Lo Spazio Bianco » Approfondimenti http://www.lospaziobianco.it Nel cuore del fumetto! Fri, 22 Aug 2014 19:04:20 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=3.9.2 Paperino, da Howard a Daffy ottant’anni di imitazioni http://www.lospaziobianco.it/125272-paperino-howard-daffy-ottantanni-imitazioni http://www.lospaziobianco.it/125272-paperino-howard-daffy-ottantanni-imitazioni#comments Sat, 09 Aug 2014 07:00:31 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=125272 Paperino, da Howard a Daffy ottant’anni di imitazioni | di Giuseppe Pollicelli
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Donald Duck (il nostro Paperino) è ancora, a ottant’anni esatti dalla sua prima apparizione, uno dei personaggi di fantasia più amati e conosciuti al mondo, che ha generato molti epigoni.

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Paperino, da Howard a Daffy ottant’anni di imitazioni | di Giuseppe Pollicelli
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Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro

La gallinella saggia

Oggi di Meo Porcello (in originale Peter Pig) non si ricorda nessuno, eccezion fatta per qualche cultore della produzione disneyana, mentre Donald Duck (il nostro Paperino) è ancora, a ottant’anni esatti dalla sua prima apparizione, uno dei personaggi di fantasia più amati e conosciuti al mondo.
Eppure, in The Wise Little Hen, in italiano La gallinella saggia, il breve film animato che venne distribuito nei cinema americani il 9 giugno del 1934 (il quarantaquattresimo di un formidabile ciclo di cortometraggi ideato da Walt Disney e intitolato The Silly Symphonies), Paperino era soltanto il vicepresidente di un piccolo club di scansafatiche che, oltre a lui, contava un unico altro socio, appunto il presidente Meo Porcello.

Benché Walt Disney, dopo l’enorme successo che a partire dal 1928 aveva già riscosso Topolino, avesse in animo da tempo di puntare su un carattere antropomorfo con la fattezze di un papero, è evidente come il regista de La gallinella saggia, Wilfred Jackson, nel rielaborare un noto apologo in cui una gallina e i suoi pulcini cercano invano di farsi aiutare nella semina e nella raccolta del grano, non considerasse in alcun modo Paperino una figura di maggior rilievo rispetto a Meo Porcello.
La «bomba Paperino», tuttavia, impiega poco tempo a esplodere tra le mani della Disney, che si dimostra ben felice di farla deflagrare già con il cortometraggio Orphans’ Benefit (Lo spettacolo di beneficenza per gli orfani), di pochi mesi successivo a La gallinella saggia, in cui il pennuto abbigliato da marinaio ha un ruolo di rilievo e manifesta per la prima volta quella tendenza alla rissosità che lo connoterà fortemente negli anni a venire.

Ben più di Disney, le personalità determinanti, in questa prima fase della vita di Paperino, sono – oltre al già citato Wilfred Jackson – i disegnatori Art Babbitt e Dick Huemer, che ne La gallinella saggia avevano definito la fisionomia del personaggio (presto destinata a modificarsi, con l’aumento della statura e il progressivo accorciamento di becco e collo); l’imitatore e doppiatore Clarence Nash, che dona a Paperino l’inconfondibile voce nasale e starnazzante; l’animatore Dick Lundy, il quale si rende conto, lavorando a Orphans’ Benefit, della necessità di contrapporre il papero a un qualche antagonista (nella circostanza, alcuni degli orfanelli – forniti di sembianze topolinesche – a favore dei quali Donald si esibisce su di un palcoscenico); lo sceneggiatore Bob Karp e il disegnatore Al Taliaferro, che dal 1938 si occupano della striscia di Paperino ideando personaggi del calibro dei nipotini Qui, Quo e Qua.

La vera svolta nella fittizia esistenza paperinesca si ha però nel 1942, allorché (in seguito all’affermarsi del cosiddetto formato comic-book, gli albetti spillati a colori di 17×26 cm tipici dei supereroi) inizia a occuparsi dei fumetti di Paperino e soci colui che si rivelerà uno dei più geniali cartoonist di tutti i tempi, l’americano Carl Barks, che oltre a inventare una miriade di personaggi tra cui, nel 1947, Zio Paperone, attribuisce a Paperino, nelle centinaia di magnifiche storie da lui scritte e disegnate, quello «spessore umano» che nel 1968 induce Dino Buzzati a parlare di Donald Duck come di una creatura in grado di competere con quelle di Molière, Goldoni, Balzac e Dickens.

Se la parabola fumettistica vissuta da Paperino in Italia a partire dagli anni Trenta meriterebbe un articolo a parte, tanto essa è stata (e continua a essere) entusiasmante e feconda grazie alla bravura dei grandi autori disneyani di casa nostra, ci pare interessante, in chiusura, spendere due parole sui non rari epigoni di Donald Duck.

Il più famoso è senza dubbio Daffy Duck, la folle anatra nera della Warner Bros. inventata nel 1937 da Tex Avery, ma non va dimenticato il papero extraterrestre Howard, protagonista di un fumetto Marvel del 1973 (di Steve Gerber e Val Mayerik) nonché di un controverso film dal vero del 1986, Howard e il destino del mondo.
La schiera più folta di emuli di Paperino è però italiana: si va dal Papy Papero di Luciano Bottaro (1952) al Paperetto di Nicola e Mario Del Principe (1956); dal pellicano Okey alla cornacchia Chico (entrambi concepiti nel 1955 da Giovan Battista Carpi per l’editore milanese Bianconi); dall’irriverente aquilotto spaziale Joe Galaxy di Massimo Mattioli (1978) alla stressatissima anatra Hiawata Pete di Francesca Ghermandi (1987), sempre prossima all’esaurimento nervoso a causa delle degenerazioni della società dei consumi.
Per concludere con la serie dei Paperotti, lanciata nella seconda metà degli anni Ottanta dalle Edizioni Masters di Milano e titolare, a partire dal 1994, di un effimero quindicinale per ragazzi contenente storie a fumetti firmate da Massimo Carboni e Jacopo Murolo. Diverse di queste proposte sono assolutamente pregevoli, ma di certo in nessuno dei casi suddetti – pensando alla statura di Paperino – è possibile dire che l’allievo abbia superato il maestro.

Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro Paperino, da Howard a Daffy ottantanni di imitazioni   Walt Disney Steve Gerber Paperino Massimo Mattioli Luciano Bottaro Giovan Battista Carpi Francesca Ghermandi Carl Barks Al Taliaferro

 

Originariamente pubblicato su “Libero” del 10 giugno 2014.

 

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Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura http://www.lospaziobianco.it/122313-hitman-stile-e-struttura-prima-parte http://www.lospaziobianco.it/122313-hitman-stile-e-struttura-prima-parte#comments Sat, 26 Jul 2014 07:00:22 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=122313 Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura | di Luigi Siviero
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Hitman fu un'occasione più unica che rara per Garth Ennis di confrontarsi con la gestione corale di un universo supereroistico, senza per questo rinunciare alle tematiche care all'autore

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Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura | di Luigi Siviero
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Hitman nell’universo narrativo DC

Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics La serie Hitman è inserita nell’universo narrativo nel quale vivono le loro avventure Batman, Superman, Wonder Woman e tutto il ricchissimo pantheon di supereroi e personaggi della casa editrice dc Comics. Il fatto, inoltre, che sia ambientata nel bel mezzo di Gotham City, ha fatto sì che il personaggio si sia trovato nell’occhio del ciclone di molti eventi editoriali come Contagion, One Million, No Man’s Land e altri.

Nonostante Garth Ennis sia uno sceneggiatore molto prolifico nell’area del fumetto seriale statunitense, Hitman è stata la sua prima e ultima occasione di partecipare a quel lavoro collettivo che è la creazione e scrittura di un universo narrativo da parte di un nutrito gruppo di autori.
Non che Ennis abbia mai cercato di arrivare al cuore dei fumetti supereroistici; difatti, in un’intervista ha dichiarato di non gradire le serie che proseguono all’infinito:

Per quello che riguarda le miniserie il vantaggio ovvio è che non devi portare avanti il personaggio per sempre e sempre e sempre come si fa su una serie regolare. Molte serie regolari di supereroi sono studiate per andare avanti per sempre; ovviamente molte ci riescono, ma il punto è che si cerca di tirare fango contro un muro sperando che rimanga attaccato, ma la maggior parte delle volte scivola giù.
In una miniserie […] non devi tirare fuori il personaggio in modo artificioso da qualunque destino hai pensato per lui, puoi raccontare la storia, suppongo, sinceramente”.1

Nella prefazione a The Pro ha rimarcato il concetto affermando che:

[...] una prostituta con superpoteri e un modo di fare schifoso [è] l’antidoto perfetto alle menate altisonanti pubblicate da certi grandi editori. Ad Amanda sarebbe piaciuto disegnarlo? Jimmy lo avrebbe inchiostrato? L’opportunità di fare un gioco sporco, unita alla promessa di infangare un po’ di corporate trademark (oh, mi dispiace, davvero ho detto corporate trademark? Volevo dire icone culturali, sono proprio uno stupido!) era troppo allettante”.2

Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics

Dal punto di vista della serialità nei fumetti di supereroi, Hitman è quindi un caso più unico che raro3 nella vasta produzione dell’autore. Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics
Non possono essere accostati a questo tipo di scrittura fumetti come The Punisher, Thor: Vikings, Hulk Smash! e The Legends of the Dark Knight, perché si tratta di opere slegate dalla continuity narrativa degli universi Marvel e dc.
In quei casi Ennis, pur rifacendosi al background dei personaggi consolidato in anni di pubblicazioni, ha lavorato in autonomia, senza interferenze da parte di altri autori e senza richieste dalla casa editrice di integrare i suoi fumetti con quelli scritti da altri.4

Tale visione del medium fumettistico ha portato Garth Ennis a un approccio diffidente verso la serialità supereroistica nella serie Hitman, come conferma lo stesso autore in un’altra intervista:

L’unica regola era di fare quanto umanamente possibile per evitare di scrivere di personaggi supereroistici o partecipazioni ai crossover, e se proprio dovevo, di farlo a modo mio. Stare nel nostro piccolo angolino.5

Evitare il coinvolgimento della serie nei crossover era davvero molto difficile:

La sfida era che [i crossover, N.d.R.] erano per la maggior parte maestosi e non c’era modo di scamparne. In particolare quelli di Batman, ogni anno, coinvolgevano Gotham City in avvenimenti privi di immaginazione (terremoto, epidemia).6

L’asfissia provocata dai crossover è sottolineata dall’autore anche in un breve passo dal sapore metanarrativo7 in un episodio di Hitman.8 Tommy nota che disastri come il terremoto succedono una volta l’anno, quasi come se ci fosse un deus ex machina che li programma a intervalli regolari (e infatti c’è: è la casa editrice).

Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics

The Final Night, cover di Hitman n. 8 © dc Comics

Da questo rapporto tormentato di Ennis con la serialità della dc Comics è nato uno dei tratti distintivi della serie. Lo scrittore è riuscito a gestire le avventure del suo personaggio in equilibrio fra slanci personali e necessità di integrare le sue sceneggiature con quelle di molti altri scrittori, e ha accolto i crossover imbastiti da altri autori come spunti narrativi da filtrare, rielaborare e restituire in storie che conservavano la sua impronta personale.
Avventure epiche, a volte cosmiche, mastodontiche e (sulla carta) sconvolgenti sono state assimilate in un fumetto urbano e “famigliare” e descritte da quel particolare punto di vista che è il bar di Noonan.
Il risultato assomiglia per certi versi a Marvels9 , la celebre miniserie di Kurt Busiek e Alex Ross che ha preceduto di poco meno di due anni la serie Hitman. Se in Marvels le battaglie classiche fra i personaggi dell’universo Marvel vengono raccontate dalla prospettiva della gente comune10 – che, per esempio, vive l’arrivo di Galactus come un annuncio dell’Apocalisse11 –, qualcosa di simile si può dire per Hitman, dove la scomparsa del sole in The Final Night, e la conseguente notte lunga sette giorni, diventa l’occasione per Tommy e i suoi amici di rintanarsi nel bar a raccontare storie di guerra e morte, mentre all’esterno gli abitanti di Gotham City, pensando che il mondo sia condannato, regrediscono a bestie pazze e sanguinarie.12

L’apertura di Hitman a tutte le tematiche di Garth Ennis

La struttura seriale di Hitman ha avuto un’altra ricaduta sullo stile di Garth Ennis. Lavorare su una collana potenzialmente molto lunga e priva di una durata precisa significa scrivere e pubblicare il fumetto a piccoli passi nel corso dei mesi e degli anni. Se è vero che lo sceneggiatore già a metà dell’opera aveva un’idea abbastanza precisa di come concluderla – e infatti la morte di Tommy al termine della saga è il culmine di uno stillicidio che, episodio dopo episodio, tocca quasi tutti i personaggi –, è altrettanto vero che per molto tempo l’autore non ha avuto, per così dire, un traguardo.
La conseguenza di questo tipo di approccio è che Ennis ha avuto la possibilità di modulare l’opera finendo con l’abbracciare poco alla volta tutte le tematiche che gli erano più care: un canovaccio sempre pronto all’uso porta l’autore a riempirlo con le idee che gli vengono sul momento e a riversare nella serie i suoi interessi principali.

Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics

Non a caso Garth Ennis tocca tutti i suoi temi preferiti: la guerra, l’amicizia, le storie d’amore, gli scontri nell’Irlanda del Nord, l’etica, il sarcasmo sui supereroi, il rapporto fra padre e figlio, la religione, la passione per un certo cinema, il cannibalismo e il contrappasso.
Se in fumetti come The Punisher (max), connotata dalla violenza estrema e dalla passione di Ennis per le storie belliche, e Preacher, che può essere definita una storia d’amore, amicizia e rapporti fra padri e figli all’ombra di un’Apocalisse, da un lato c’è apertura a molte tematiche ma dall’altro c’è un minimo di rispetto per la filosofia di base delle serie, lo stesso discorso non vale per Hitman, nel quale ci sono virate repentine nelle tematiche e nell’approccio.
Probabilmente ci sono due fattori, oltre alla pura e semplice serialità, che hanno fatto di Hitman un’opera così imprevedibile e aperta: da una parte la duttilità di John McCrea, in sintonia con Ennis tanto nel disegnare storie drammatiche quanto quelle più grottesche, e dall’altra l’ambientazione nell’Universo supereroistico della dc Comics. I supereroi permettono una miriade di chiavi di lettura e perfino Ennis, solitamente caustico verso il genere, è andato oltre il sarcasmo che contraddistingue le sue opere, analizzando seriamente la figura di Superman e tentando una lettura del genere supereroistico in chiave realistica nell’episodio ambientato in Africa.

Kathryn McCallister e Kathryn O’Brien

La filosofia della serie Hitman, come visto nel paragrafo precedente, è stata di non negarsi nessuna possibilità e di accompagnare Ennis per un lungo tratto del suo percorso di autore. Che Hitman sia stato qualcosa che Ennis e McCrea hanno portato con loro per tutti gli anni Novanta, lo dimostra anche il fatto, lo ricordo, che il protagonista della serie, prima di diventare titolare della sua collana personale, era nato e maturato su The Demon, l’opera gestita in precedenza dai due autori.
Ennis non si è separato da Hitman nemmeno nel decennio successivo. Nella serie The Punisher (max), pubblicata dalla Marvel a partire dal 2004, lo sceneggiatore ha introdotto un personaggio di nome Kathryn O’Brien, un’agente della cia che ha avuto un ruolo di rilievo in particolare nell’episodio intitolato L’uomo di pietra.

La O’Brien parla a Frank Castle della sua vita sentimentale:

Garth Ennis – Hitman (seconda parte): stile e struttura   John McCrea Hitman Garth Ennis DC Comics

Garth Ennis, Leandro Fernandez, The Punisher (max), n. 40, p. 8. [Edizione Italiana: The Punisher: L'Uomo di Pietra, Panini Comics, Modena, 2007, trad. it. Pier Paolo Ronchetti]: “Ci sono stati anche bravi ragazzi. Non durano mai, di solito perché decido che non meritano la merda che questa vita implica. Ma perlopiù tipi come Rawlins o idioti, o alcolisti, o quelli irrevocabilmente destinati alla tragedia. Come quello stupido di Tommy…”13

Si riferisce a Tommy Monaghan, perché quella O’Brien è lo stesso personaggio che in Hitman si chiamava Kathryn McCallister14 e aveva avuto una breve relazione con il protagonista della serie.


  1. 65 Steve Johnson intervista Garth Ennis in Garth Ennis Writes Heroes Without Costumes, «Fortunecity» 1997. “(…) In terms of the mini series… well, the obvious advantage is that you don’t have to keep the character going forever and ever and ever the way you do on a regular book. Most regular superhero books are designed to go on forever; of course, very few of them do, but the point is they are trying to throw mud against the wall and hope it will stick, and most of it slides off. With a mini series you (…) don’t have to artificially bring the character back from whatever doom you’ve designed for them, you can tell the story, I suppose, honestly.” 

  2. 66 Garth Ennis in Achtung! Achtung! Englander! Le origini di Pro, in Garth Ennis, Amanda Conner e Jimmy Palmiotti, Pro, Edizioni bd, Milano 2008. Trad. it. Alberto Schiavone. 

  3. 67 L’altro fumetto di Ennis ambientato nell’Universo dc è The Demon. Infatti la serie è stata toccata dai crossover Bloodlines e Zero Hour. Ennis ha adottato lo stesso stile che si è visto successivamente anche in Hitman

  4. In particolare, la lunga serie The Punisher (max) non è stata toccata dagli avvenimenti raccontati negli ultimi anni nell’universo Marvel. La casa editrice, quando ha deciso di coinvolgere il personaggio nel crossover Civil War, ha varato una collana apposita (la serie The Punisher: War Journal scritta da Matt Fraction) per non disturbare Ennis. 

  5. “The only rule, really, was to avoid writing superhero characters or participating in crossovers as much as humanly possible, and if I had to, to do it on my own terms. Stay in our own little corner.” Zack Smith intervista Garth Ennis. Op. cit. 

  6. “The challenges were that they were mostly bloody awful, and there was simply no escape from them. The Batman ones in particular involved something deeply unimaginative happening to Gotham City every year or so (earthquake, plague).” Ibid 

  7. Sul tema della metanarrazione vedi il paragrafo 6.4.2. 

  8. Garth Ennis e John McCrea, Hitman n. 38, dc Comics, New York 1999. 

  9. Kurt Busiek e Alex Ross, Marvels nn. 1-4, Marvel Comics, New York 1994. 

  10. Kurt Busiek e Alex Ross, Marvels nn. 1-4, Marvel Comics, New York 1994. 

  11. Kurt Busiek e Alex Ross, in una sequenza di Marvels che è una sorta di remake di un episodio classico di Fantastic Four, trascurano completamente il combattimento fra Galactus, Silver Surfer e i Fantastici Quattro e concentrano la loro attenzione sui newyorkesi che, vedendo il cielo in fiamme e degli esseri immensi che si scontrano, temono la fine del mondo e reagiscono pregando, ubriacandosi o impazzendo. 

  12. Garth Ennis ripete l’operazione in Hulk Smash!, un combattimento fra Hulk e l’esercito raccontato dal punto di vista di un militare. 

  13. Garth Ennis e Leandro Fernandez, The Punisher: L’uomo di pietra, Panini Comics, Modena 2007. Trad. it. Pier Paolo Ronchetti. 

  14. Un ringraziamento a Sergio Calvaruso che ha riportato la coincidenza nel capitolo dedicato a Goddes. 

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Il fenomeno PK, da “PKNA – Paperinik New Adventures” a oggi http://www.lospaziobianco.it/122826-fenomeno-pk-pkna-paperinik-new-adventures-oggi http://www.lospaziobianco.it/122826-fenomeno-pk-pkna-paperinik-new-adventures-oggi#comments Tue, 22 Jul 2014 06:00:31 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=122826 Il fenomeno PK, da “PKNA – Paperinik New Adventures” a oggi | di Andrea Bramini
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È tornato PK, e tantissimi appassionati si sono mobilitati per questo evento tanto atteso. Vediamo di chiarire i motivi per cui PK è ancora oggi così sentito dai fan.

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Il fenomeno PK, da “PKNA – Paperinik New Adventures” a oggi | di Andrea Bramini
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Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia

Fin da quando la notizia è trapelata, il ritorno di PK ha catalizzato l’attenzione di molti appassionati.
I dettagli sono emersi col tempo, fino ad arrivare alla storia effettiva (Potere e potenza, di Francesco Artibani e Lorenzo Pastrovicchio) serializzata in quattro episodi su Topolino nn. 3058, 3059, 3060, 3061 di questo luglio 2014.
Ma al di là delle discussioni sull’opportunità o meno di pubblicare il ritorno di PK sul settimanale disneyano, sui timori che non si rivelasse all’altezza e sugli argomenti che sarebbero stati trattati in questa nuova avventura, la notizia fondamentale era proprio il ritorno del vero PK in nuove storie originali.

Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia Ma per capire i motivi alla base di questa fibrillazione di massa, occorre fare un veloce salto indietro nel tempo, precisamente nella seconda metà degli anni ’90.
Il 1996 infatti segnò la nascita del primo magazine spillato Disney, PKNA – Paperinik New Adventures, dedicato proprio all’alter ego mascherato di Paperino. Nato come un esperimento azzardato, diede presto ragione a chi lo aveva supportato, e già nell’anno successivo aveva iniziato ad assumere contorni da fenomeno di massa.
Il segreto stava negli ingredienti che furono utilizzati, a partire proprio dalle storie a fumetti. Le avventure contenute in PKNA si distinguevano infatti da quelle classiche di Paperinik sotto moltissimi punti di vista: le tematiche diventavano dichiaratamente fantascientifiche, i nemici dell’eroe avevano un appeal e un livello di pericolosità maggiori, gli alleati erano ambigui e la profondità di alcune sceneggiature toccava vette di lirisimo notevoli, arrivando a parlare del concetto di morte, seppur per allusione, proprio come nel primo episodio della nuova avventura.
Graficamente, poi, si diede modo a molte giovani leve disneyane di sperimentare, rompendo la rigida gabbia di Topolino e caratterizzando fortemente e con carica innovative le linee del disegno di personaggi e ambienti.

Tutte queste influenze e cariche innovative, visibili fin dall’aspetto esteriore della rivista (formato e copertina), ebbero la funzione di attirare i lettori che magari avevano abbandonato o stavano abbandonando il fumetto Disney, restando però nel “mondo delle nuvolette” come appassionati di supereroi Marvel e DC o come fan dei manga.
Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia La figura di Paperinik, viceversa, funzionò da richiamo per i lettori che già conoscevano il fumetto Disney, e che nel supereroe mascherato riconoscevano comunque un simbolo di disneyanità immutabile, effettivamente insita nella serie.
PK non era un prodotto anti-Disney o extra-Disney, non lo voleva essere e non lo è mai stato. PK era la voglia di indagare sulle infinite possibilità che questi personaggi e questo universo narrativo custodiscono in sé, sempre con uno sguardo alla tradizione. PK piaceva non perché è alternativo al Paperinik classico, ma perché ne era la sua evoluzione in chiave fantascientifica e “cyber”, in un contesto – quello del finire dell’ultimo decennio del ’900 – in cui l’attenzione e la sensibilità dei giovani tra i 15 e i 40 anni per l’informatica e la tecnologia era alle stelle, preludio di un futuro non molto lontano in cui si sarebbe avverato di tutto e di più, sotto questo profilo.

Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia

Continuity e community

Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia Questo modo di intendere e di realizzare le storie a fumetti di PKNA, quindi, aveva avuto il modo di attirare un vario campionario di lettori. Ma sarebbero rimasti? Due furono i modi per fidelizzare il pubblico: prestando attenzione alla continuity delle storie e accudendo il senso di community nei lettori.
Le storie di PKNA, al contrario di quelle Disney classiche in cui – salvo alcune significative eccezioni – non sopravvive la memoria di quanto accaduto in passato, erano strettamente correlate tra loro, e gli effetti degli eventi su Pikappa, nemici e alleati si riverberava nei numeri successivi, stabilendo continuamente nuovi status quo che contribuivano a creare una narrazione credibile e coerente. I lettori si affezionavano ai destini dei personaggi, e volevano vedere quali evoluzioni avrebbero attraversato; nel contempo i seguaci dei comics supereroistici americani ritrovavano un mood narrativo a loro familiare.

Il fenomeno PK, da PKNA – Paperinik New Adventures a oggi   PK Paperino Disney Italia Come contrappunto al fumetto, il mensile ospitava varie rubriche, molte delle quali aprivano spesso un canale privilegiato e diretto con i lettori. Lo spazio della posta, per esempio, divenne un luogo in cui pubblicare le lettere e le mail più assurde, fornendo risposte a tono e spesso schernendo i lettori che si dimostravano troppo nerd o che si prestavano a farsi prendere in giro. Ma col tempo vennero anche istituiti dei concorsi per premiare i lettori che avevano il coraggio di prestarsi a prove spesso imbarazzanti o demenziali. Tutto questo contribuiva a cementare quel senso di appartenenza quasi settario in cui il pubblico poteva riconoscersi. Il risultato fu un mix tra passione comune e atmosfera amicale e comunitaria che di lì a poco avrebbe trovato un’esistenza più vasta e variegata nei forum tematici del web 2.0.

Questo breve excursus riesce forse ad evidenziare, quindi, perché, anche a 12 anni dalla fine della seconda serie (senza contare la terza, un reboot di quanto visto sino ad allora generalmente mal sopportata dai fan della prima ora), la notizia di un ritorno di PK ha scatenato grandi reazioni sulle più disparate piattaforme web di discussione.
Tutto quanto traspariva da comunicati e mezze frasi faceva intuire l’impegno della redazione nel promuovere questa nuova storia, così come la natura del progetto di Artibani e Pastrovicchio che, a differenza del divertissement citazionista rappresentato da Universo PK, si sarebbe occupato di riprendere le fila del racconto da dove si erano interrotte.
Segnali che non potevano lasciare indifferenti le migliaia di pkers in paziente attesa, e che di fatto non li hanno lasciati indifferenti: sia che avessero continuato a seguire il fumetto Disney, sia che si fossero dedicati ad altri comics e sia che non seguissero più attivamente la nona arte, stando a quanto si può leggere su diversi forum e social network il 2 luglio 2014 i vecchi lettori di PK sono andati in edicola a comprare il n. 3058 di Topolino, per leggere Potere e Potenza.

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Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90 http://www.lospaziobianco.it/120140-hammer-fantascienza-italiana-fumetti-cyberpunk-anni-90 http://www.lospaziobianco.it/120140-hammer-fantascienza-italiana-fumetti-cyberpunk-anni-90#comments Mon, 14 Jul 2014 06:00:30 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=120140 Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90 | di David Padovani
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In occasione della riproposta di Hammer, serie fantascientifica edita dalla Star Comics a metà anni ’90, proviamo a tracciare un profilo e un’analisi di quella che, troppo semplicisticamente, fu considerata un’alternativa a Nathan Never

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Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90 | di David Padovani
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Il palcoscenico fantascientifico letterario e a fumetti negli anni ‘90

Hammer: fantascienza italiana a fumetti e cyberpunk negli anni ‘90   Stefano Vietti Star Comics Nathan Never Majo Lazarus Ledd Hammer Gigi Simeoni

Copertina di Nathan Never #1

All’inizio degli anni ’90 del secolo scorso la fantascienza, in ambito fumettistico italiano, non poteva certo considerarsi un genere ampiamente rappresentato. L’unica serie presente, che aveva esordito il 18 giugno 1991 in edicola, era Nathan Never, edita dalla Sergio Bonelli Editore e creata dalle menti del trio di autori sardi Michele Medda, Antonio Serra e Bepi Vigna, coadiuvati a livello grafico da Claudio Castellini.
Per dirla tutta, l’agente Alfa bonelliano poteva essere definito, per molti versi, il primo personaggio a fumetti creato nel nostro paese a muoversi in ambito fantascientifico; strano a dirsi, visto il consistente numero di appassionati italiani al genere letterario sf, che aveva generato, sin dall’inizio degli anni ’50, pubblicazioni del calibro di Urania (1952), Galaxy (1958) e Robot (1976).
Qualcuno potrebbe obiettare che anche il Ranxerox di Stefano Tamburini, Andrea Pazienza e Tanino Liberatore, del 1978, dovrebbe essere considerato un personaggio a fumetti che si muove in un ambito fantascientifico. Vero, anche se la fantascienza, in quel caso, era una delle componenti dell’opera, ma non certo la più importante o la principale1.

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Urania #1189 – Ai due lati del muro

In campo letterario e, di riflesso, cinematografico, il genere fantascientifico viveva, in quel periodo, l’onda lunga del successo della corrente cyberpunk, nata agli inizi degli anni ’80 per mano di autori quali William Gibson e Bruce Sterling.
Il cyberpunk aveva introdotto nel campo della fantascienza tematiche tecnologiche innovative, che proprio in quello stralcio finale di XX secolo si affacciavano sul palcoscenico del mondo reale: i personal computer, la realtà virtuale, la rete e l’information technology.
In Italia l’onda cyberpunk era stata sfruttata con successo dallo scrittore Francesco Grasso, vincitore del Premio Urania 1992 con il romanzo Ai due lati del muro, pubblicato nel numero 1189 dell’omonima collana Mondadori. La trama: un uomo, senza nessuna ragione o spiegazione, si ritrova rinchiuso nella prigione più sicura mai costruita al mondo; la sua unica speranza di libertà è l’evasione. Ma la realtà, al di là delle mura del carcere, non è quel che sembra.
È questo un dettaglio del libro molto importante, sul quale in seguito torneremo.

Una nuova fantascienza a fumetti

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Copertina di Lazarus Ledd #1

Nathan Never aveva fatto, in un certo senso, da apripista nel fumetto, visto che a ruota, nel 1992, la casa editrice Star Comics aveva dato alle stampe il bonellide Lazarus Ledd, opera dello scrittore Ade Capone, che molto da vicino riprendeva le atmosfere presenti nelle storie dell’agente Alfa.
Sempre Giovanni Bovini, patron della casa editrice perugina, decise di cavalcare il successo che la serie Bonelli stava riscuotendo in quei primi anni di vita e mise in cantiere quella che, all’inizio, sarebbe dovuta essere una miniserie fantascientifica in quattro numeri.
L’editore ne affidò la creazione a un gruppo di giovani autori bresciani, ai quali affiancò altri disegnatori provenienti dallo staff di Lazarus Ledd: Riccardo Borsoni, Marco Febbrari, Giancarlo Olivares, Mario Rossi (Majo), Gigi Simeoni e Stefano Vietti. Era nato il gruppo Hammer.

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Copertina di Fullmoon Project #2

A parte Borsoni, gli altri elementi del gruppo avevano dato vita, insieme a Davide Longoni e Fabio Pezzi, alla miniserie in sette parti Fullmoon Project, edita tra il 1991 e il 1992 dalla casa editrice milanese Eden – Center TV. Le storie erano di genere horror-fantasy, innestate su un impianto poliziesco che proponeva, con circa due anni di anticipo, la formula resa famosa da Chris Carter con il serial televisivo X-Files.
Fullmoon Project s’interruppe inaspettatamente alla settima uscita, ma il gruppo di autori dimostrò sin da quel progetto una capacità che poi sarebbe tornata utile nella loro esperienza professionale: quella di riuscire a modificare, in corsa, l’intreccio narrativo per creare un finale drammatico alla serie, che però lasciasse aperte le porte a un’eventuale futura ripresa.

Quando iniziò dunque a lavorare alla miniserie fantascientifica per la Star Comics il gruppo di autori era già affiatato: i componenti si conoscevano e i meccanismi di lavoro comune erano ben oliati.
Il loro obiettivo fu da subito quello di pensare a Hammer, questo il titolo della testata, come a un prodotto anticonvenzionale, che avrebbe dovuto spiazzare i lettori e porsi, in un certo senso, in antitesi al il tipo di fantascienza che si stava sviluppando su Nathan Never.
Il gruppo aveva dalla sua la massima libertà concessa dalla casa editrice e, quindi, il controllo fin nei minimi dettagli di tutto il progetto, dal punto di vista narrativo come anche da quello grafico.

La serie

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Copertina di Hammer #0

Hammer fece il suo esordio con uno speciale numero zero in occasione della Mostra di Lucca dell’ottobre 1994. L’albo conteneva una storia di ventitre pagine, scritta da Riccardo Borsoni e Giancarlo Olivares e disegnata dallo stesso Olivares, che fungeva da prologo alla serie e presentava uno dei suoi protagonisti, l’hacker Helena Svensson.
Il debutto ufficiale della serie avvenne nel giugno 1995 con l’albo intitolato Doppia Fuga, sceneggiato da Marco Febbrari e Majo con disegni di quest’ultimo. Lo scenario nel quale era ambientata la storia era quello della fine del terzo millennio, in un Sistema Solare in fase di decadenza sociale, completamente colonizzato dalla razza umana, all’interno del quale si muovevano personaggi quali hacker, avventurieri e mercenari.
In seguito ai fatti narrati nel numero zero, Helena Svensson si trovava nel carcere orbitale di massima sicurezza Lazareth, condannata a venti anni di reclusione. Qua, insieme a due compagni di prigionia, il pilota Swan Barese e il fuorilegge John Colter, organizzava un’evasione. I tre scappavano a bordo del cargo da trasporto interspaziale Hammer, in un viaggio senza destinazione attraverso il sistema solare, tallonati dalla Flotta Aerospaziale.
Hammer riscosse da subito la fiducia e la fedeltà di uno zoccolo duro di lettori, sicuramente non di primo pelo nelle letture di romanzi di fantascienza, senza però riuscire a realizzare vendite soddisfacenti. Come conseguenza la Star Comics valutò prima un taglio dei costi per continuare la pubblicazione della testata e poi ne decretò la chiusura. La serie si concluse esattamente un anno dopo il suo esordio, nel giugno 1996, con il tredicesimo numero intitolato L’ultimo sogno , sceneggiato da Stefano Vietti e Giancarlo Olivares con alla parte grafica quest’ultimo insieme a Andrea Mutti, Majo e Gigi Simeoni2.
Come già era avvenuto per Fullmoon Project, l’abilità del gruppo Hammer fu quella, quando venne decretata la fine della testata, di modificare in corsa gli sviluppi narrativi della storia, chiudendo in maniera logica le trame aperte nel corso della pubblicazione.

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Particolare della tavola iniziale di Hammer #1 di Majo

L’esperimento Hammer

Gli elementi innovativi introdotti dal gruppo Hammer nella loro serie furono molti e gli autori, giustamente, si concentrarono nello sforzo di rendere la testata una valida alternativa a Nathan Never, evitando di copiarne pedissequamente toni e atmosfere e anzi anticipando alcuni filoni narrativi che la serie di casa Bonelli avrebbe sviluppato solo negli anni a venire (guarda caso quando alcuni dei creatori di Hammer approdarono alla scrittura delle storie dell’agente Alfa).
Partendo proprio da quest’ultimo aspetto, l’impianto narrativo di Hammer era strutturato come una space opera, caratterizzata da avventure e viaggi interstellari, là dove le avventure dei primi anni di pubblicazioni nathanneveriane erano contraddistinte da una fantascienza urbana, che ricordava da vicino le atmosfere della pellicola Blade Runner.

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Tavola di apertura di Hammer #2 di Giancarlo Olivares

Per restare in campo fantascientifico e azzardare un paragone, Hammer sta a Nathan Never come le atmosfere di Cronache della galassia  stanno a quelle di Abissi d’acciaio3.
La serie della Star Comics già nel titolo voleva differenziarsi dalla serie bonelliana: Hammer non era il nome del protagonista della serie, bensì del cargo interstellare che trasportava i personaggi principali attraverso lo spazio. La testata non poteva essere battezzata come il suo protagonista, proprio perché i personaggi a capo della serie erano tre, tutti di valore narrativo paritetico.
Altra differenza fondamentale risiedeva nella caratterizzazione dei tre protagonisti. Mentre Nathan per molti versi è sempre stato un eroe, seppur più travagliato e umano di altri suoi compagni di scuderia editoriale, Helena, Swan e John erano, a tutti gli effetti, degli anti-eroi, esseri umani pieni di difetti quanto di virtù, con una moralità “scivolosa” e atteggiamenti talvolta eticamente discutibili, dotati di un gergo duro e volgare, per questo realistico.
Queste sfaccettature caratteriali li rendevano però figure assolutamente dinamiche, mai stereotipate, e gli autori sono stati capaci di un attento approfondimento psicologico, fondamentale per dare giustificazione e spiegazione al comportamento dei personaggi.
Il genere di fantascienza cyberpunk e il futuro da essa generata che sono lo sfondo sul quale si muovevano le azioni dei protagonisti erano un altro elemento differenziante rispetto a Nathan Never. Gli scenari di Hammer erano violenti, a tratti caotici, certamente cupi e disillusi. Grazie all’ironia generata a volte dalla caratterizzazione dei personaggi, questi tratti oscuri dello scenario venivano però mitigati e resi “più digeribili” al lettore.
In conclusione, poi, nella serie era presente una forte continuity interna, caratterizzata da uno scorrere del tempo realistico per i personaggi: prova ne sia i capelli di Helena che, tagliati corti al suo ingresso in carcere, durante la serie ricrescevano e  questo fatto è evidenziato finanche nelle copertine dei vari albi.

Ai due lati del muro: Hammer e Matrix

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Locandina di Matrix

Se ricordate, nel primo paragrafo di quest’articolo si è parlato di Ai due lati del muro, romanzo cyberpunk dell’italiano Francesco Grasso. Parte della trama del numero di esordio di Hammer deve molto a quel libro che, probabilmente, faceva parte del bagaglio di letture degli autori. Allo stesso tempo però, l’immensa simulazione virtuale nella quale sono immersi i protagonisti di Hammer anticipa, di ben quattro anni, buona parte dei fondamenti narrativi sui quali si sarebbe basato Matrix, pellicola di successo diventata un cult tra gli appassionati di fantascienza (e a sua volta debitrice delle opere di un altro grande scrittore quale Philip K. Dick).
Interpellato a tal proposito, in un’intervista di qualche anno fa Gigi Simeoni ha detto:
Molte cose si somigliano, in effetti. Quando Matrix è apparso nei cinema, i nostri fans hanno avuto un senso di deja vu, e anche noi. All’epoca eravamo convinti che ci avessero scopiazzati, eravamo giovani e irruenti.
Oggi, a quarant’anni d’età e quasi venti di professione, direi che è stato un caso. E se ci hanno copiato, ciò non fa altro che confermare la forza delle nostre idee, no? Comunque eravamo abituati ai plagi: il nostro Fullmoon Project anticipava di qualche anno la serie di X – Files…

Tanto pregi quanto difetti

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Copertina di Hammer #14 (albo fuoriserie)

Paradossalmente quelle che potevano essere considerati i tratti distintivi e peculiari della serie, da un punto di vista narrativo quanto da un punto di vista d’ispirazione, furono anche quelli che, in certa misura, portarono alla prematura scomparsa di Hammer.
È indubbio che gli autori conoscessero approfonditamente le tematiche principali del genere cyberpunk e che, con coerenza e precisione, siano riusciti a mutuarle nelle varie storie. Tuttavia, proprio per questo motivo, la serie sembrava volersi rivolgere a una nicchia formata da lettori che fossero appassionati del cyberpunk letterario e ne conoscessero già i contenuti, tutt’altro che “leggeri” e anzi densi di visioni e osservazioni critiche sulla società loro contemporanea.
Tutta queste difficoltà, laddove invece Nathan Never viveva avventure più semplici, più immediate, più lineari, dove la fantascienza era un “vestito” per delle storie di pura avventura.
Alla luce di questo, riproporre Hammer oggi acquista un senso. Il fumetto è cresciuto in questi venti anni, è maturato e anche quei lettori che al tempo non apprezzarono e abbandonarono la serie, potrebbero oggi avere tutti gli strumenti per rivalutarla e apprezzarla.
I più giovani avranno l’occasione di scoprire una serie ricca di suggestioni e spunti, che riusciva a coniugare azione e visione critica su tematiche scomode, e riflettere su che cosa abbia soffocato il suo successo.

 

Leggi gli altri pezzi dello Speciale Hammer:

 

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  1. Per completezza è giusto dire che negli anni ’70, sulla rivista Bliz, apparve una serie di tema fantascientifico, Selusi, creata dai fratelli Antonino e Agrippino Musso 

  2. Piccola curiosità. Esiste anche un numero quattordici fuori serie, intitolato Gattordici, La macchina dei sogni, e pubblicato in 500 copie nel marzo 2001 da Le Cronache di Topolinia. La storia al suo interno si inserisce temporalmente tra l’ottavo e il decimo numero della serie regolare. 

  3. Entrambi romanzi di Isaac Asimov, il primo, del 1951, tassello iniziale della Trilogia della Fondazione e il secondo, del 1954, facente parte del Ciclo dei robot 

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Brian Michael Bendis, gli X-Men e il diritto alla delusione http://www.lospaziobianco.it/121731-bendis-gli-x-men-battaglia-atomo http://www.lospaziobianco.it/121731-bendis-gli-x-men-battaglia-atomo#comments Mon, 07 Jul 2014 06:30:14 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=121731 Brian Michael Bendis, gli X-Men e il diritto alla delusione | di Simone Rastelli
Lo Spazio Bianco

La miniserie degli X-Men "La battaglia dell'atomo" si è rivelata una bolla di sapone, certo sgargiante, ma che sembra fondata unicamente su ragioni editoriali. Come lettori consapevoli, possiamo pretendere di più?

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Brian Michael Bendis, gli X-Men e il diritto alla delusione | di Simone Rastelli
Lo Spazio Bianco

Brian Michael Bendis, gli X Men e il diritto alla delusione   X Men Stuart Immonen Marvel Comics Chris Bachalo Brian Michael Bendis

La conclusione de La battaglia dell’atomo1, all’interno della run di Brian Michael Bendis sugli X-Men, lascia un profondo senso di sconforto: “È tutto qui?“, è la reazione immediata, a cui segue, per mitigare la frustrazione “In, fondo, che cosa altro ci si poteva aspettare?“.

Piuttosto che come considerazione conclusiva (e consolatoria), vale la pena prendere quest’ultimo pensiero, apparente buon senso difensivo, come spunto per riflettere sul rapporto lettore-fumetto seriale infinito. Brian Michael Bendis, gli X Men e il diritto alla delusione   X Men Stuart Immonen Marvel Comics Chris Bachalo Brian Michael Bendis È giusto rinunciare all’aspettativa di qualità narrativa assoluta (dove con “assoluta” intendiamo svincolata da considerazioni extra narrative, in particolare commerciali) nei confronti di un’opera? Che cosa implica un eventuale abbassamento della soglia di soddisfazione? Inserire nel nostro rapporto con un’opera le motivazioni di business che partecipano alla sua creazione è davvero un segno di consapevolezza o qualcosa di diverso? E che conseguenze può avere questo atteggiamento?

Due gli elementi da sottolineare nel caso specifico degli X-Men di Bendis: una qualità tecnica di alto livello, sia nei testi, sia nei disegni (Stuart Immonen su I nuovissimi X-Men, Chris Bachalo su Gli incredibili X-Men) e una totale gratuità della vicenda. Detto altrimenti, una tattica brillante condotta in assenza di qualsiasi strategia.
Grazie alle loro capacità tecniche, gli autori confezionano singoli numeri più o meno godibili, con non pochi spunti degni di sviluppo e alcune scene esemplari nel richiamare suggestioni dalla lunga storia degli X-Men. Il ritmo delle 24 pagine è cadenzato da colpi di scena e cliffhangers di chiusura, scene di azione e battute ironiche, sguardi intensi e pose statuarie.
Gli X-Men di Bendis si leggono insomma con certo qual piacere e compiacimento.
Ma, dopo la chiusura dell’albo, lasciano poco dietro di sé.
Brian Michael Bendis crea ripetutamente l’impressione che qualcosa d’importante e fondamentale stia per accadere. Dove “importante” e “fondamentale” sono aggettivi pesati su una storia prestigiosa e ricca di gemme. Ispira, cioè, elevate aspettative.
Non per niente nelle pagine de La battaglia dell’atomo si intrecciano tre linee temporali e si trovano a confronto gli X-Men del presente (adulti), quelli delle origini (adolescenti), quelli del futuro (vecchi).
Però, poi, niente accade di importante, niente di fondamentale. Tutto si chiude fra battute e scazzottate.
Ecco allora che le nostre riflessioni si muovono lungo un’orbita definita da due domande: quali aspettative è legittimo avere nei confronti di una storia che appartiene a un seriale (tendenzialmente) infinito? È accettabile, dal punto di vista del lettore, la scelta narrativa di Bendis?

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Diritto alle aspettative?

Che aspettative siamo in diritto di nutrire nei confronti degli X-Men? Esiste qualcosa di simile a un “diritto alla delusione”? Da lettori accorti, conosciamo le regole della narrazione seriale, i modelli ciclici, la storia segnata da saghe, autori, successi e insuccessi. Conosciamo il ruolo che hanno nelle politiche editoriali delle case editrici e nella carriera degli autori. Questo è il bagaglio che portiamo con noi quando affrontiamo un’avventura degli X-Men, con gli X-Men. Che ruolo ha nel nostro approccio alla lettura?

Le aspettative nei confronti di un’opera derivano dalla conoscenza pregressa che ne abbiamo (che sia vera o presunta, non fa differenza). Nel loro formarsi entrano in gioco la conoscenza del genere, degli autori, della tematica, della linea editoriale, eccetera. Spesso non sono tanto una riflessione cosciente che precede la lettura, quanto uno degli elementi che ne determina l’effetto su di noi e di cui ci rendiamo conto a posteriori, seppure ci domandiamo perché quella storia ci sia piaciuta o meno.
Brian Michael Bendis, gli X Men e il diritto alla delusione   X Men Stuart Immonen Marvel Comics Chris Bachalo Brian Michael Bendis Le aspettative sono una specie di soglia di valutazione fissata in base a una serie di metainformazioni sull’opera.
Allargando la prospettiva, considerando i vari attori coinvolti nella vita di un’opera, abbiamo che ciascuno di essi nutre aspettative specifiche nei suoi confronti: autori, produttori, editori e lettori le definiscono entro contesti diversi, che non sono poi altro che i rispettivi campi di attività. Fra esse si generano tensioni ed effetti di retroazione (come scritto sopra, le aspettative influenzano la ricezione dell’opera, quindi la sua valutazione e in particolare il suo livello di successo commerciale) che contribuiscono all’evoluzione di ciascuno degli attori e, di conseguenza, del fumetto in generale.

A questo punto, è importante evitare la confusione fra la consapevolezza della pluralità di aspettative, che riflette pluralità di obiettivi e complessità del mondo del fumetto, e l’assunzione delle motivazioni altrui, che è segnale di un equivoco fondamentale. Quest’ultima porta infatti alla distorsione del rapporti fra gli attori e, di conseguenza, dell’evoluzione e struttura del mondo del fumetto. In altre parole, il lettore che si accontenti di un’opera, che semplicemente è conforme alle migliori pratiche dal punto di vista della produzione, lascia a editori e autori la scelta sui criteri che determinano esistenza e successo, abdicando così ad una delle proprie responsabilità principali (qui assumiamo che i lettori non partecipino al processo produttivo e quindi possano agire solo in quanto consumatori).

Quindi, anche nel campo del fumetto seriale esiste il diritto/dovere del lettore alla delusione e alla richiesta di qualità assoluta: la comprensione delle motivazioni che hanno portato a un’opera come la run di Bendis sugli X-Men, non deve essere elemento di giustificazione, bensì aiutare a contestualizzarla in maniera appropriata secondo la pluralità di possibili campi d’azione in cui si svolge il suo ciclo di ideazione, produzione, ricezione.

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Il caso Bendis X-Men

Da una parte la run di Bendis è perfettamente conforme alle regole editoriali e soddisfa le aspettative della produzione, dall’altra, dal punto di vista della richiesta di una qualità assoluta, è assolutamente insoddisfacente e deludente.
Caratteristica principale, segnale e sintomo plateale di impotenza, è il suo estremo manierismo, marcato dalla sovrabbondanza di elementi potenzialmente fertili, proposti e sistematicamente abbandonati in favore di soluzione a effetto immediato: quanto si potrebbe dire dei nuovi mutanti, dispersi in mezzo agli umani? Bendis, dopo brevi allusioni, ci offre solo salvataggi spettacolari e scenette comiche. Così, la montagna degli intrecci temporali, invece che vertigine trasmette solo un senso di confusione e partorisce il topolino dello scioglimento che leggiamo nell’ultimo numero de La battaglia dell’atomo, che più che interlocutoria o non risolutiva sembra semplicemente frutto della perdita di controllo da parte dello scrittore sulla fabula.

Brian Michael Bendis, gli X Men e il diritto alla delusione   X Men Stuart Immonen Marvel Comics Chris Bachalo Brian Michael Bendis

Nella prospettiva dell’equivoco dei ruoli illustrata in precedenza, merita mostrare la presenza di tattiche narrative che quell’equivoco favoriscono. La più evidente è quella che porta al primo livello di lettura le regole narrative che guidano la scrittura e la produzione, che Bendis applica tramite l’uso della parodia, che, essendo parodia degli X-Men in una storia degli X-Men, possiamo indicare come autoparodia. Brian Michael Bendis, gli X Men e il diritto alla delusione   X Men Stuart Immonen Marvel Comics Chris Bachalo Brian Michael Bendis
In questo senso, l’autoparodia, lungi dall’essere riflessione critica e messa in discussione di luoghi comuni e stereotipi, è dal punto di vista formale un manierismo, poiché replica quello che è diventato ormai un luogo comune nelle serie supereroiche (altro è il senso della parodia in un lavoro come Nextwave di Warren Ellis – leggi le recensioni di Alberto Casiraghi  ed Ettore Gabrielli -, tanto per rimanere nel mainstream).
Dal punto di vista funzionale, infatti, il suo compito è di cercare la complicità del lettore, adescarlo per indurlo ad abbracciare le motivazioni della produzione, cioè precisamente a cambiare il proprio ruolo, dandogli l’illusione di partecipare al processo produttivo, di essere, per così dire, dall’altra parte della barricata. Questa illusione di condivisione intende annullare la distanza fra scrittura e lettura, per generare un cortocircuito che tamponi l’esercizio critico. Si badi, non si intende sostenere che l’autore Bendis usi l’autoparodia con il fine di favorire la confusione dei ruoli, ma che uno degli effetti dell’autoparodia è indurre la confusione dei ruoli.
Dalla richiesta di qualità assoluta, si scade in quella d’identità: l’opera ci conferma in quello che sappiamo, nel nostro essere appassionati conoscitori di un universo finzionale, il cui scopo è diventato ospitare storie che, celebrando se stesse, celebrino anche la competenza del lettore. Così si toglie all’opera la capacità di essere usata come martello contro i limiti tematici e di linguaggio di genere (vedi eventualmente Chris Claremont e Grant Morrison) e la si riduce a specchio per il compiacimento di chi legge, così come lo slogan “Cyclope is right” si riduce a una frase cool su una maglietta (franchise to franchising?).
Ovvero al “Tutto qui?” che accoglie la fine della storia.


  1. La battaglia dell’atomo comprende le seguenti uscite, tutte presso l’editore Panini fra marzo e aprile 2014: X-Men: La battaglia dell’atomo, I nuovissimi X-Men #10, Gli incredibili X-Men #7, Wolverine e gli X-Men #23, I nuovissimi X-Men #11, Gli incredibili X-Men #8, Wolverine e gli X-Men #23, X-Men: La battaglia dell’atomo omega. 

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Dopo Zagor e Tex, Graziano Romani mette in musica Mister No http://www.lospaziobianco.it/121782-zagor-tex-graziano-romani-mette-musica-mister http://www.lospaziobianco.it/121782-zagor-tex-graziano-romani-mette-musica-mister#comments Tue, 01 Jul 2014 15:00:39 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=121782 Dopo Zagor e Tex, Graziano Romani mette in musica Mister No | di Giuseppe Pollicelli
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" Yes I’m Mister No" è un album di canzoni inedite con cui Graziano Romani rende omaggio al celebre anti-eroe creato da Sergio Bonelli.

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Dopo Zagor e Tex, Graziano Romani mette in musica Mister No | di Giuseppe Pollicelli
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Dopo Zagor e Tex, Graziano Romani mette in musica Mister No   Sergio Bonelli Mister No Graziano Romani

Se non fosse un acceso tifoso interista potrebbe indossare una delle magliette celebrative del recente scudetto juventino, quelle con la scritta «Non c’è 2 senza 3».
Il rocker Graziano Romani, nato a Casalgrande, in provincia di Reggio Emilia, 54 anni fa, ha infatti appena pubblicato il terzo album consecutivo (il diciannovesimo della sua carriera) dedicato a un eroe dei fumetti.

Nel 2009 aveva celebrato Zagor, nel 2011 Tex Willer e adesso ha reso omaggio a Mister No, il reduce della Seconda Guerra mondiale che negli anni Cinquanta del secolo scorso si rifugia in Amazzonia, lui americano, per tagliare i ponti con il mondo occidentale e guadagnarsi da vivere pilotando un piper turistico.

Creato nel 1975 da Sergio Bonelli, Mister No è il personaggio più autobiografico dell’editore e sceneggiatore milanese (scomparso nel 2011 a 78 anni) nonché uno dei più amati in assoluto dallo stesso Romani. Il quale, appassionato e studioso di fumetti con diversi saggi all’attivo, ma anche eccellente musicista nonché grande cantante (la rivista specializzata “Jam” ha parlato di lui in questi termini: “La miglior voce rock italiana, degna di uno “shouter” del profondo Sud degli States con la pelle nera“), ha inciso per questa sua ultima fatica ben 13 pezzi, di cui nove appositamente composti per l’occasione.
Chi acquisterà Yes I’m Mister No, Panini Comics (euro 12,90, in allegato un albo che ripropone, a colori, le tavole finali della saga di Mister No, conclusasi nel 2006), potrà quindi ascoltare, valorizzati dall’intensa interpretazione di Romani, brani ispirati ai generi musicali prediletti sia da Bonelli che dalla sua creatura di carta: dal jazz al soul passando per il rock e la bossa nova.
Alle tracce inedite, fra cui la toccante Soul Traveler (to Sergio), dedicata sin dal titolo allo stesso Bonelli (di cui Romani era un caro amico), si aggiungono classici come I’ve Got You Under My Skin, My Funny Valentine e le due canzoni preferite tanto da Mister No quanto dal suo ideatore: Body and Soul e When the Saints Go Marching In.

https://www.youtube.com/watch?v=1f1LHki0j40″ width=”600″ height=”350″ ]

Al nome di Mister No è legato anche il prossimo tour di Graziano Romani, che inizierà a giugno con una serie di concerti all’aperto, nelle piazze e nei festival, per proseguire in autunno e in inverno in club e auditorium. La band di Romani sarà composta da sei elementi e contemplerà anche una sezione di tastiere e una di fiati.
L’unico grande rammarico è che Sergio Bonelli non si possa godere tutto questo.
Ma chissà che, tra una marcia con i santi e l’altra, non gli riesca di buttar giù un orecchio…

 

Originariamente pubblicato da “Libero” del 7 maggio 2014 

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Una ballata del mare salato: la letteratura d’avventura dell’800 a fumetti http://www.lospaziobianco.it/121127-un-ballata-del-mare-salato-letteratura-avventura-800-fumetti http://www.lospaziobianco.it/121127-un-ballata-del-mare-salato-letteratura-avventura-800-fumetti#comments Sun, 29 Jun 2014 09:00:49 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=121127 Una ballata del mare salato: la letteratura d’avventura dell’800 a fumetti | di Simone Cilli
Lo Spazio Bianco

Una ballata del mare salato di Hugo Pratt: la prima comparsa di Corto Maltese e le sue contaminazioni letterarie.

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Una ballata del mare salato: la letteratura d’avventura dell’800 a fumetti | di Simone Cilli
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 “Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese”
(Umberto Eco)

Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt

Siamo ormai alle porte della prima guerra mondiale, è il 1° novembre 1913, Tarowean: il Giorno delle Sorprese. 
È appena passata una gran tempesta ed è l’Oceano Pacifico in persona a raccontarcelo, mentre tra i flutti affiora debolmente la figura di un uomo legato ad una zattera: Corto Maltese.
 Issato sull’imbarcazione del capitano Rasputin, raggiungerà sulla segreta isola Escondida il misterioso Monaco, per il quale entrambi lavorano, conducendo azioni di pirateria al soldo della marina tedesca.
 Alle loro vicende si intrecciano quelle dei giovani Cain e Pandora Groovesnore, rampolli di una ricca famiglia inglese, tratti in salvo anch’essi da Rasputin, ma tenuti in ostaggio per ottenere un riscatto.

Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt Le vicende si sviluppano lasciando intendere che esse non siano frutto d’invenzione, ma bensì tratte da una missiva del sedicente R. Obregon Carranza, nipote di Cain Groovesnore; il che riporta alla mente la finzione letteraria del “manoscritto” da cui Manzoni trasse i suoi Promessi Sposi. La storia, quindi sfrutta un affascinante intreccio di piani narrativi: è introdotta dalla voce dell’Oceano Pacifico, si dispiega attraverso la narrazione in terza persona ed è infine conclusa da una voce narrante fuori campo.
La stessa denominazione dei personaggi risulta un omaggio alla letteratura: il nome del protagonista, Corto, potrebbe avere due possibili derivazioni: dal soprannome di Jimmy Lea, detto appunto Corto, soggetto che appare in un’altra opera di Pratt: Sgt.Kirk; oppure da Kurtz, il protagonista di “Cuore di Tenebra” di Joseph Conrad, dalle cui storie Hugo Pratt trae ispirazione. Il suo cognome, Maltese, deriva dal titolo del romanzo hard boiled di Dashell Hammet, “Il falcone maltese“, che ha per protagonista un investigatore cinico e riservato, ma con un profondo spirito etico, di cui Corto rispecchia in molti aspetti la personalità. Nessun nome sembra peraltro essere casuale: quello di Pandora, in riferimento alla mitologia greca, quello di Rasputin, che oltre a rimandare al famigerato personaggio della corte russa, deriva da “Rasputa“, dissoluto, a caratterizzare quindi l’animo del personaggio, pronto a tutto per realizzare i propri fini.

Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt

Sono l’Oceano Pacifico e sono il più grande di tutti. Mi chiamano così da tanto tempo ma non è vero che sono sempre calmo. A volte mi secco e allora do una spazzolata a tutti e a tutto. Oggi per esempio mi sono appena calmato dall’ultima arrabbiatura. Ieri devo aver spolverato via tre o quattro isole e altrettanti gusci di noci che gli uomini chiamano navi…questa qui…sì questa che vedete, non so come sia riuscita a farcela. Forse perché il capitano Rasputin è uno che sa il fatto suo e suoi marinai sono delle isole Figi. Oppure perché hanno un patto con il diavolo. Ma questo non importa ora. Oggi è “Tarowean”, il giorno delle sorprese. Giorno di tutti i santi, 1° Novembre 1913.

In questa Ballata, che rappresenta  una sorta di atto corale in cui il singolo si perde nel tutto, non spicca un vero protagonista, tutti i caratteri contribuiscono al realizzarsi della finzione.
 Pratt ci presenta un protagonista non-protagonista, un antieroe, che entra in scena in maniera tutt’altro che dignitosa, legato ad una zattera a seguito di un ammutinamento. 
Corto Maltese è un personaggio riservato, romantico e idealista, un pirata che non rispetta la legge, ma che segue un proprio codice etico:

“Dopo tanti eroi del fumetto che salvano il mondo, Hugo Pratt ne inventa uno che al massimo riesce a salvare se stesso. E il proprio onore. Non è poco, però.”
(Andrea Plazzi)

Ogni personaggio sembra avere un ruolo indispensabile ma non primario nel racconto, e ad ognuno di essi corrisponde una sorta di doppio negativo.
 Rasputin, è il simbolo della dissolutezza, della mancanza totale di qualsiasi principio etico e morale, l’egoismo esasperato sino ai suoi limiti, pronto a tutto pur di soddisfare i propri desideri. Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt Corto è invece l’emblema dell’uomo poetico e romantico, del codice personale e della propria integrità, da dimostrare prima di tutto a se stessi che agli altri. Pandora rispecchia il modello della donna risoluta e pragmatica, dotata di sangue freddo ma soprattutto di inarrivabile dolcezza.
Ogni protagonista presenta delle mancanze che vengono completate da un altro personaggio, in un incastro di caratteri che pare esaurire una generalità: ogni soggetto rappresenta un “tipo” ed ha come contrappeso un suo doppio negativo; tali doppi, uniti fra loro, creano un carattere completo e tutti questi caratteri conclusi, messi insieme, creano a loro volta una generalità: una sorta di soggetto unico ed omogeneo che ingloba la maggior parte delle visioni del mondo che un uomo possa assumere.
Ogni personaggio ha un modo diverso di vedere il mondo, che non è né assolutamente corretto, né assolutamente scorretto, ed è per questo completato dalle posizioni degli altri co-protagonisti.

La Ballata si fonda dunque su un gioco di delicati equilibri, una massa corale ed eterogenea che tuttavia, in maniera quasi inspiegabile, mette in scena un’unità in cui tutto è necessario, nulla spicca sul resto e nessun elemento pare mancare, in una danza armoniosa e collettiva: appunto una Ballata.

È su questo sfondo così evocativo e citazionistico che Pratt mette in scena L’Avventura, presentandoci la sua storia sulla scia dei più grandi romanzi dell’800; un connubio fra racconto e introspezione dei personaggi.
Non un semplice scritto popolare Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt contemporaneo, caratterizzato da una trama accattivante ma povera di significato, ma una storia in cui i personaggi non risultano sbiaditi, in cui le tematiche non sono attenuate per lasciare il passo alla semplicità del linguaggio e alla velocità bruciante della lettura, che tuttavia non lascia nulla nella memoria del lettore e si riduce “tutto a trama”; né una letteratura eccessivamente aulica e formale volta integralmente alla speculazione filosofica e all’allegoria con quel tipico gusto antico, ma una lettura impegnata, scorrevole e coinvolgente.

Il romanzo d’avventura dell’800 nacque da primarie esigenze di evasione, gli autori dipingevano scenari che agli occhi del lettore risultavano totalmente sconosciuti e gli permettevano di viaggiare con la fantasia, unitamente, tuttavia, ad un approfondimento dei sentimenti umani, ad una visione romantica e ad un’introspezione profonda dovuta alla solitudine: una lotta fra l’uomo e la natura e fra l’uomo e le sue paure, che da sempre lo inseguono e lo tormentano, e che egli dovrà prima o poi decidersi ad affrontare; senza mancare oltretutto una critica alla società moderna, così lontana ormai dalla pace sociale, dalla tranquillità dei luoghi non civilizzati e dall’esigenza di collaborazione per cui nasce il consorzio umano (come non ricordare Moby Dick o Cuore di Tenebra?).

Conrad, Melville, Salgari, Kipling, Stevenson,Verne,Twain, London… È sulla scia di questi autori che Pratt si pone, Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt creando un’avventura in cui reale (verosimile) e fantastico (meraviglioso/fiabesco/esotico) sono intrecciati in maniera indissolubile, che trae il suo fascino proprio da tale doppia natura. Nella Ballata abbiamo infatti da una parte l’Oceano Pacifico, non solo sfondo ma anche simbolo della natura sovrana e padrone (se non dio indifferente e regolatore) del destino dei naviganti; dall’altra una memoria (il manoscritto), una pretesa di realtà vissuta in prima persona, a cui Pratt dà ulteriore sostanza tramite la meticolosa riproduzione dei costumi degli indigeni e delle uniformi tedesche e britanniche.
Ecco che il dettaglio realista cattura l’occhio, aggancia la lettura al reale quasi documentaristico, mentre lo svolgersi dell’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi sfrutta un registro con forti componenti epicheUna storia quindi che permette di viaggiare con la fantasia, presentando luoghi inesplorati, senza però dimenticare che il soggetto principale è l’animo umano.

“Una ballata del mare salato” è una sintesi perfetta fra letteratura e fumetto, fra introspezione e narrazione, fra romanzo e vignetta:

“Il mio disegno cerca di essere una scrittura. Disegno la mia scrittura e scrivo i miei disegni”
Hugo Pratt)

La Ballata richiede (e merita) un tempo di lettura particolarmente lungo: alterna lunghe riflessioni di coscienza e dialoghi con frasi ad effetto, a vignette mute ma che suscitano altrettanti spunti di ragionamento. I veri punti di forza di quest’opera risultano essere le ambientazioni esotiche, che ci permettono di viaggiare e sognare con la fantasia, suscitando quelle riflessioni che possono regalarci solo certe immagini, unite alla solitudine, luogo ideale per la riflessione:

Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt
L’immensità del profondo Oceano blu che circonda un’imbarcazione, l’infinita linea dell’orizzonte, le acque color smeraldo degli atolli più sperduti dell’Indonesia, il rosso acceso del tramonto di una spiaggia tropicale, i riti indigeni alla luce di un falò, la fresca e salmastra brezza marina sulla pelle, la leggera ala di un albatro, la minacciosa pinna di un pescecane che spunta a filo d’acqua, l’urlo fragoroso del vento, la furia cieca di un uragano, i gorghi sconosciuti del Maelstrom.

Come la bianca vela dell’albatros sul monotono respiro del pacifico, così, vagabonda per vagare, va la vela del vero marinaio. Ieri come oggi, un giorno qualsiasi di questo gennaio-febbraio del 1915 che vede la fine di una ballata del mare salato.

Ecco la conclusione della ballata, che racchiude in sé il senso di tutto questo racconto: il semplice piacere, puro, dell’Avventura, il viaggio senza scopo, “vagabondo per vagare”, la piena libertà.

Con i suoi racconti Pratt, per utilizzare un appellativo tanto caro al nostro Sergio Toppi, ci rende “viaggiatori immobili”, attraverso fantasie che sin dall’infanzia ci hanno fatto viaggiare con la mente, ci trascina in un’Avventura che è un viaggio senza meta, attraverso sentieri mai battuti, un viaggio attraverso noi stessi, che ci costringe ad affrontare le paure della nostra mente, spesso più profonde e reali dei pericoli “materiali”, sebbene l’esperienza di vita più bella, che è priva di meta, e che si scopre solo quando la si raggiunge o si vuole averla raggiunta.

E in fondo è proprio quello che ogni uomo da sempre cerca; uscire da questa immobile Bonaccia, al di la della monotona risacca di un’asciutta riva, per inseguire quella fresca brezza che con vento generoso ci spinga a vele spiegate verso una nuova avventura nel mare aperto del mondo, un’esperienza tanto fantastica quanto irreale che la realtà stessa spesso non può darci, e che solo un buon libro può regalare.

Una ballata del mare salato: la letteratura davventura dell800 a fumetti   Rizzoli Lizard Hugo Pratt

Abbiamo parlato di:
Una ballata del mare salato
Hugo Pratt
Rizzoli Lizard, Collana Tutto Pratt – aprile 2014
255 pagine, cartonato, colori – € 10,99
ISSN: 182445804001 9771824458421

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Garth Ennis – Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale http://www.lospaziobianco.it/121120-chi-e-hitman http://www.lospaziobianco.it/121120-chi-e-hitman#comments Sat, 28 Jun 2014 08:26:13 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=121120 Garth Ennis – Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale | di Luigi Siviero
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Hitman è un personaggio dei fumetti creato da Garth Ennis e dal disegnatore John McCrea. Primo estratto dal capitolo di "Nessuna pietà per gli eroi" dedicato all'irriverente personaggio.

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Garth Ennis – Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale | di Luigi Siviero
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Garth Ennis   Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale   Steve Pugh John McCrea Hitman Garth Ennis Doug Mahnke Carlos Ezquerra

“Dici a me?” Dall’Annual del 1997, p. 6 © DC Comics.

Storia editoriale

Hitman è un personaggio dei fumetti creato da Garth Ennis e dal disegnatore John McCrea nell’albo The Demon Annual n. 21, edito nel 1993 dalla casa editrice dc Comics. Hitman, nome d’arte del killer professionista Tommy Monaghan, è stato protagonista di molte storie scritte quasi esclusivamente da Ennis. Dopo essere stato il comprimario in diversi numeri della serie mensile The Demon ((Tommy Monaghan appare in sette numeri della serie. Op. cit. nn. 42-45 e 52-54, 1994-1995.)), Hitman è diventato a sua volta titolare di una collana mensile uscita dal 1996 al 2000 e durata 60 numeri (oltre al numero 1.000.0002). Inoltre, a Hitman3 sono stati dedicati un episodio breve pubblicato su Batman Chronicles ((Garth Ennis e John McCrea, Batman Chronicles n. 4, dc Comics, New York 1996.)), un Annual della serie Hitman ((Garth Ennis e Carlos Ezquerra, Hitman Annual n. 1, dc Comics, New York 1997.)), lo speciale Hitman/Lobo: That Stupid Bastich ((Un breve divertissement nel quale giocano un ruolo fondamentale Sixpack e la Sezione Otto. Garth Ennis e Doug Mahnke, Hitman/Lobo: That Stupid Bastich, dc Comics, New York 2000.)) e la miniserie Hitman/jla ((La miniserie di due numeri Hitman/jla è uscita a sei anni di distanza dalla conclusione della serie mensile. Ennis riprende il filo di un numero di Hitman con protagonista Superman e degli incontri di Tommy Monaghan con Lanterna Verde e Batman avvenuti su Batman Chronicles n. 4 e Hitman nn. 9-12. Garth Ennis e John McCrea, Hitman/jla nn. 1 e 2, dc Comics, New York 2007.)).

Il personaggio

Garth Ennis   Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale   Steve Pugh John McCrea Hitman Garth Ennis Doug Mahnke Carlos Ezquerra Nel 1993 i supervisori della casa editrice dc Comics decisero che un nutrito numero di Annual avrebbe fatto parte della saga Bloodlines ((Sono coinvolti nel crossover ventiquattro Annual fra i quali quelli delle serie Action Comics, Detective Comics, Flash e Green Lantern. La saga si conclude nella miniserie di due numeri intitolata Bloodbath.)). Protagonisti del crossover sono sette parassiti alieni che si cibano del midollo spinale degli esseri umani e combattono contro i supereroi titolari delle varie testate. In rari casi il morso degli alieni, anziché uccidere le vittime, risveglia dei poteri metaumani: è quanto succede a Tommy Monaghan, un killer a pagamento che lavora nei bassifondi di Gotham City e che, in seguito all’aggressione di un alieno4, diventa telepate e acquisisce la vista a raggi X. Dopo l’incidente, Tommy adotta il nome d’arte di Hitman e si specializza nell’assassinio di supercriminali.
All’inizio, il personaggio viene presentato semplicemente come un killer sbruffone dalla battuta caustica. Ennis lo sviluppa meglio quando l’editore decide di varare la serie mensile Hitman; ne approfondisce così la psicologia, insistendo sui problemi etici che comporta l’attività di assassino, scava nel suo passato e crea una fitta rete di comparse e comprimari.
Garth Ennis recupera dalla serie The Demon la poliziotta Deb Tiegel, che diventa presto la tormentata fidanzata di Tommy; Pat Noonan; il barista Sean Noonan che, nato come personaggio indistinto e marginale, emerge come figura paterna del protagonista; e il simpatico mostro infernale Baytor. A questi lo sceneggiatore aggiunge un’infinità di altri personaggi che, più del protagonista stesso, sono la vera ossatura della serie: Sixpack e la Sezione Otto, la madre e il nonno di Tiegel, Hacken, Natt il Cappello5 e Ringo Chen.

Alcuni membri del gruppo Sezione Otto sono nati in modo molto curioso. Ennis racconta che:

In origine il Defenestratore era un tizio di cui avevamo sentito parlare io e John, un collezionista di tavole originali di fumetti nei quali c’erano immagini di donne che venivano scaraventate attraverso le finestre. E Bueno Excellente, il cui potere non potremo mai rivelare ma che di fatto è piuttosto ovvio, viene da un film porno che vide un amico mio e di John, nel quale un distinto signore esternava l’apprezzamento per i servizi di una giovane signora gemendo ‘Bueno… bueno… excellente…’ Ce lo raccontò e qualcosa nel modo in cui ne parlò mi fece pensare: c’è un personaggio lì da qualche parte.6

Anche il Calderone, il quartiere malfamato di Gotham City dove ha sede il bar di Noonan e vivono tutti i personaggi della serie, è un’invenzione di Ennis.

Per l’autore “il Calderone era la Hell’s Kitchen di venti o trenta anni fa, un ghetto irlandese dimenticato/ignorato dalla buona società”.7

I disegnatori di Hitman

John McCrea, nato a Belfast nel 1966, è il creatore grafico di Hitman e il disegnatore principale dei suoi fumetti. Oltre ad avere realizzato quasi interamente la serie mensile8 ha firmato anche The Demon Annual n. 2, tutti gli albi di The Demon nei quali appare Tommy Monaghan e la miniserie Hitman/jla.

Garth Ennis   Hitman (prima parte): il personaggio, i disegnatori, la storia editoriale   Steve Pugh John McCrea Hitman Garth Ennis Doug Mahnke Carlos Ezquerra Il sodalizio fra Garth Ennis e John McCrea ha origine nel 1989, quando la rivista Crisis pubblica Troubled Souls9 che, oltre a essere la prima opera della coppia, segna anche l’esordio di Ennis nel campo dei fumetti. In Troubled Souls McCrea si sforza di utilizzare uno stile realistico, ma in alcune pennellate si intravede un tratto grottesco che gli è più congeniale. Nel successivo For a Few Troubles More questo tratto inizia a emergere e, come in The Demon, si nota l’influenza di Simon Bisley, in quel periodo sulla cresta dell’onda grazie soprattutto ai fumetti di Lobo. Quando arriva a Hitman, nel 1996, McCrea non ha più debiti con Bisley e adotta uno stile malleabile che oscilla con facilità dal realistico al grottesco, particolarmente efficace per accompagnare le sceneggiature imprevedibili di Garth Ennis.
Assieme a questi il disegnatore realizza anche le miniserie Dicks, dove la vena caricaturale, come descritto nel relativo capitolo, è portata all’estremo, Spider-Man, Hulk Smash!, la miniserie The Boys: Herogasm, alcuni numeri di The Punisher e diversi altri fumetti brevi.

Rispetto alle migliaia di tavole del corpus di Hitman disegnate da John McCrea, gli altri collaboratori di Garth Ennis hanno avuto un ruolo marginale. Carlos Ezquerra, Steve Pugh e Doug Mahnke hanno infatti disegnato solo due storie autoconclusive: Hitman Annual e Hitman/Lobo: That Stupid Bastich. Va detto, inoltre, che il fumetto di Ezquerra va ad aggiungersi a molti altri realizzati dal fumettista spagnolo assieme a Ennis nel corso degli anni10, a testimonianza dell’attaccamento di questi per alcuni disegnatori prediletti11.


  1. Garth Ennis e John McCrea, The Demon Annual vol. 3 n. 2, dc Comics, New York 1993. 

  2. Nel novembre 1998 la casa editrice dc Comics ha pubblicato (molto in anticipo sui tempi) il n. 1.000.000 di tutte le sue serie mensili. L’operazione faceva parte del crossover One Million ideato da Grant Morrison. 

  3. Nell’articolo ho fatto riferimento solo ai fumetti di Hitman scritti da Garth Ennis. In nota aggiungo che, essendo un personaggio che agisce nell’Universo dc, Hitman è stato utilizzato da altri scrittori come comprimario nelle collane Azrael, Sovereign Seven, Resurrection Man e soprattutto nella serie jla di Grant Morrison. Nel fumetto dello scrittore scozzese Tommy Monaghan chiede di diventare membro della Justice League. Il vero motivo che lo spinge a presentarsi nel quartier generale del supergruppo è guardare Wonder Woman con la vista a raggi X…  

  4. Il crossover aveva lo scopo di introdurre nell’Universo dc decine di nuovi personaggi denominati New Bloods. Oltre a Hitman sono stati creati 26 supereroi, anche se l’unico ad avere avuto fortuna è stato il personaggio di Ennis e McCrea. 

  5. Il nome originale del personaggio è Nat the Hat. Traducendo si perde l’allitterazione. 

  6. “The Defenestrator was born of a guy John and I heard about, who apparently collected comic book artwork featuring images of women being flung through windows. We thought we were onto a sure-fire moneymaker, but we never heard from the guy. And Bueno Excellente, whose power we could never reveal but which was actually pretty obvious, came from a porno movie a friend of John’s saw in which a gentleman indicated his approval of a young lady’s actions by groaning, “Bueno… bueno… excellente…”. He told us about this, and something about the way he said it made me think: there’s a character in there, somewhere.” Zack Smith intervista Garth Ennis in Hitman: An Appreciation I, «Newsrama» 2007. [Dove non altrimenti riportato, le traduzioni italiane sono a cura dell’autore. N.d.C.]  

  7. “The Cauldron was Hell’s Kitchen, twenty or thirty years ago, an Irish ghetto forgotten/ignored by polite society.” Op. cit., proprio nella Hell’s Kitchen malfamata degli anni Settanta sono ambientate le sequenze di flashback di un altro fumetto di Ennis, la miniserie Pride & Joy. 

  8. Hitman n. 21 è l’unico numero della serie disegnato da un altro autore, Steve Pugh. 

  9. Garth Ennis e McCrea, Troubled Souls, in Crisis nn. 15-27, 40 e 46, Fleetway Publications, Londra 1989-1990. 

  10. In coppia hanno pubblicato Judge Dredd, Bloody Mary, uno speciale di Preacher, la miniserie Il Santo degli Assassini, Adventure in the Rifle Brigade, War Story: Condors, Just a Pilgrim e The Authority

  11. Oltre a John McCrea e Carlos Ezquerra, come si può leggere negli altri capitoli del volume, lo scrittore nordirlandese ha collaborato per molto tempo con Steve Dillon, Glenn Fabry e, di recente, Jacen Burrows e Darick Robertson. 

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L’inglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson http://www.lospaziobianco.it/121267-linglese-biblico-thor-stan-lee-walter-simonson http://www.lospaziobianco.it/121267-linglese-biblico-thor-stan-lee-walter-simonson#comments Tue, 24 Jun 2014 17:00:20 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=121267 L’inglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson | di Giuseppe Guarino
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Thor è un dio asgardiano e il suo modo di parlare è sicuramente una delle caratterizzazioni più nette del personaggio, che richiede sforzi particolari in fase di traduzione. Vediamo alcuni esempi.

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L’inglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson | di Giuseppe Guarino
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Ho già parlato in altri articoli delle sfumature difficilmente traducibili dell’inglese dei fumetti d’oltreoceano1. Adesso, scendendo in dettaglio, mi ripropongo di evidenziare in questo articolo le caratteristiche del linguaggio originale degli dèi asgardiani nella rivista di Thor.
La lingua e l’immaginario religioso dei paesi anglosassoni dipendono in modo più che rilevante dalla King James Version, la Bibbia inglese pubblicata nel 1611 a tutt’oggi in uso nelle chiese conservatrici inglesi ed americane.

Linglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson   Walter Simonson Thor Stan Lee

Pag. 17 di The Mighty Thor numero 155

La trovata geniale di Stan Lee fu di mettere in bocca agli dei asgardiani proprio questo inglese elisabettiano. Questa sfumatura è, però, totalmente invisibile nella traduzione e il linguaggio degli dei norreni perde la sua solennità per divenire semplice italiano.
Vediamo in concreto di cosa sto parlando con un esempio specifico, una vignetta tratta da The Mighty Thor #155: mettiamo a confronto testo originale e traduzione, curata dall’Editoriale Corno.

Linglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson   Walter Simonson Thor Stan Lee

Tratto dal Mitico Thor n.53, Editoriale Corno, 1° serie.

Sleep thou well, my father” è reso in italiano con: “dormi bene padre mio!”. Ma l’inglese, echeggiante i dialoghi shakespeariani ed i versi biblici, suona molto più solenne. “Thou” viene utilizzato al posto del corrente “you” e la costruzione della frase è anomala se raffrontata all’inglese moderno, visto che il soggetto è posizionato dopo il verbo, a scopo rafforzativo.
Which grants thee” è tradotto nel mitico Thor italiano: “che ti dà”. Si nota l’uso del pronome personale complemento “thee” che in inglese moderno corrisponde a “you”. Per quanto riguarda il verbo “grants“, va evidenziato che esso in inglese include la sfumatura di “concede”, “permette di avere”, perduto nella sua traduzione.
And whilst Thou slumberest on” è tradotto con “e mentre dormirai”. Il verbo “dormire” (to slumber) è qui in una forma poco in uso e reso in una costruzione arcaica: “thou slumberest” significa “tu dormi”. La “st” finale indica il tempo presente. Nello stesso Thor, in altri punti, troveremo simili esempi, come “thou sayest”, “tu dici”, “thou dost”, “tu fai”, ecc…
Shall I perish in the trying” è una frase molto elegante, ma arcaica. In inglese corrente si direbbe “I will perish in the trying”. “Shall” è pochissimo in uso nell’inglese moderno e, comunque, non è mai utilizzato in una simile costruzione, poiché posporre il soggetto al verbo ausiliare è il modo per formulare una domanda.
At thy side” corrisponde al moderno “at your side”, cioè “al tuo fianco”. “Thy” sarebbe quindi il moderno “your”.

Con il n.337 della prima serie americana, nel 1983, comincia la fortunata gestione di Walter Simonson. Durante questa gestione non si contano i riferimenti biblici. Il n.361 è intitolato “The Quick and the Dead”, a suo tempo tradotto dalla Play Press: “Lo svelto ed il morto”. L’errore nasce dal fatto che il traduttore ignorava evidentemente che si tratta di una citazione letterale della King James Version: la frase significa, in realtà, “i vivi ed i morti”.

Linglese biblico di Thor: da Stan Lee a Walter Simonson   Walter Simonson Thor Stan Lee

Nel 1998 The Mighty Thor ricomincia dal numero 1, con la seconda serie. Nella vignetta qui sopra, oltre al ritorno dell’inglese arcaico utilizzato da Lee, troviamo un font particolare che evidenzia la peculiarità del linguaggio di Thor. “Thou” invece che “you”; “didst” anziché “did” e l’uso di questo per coniugare il verbo al passato; “thy” invece di “you”; “dost” anziché “do” utilizzato anche come ausiliare premesso al verbo – forma che sopravvive nelle frasi negative ed interrogative dell’inglese moderno.

Queste ed altre sfumature sono intraducibili e patrimonio esclusivo degli originali in inglese dei nostri fumetti preferiti. Speriamo che ci sarà porta in futuro l’occasione di discutere ulteriormente quest’ interessante argomento.


  1. L’inglese nei fumetti originali Marvel – prima puntata: La Cosa
    L’inglese nei fumetti originali Marvel – seconda puntata: Thor
    L’inglese nei fumetti originali Marvel – terza puntata: Wolverine, Spidey, Silver Surfer  

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Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana http://www.lospaziobianco.it/120965-long-wei-percorso-crescita-miniserie-fumetti-italiana http://www.lospaziobianco.it/120965-long-wei-percorso-crescita-miniserie-fumetti-italiana#comments Tue, 24 Jun 2014 13:00:16 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=120965 Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana | di David Padovani
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Si è conclusa la miniserie dell’Aurea Editoriale dedicata al primo eroe cinese immigrato nel nostro Paese, Long Wei. Analizziamo il percorso di crescita di quest'opera scritta e curata da Diego Cajelli e da un manipolo di fumettisti italiani.

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Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana | di David Padovani
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Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale

Le premesse erano tutte lì

Un fumetto, il primo in Italia, con protagonista un ragazzo cinese esperto di arti marziali, immigrato nel nostro Paese e di stanza a Milano, nella Chinatown meneghina che si sviluppa attorno a via Paolo Sarpi.
Un prodotto con storie dichiaratamente ispirate e che volevano rendere omaggio ai Kung-fu movies degli anni ‘70 girati a Hong Kong e alle pellicole americane buddy action del decennio successivo.
Diego Cajelli, quale curatore e scrittore principale della serie, autore esperto di storie metropolitane e noir, milanese e conoscitore di Milano e delle sue svariate atmosfere. Anche blogger intelligente e acuto che sostiene il suo punto di vista, quand’anche non allineato con il pensiero di massa, e che nel suo blog tratta di tematiche sociali e d’integrazione al pari di argomenti più leggeri come cucina o serie tv.
Un gruppo di autori e disegnatori, su tutti Luca Vanzella e Luca Genovese (creatore grafico dei personaggi principali della serie), giovani e dalle idee narrative e grafiche innovative.
Un hype volutamente creato e fatto crescere attorno al fumetto grazie a un’attenta e innovativa campagna di marketing virale1, fortemente radicata nel territorio urbano dove LW sarebbe stato ambientato.
Insomma, con queste premesse si poteva prevedere un successo scontato del prodotto, ma al contempo, si poteva anche andare incontro a un flop qualitativo e commerciale, vista l’alta aspettativa creata nei lettori.

L’evoluzione della serie

Il primo numero di Long Wei, Il drago, pubblicato da Aurea Editoriale, fa il suo esordio in edicola il 31 maggio del 2013, e si caratterizza da subito per essere una lettura piacevole di una storia ben scritta, con un’azione ben strutturata e pensata per accompagnare il lettore fino all’ultima pagina, tifando da subito per l’eroe protagonista. Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Con il senno di poi, il debutto della serie è in qualche modo fuorviante, almeno per quanto riguarda il tono e la visione del mondo su cui sembra basarsi. Piacevole, scorrevole, di facile lettura, mostra come tratto caratterizzante una certa qual leggerezza e per la scrittura fluida di Cajelli. Gli editoriali impostano il rapporto autori-lettori attraverso precisi riferimenti narrativi, che aprono il contesto verso alcune fonti di ispirazione e stabiliscono quindi un terreno su cui costruire una complicità fruttuosa. Il risultato è un intrattenimento di tessitura più che buona, con un’azione ben strutturata, dialoghi efficaci e, soprattutto, un protagonista immediatamente simpatico.
Anche da un punto di vista grafico il lavoro di Luca Genovese è molto efficace con i suoi richiami al fumetto orientale attraverso onomatopee, linee cinetiche e inquadrature.
Esordio positivo, dunque, ma con qualche mancanza. Milano, in primis.
Quella Milano “cinese” che avrebbe dovuto essere pilastro fondante della narrazione resta evanescente, sullo sfondo, tanto da dare l’impressione che la città non influisca quasi per niente e che la storia avrebbe potuta essere tranquillamente ambientata in qualsiasi altra metropoli occidentale.
E poi il protagonista e i comprimari che in questa prima storia appaiono un po’ tutti personaggi piatti, mancanti di personalità e tridimensionalità, in un certo senso “già visti” e non portatori d’innovazioni narrative.

Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Ma già nel secondo numero, L’Ombra, le cose cambiano drasticamente. Diego Cajelli e Gianluca Maconi avvolgono la vicenda in un mood cupo e disperato, lasciando trasparire che la mancanza di libertà quotidianamente vissuta dalla comunità cinese meneghina, a favore dei rappresentanti del potere criminale locale, arrogatosi in esclusiva proprio il diritto alla libertà, è uno degli intrecci della trama da svilupparsi nel corso della miniserie, con evoluzione e scioglimento da non dare per scontati.
Vero protagonista è il potere criminale, ramificato, capillare, efficiente e pragmatico, che controlla la vita quotidiana della comunità cinese, stabilendo i limiti della libertà individuale. Proprio sui rapporti con questo potere nascerà uno degli intrecci portanti della miniserie. Soprattutto, l’impostazione che Cajelli e Maconi danno a questo episodio lascia adito a un’evoluzione e uno scioglimento originali.

Il terzo episodio, Il pugno, vede Milano diventare, in modo tangibile, luogo dell’azione, presenza viva della vicenda.
Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Ai testi,  Stefano Ascari affianca Cajelli, mentre Luca Bertelè e l’esordiente Patrick Macchi risultano efficaci nella parte grafica. Nella storia fa il suo ingresso Ilaria De Falco, personaggio fondamentale per gli sviluppi a venire. Figura dotata di forte impatto e caratterizzata con un profilo da potenziale coprotagonista, gli autori la useranno spesso come deus ex-machina a cui demandare gli scioglimenti di alcune situazioni. Alla fine, non avrà grande spazio e risulterà uno dei pochi fili lasciati pendenti dalla serie.
Da molti elementi risulta evidente che il suo rapporto con Long Wei va al di là delle (relativamente) poche tavole che vengono loro dedicate; lo stesso vale per il suo ruolo/carriera nella polizia, che apprezziamo giusto per quello che riesce a fare per aiutare il protagonista, ma che sembra diventare via via più importante. Darle più spazio avrebbe sacrificato altre trame, altri personaggi, a favore di situazioni più facilmente stereotipate? Stesse domande per tanti altri personaggi che hanno popolato le pagine della miniserie: dalla famiglia di zio Toni ai ragazzi usciti dalla banda di teppisti.
Gli autori, da questo albo, cominciano anche a lavorare sull’approfondimento psicologico di Vincenzo Palma, spalla del protagonista (in un ribaltamento voluto dei ruoli tradizionali: protagonista occidentale – spalla orientale) e uno dei personaggi più complessi e meglio riusciti dell’intera miniserie.

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Il quarto numero, L’inferno, ospita una vicenda action-thriller  del duo Cajelli-Ascari con alle matite Francesco Mortarino e si mantiene sui binari di una lettura piacevole, segnando comunque uno stop nella crescita della serie. Da ricordarsi soprattutto per l’attenzione ad alcuni piccoli particolari visivi, insignificanti a una prima lettura, ma che avranno un senso nel proseguio della serie.

Il numero cinque, Il leone, diventa il primo tassello fondamentale nella trama orizzontale della testata.
Sempre Cajelli e Ascari, accompagnati stavolta da Valerio Nizi ai disegni, ci offrono un primo, fugace sguardo sul passato di Long Wei, un assaggio di cose a venire, che si palesa anche nella prima apparizione della piccola nipote di Vincenzo, altro elemento essenziale sia della caratterizzazione del personaggio-spalla sia ai fini del movimento narrativo globale.

Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale
Milano c’è, è presente, in quella millenaria cultura africana contaminata (sporcata?) dalla società occidentale, che ritroviamo anche sotto i nostri occhi tutti i giorni, in qualsiasi città italiana. La scena finale d’effetto (volutamente) sopra le righe mette in ombra, almeno in prima lettura, il fatto che proprio i rapporti fra comunità culturali profondamente diverse è tema ricorrente. In questo episodio è la volta di quella africana, in seguito avremo personaggi di altre nazionalità, il tutto a mettere in scena una vera balcanizzazione sociale, senza cadere nel bozzetto. Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Milano diventa quindi caso esemplare di uno scenario dove non si vedono all’opera strategie di integrazione, ma tutto è lasciato all’iniziativa individuale. Il risultato di questa convivenza per giustapposizione nello spazio urbano è la dominanza delle organizzazioni criminali.

Il giro di boa della miniserie arriva con una storia della coppia di autori di BetaLuca Vanzella-Luca Genovese. Il tempio si snoda attraverso la doppia linea temporale passato-presente, facendo conoscere al lettore quale sia stato il percorso formativo dell’eroe che lo ha definito quale l’attuale portatore di giustizia.
Arriva anche la conoscenza del mentore del nostro eroe e del suo antagonista con il cerchio aperto nel passato che si chiude nel presente con il settimo numero della serie.
È molto interessante osservare la scelta narrativa operata sul percorso formativo del protagonista: egli non completa il percorso per diventare un atleta marziale come voleva il maestro, ma va via per inseguire il sogno di recitare. Un altro “ribaltamento” rispetto alla classica scelta che si ritrova in altri fumetti o opere simili.

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Ne Lo scorpione, Diego Cajelli e Stefano Ascari, mettono un punto fermo sul passato del protagonista innescando contemporaneamente il percorso narrativo che porta verso quella che è la conclusione dell’intera vicenda. Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Bastano due elementi agli autori per fare ciò: un altro spot su quel personaggio straordinario, in termini narrativi, che è Vincenzo Palma e l’arrivo di un nuovo avversario (Mantegna, losco figuro dei servizi segreti italiani). Lui è lo specchio di quell’antagonista principale di Long Wei, le Tigri, il cartello malavitoso cinese che ha salde in mano le redini del governo della comunità cinese meneghina, e non solo, che gli autori lasciano sapientemente “immateriale” nella sua reale natura e concretato soltanto tramite le sue “estensioni” (leggasi lacché).
Milano è ancora più presente nelle tavole del bravo Jean Claudio Vinci: i suoi scorci urbani dimostrano un’attenta opera di documentazione e desiderio di realismo.

Anche nel numero  otto, Le maschere, Cajelli e Ascari, affiancati dai disegni di Daniele Di Nicuolo,giocano sul filo del doppio intreccio narrativo, dando vita a una storia dai ritmi frenetici, relegando schegge fondamentali per lo scioglimento dell’intreccio della serie in particolari la cui importanza emergerà in alle battute finali della vicenda. Ma il fulcro della storia sta in un singolo flashback incentrato sull’antagonista di turno: una scena sobria, priva tanto di dialoghi quanto di retorica che da sola marca un intero albo e sta a significare il profondo lavoro sui personaggi fatto dagli autori.

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Il nono numero , La trappola, vede per la prima e unica volta l’azione allontanarsi dalla quinta milanese per spostarsi a Roma, in una periferia difficile segnata dalla deriva urbanistica del nostro Paese che ha creato “mostri” come il Corviale. Diego Cajelli viene affiancato da due autori, giustappunto, romani quali Michele Monteleoni (testi) e Stefano Simeone (disegni). I tre creano una storia con più di un livello di lettura, il più importante dei quali è forse l’analisi della realtà urbana italiana e del malessere sociale che essa può arrivare a creare. Costruito sfruttando come scheletro la struttura di un gioco del genere picchiaduro a livelli, La trappola si svolge con un ritmo frenetico temperato dalle scene in cui si mostrano le premesse di quanto accade.Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale

La linearità del tema “buoni in trasferta contro cattivi” viene stravolta dal finale, che riporta la vicenda entro la trama generale gestita dalle TIgri. Il punto messo in evidenza è che le vittorie dei buoni, che agiscono isolati, sono tattiche, singoli episodi che rimangono sotto soglia critica e non riescono a influenzare le politiche criminali, che hanno una visione ampia e possono addirittura sfruttare le vittorie degli eroi a proprio vantaggio.

L’episodio numero dieci, La commedia, apre un dittico di albi nei quali gli autori pongono Long Wei in una posizione defilata, motore dell’azione ma non centro di essa, quasi a volere preparare, in una sorta di controcanto, il palcoscenico all’eroe nel numero finale. In questo albo Cajelli, Luca Vanzella e Valerio Nizi rimarcano ancora di più sia l’attento studio della continuity interna alla serie, ma soprattutto evidenziano quanto, numero dopo numero la “localizzazione” italiana dell’intera vicenda, in senso tanto geografico quanto sociale, sia un punto fondamentale di questo prodotto.

Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Con l’undicesimo numero, La mano, seppur il protagonista rimanga motore passivo (ma necessario) della vicenda si comincia a scivolare verso il gran finale: i nodi dell’intreccio da sciogliere sono tutti lì, pronti a essere liberati. A Cajelli si affianca alla scrittura Francesco Savino, mentre alle matite torna Francesco Mortarino, in una storia ancor più esagerata e sopra le righe del solito, ma che conferma proprio questo aspetto come riuscita cifra stilistica dell’intera serie, assieme, necessario ripetersi, al suo radicamento territoriale che stavolta si esplica in personaggi che recitano alla stregua di affermati caratteristi e nella citazione di leggende urbane meneghine. Va notato come ad essere sopra le righe sono gli eventi messi sulla tavola; nella loro messa in scena, Cajelli, Savino e Mortarino sfruttano una prospettiva ironica che li rende caratterizzazione d’ambiente (le leggende metropolitane diventano una sorta di elemento identitario, se non iniziatico) e non banale ricerca d’effetto.

Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale Si arriva dunque al capitolo finale, l’albo numero dodici, il “gioiello” creato da Diego Cajelli, Stefano Ascari e Gianluca Maconi. Perché gioiello può esserlo anche un orologio e, alla stregua di un perfetto meccanismo svizzero, questa storia vede tutte le tessere del puzzle scivolare al loro posto, i particolari appena notati durante la lettura dei numeri precedenti assumere tutta un’altra luce e sistemarsi perfettamente nell’incastro indicato nella trama generale.
In una sorta di richiamo mnemonico al finale di quel, a detta di molti, capolavoro cinematografico che è “I soliti sospetti” di Bryan Singer: nessuna citazione alla pellicola, nessun omaggio, nemmeno visivo, ma sicuramente la certezza della profonda comprensione (magari inconsapevole) di Cajelli e Ascari di quel meccanismo narrativo e la bravura dei due autori nella sua trasposizione nel media fumetto.
In tutto questo si esaltano le tavole di Gianluca Maconi che annullano qualsiasi gabbia strutturale per lasciare spazio a una serie di soluzioni visive che meriterebbero una ristampa dell’albo in grande formato.
Poi c’è grande perizia nel finale: la storia è conclusa, l’intreccio è sciolto, la parola “fine” è appropriata. Ma allo stesso tempo potrebbe esserlo anche la parola “continua”.

L’analisi di Long Wei

Nella progressiva crescita qualitativa che la serie ha avuto numero dopo numero, c’è stata una costante presente fin dall’inizio: le copertine degli albi. LRNZ ha dato vita a dodici piccoli capolavori, dodici quadri che catturavano l’essenza dell’albo che racchiudevano e che meriterebbero di far compagnia alla storia del dodicesimo numero in una ristampa in grande formato.
Ci sono state anche criticità nel prodotto Long Wei, a cominciare da una qualità di stampa mediocre che certamente ha penalizzato soprattutto la prima metà della miniserie e che, è già qualcosa, è andata migliorando negli ultimi 5-6 albi.
Ci sono poi state, alcune volte, un supervisione e una revisione editoriale un po’ troppo leggere che hanno penalizzato la leggibilità di qualche episodio e che è sicuramente detrimento al livello di una professionalità  che oggi, al pari di altri settori, dovrebbe esserci anche nel fumetto seriale popolare.

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Di contro, è da rimarcare invece la scelta del parco disegnatori scelti per illustrare i dodici albi. Gli artisti che hanno prestato la loro matita alla serie hanno tutti uno stile che si distanzia molto da quello che potrebbe essere definito il “classico realismo bonelliano”. Nelle tavole di Long Wei si è assistito spesso a una quasi completa negazione della gabbia strutturale della pagina, marchio di fabbrica Bonelli e, allargando il discorso, dei bonellidi, una sorta di liberazione per i disegnatori che spesso hanno avuto uno stile con caratteristiche borderline, al limite con il comico. Quasi sempre efficaci, ma certo molto lontane dalla tradizione del fumetto popolare italiano.
Questo potrebbe essere ascritto a una sorta di marchio di fabbrica dell’Editoriale Aurea, visto che già con John Doe e Detective Dante era stata percorsa una strada analoga.

Long Wei: il percorso di crescita di una miniserie a fumetti italiana   Stefano Simeone Stefano Ascari Luca Vanzella Luca Genovese Long Wei Diego Cajelli Aurea Editoriale È indubbio che Long Wei sia stata una delle migliori serie autoconclusive viste sul palcoscenico fumettistico italiano negli ultimi anni. È stata una serie innovativa nel panorama del fumetto seriale e popolare da edicola, per più di un motivo.
I più importanti però sono due. La scelta, coraggiosa, di avere come protagonista un immigrato in un Paese straniero nel quale la sua gente rappresenta una minoranza, tollerata ma non ben accetta dal resto della società.

E, ancor più da evidenziare, la scelta di ambientare una serie a fumetti nella realtà contemporanea italiana, radicarla nel vissuto quotidiano che potrebbe essere quello di ogni lettore: in un mondo sempre più “piccolo”, dove basta un click per visitare ciò che un tempo veniva evocato come esotico e lontano, la volontà di raccontare storie di azione e di avventura che si svolgano nel reale di ciascuno di noi acquista un senso e un valore sul quale il fumetto popolare italiano potrebbe riflettere, per innovarsi.

In anni che, se non da un punto di vista di vendite o distribuzione, certamente dal lato della qualità narrativa si possono definire ottimi per i cosiddetti bonellidi (si pensi a serie quali Valter Buio, Dr. Morgue e  Legion 75), Long Wei ha aperto una strada: certamente non l’unica, ma di sicuro una da esplorare.

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  1. sui risultati della quale lo stesso Cajelli è però decisamente dubbioso, come raccontato in questa intervista a LSB 

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L’impatto di Miracleman su Grant Morrison http://www.lospaziobianco.it/119588-limpatto-miracleman-grant-morrison http://www.lospaziobianco.it/119588-limpatto-miracleman-grant-morrison#comments Fri, 20 Jun 2014 15:00:23 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=119588 L’impatto di Miracleman su Grant Morrison | di la redazione
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Pubblichiamo un altro estratto del libro scritto da Grant Morrison, dove lo sceneggiatore scozzese parla dell’impatto del Marvelman di Alan Moore sulla sua carriera di sceneggiatore

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L’impatto di Miracleman su Grant Morrison | di la redazione
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L’impatto di Miracleman su Grant Morrison   miracleman Marvelman Grant Morrison Alan Moore L’inizio del 2014 ha portato con sé, finalmente, la ristampa di una delle opere seminali per la rinascita del fumetto supereroistico degli anni ’80: quel Marvelman a firma di Alan Moore che, di fatto, aprì le porte alla cosiddetta British invasion di Marvel e DC Comics da parte del bardo di Southempton e di una schiera di autori inglesi che avrebbero trasformato il volto del fumetto mainstream statunitense.
Alla fine di un’infinita diatriba legale, la Marvel ha alla fine ottenuto i diritti di pubblicazione del personaggio e anche in Italia, dallo scorso marzo, i lettori possono finalmente leggere le storie di questo atipico supereroe britannico.
Nella sua biografia
Supergods, Grant Morrison si sofferma ad analizzare l’operato di Alan Moore sul personaggio, essendo stata la lettura di quelle storie, per l’autore scozzese, una sorta di molla per riprendere in mano e dare una svolta alla sua carriera in campo fumettistico.

[…] La parola magica fu pronunciata, questa volta con un distintivo accento britannico, e il più recente afflusso di corrente immaginativa si proiettò nei tasti della macchina da scrivere di un giovane scrittore della classe operaia di Northampton, cento chilometri a nord di Londra, sulla M1.

Alan Moore era autodidatta, ambizioso e fieramente, ostentatamente intelligente, e il più grande trucco a disposizione del suo arsenale di grandi trucchi era quello di apparire completamente nuovo, come se prima della sua comparsa non ci fosse stata alcuna storia dei fumetti. La sua spiritosa, eloquente, autoironica voce pubblica (“Non dico di essere il Messia…”) avanzò di pari passo a una radiosa disinvoltura che rinnovò il genere dei fumetti. Il suo sorprendente impatto visivo (un metro e novantacinque d’altezza, occhi luminosi, con una barba da profeta che esplodeva in tutte le direzioni e un’abbondante massa di capelli fluenti) diede ai fan un potente e carismatico feticcio. Moore divenne, nelle sue stesse parole, la “prima ragazza dei fan” e la storia d’amore fu intensa e struggente. Era dai tempi di McGregor e Englehart che uno scrittore non sedeva al centro di così tanta attenzione e trepidazione, ma l’adorazione era così fervidamente acritica che quei precedenti e tutti gli altri furono dimenticati nel lampo di un flash. I fan svenivano, onorati che qualcuno tanto sicuro e divertente fosse arrivato a dimostrare che avevano sempre avuto ragione sul potenziale dei fumetti.

L’opera di Moore portò i supereroi più vicini che mai alla realtà con Marvelman, pubblicato a puntate nel Regno Unito sulla rivista Warrior a partire dal 1982. La striscia che nel 1963 era finita nelle edicole come picaresco sostituto delle avventure di Capitan Marvel era rinata nella Gran Bretagna della Thatcher, tremante sotto le fredde luci delle lampade al neon. Il giovane e spensierato Mickey Moran era diventato Mike Moran, un reporter di mezza età, sposato, con il fastidioso sospetto di esser stato qualcosa di più in altri tempi. Perseguitato da una misteriosa parola che non riusciva più a ricordare, Moran si ritrovava a seguire una protesta antinucleare che ricordava il sudiciume in bianco e nero di Steel Claw, ma aggiornato agli anni Ottanta di Greenham Common, Trident e Windscale.
L’impatto di Miracleman su Grant Morrison   miracleman Marvelman Grant Morrison Alan Moore Rapito dai terroristi, veniva gettato contro una porta a vetri, in cui Moran intravedeva la parola Atomic scritta al contrario. Mormorando l’inspiegabilmente familiare incantesimo “Kimota!” (la “parola chiave dell’universo”, un tempo pronunciata con orgoglio da Mickey Moran), lo squallido imbrattacarte si trasformava, con un lampo di luce atomica e un tuono, nel maestoso superessere Marvelman.
Le illustrazioni di Gary Leach, che combinavano l’accurato dettaglio fotorealistico e la precisione delle chine della scuola britannica con le immagini di superuomini volanti in lotta della tradizione dei fumetti americani, definirono un aspetto per le storie “serie” dei supereroi che sarebbe durato fino al ventunesimo secolo. Improvvisamente, Leach fece apparire datati i disegnatori di fumetti americani esattamente come Moore fece con gli scrittori.

Moore invertì abilmente le dinamiche di Capitan Marvel e del suo derivativo, l’originale Marvelman. Il Mickey Moran di Moore era invecchiato con il passare del tempo e Mike Moran era un uomo adulto in grado di tornare giovane e perfetto grazie alla perduta parola del potere. Come Marvelman, era più aggraziato, più intelligente, snello e muscoloso del suo alter ego, il grasso e tozzo uomo comune Mike Moran. Mike non era in grado di dare un figlio alla moglie Liz, ma dopo una magica notte trascorsa tra le nuvole con Marvelman, lei rimaneva incinta di un superbebè che la considerava con il disprezzo di un angelo nato dai lombi sudati di un gorilla. In Miracleman n. 13 (alla striscia e al personaggio fu cambiato il nome per l’edizione americana su richiesta degli avvocati della Marvel Comics) i lettori si ritrovarono in prima fila mentre il semplice miracolo della nascita veniva rappresentato al rallentatore, con inquadrature ravvicinate e realistici dettagli anatomici dal disegnatore Rick Veitch e con poetiche didascalie pro-vita cortesemente offerte da Moore.

Diversamente dalla fantasia eroica dell’orfano Billy Batson, Mike Moran desiderava, malinconico e con dolceamara nostalgia, la carica di vitalità e sicurezza della sua gioventù. Capitan Marvel e Marvelman erano figure di appagamento dei desideri per bambini, ma Moore trasformò Marvelman nel sogno di volare che perseguitava le loro controparti più cresciute e responsabili.
L’impatto di Miracleman su Grant Morrison   miracleman Marvelman Grant Morrison Alan Moore Moran rappresentava il pubblico dei fumetti nel suo invecchiamento, il sempre più piccolo mercato degli appassionati composto da persone tardo-adolescenti, ventenni e persino trentenni che erano cresciuti con questi eroi e trovavano ancora difficile  ingiusto lasciarli andare. Marvelman divenne la figura di appagamento dei desideri per una crisi di mezza età; un sogno del sé perfezionato che alla fine avrebbe distrutto l’uomo Moran, lasciando al posto di quel fragile e riconoscibile personaggio un super-dio di nome Marvelman e un mondo a malapena riconoscibile.
Alienato e insidiato dal suo sé superiore, alla fine Moran commetteva una sorta di suicidio pronunciando “Kimota!” un’ultima volta e scambiando per sempre posto con il magnifico alter ego. Nel mondo del futuro di Marvelman non c’era spazio per l’uomo comune.

Il precedente giovane compagno di Marvelman, Kid Marvelman alias Johnny Bates, veniva dipinto come una satanica storia di successo aziendale, uno yuppie rampante e superpotente in abito su misura e cravatta che finiva con lo spazzare via Londra in un feroce assalto con cui si rappresentavano le orribili conseguenze che uno scontro tutti-contro-tutti tra esseri superumani in stile Marvel Comics avrebbe avuto sul mondo reale in modo simile al raccapricciante dipinto del Sedicesimo secolo di Pieter Bruegel Trionfo della morte. In una tavola di due pagine successiva alla battaglia, una donna accecata barcollava tra le rovine con i figli aggrappati alle vesti strappate, mentre migliaia di londinesi venivano mostrati morti o morenti, impalati, bruciati o schiacciati nelle proprie auto. Il criminale si prendeva persino la briga di scotennare una famiglia per poi stenderne le pelli come lenzuola sullo stenditoio del terrazzo di casa loro.

Moore voleva mostrare che anche la crudeltà ha una dimensione superumana, e dimostrare l’abietto orrore di ciò che uno psicopatico con i poteri di Superman avrebbe potuto fare a persone comuni con un paio d’ore a disposizione per esprimere la propria vasta e perversa immaginazione. In seguito sarebbe stato difficile tornare a guardare con gli stessi occhi i giochi al massacro dei supereroi Marvel Comics. La battaglia degli elementi tra Marvelman e il suo malvagio protégé fu ampiamente citata sullo schermo con il duello nella tempesta tra l’eroe Neo e il sinistro agente Smith in Matrix Revolutions, ma i registi lasciarono perdere teste tagliate e sodomia.
Il malvagio amministratore delegato in cravatta ed elegante abito nero sarebbe diventato lo standard del grande lupo cattivo nei fumetti degli anni Ottanta. Anche lo scienziato pazzo Lex Luthor fu reinventato e trasformato in un vorace super-magnate. La devastazione lasciata dalla furia di Bates ci mostrava un mondo stuprato e violato da affari, avidità e interessi personali.
Successivamente allo stravolgimento culturale rappresentato dall’epocale conclusione della battaglia contro quello che era stato Kid Marvelman, il gruppo di superuomini di Moore proseguì la sua storia istituendo sulla Terra un nuovo ordine liberal-utopico che permise allo scrittore di indulgere sui sogni di tutti gli intellettuali emarginati appartenenti alla classe lavoratrice. I lettori inglesi esultarono quando Marvelman e Marvelwoman rimossero con delicatezza una singhiozzante e disorientata Margaret Thatcher dal suo ufficio prima che Charles Manson venisse riabilitato permettendogli di lavorare con i bambini.

Marvelman chiuse con il suo splendido eroe senza tempo che guardava malinconico dal suo Olympus in acciaio inossidabile un mondo riscattato nella meraviglia, dove le fantasie dei fumetti erano diventate cose di ogni giorno in una Silver age permanente e orgasmica. Moore lasciò il suo supereroe sessualizzato, benché ancora in calzamaglia, arenato in un infinito  adolescenziale mondo onirico fatto di volo, immortalità e super-sesso, a rimpiangere l’ordinario e il comune in un’utopia troppo perfetta per poter desiderare di crescere.
L’impatto di Miracleman su Grant Morrison   miracleman Marvelman Grant Morrison Alan Moore Le buffonate dei supereroi Marvel e DC che stupidamente e ripetutamente preservavano lo status quo erano smascherate come cliché e rese antiquate da questa magistrale rivalutazione in chiave fantascientifico-sociale delle premesse basilari dei fumetti.

Marvelman può essere concepito come derivazione del concetto di supereroe americano nello stesso modo in cui la musica dance elettronica degli anni Ottanta è un’evoluzione del rock ‘n’ roll, come Fade to Grey dei Visage è un misterioso, futuristico e radicale scostamento dal modello di partenza Return to Sender di Elvis. Moore obiettò che l’arrivo di un vero essere superumano nelle nostre vite modificherebbe rapidamente e radicalmente per sempre la società. La Lega della Giustizia o i Vendicatori non potrebbero essere assimilati in un qualsiasi mondo conosciuto come sembra accadere negli universi Marvel e DC. I superuomini segnerebbero la fine della razza umana e deformerebbero la Storia con la gravità della loro stessa presenza.

La padronanza di Moore sul suo materiale portò nei fumetti dei supereroi le discipline e le strutture di dramma, letteratura e musica in un modo che trasformò quanto ci era familiare in un qualcosa di improvvisamente nuovo. La sua voce eloquente e di sfida si alzava i una landa di compiacimento. La storia di Mike Moran iniziava in un mondo riconoscibile come la Gran Bretagna della Thatcher, fatta di centrali nucleari, scioperi, terrorismo e ambiguità morale. Il suo eroe era un trasandato e strascicato uomo qualunque con bollette, mal di testa e il sogno di volare. […]

Tratto da “SUPERGODS” © 2011 by Grant Morrison –  pagg. 204-208
Edizione italiana: © 2013 Bao Publishing

Estratto da:
Supergods (pagg. 204-208)
Grant Morrison
Traduzione di S. Mozzi
Bao Publishing, 2013
463 pagine, cartonato, bianco e nero – 19,00 €
ISBN: 9788865430163

 

Supergods e Miracleman su LSB:

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La nascita del graphic novel in America http://www.lospaziobianco.it/119528-nascita-graphic-novel-america http://www.lospaziobianco.it/119528-nascita-graphic-novel-america#comments Fri, 13 Jun 2014 13:00:33 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=119528 La nascita del graphic novel in America | di Silvia Littardi
Lo Spazio Bianco

Graphic novel: l'origine del termine negli Stati Uniti d'America e le opere prime che ne hanno definito i caratteri prima di Will Eisner.

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La nascita del graphic novel in America | di Silvia Littardi
Lo Spazio Bianco

La nascita del graphic novel in America   Will Eisner graphic novel Art Spiegelman La genesi, lo sviluppo e la definizione dei parametri entro cui far rientrare il formato conosciuto oggi come graphic novel sono argomenti vastissimi e controversi, tanto che un trattato esaustivo sull’argomento richiederebbe decine e decine di pagine. Delimitando però la ricerca al territorio degli Stati Uniti d’America e  focalizzandola in particolare sulla nascita puramente linguistica del termine, è possibile rintracciare le prime e essenziali tappe di questo genere: un preludio che comprende  aneddoti e storie di editori sconosciuti come di autori tra i più grandi maestri del fumetto.

Spesso per errore si fa coincidere la nascita del graphic novel in America con la pubblicazione dell’opera di Will Eisner, A Contract With God, nel 1978.
L’equivoco è comprensibile se si pensa che l’artista fu uno dei primi a usare il termine per definire il proprio lavoro e che credette addirittura di averlo coniato per primo:

Quelli che mi hanno già sentito parlare prima conoscono questa storia su come lo chiamai “graphic novel”. Completai il libro, A Contract With God, e chiamai il presidente della Bantam Books a New York, perché sapevo che aveva già visto come lavoravo con The Spirit. Si trattava di un uomo molto impegnato, che non aveva certo molto tempo da dedicarmi. Così lo chiamai e dissi “C’è qualcosa che vorrei mostrarle, qualcosa che credo sia davvero interessante”. Lui disse “Bene, di cosa si tratta?”.
Una vocina nella testa mi urlò:“Per l’amor del cielo, stupido, non dirgli che è un fumetto, ti riappenderà il telefono in faccia!”. Così risposi “È un graphic novel”. E lui “Wow! Sembra interessante!”.
Glielo portai e quando lo vide mi fissò attraverso gli occhiali e sentenziò “Questo è un fumetto, lo porti a un editore più piccolo”, cosa che feci, ma da quel momento il termine “graphic novel” iniziò a prendere piede, per un motivo o per l’altro. Non sapevo se fossi stato o meno l’inventore del termine. A quel tempo pensavo di averlo inventato io e scoprì solo più tardi che un tizio ci aveva pensato qualche anno prima. Lui però non aveva mai usato “graphic novel” con successo e mai come lo intendevo io, ossia per sviluppare quella che credevo fosse la letteratura viva del fumetto
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A Contract With God fu comunque la prima pubblicazione a presentare la dicitura graphic novel in copertina, anche se vale la pena notare come la sua struttura narrativa contraddica l’idea di romanzo. Pur essendo un volume autoconclusivo infatti, non offre al lettore un’unica novel, ma quattro racconti brevi, incentrati su tematiche “serie” e in parte autobiografiche, ambientate nel quartiere ebreo della New York degli anni Trenta.

Il termine in realtà era nato nel 1964, per opera  dell’editore di riviste e critico Richard Kyle.
Il “tizio” era stato tra i primi a importare e a diffondere in America fumetti europei, trattando in particolare le bandes dessinées francesi: in confronto agli albi locali queste potevano vantare una presentazione editoriale molto più curata e lussuosa, con una copertina rigida che spesso racchiudeva una vasta raccolta di strisce interamente a colori. La nascita del graphic novel in America   Will Eisner graphic novel Art Spiegelman Per distinguerle inventò dunque una definizione che rendesse subito evidente il loro pregio editoriale e la loro superiorità rispetto ad altri formati.

Il primo, autentico graphic novel americano invece non venne mai chiamato così.
Fu scritto da Justin Green, un artista underground che nel 1972 completò e pubblicò la sua opera più importante: Binky Brown Meets The Holy Virgin Mary. I suoi colleghi e amici, nonché tutti i lettori, riconobbero immediatamente che si trattava di un’innovazione rivoluzionaria: prima di allora nessun autore aveva mai disegnato con tanta franchezza la propria storia personale o i suoi traumi. La vicenda infatti, completamente autobiografica, raccontava i problemi dell’artista nel far convivere, durante la sua adolescenza trascorsa in un istituto religioso, i bisogni e i dubbi sul difficile passaggio tra infanzia e pubertà, vissuto nel conflitto tra il fervore religioso che gli imponeva la scuola e la sua nascente coscienza critica.

Uno dei più entusiasti lettori dell’opera di Green, ancora prima che venisse pubblicata, fu il fumettista Art Spiegelman:

Non dimenticherò mai la vista della pagine inedite di Binky Brown appese a un filo da bucato teso sopra il tavolo da disegno e per tutto il salotto nel 1971 e la sensazione di poter osservare la nascita di qualcosa di nuovo. Quello che le sorelle Bronte fecero per il romanzo gotico, che Tolkien fece per la cappa e spada, Justin lo fece per il fumetto confessionale e autobiografico. Senza Binky Brown non ci sarebbe stato Maus.

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80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi http://www.lospaziobianco.it/119793-80-anni-paperino-federico-pedrocchi http://www.lospaziobianco.it/119793-80-anni-paperino-federico-pedrocchi#comments Mon, 09 Jun 2014 19:55:41 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=119793 80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi | di Gianluigi Filippelli
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Il compleanno di Paperino, uno dei più amati personaggi Disney ma non solo, è l'occasione per ripercorrerne la genesi e parlare di uno dei più importanti autori italiani che si sono dedicati al personaggio.

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80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi | di Gianluigi Filippelli
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80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney

Paperino fa il suo esordio cinematografico il 9 giugno del 1934 nel cortometraggio The wise little hen, La gallinella saggia, con Meo Porcello come sua prima spalla. Diretto da Wilfred Jackson e animato da Dick Huemer e Art Babbit, reinterpreta la nota favola anglosassone, che verrà successivamente trasposta a fumetti sulle strisce giornaliere a partire dal 16 settembre dello stesso anno: in questo caso saranno Ted Osborne ai testi e Al Taliaferro ai disegni a portare su carta il papero antropomorfo vestito alla marinara.
80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney La puntualizzazione non è inutile: nel 1931, infatti, sulle pagine della rivista disneyana The adventures of Mickey Mouse, pubblicata da David McKay, compare un papero antropomorfo disegnato alla maniera di Ub Iweks con tanto di pantaloncini.
Ad ogni modo la carriera di Paperino si andrà sviluppando su due binari, quello cinematografico e quello fumettistico: in particolare in quest’ultimo caso, alcuni degli autori che si occuperanno del personaggio, esploreranno nuove direzioni per il suo utilizzo.

80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney
Il primo in assoluto è Floyd Gottfredson, che utilizza il personaggio in polizieschi come Paperino e il mistero dei cappotti (tavole domenicali, 1935, testi di Osborne), Topolino giornalista (strisce quotidiane, 1935, sempre con Osborne) e soprattutto Topolino nella casa dei fantasmi (strisce quotidiane, 1936). Da Gottfredson in poi, bisognerà attendere, almeno negli Stati Uniti, l’esordio di Carl Barks sui fumetti: un attento e interessante esame delle storie barksiane viene fatto sulle nostre pagine da Mattia Del Core, a partire dalla prima grande avventura di Barks (realizzata insieme con Bob Karp e Jack Hannah), Paperino e l’oro del pirata, che introduce sin da subito l’idea che Paperino sia perfetto non solo per raccontare la quotidianità, ma anche per interpretare la grande avventura.

80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney
In effetti, Barks non è il primo al mondo a utilizzare Paperino come protagonista di un’avventura di ampio respiro: nel 1937 Federico Pedrocchi, all’epoca direttore del settimanale Topolino (in formato giornale), vara un nuovo periodico, anche questo settimanale, Paperino, su cui fa il suo esordio Il mistero di Marte, un’avventura fantascientifica che di fatto è l’inizio della scuola disney italiana.

La storia, ristampata l’ultima volta nel 1994 sulle pagine di Paperino Mese in occasione del 50.nario del personaggio (contemporaneamente alla ristampa statunitense sul 286 di Donald Duck), si inserisce nel filone fantascientifico a quel tempo di gran voga grazie ai successi di Flash Gordon e di Saturno contro la Terra, quest’ultimo scritto dallo stesso Pedrocchi su soggetto di Zavattini e per i disegni di Giovanni Scolari.1

80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney Altra storia notevole della produzione di Pedrocchi con Paperino è Paperino e i pellirosse, disegnata da Enrico Mauro Pinochi, vede il ricongiungersi della storica coppia Paperino-Meo Porcello.

I due si reincontrano alla redazione del giornale diretto da Linotipi, l’Altro Mondo (vi avevano già lavorato insieme in Paolino Paperino inviato speciale), il quale affida loro la delicata missione di realizzare un reportage giornalistico su una sperduta tribù di pellirosse, nascosti in un angolo remoto del paese.2

Loro avversario è Bartolomeo Circonlocuzioni, detto il Gatto, giornalista avversario di Paperino e Meo, che cercherà di mettere loro i bastoni tra le ruote:

Per fortuna Paperino risolverà la situazione, mostrando un piglio deciso ed autoritario che gli statunitensi avrebbero conosciuto, anche se in maniera meno violenta, solo con l’avvento di Barks. Basti pensare, a titolo di esempio, che a fianco dei piani elaborati da Paperino per cavarsi d’impaccio di volta in volta (e la sua prontezza ed intelligenza viene esaltata dalla dabennaggine mostrata da Porcello), viene mostrato un Paperino spietato e violento che fa frustare senza pietà il Gatto, legato al palo della tortura della sperduta tribù indiana. Sarebbe stato soprattutto questo aspetto, unito alla pigrizia mostrata nei cartoni animati, ad influenzare la generazione successiva di autori, Martina e Bioletto in testa.3

80 anni insieme: il Paperino di Federico Pedrocchi   Paperino Federico Pedrocchi Disney

Giusto successiva ai Pellirosse è Paperino chiromante, dove il nostro eroe prova a intraprendere la carriera di più grande indovino dell’universo!
Ad affiancare il nostro eroe ci sarà, questa volta, Pippo, che si dimostrerà ancora più sempliciotto e ingenuo di Porcello, qualità necessaria e sufficiente per consentire a Paperino di abbindolare i propri concittadini con apparizioni fantasmatiche genuinamente finte!
Nella prima parte della storia, quindi, Paperino costruirà la sua reputazione, imponendo ai questuanti delle soluzioni al limite dell’assurdo, come per esempio chiedendo a Clarabella di camminare per la città con una candela in testa. Questo creerà scompiglio e, nella seconda parte, porterà alla sfida pubblica lanciatagli da Gambadilegno ed Eli Squick: in questa seconda parte Pedrocchi scrive una gag dietro l’altra, proprio come in una storia a strisce, prendendo in giro il fenomeno della chiromanzia e soprattutto i creduloni che si fanno abbindolare dagli strani personaggi dai presunti poteri paranormali che già all’epoca avevano un discreto successo. Non è, infatti, un caso se Paperino, nonostante l’intervento del Gatto nelle pagine conclusive, riesca a dimostrare le sue grandi capacità paranormali, certo con esiti a dir poco esilaranti.

Questo non è certo l’unico Paperino che abbiamo avuto nel corso della sua lunga storia editoriale, ma è sicuramente fondamentale per la scuola italiana e, in un giorno così speciale per uno dei personaggi più amati in assoluto, è il nostro modo per augurargli un buon compleanno!


  1. Recensione di Zio Paperone #199 

  2. Recensione di Zio Paperone #199 

  3. Recensione di Zio Paperone #199 

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Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings http://www.lospaziobianco.it/96330-garth-ennis-meraviglie-scorta-thor-vikings http://www.lospaziobianco.it/96330-garth-ennis-meraviglie-scorta-thor-vikings#comments Sat, 24 May 2014 07:00:10 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=96330 Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings | di Marcello Durante
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"Thor: Vikings" è una miniserie Marvel scritta da Garth Ennis e disegnata da Glenn Fabry uscita per la linea Max della Marvel Comics che non può dirsi pienamente riuscita.

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Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings | di Marcello Durante
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Un personaggio come il Mitico Thor (The Mighty Thor) non sembra essere un soggetto in sintonia con le trame e le ambientazioni spesso proposte da Garth Ennis. Dopotutto, un artista di fama internazionale è chiamato, prima o poi, ad applicare il proprio talento su serie a fumetti di diverso genere.

Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis Un esempio su tutti è il geniale Alan Moore1 , in grado di presentare complessi graphic novel incentrati su pornografia postfemminista, casi irrisolti di criminologia, esoterismo o fantascienza sfrenata.

La miniserie Thor: Vikings, cinque albi spillati e disegnati da Glenn Fabry tra il 2003 e il 2004 (opera vista in Italia prima in un volume brossurato da 120 pagine, targato Panini Comics, poi ristampata all’interno del numero 15 della collana Dark Side ((Dark Side – Il lato oscuro dei fumetti è una collana realizzata da La Gazzetta dello Sport in collaborazione con Panini Comics nel 2006, contenente le storie di eroi maledetti come Batman, Wolverine e Hellboy.)) ), è l’ennesimo espediente per sponsorizzare la linea Max di Marvel Comics. È appurato che il fantasy non è un’ulteriore ossessione del ragazzo di Holywood e, per questo, Vikings esordisce con un’ambientazione in puro stile fantastico per poi affermarsi come un annebbiato puzzle di generi, dove il figlio di Odino si vede privato del proprio fascino e carisma e l’argomento principale torna a essere la guerra e le sue finalità.

Il primo episodio, intitolato L’oceano infinito (Endless Ocean), richiama le atmosfere delle cronache nemediane di Robert E. Howard2 e subito si riscontra un uso strumentale di Thor nella scelta di introdurlo esclusivamente all’interno delle ultime tre tavole di questo capitolo d’apertura. Maggior spazio è dedicato invece all’antefatto, ambientato sulla Costa occidentale della Norvegia, nel 1003 d.C., dove un gruppo di Vichinghi ha appena saccheggiato un villaggio vicino, violentando ogni donna e trucidando ogni uomo e bambino. In primo piano appaiono gli atteggiamenti barbarici di Lord Harald Jaekelsson e del suo seguito: forza, orgoglio, virilità e volgarità continuano a essere costanti narrative nella narrazione di Ennis.

Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis

L’obiettivo ultimo di questi Vichinghi, accusati di tradimento nei confronti del re dalle altre tribù, è quello di intraprendere un viaggio oltre l’Islanda e la lontana Groenlandia, alla ricerca di un nuovo mondo che è sinonimo di libertà. La terra inesplorata non è soggetta ad alcuna regola, “nessuna stupida legge difende i diritti della plebe… là un uomo può saccheggiare ciò che vuole”, e si può vivere senza il fastidio di ricevere critiche o accuse. Libertà equivale ad assenza di ostacoli e alla possibilità di rifondare una società con una nuova cultura e una nuova morale, ma, purtroppo, l’eredità dei comportamenti scellerati di questi ribelli sarà pesante. L’ultimo sopravvissuto del popolo di Lakstad, il saggio del villaggio, prima di morire maledice infatti i sanguinolenti esploratori:

“Ti maledico Vichingo! Te e la feccia a bordo del tuo drago marino… Che gli dèi odano il mio incantesimo di maledizione… navigherete per mille anni, ma non raggiungerete la terra che cercate!”

Ennis introduce così l’elemento magico, Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis esca perfetta per far rientrare nel racconto l’affascinante Dott. Strange3.

Ne Il regno del ferro (Kingdom of Iron), il secondo atto, viene reso noto come quell’incantesimo costituisca un’assurda condanna a morte per l’odierna New York. Il potere di Thor, dio degli uomini nordici, è vano nei confronti degli indistruttibili pirati Vichinghi, giunti dopo mille anni nella terra promessa. La libertà dalle leggi non basta. Viene proclamata indipendenza assoluta dal divino come evoluzione e realizzazione dell’umanità. 

La città è messa a ferro e fuoco con estrema facilità. Ogni taglio di testa non ha nulla di drammatico, ma si trasforma in uno sport frizzante, giocato da scheletrici condottieri dal ghigno facile. Un Thor sconfitto e deriso trova conforto, come già accennato, in un prezioso alleato, Strange, il mago supremo del’universo Marvel, che mette a disposizione il suo sapere tra un bicchiere di whisky e una battuta fuori luogo: “Ho capito da subito che non avevo speranze contro di loro. Sono il dott. Strange, non il dott. Suicide”.
L’autore combatte la magia runica (il sangue del saggio del villaggio ha alimentato eccessivamente la runa usata per lanciare la maledizione, rendendo il nemico invincibile) con un pizzico di fantascienza.

Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis

Non mancano i viaggi nel tempo: il capitolo Il tempo come un fiume (Time like a River) è un ripasso degli eventi precedenti e l’occasione per suggerire una cura contro l’avanzata dei conquistatori. Infatti solo i discendenti diretti del vecchio dei Lakstad posseggono l’equivalente del potere del suo incantesimo, perciò soltanto con il loro apporto è immaginabile la risoluzione dell’invasione. Il dio e il mago selezionano e pescano in diverse ere temporali tre guerrieri legati dalla genetica: la vichinga e mascolina Sigrid, sempre pronta alla battaglia; il cavaliere teutonico Magnus dei Danesi; il tedesco Erik Lonnroth, pilota di caccia nella Seconda Guerra mondiale. I tre eroi approdano nel futuro trascinando i simboli che più li rappresentano, simboli simili, ma che nel tempo sono stati caricati di significati contrastanti: la croce cristiana, la croce nazista e il triskele.

Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis

Ennis così può concentrarsi sul suo argomento preferito: le guerre! Alla fine del quarto capitolo, Per la giusta causa (Fight the Good Fight), abbiamo composta un’armata inedita, dotata di uno spirito eroico, deciso, arrogante e autoritario: nell’ultima tavola non ci viene risparmiata la visione delle quattro figure complete, capitanate da un Mitico Thor con il braccio destro proteso in avanti a esclamare un preoccupante “A noi!”

L’opera si conclude con una sfilata di stili di combattimento e con la rivincita del dio del tuono sulla nuova nemesi. Al centro dello scontro, Erik, il nazista pentito che, manovrando il suo antiquato aeroplano da combattimento, un Messerschmitt 109, sfiora la Statua della Libertà, invocandone il perdono: un momento catartico, di completa riscossa. Sarà in Ci vediamo nel Valhalla (See You in Valhalla) che si spengono i millenari sogni di conquista di un depravato Braveheart ((Braveheart – Cuore impavido, film diretto e interpretato da Mel Gibson nel 1995. Racconta le gesta di William Wallace, condottiero scozzese vissuto tra il 1270 e il 1305.)) e si accende la fiaccola dell’eroismo. Morale della favola: per ogni guerriero valido e onesto c’è sempre un’accoglienza privilegiata nel Valhalla, dopo la morte.

In definitiva, Thor: Vikings è quel mosaico non  complesso dove Ennis ha cercato di inserire un po’ di tutto, trascurando decisamente la caratterizzazione storica di Thor, forzando determinati eventi e servendo una sceneggiatura svogliata, poco impegnata, priva di trovate memorabili e studiata per allungare un brodo raffreddato: un classico sfruttamento commerciale del nome di un autore stimato.

Garth Ennis – Meraviglie di scorta: Thor Vikings   Thor Marvel Comics Garth Ennis


  1. Celebre autore di capolavori come V for Vendetta e Watchmen. I suoi graphic novel hanno ispirato pellicole cinematrografiche di successo. 

  2. Scrittore di fama mondiale che ha dato vita ai personaggi fantasy come Conan il Barbaro. Dark Horse pubblica regolarmente serie a fumetti che si ispirano alle sue storie. 

  3. Il Dott. Strange, alias Stephen Strange, è un personaggio ideato da Stan Lee e Steve Ditko nel 1963. Per lungo tempo ha vestito il ruolo di Stregone Supremo del Marvel Universe. 

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Una X sul sole: Giorni di un futuro passato http://www.lospaziobianco.it/88701-xmen-giorni-futuro-passato http://www.lospaziobianco.it/88701-xmen-giorni-futuro-passato#comments Fri, 23 May 2014 17:00:21 +0000 http://www.lospaziobianco.it/?p=88701 Una X sul sole: Giorni di un futuro passato | di Marco D'Angelo
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Tra le tante saghe che hanno marcato il lavoro di Chris Claremont su gli X-Men, “Giorni di un futuro passato” resta una pietra miliare della serie e dell’intero fumetto supereroistico. Proviamo a raccontarvela, in attesa del film di Brian Singer.

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Una X sul sole: Giorni di un futuro passato | di Marco D'Angelo
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Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont

Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont

Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont E’ il 1981.
Alla Casa Bianca si è da poco insediato un ex attore hollywoodiano. In Cina stanno per aprire la prima fabbrica di Coca Cola e, in California, una ditta che ha per simbolo una mela è pronta a rivoluzionare la vita di milioni di persone, con un oggetto, ancora misterioso, chiamato personal computer.
E’ difficile immaginare cosa attenda il mondo da lì ai successivi trent’anni.
Ma quando lo sceneggiatore Chris Claremont e il disegnatore (nonché coautore dei testi) John Byrne decidono di mettere in scena il futuro degli X-Men, gli stupefacenti supereroi mutanti della Marvel Comics, non hanno dubbi a immaginarsi un domani cupo e terribile, ambientato (curiosa coincidenza, con il senno di oggi) nel 2013.

La storia

Pubblicata sui numeri 141 e 142 di Uncanny X-Men, Giorni di un Futuro Passato racconta un avvenire da incubo, in cui i robot controllori Sentinelle hanno instaurato un regime di segregazione razziale ai danni di quel che resta del genere umano e soprattutto dei mutanti, discriminati in ragione del loro genoma speciale. Per tentare di modificare il corso degli eventi che hanno portato le Sentinelle ad assumere il potere, l’ormai matura Kitty Pride – uno dei pochi “super”stiti ancora in azione – torna indietro nel tempo (nel presente narrativo) per incarnarsi in se stessa teenager e cercare l’aiuto degli X-Men.
Se la trama vi sembra barocca, vuol dire che non siete assidui frequentatori della Scuola per Giovani Dotati di Charles Xavier e del variopinto universo narrativo allestitogli intorno dal deus X machina della serie, Chris Claremont, nel corso di un impegno quasi ventennale sulla testata Marvel dedicata ai mutanti.

Claremont touch

Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont Giorni di un Futuro Passato è un perfetto compendio dello stile drammaturgico di Claremont, fondato su un uso sapiente degli stilemi e dei ritmi della narrativa popolare – dal feuilleton alle soap-opera – ricodificati all’interno della cornice supereroistica.
Prendiamo lo spunto della vicenda: viaggi nel tempo, ucronie, realtà parallele che s’incrociano… Sono evidenti i riferimenti a tutta una tradizione fantascientifica antecedente, da La macchina del tempo di H.G.Wells a La svastica sul Sole di Philip K. Dick. Lo sceneggiatore della Marvel riesce perfino ad anticipare lo sfruttamento intensivo dei paradossi temporali che il cinema hollywoodiano farà suo da lì a pochi anni con spettacolari franchise come Terminator e Ritorno al futuro.
Per restare al fumetto, possiamo anche notare che Claremont, nel raccontare la svolta “autoritaria” dell’America del 2013, disegni uno scenario non dissimile da quello delineato, qualche tempo dopo, da Alan Moore nel capolavoro Watchmen: anche lì, in un’ America alternativa in cui lo scandalo Watergate non è mai avvenuto, i supereroi sono stati messi al bando.

Bolle di sapone mutante

All’impasto di risonanze  trans mediali e di genere, Claremont e Byrne danno però una forma drammaturgica che è tipicamente seriale, tutta interna alla logica dell’universo narrativo in progress degli Uomini X.
Basti pensare alla scelta di costruire la vicenda attorno a Kitty Pride, personaggio nuovo entrato nella serie solo da alcuni numeri, ma che la storia – fin dalle prime vignette – ripresenta al pubblico in maniera imprevedibile e spiazzante. Il lettore ha appena iniziato a conoscerla come una teenager fragile, alle prese con i tutti i problemi dell’essere adolescente e, in più, la difficoltà di gestire i suoi poteri speciali; invece, nella vicenda, la vediamo come una donna forte e coraggiosa, temprata dalle asperità della vita e pronta a sacrificarsi per il bene comune.

Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont Lo stesso effetto narrativo spiazzante per il lettore affezionato viene ribadito con la scelta di inquadrare, in una delle prime tavole ambientate nel futuro, un cimitero in cui spiccano le lapidi di molti X-Men e altri celebri eroi Marvel. Oggi, dopo decine di supermorti celebri- da Superman a Capitan America – l’escamotage può sembrare fin troppo abusato ma, nel 1981, una vignetta del genere rappresentava un enorme shock visivo (anticipato peraltro, come spesso accade nei comic book da una copertina altrettanto disturbante).

Più in generale, sono frequenti, nel corso di tutto il racconto, riferimenti a vicende di episodi precedenti, o che suggeriscono – tra le righe – sviluppi successivi.
Se ciò è vero in generale per tutte le serie Marvel, in cui vige l’amata/vituperata (a seconda dei gusti) continuity, ovvero la stretta concatenazione temporale tra gli eventi narrati,   negli X-Men il gioco di finzione – portato avanti per anni e anni – ha dato luogo a un complesso intrigo di fili narrativi, un intreccio inestricabile che è valso a questa serie il soprannome di “Soap opera mutante”, come l’ha definita acutamente anche Luca Scatasta, editor storico delle pubblicazioni italiane dedicate agli Uomini X.
Per esempio, alcune delle esche espressive lanciate da Claremont e Byrne in Giorni di un Futuro Passato (la relazione tra Kitty e Colosso, il cambiamento interiore di Ororo, la conversione del malvagio Magneto a leader positivo, etc.) prenderanno all’amo e trascineranno il pubblico per diversi anni. E’ un gioco che può piacere o no, ma di cui non si può negare la raffinatezza – per certi versi eccezionale – nell’ambito del fumetto popolare.

La legge di Murphy-Xavier

Se, infatti, ne La saga di Fenice Nera, Claremont e Byrne avevano già utilizzato la dimensione della ‘morte’ -  in quel caso con lo sconvolgente suicidio dell’eroina Jean Grey – per scardinare uno degli assunti positivi della narrativa popolare (“gli eroi non muoiono mai”), nella presente saga ucronica si spingono addirittura oltre.Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont
Raccontando al lettore di come i suoi beniamini siano condannati a un futuro tetro, gli autori riscrivono il mood caratteristico del mondo Marvel. Non che nelle vicende di Spider-Man, Fantastici Quattro & Co. mancassero gli accenti drammatici ma il “sorridente”  Stan Lee e gli artefici creativi della Casa delle Idee, avevano – fino ad allora – mantenuto un tono sostanzialmente positivo ed ottimista, se volete figlio del clima kennediano degli anni Sessanta in cui la Marvel era nata.
Al contrario, Giorni di un Futuro Passato  fa emergere una diversa interpretazione del celebre motto Marvel: “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, o meglio vi aggiunge un’implicita postilla: “da grandi poteri e da grandi responsabilità non possono che derivare grandi problemi.

Non si tratta, invero, di una tendenza rintracciabile solo nella serie degli Uomini X, ma trasversale a tutto il fumetto supereroistico degli anni Ottanta (in merito si rimanda al bel saggio di Daniele BarbieriUccidere gli Eroi” citato nella bibliografia dell’articolo).  La tragicità, il dramma, il dolore, non sono più elementi accessori nelle vicende di questi supereroi problematici: sono il motore stesso del racconto, quasi che il leggendario gene X porti con sé anche una grossa dose di iattura.
Nelle vicende del professor Xavier, di Kitty Pride, Colosso, etc. è insomma destinata a trionfare drammaturgicamente la Legge di Murphy: se qualcosa deve andare storto, ci andrà.

Il Caso, il Destino, il Fato

E’ curioso, in questo senso, notare come un altro dei personaggi cardine della vicenda sia la veggente cieca Destiny, affiliata alla Confraternita dei Mutanti Malvagi. Come nella tragedia greca antica, la figura dell’indovino, capace di vedere cose che agli altri sono negate, fungeva da simulacro dei dubbi del pubblico, Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont così i dialoghi tra Destiny e l’amica Mystica, sulla credibilità o meno delle sue premonizioni, fungono da simulacro dei dubbi che il lettore affezionato si trova a vivere di fronte ad una saga tanto cupa.
Ma davvero le cose sono destinate ad andare così male?
Gli X-Men possono cambiare questo futuro?

La saga, da questo punto di vista, si conclude con un finale  tutto sommato aperto e variamente interpretabile, come peraltro tipico dello stile di Chris Claremont. Ma la sensazione che qualcosa di superiore guidi il destino dei personaggi, oltre la loro stessa volontà, resta nell’aria: una sorta di “Fato” – e anche qui, per quanto il rimando possa sembrare audace, esso ci riporta alla tragedia antica – alimenta al fondo la saga.

Si è soliti sottolineare come uno degli elementi più fascinosi nell’affresco  dipinto da Claremont  stia nella  costante ridiscussione del confine tra “bene” (vs) “Male” con personaggi come Jean Grey, Magneto, Rogue – e perfino Ororo/Tempesta -  che si trovano a fare la spola tra un estremo e l’altro. In realtà, se andiamo a ricostruire le storyline nel loro andamento complessivo, ci accorgiamo che per quanto i “giri di valzer” siano ampi, i personaggi – come tipicamente accade nelle soap opera – alla fine tornano al punto di partenza. Ma non si può nemmeno negare che di queste “odissee” emotive – ne è un esempio ancora Kitty Pride – i protagonisti finiscano per portare le cicatrici, fisiche e psicologiche.

C-Men (and women)

Una X sul sole: Giorni di un futuro passato   X Men: Days of Future Past X Men Marvel Comics John Byrne Chris Claremont E’ alle storie di questi uomini e donne di carta che lo scrittore americano di origine britannica ha inteso dedicare un impegno professionale totale. Forse, proprio per questa sua consacrazione monoteistica, Claremont non ha raccolto gli allori critici di altri celebrati autori quali Neil Gaiman ed Alan Moore. Difficile dire se sia giusto o sbagliato, ma di certo la sua interminabile run sugli X-Men, e in particolare cicli come Giorni di un Futuro Passato, restano centrali per comprendere l’evoluzione del fumetto supereroico negli anni Ottanta e Novanta.
Claremont per quasi quattro lunghi lustri ha portato ogni mese in edicola le sue trenta pagine di X-Men a un pubblico giovanile sempre più vasto. A questa sterminata platea di esseri in trasformazione, con gli ormoni in subbuglio e perseguitati dall’acne, Claremont ha offerto le avventure di super esseri in trasformazione, con il DNA in subbuglio e perseguitati dal destino.

Pur muovendosi nell’alveo della narrativa popolare, l’autore non ha mai rinunciato a perseguire una vocazione morale come scrittore e, dopo tutto,  in storie come Giorni di un Futuro Passato l’accento drammaturgico non è sulla “X” della testata, quanto  sul “Men” dopo il trattino.

Abbiamo parlato di:
Giorni di un Futuro Passato
Chris Claremont, John Byrne, Terry Austin
traduzioni  di Marco Marcello Lupoi,  Nicola Martelli
Ultimate Edition, Marvel Italia, 1999
ASIN: B00BL7PHFE

Bibliografia dell’articolo

Uccidere gli eroi: Riflessioni sul nuovo fumetto americano dei supereroi
Daniele Barbieri
La soap-opera mutante: gli incredibili X-Men”
Luca Scatasta in:
I mille volti del supereroe
Brolli, Daniele (a cura di), Star Comics, Perugia, 1991
X-istential X-Men: Jews, Supermen, and the Literature of Struggle”
Jesse Kavadlo in:
X-Men and philosophy
Rebecca Housel,  J. Jeremy Wisnewski (a cura di), Wiley, Hoboken, 2009
Bam! Sock! Lo scontro a fumetti. Dramma e spettacolo del conflitto nei comics d’avventura
Valentina Semprini, Tunué, Latina, 2006

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