
Il suo Batman è esteticamente molto affascinante, tanto nel costume quanto nelle espressioni del viso, sempre fortemente comunicative. La bravura del disegnatore si rivela soprattutto nelle storie in cui Batman è a un passo dalla perdita della lucidità: il modo in cui Capullo realizza gli occhi del Cavaliere Oscuro, con quello sinistro più piccolo e iniettato di sangue, rende immediatamente e perfettamente lo stato d’animo in cui versa il personaggio.
Anche l’aspetto dei Gufi, la loro maschera in particolare, è un altro elemento interessante da analizzare: molto semplice, con pochi fronzoli, quella maschera bianca racchiude in sé sia il mistero che l’ambiguità che il gufo come animale porta con sé… e che certamente anche i nemici di Batman annoverano tra le loro prerogative. Agile ed elegante, è quanto basta per ispirare ansia in chi la vede.

Batman-16-pg-010

Il conflitto con il Joker: Morte della Famiglia

Chiusi i conti (almeno per il momento) con i Gufi, Batman deve vedersela col suo nemico per eccellenza: Joker.
bc26e760f0974e8fca6976bea181c8a1Sulle pagine dei primi numeri di Detective Comics post reboot, il pagliaccio del crimine si era visto asportare la faccia da un altro freak di Gotham, Dollmaker, nella run orchestrata da Tony Daniel. Dopodiché il Joker è sparito dalla circolazione e dalle pagine delle bat-testate, fino a quando Scott Snyder non l’ha riportato in scena su Batman #14 (edizione italiana), per aprire la nuova saga che avrebbero calamitato l’attenzione dei lettori per un’altra lunga serie di mesi.
Partiamo col dire che anche in questo caso grande merito va a Greg Capullo: da un lato continua molto bene a visualizzare Batman, dall’altro riversa grande attenzione al Joker, regalando una versione rispettosa del passato, coniugata però con elementi nuovi, dovuti al fatto che il pazzo si è dovuto riattaccare la faccia, in una sorta di metaforica rinascita che ha portato al suo ritorno in città. In questo modo il ghigno tipico del villain permane, ma in qualche modo diviene ancora più disturbante: la faccia del Batman-14-1Joker assume quasi l’aspetto di una grottesca maschera, tenuta attaccata al volto da un paio di corde, e questo fa sì che non aderisca perfettamente alla testa del pazzoide. Quest’assurdo mosaico si completa con la tenuta sfoggiata dal clown, non il solito costume violaceo ma una tuta da meccanico, che lo rende ancora più inquietante.

La trama che questi disegni servono non è meno interessante. Snyder prosegue il suo cammino di indagine dei punti cardine di Batman costruendo il suo personale confronto tra l’eroe e il pazzo. Non è una novità che il Joker sia ossessionato da Batman, ma forse stavolta come non mai ha preparato una trappola veramente complessa e articolata, che con lucida follia va a colpire gli affetti del Batman_13-4giustiziere, cominciando da Alfred per arrivare ad insidiare tutti i componenti della bat-family. Il pagliaccio del crimine riesce addirittura ad insinuare nelle mente degli alleati di Batman il sospetto di aver scoperto la vera identità dell’eroe e, a cascata, anche quelle dei propri compagni d’azione.
Obiettivo del Joker è quello di creare caos e disordine, di portare crisi e dissapori nel gruppo: è questa senz’altro la maniera più subdola ed efficace per demolire una parte importante del mondo di Batman.
In un colpo solo, in un crescendo di sospetti e pericolo, Scott Snyder dice la sua sul rapporto tra Batman e il Joker e dimostra anche quanto sia importante per il Cavaliere Oscuro quella rete di alleanze che ha costruito negli anni, a dispetto della convinzione comune secondo cui l’eroe di Gotham sarebbe solitario.

3047555-bm_cv21_cr1280

Le origini di Batman: Anno Zero

La genesi dell’Uomo Pipistrello è stata raccontata molte volte, in molti modi e in diversi media. Se a livello nazional-popolare la versione più diffusa è probabilmente quella data dal film Batman Begins del 2004, nell’ambito fumettistico rimane imprescindibile Anno Uno, di Frank Miller e David Mazzucchelli, graphic novel del 1987 dalla quale il film di Cristopher Nolan ha preso parecchi elementi.
Batman-21-300x461Una volta che si è presentata l’esigenza di narrare per l’ennesima volta le origini del personaggio come conseguenza del reboot dell’universo DC, è proprio guardando a questa celebre storia che Scott Snyder ha composto Anno Zero, che in effetti fin dal titolo cita esplicitamente il lavoro di Miller. L’autore ha ripreso quegli elementi classici alla base del mito batmaniano, fissati nella storia da Year One, come la lontananza del giovane Bruce Wayne da Gotham, le esperienze in giro per il mondo che gli hanno permesso di affinare le proprie abilità psicofisiche, la gang di Cappuccio Rosso che imperversava agli inizi di attività dell’eroe. Ma, a fianco di questi elementi, Snyder inserisce alcune significative differenze, sfruttando la nuova ambientazione temporale e le differenze che il reboot ha portato con sé.
Gli esempi più lampanti sono la presenza dello zio di Bruce, fratello della madre, a capo della Wayne Enterprise, che cerca di coinvolgere Bruce negli affari di famiglia, ma anche l’introduzione di Edward Nygma, futuro Enigmista, che fa da consulente proprio al suddetto zio.
Anche il conflitto tra Bruce e Alfred, pur non essendo del tutto inedito, viene qui acuito fino ad una rottura che, per quanto momentanea, certamente colpisce l’animo del lettore.
bm21bMa il punto più alto della prima rush di Anno Zero (pubblicato in Italia su Batman #23-24-25) è senz’altro nel terzo episodio, quando Bruce prende coscienza del simbolo che lo guiderà lungo il proprio percorso e con esso anche di un modus operandi più ponderato e organizzato nella sua lotta al crimine e alle ingiustizie.
La scena, nota e memorabile, in cui il giovane Wayne dichiara solennemente “Sì, padre, sarò un pipistrello”, viene ripresa anche qui, ma con una messa in scena e un’idea di fondo che la arricchiscono e la rendono ancora più incisiva: Bruce ha appena fatto il passo più lungo della gamba, confrontandosi con la gang di Cappuccio Rosso quando non era ancora preparato per competere con questi criminali, e dallo scontro ne esce pesto, spezzato nel fisico e nell’animo. Ma proprio quando sarebbe portato a rinunciare, nell’ora del dubbio, trova la forza nel ricordo del padre per portare avanti la sua missione, e il simbolo del pipistrello trova la sua origine, contemporanemente, nell’animale che entra dalla finestra e nel branco di chirotteri presenti nel buco in cui cadde da bambino. Le splendide tavole di Capullo sono un compendio fortemente evocativo per questo grumo di sensazioni che avvolgono il protagonista e che costituiscono un tassello chiave della run e della mitologia di Batman.
BM21_1Greg Capullo, quindi, si è dimostrato anche stavolta all’altezza del compito, ed è riuscito perfettamente nell’impresa: ogni tavola trasuda dedizione, quella di Batman nel poter fare qualcosa per lenire la sua disperazione e quella dell’artista nel ritrarre questo fervore giovanile. Capullo non si ferma alla soluzione più semplice, ma arricchisce le sue vignette con soluzioni sempre ficcanti: il dialogo tra Bruce e Nygma, per esempio, è compreso in una tavola a forma di spirale concentrica che rappresenta un oroboro, il serpente che si mangia la coda e simbolo dell’infinito, il che comunica perfettamente sia la forma del discorso (labirintica e per enigmi) sia il contenuto, incentrato proprio sull’oroboro.

Scott Snyder e Greg Capullo hanno lavorato di cesello per fornire ai lettori nel modo migliore la loro visione di Batman, sfruttando le caratteristiche che hanno reso celebre e conosciuto il suo mondo e l’opportunità che i New 52 hanno offerto in termini di libertà creativa.
Con grande perizia, Snyder ha selezionato e isolato le peculiarità che più gli sembravano rilevanti e intorno ad esse ha costruito nuove sfide per il Crociato Incappucciato, mettendo in difficoltà crescente il protagonista per fortificarlo sempre più. Capullo, dal canto suo, ha favorito questo lavoro con i suoi disegni, ricchi di particolari, di fascino e di inventiva.
Il risultato è una delle stagioni qualitativamente più felici per le avventure a fumetti del personaggio.

Abbiamo parlato di:
Batman #1-2-3-4-5-6-7-8-9-10-11 (per La Corte dei Gufi)
Batman #14-15-16-17-18 (per Morte della Famiglia)
Batman #23-24-25 (Per Anno Zero – Città segreta)
Scott Snyder e Greg Capullo
Traduzioni di Stefano Visinoni
RW-Lion, da maggio 2012 a marzo 2014
72 pagine, spillato, colori – € 3,50 (cadauno)

gallerycomics-1900x900-20140507-bm-v4-zero-yearcv-533ddde98ab981-104756

, , ,

L'articolo Scott Snyder e Greg Capullo per il Batman dei New 52! è stato pubblicato su Lo Spazio Bianco.

]]>
http://www.lospaziobianco.it/125936-scott-snyder-greg-capullo-batman-new-52/feed 0