Brancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazzi

Bao Publishing ripropone "Brancaccio – Storie di mafia quotidiana", l’opera di Giovanni Di Gregorio e Claudio Stassi, pluripremiata e tradotta in spagnolo.

Brancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazziChi viene con il treno “dal continente” (il nome dello stivale per noi isolani) giù fino a Palermo, attraversa il quartiere di Brancaccio. Lì dove ora i binari sovrastano un piccolo tunnel, vi era un passaggio a livello rimasto per diverso tempo un vero e proprio “reperto archeologico” delle ferrovie: si trattava, infatti, di uno degli ultimi superstiti azionati ancora manualmente.

La storia raccontata da Giovanni di Gregorio e ha inizio proprio da quell’antico luogo di passaggio, dalla strada “a tempo” che nel 1994, quando si svolge la vicenda, attraversava il quartiere fermando il flusso di automobili e di scooter. Seguendo la linea curva dei binari, il lettore si avvicina a quel panorama immobilizzato in un tempo ormai passato. Almeno fino al passaggio di due ragazzini che su uno scooter superano le rotaie, incuranti della sbarra abbassata.

Brancaccio si consuma nell’arco di una giornata, in cui tre vicende si intrecciano inevitabilmente in un vortice di eventi. I tre protagonisti sono uniti tra loro da un legame di sangue: Nino, un bambino studioso, è il figlio di Pietro, il venditore ambulante di panelle, e di Angelina. Tuttavia, ciò che tiene insieme i loro destini sembra essere un altro fattore comune: vivere a Brancaccio.

Appartenere a questo contesto, essere inevitabilmente impregnati della sua mentalità, alla fine risulta il solo elemento discriminante nella definizione del loro futuro. In un tempo quasi congelato, questa terra vive chiusa in se stessa, isolata dal mondo esterno che spesso comincia già nella città di cui fa parte.

Distanze irriducibili

Il tema di un confine che identifica il quartiere, distinguendo nettamente un dentro e un fuori, è ricorrente nei dialoghi dei personaggi.

In un primo tempo, sulla base dell’ignoranza di ciò che c’è fuori, si costruisce il mito della città migliore in assoluto, dentro cui sembra che Brancaccio sia inserita: all’ipotesi di un viaggio in treno proposta da Nino, il suo amico risponde senza esitazione “E per andarmene dove? C’è qualche posto meglio di Palermo?”.

Eppure, a parte quella battuta solitaria, in tutto il resto dell’opera la sensazione diffusa tra gli abitanti del quartiere è che Brancaccio stesso sia già fuori dalla città: quando l’acqua arriva a giorni alterni non ci sono dubbi sul fatto che disagi come questo appartengano soltanto alle zone più povere di Palermo, mentre addirittura i politici “Brancaccio manco sanno dov’è”.
Come su binari paralleli, due parti della stessa città vivono esistenze distinte senza incontrarsi mai, separate da uno specchio che permette di vedere unicamente se stessi nella reciproca ignoranza dell’altro. Dove ignoranza è sinonimo di “elusione” e non di “inconsapevolezza”, perché dov’è Brancaccio i politici “se lo ricordano solo alle elezioni” e, d’altro canto, per i boss della zona lasciare il quartiere nel bisogno è il modo più facile per garantirsi il potere dentro.

Incastrato in questo meccanismo di opportunismo, Brancaccio è insieme vittima e carnefice: escluso dai “privilegi” della città, si estrania anche dalle sue regole (dal codice della strada a quello civile), facendo della legge del più forte la sua unica norma, l’unica che vale la pena imparare. A proposito di ciò, la “parabola” dei cani da combattimento esemplifica con lucidità disarmante la prassi dell’educazione mafiosa: “Li tengono in isolamento fin da cuccioli… li affamano e li picchiano… gli insegnano a combattere per ottenere qualsiasi cosa… finché non sanno fare altro. Uccidere o essere uccisi. Non hanno scelta”.

Addestrate al dolore e alla sofferenza quotidiana, le persone sono fagocitate in un circolo di morte che non ammette vie di mezzo o soluzioni alternative. Il rispetto, l’essere “adulti”, deriva dal coraggio dimostrato, e il coraggio si misura con la violenza, adoperata contro gli altri per paura di subirla. A sua volta, la paura genera sospetto e sfiducia verso l’altro, così chi fa “troppe” domande rischia di essere uno “sbirro”, e allora è meglio starne alla largaBrancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazzi

Rassegnati a un destino comune

Essere fuori dalla città significa essere autosufficienti e autonomi dalla sua legge; essere fuori significa sapere di non farne parte, ma anche di non potervi appartenere nemmeno in un giorno futuro.

Quando il maestro di Nino si rivolge al padre del ragazzo sottolineando come questo “fuori di qua avrebbe molte più possibilità”, la replica diretta è “E che dobbiamo fare? Uno mica se lo sceglie, il posto dove nasce…”.
La domanda che altrove potrebbe avere una risposta, a Brancaccio diventa retorica: non c’è nulla da fare, perché, una volta “capitati” lì, pensare di andare via è quasi impossibile, è un sogno, come quello che fa Nino immaginando di lasciare il quartiere salendo sul treno. Il proprio destino è segnato dalla nascita, e dentro Brancaccio i destini possibili sono pochi, “qui ci si deve sempre arrangiare”.

Eppure, sia Pietro, il padre di Nino, che il maestro partono dallo stesso presupposto inequivocabile: le circostanze esterne non possono essere cambiate; l’unico fattore su cui si può agire (e non sempre) è se stessi. Se un futuro c’è, è fuori che va cercato; il posto dove si nasce non lo si sceglie, ma non lo si cambia nemmeno.

Questa rassegnazione permea le parole degli abitanti, tanto da diventare il sottofondo non detto di ogni dialogo, quando Nino sopporta in silenzio omertoso il dolore subìto o quando Pietro obbedisce agli ordini dei potenti mafiosi perché non può dire di no o quando Angelina si abbandona alla devozione cieca delle immagini votive perché l’ultima speranza di cambiamento può venire solo dall’alto.Brancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazzi

E poi c’è la mafia, origine, parte e conseguenza di ognuno di questi aspetti. La mafia che fonda il suo potere sull’ignoranza e sulla mancanza di mezzi delle persone, che usa e mantiene le loro debolezze per renderle dipendenti dalla propria mano; la mafia che, mentre nasconde i fili con i quali controlla ogni cosa, si mostra generosa verso le sue vittime, centellinando i beni necessari che lei stessa usurpa; la mafia che si fa schermo delle cerimonie vuote di rapporti d’amicizia e di legami di sangue per legittimare e sancire i propri affari.

Nel fumetto, Don Vito e Don Santo rappresentano sì il male “innominabile” che infetta la terra siciliana, ma la loro presenza è complementare alla sofferenza, alla violenza, alla sfiducia e alla rassegnazione di cui le persone presentate nell’opera sono impregnate in maniera inevitabile. Non c’è mafia senza nessuno di questi elementi, e nessuno di questi sarebbe tanto forte senza la mafia.

Luogo di circostanze, luogo di persone

Dal punto di vista strettamente tecnico, la narrazione di Di Gregorio è densa: in ogni tavola, per non dire in ogni vignetta, è rappresentato uno degli aspetti caratterizzanti della mentalità del luogo. La storia sembra quasi piegata per mostrare questi spaccati di vita quotidiana che meglio di qualsiasi altra teorizzazione definiscono l’atmosfera respirata nel quartiere. Tuttavia, ciò non tradisce mai il realismo della vicenda, costruita in maniera tale da incastrare perfettamente tra loro tutti i frammenti delle singole storie.

Alla fine del puzzle, il lettore osserva l’immagine ricomposta del quartiere attraverso le linee sovrapposte delle piccole figure che lo animano, e un’idea di fondo si impone nella sua mente: nessuno è innocente, ma a ognuno spetta la sua porzione di colpa. È Brancaccio il colpevole, nel duplice senso possibile: è la comunità intera che lo abita a essere responsabile del circolo di morte che genera, ma è il luogo stesso a “provocare” questo destino.

Come per una maledizione, Brancaccio parla di un rito quotidiano che è impossibile cambiare e dal quale si può solo scappare. E la storia inedita, in appendice al volume nella nuova edizione di Bao, rende più concreta questa speranza di fuga. A distanza di nove anni, due palermitani si rincontrano casualmente in un bar di Barcellona, la città dove realmente entrambi gli autori dell’opera hanno trovato rifugio fuori dalla loro terra. I toni sono rimasti gli stessi: mettendo sui piatti della bilancia pro e contro, sono più le cose guadagnate che quelle abbandonate in Sicilia. La storia con la propria città natale è combattuta e carica di sentimenti contrastanti, sostanzialmente dolorosa, anche nel ricordo, ma comunque indimenticabile.

I disegni di Stassi camminano al fianco della sceneggiatura del conterraneo riuscendo a tradurre compiutamente in immagini le sensazioni raccontate. Lo stile asciutto, chiaro e senza virtuosismi, si adatta bene al tono della storia: linee nette tracciano i profili delle cose e i pochi particolari visibili hanno sempre uno scopo narrativo. Le ombre hanno la consistenza della pece: inghiottono gli sfondi e si insinuano sulle figure senza dare profondità a ciò che toccano.

Brancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazziBrancaccio è il quartiere dei palazzoni grigi senza una storia antica e nobile alle spalle; container e saracinesche affollano le vignette di questo volume, mentre le discariche all’aperto raccontano una storia vecchia di abbandono che segna tutti i luoghi immersi nel limbo del “non-mio”, ancora troppo lontani dal “di-tutti”.

Sono panorami senza prospettiva: appiattiti sui muri di palazzi, sovrapposti l’uno sull’altro fino a riempire ogni piccolo spazio di respiro su una visuale più ampia. Il quartiere è chiuso in se stesso, e ogni possibilità di guardare oltre è negata sul nascere. Come il treno che sogna di prendere Nino, veloce su rotaie che navigano in una notte nebbiosa. Se il futuro è fuori, è invisibile.

Dal contrasto con la storia in appendice ambientata a Barcellona questo aspetto salta ancora di più all’occhio, accentuato dalla comparsa del colore, bandito invece dallo scenario in scala di grigi del quartiere palermitano. Nella città spagnola lo sguardo può affrancarsi dai palazzi cittadini per aprirsi sul mare, quel mare che, è vero, c’è anche a Palermo, “ma non si vede. Come se non ce l’avessimo”.Brancaccio: il rito di una violenza chiusa tra i palazzi

D’altra parte, in accordo con la solita duplicità di cui si è detto, se da un lato è lo stesso quartiere a chiudersi in se stesso impedendo la vista del futuro, dall’altro gli stessi occhi dei personaggi sembrano disegnati per essere incapaci di vedere: i volti che riempiono il fumetto hanno espressioni truci, appaiono segnati dalle violente lotte quotidiane (metaforiche e reali) mentre gli occhi, chiusi dal dolore e dal sospetto, sono spesso ridotti a semplici fessure.

Gli unici che Stassi disegna con gli occhi grandi, aperti verso la speranza, sono, non a caso, Nino e Angelina, i due personaggi che superficialmente potrebbero essere definiti vittime innocenti di una serie di circostanze, ma che, come si è detto, per gli autori appartengono comunque, nel loro piccolo, a quell’ingranaggio inesorabile che non esime nessuno dalla sua parte di colpa.

Denuncia senza alternative

Brancaccio parla di un luogo, maledetto dal volere dei suoi abitanti, e parla di persone, maledette dal destino del loro luogo di nascita. In questo cerchio nero nel quale è impossibile vedere un inizio e una fine, non c’è speranza. Protagonisti, antagonisti e narratori concordano su un unico punto: la speranza abita fuori.

Sin dalla dedica iniziale, rivolta “a tutte le terre che accolgono chi è in cerca di una vita migliore”, lo sceneggiatore sembra anch’egli rassegnato di fronte a quello che sembra un destino inviolabile, più che una sorte da capovolgere. L’unica presenza che nel racconto ha osato ribellarsi allo status quo è ormai un nome su una lettera: padre Puglisi. L’unica presenza che voleva cambiare quel luogo è un’assenza.

E se l’opera, come sembra suggerire la citazione del prete in apertura al volume, si prefigge di parlare di mafia per insegnare a riconoscerla nella mentalità delle persone, prima ancora che nei gesti pubblicamente tragici, allora ha raggiunto egregiamente il suo scopo. Tuttavia, in questo panorama senza prospettiva manca l’altra faccia di Brancaccio, quella che, come ricorda Rita Borsellino nella sua prefazione, nel corteo che sfilò dentro il quartiere dopo la morte di padre Puglisi “voleva il cambiamento […] e iniziava a ribellarsi”.

Se conoscere e riconoscere è il primo passo per cambiare, il secondo non può essere l’abbandono di un luogo maledetto, sebbene rimpianto. In tutto il volume, l’unica alternativa prospettata ricade fuori dai confini di Brancaccio, contribuendo ad assecondare quella divisione del quartiere (e, per estensione, della città) da tutto ciò che lo circonda, divisione che è all’origine dell’amaro destino della zona. La risposta alla domanda provocatoria “Adesso tutta da buttare è diventata Palermo?” appare quasi dissacrante nel suo pessimismo celato: “Tutta no. Una cosa da salvare c’è… il caffè”.

Oltre i palazzi grigi con i panni stesi, l’orizzonte rimane invisibile e l’unica soluzione possibile al clima claustrofobico è la fuga.

Abbiamo parlato di:
Brancaccio – Storie di mafia quotidiana
, Claudio Stassi
, febbraio 2016
96 pagine, brossurato, bianco e nero – 14,00 €
ISBN: 978-88-6543-276-1

Articolo pubblicato su ComicSoon #29

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