I baroni arraffanti: Gli Aristocratici di Castelli e Tacconi

Prima di Martin Mystere e Dylan Dog: analisi de Gli Aristocratici (1973) di Alfredo Castelli e Ferdinando Tacconi, una serie seminale del fumetto italiano.

Il fumetto popolare italiano vanta ormai più di un secolo di storia e un ricchissimo album di famiglia. Spesso tendiamo a concentrare le nostre attenzioni soprattutto sulle ultime uscite, in un periodo storico che, per varie ragioni, ha visto un aumento quantitativo dell’offerta. Tuttavia può essere utile tornare talvolta ad approfondire anche serie del passato, apparentemente minori e qualche volta ingiustamente sottovalutate. Nel 2016 si è celebrato, con giusto fasto, il trentennale del Dylan Dog di , mentre è in corso un coraggioso “rinnovamento” del Martin Mystere di . Ci è quindi sembrato giusto analizzare gli Aristocratici di Castelli e (ideatore grafico della serie), cui collaborò anche lo stesso Sclavi.

I baroni arraffanti: Gli Aristocratici di Castelli e TacconiIl 1972 era stato un anno importante per il fumetto italiano popolare: era nato infatti il Corriere dei ragazzi, evoluzione del Corriere dei piccoli. Nell’intento del suo direttore Giancarlo Francesconi, la nuova testata avrebbe dovuto quasi preparare i giovani lettori al passaggio graduale sul Corriere della Sera. In base a questo piano editoriale, le serie a fumetti sembrano qui godere di una maggiore libertà nel trattare temi leggermente più maturi, con un prevalere di nuovi fumetti avventurosi su quelli tipicamente umoristici.

Gli aristocratici ne diviene forse quello più emblematico. Creato nel 1973, si distingue per numerose scelte particolari. Innanzitutto, non segue la tradizione legalitaria tipica del fumetto per ragazzi, ma ha come protagonisti un gruppo di ladri gentiluomini. Certo si schierano contro i veri malvagi, a partire dall’ex-membro e antagonista principale, il trasformista Derek Collins; però non rinunciano mai a “ricompensarsi” con nonchalanche non esosa per le loro imprese (con una trattenuta di bottino dell’ordine del 10% delle cifre in ballo). Niente eccessi, ma neanche nessun Padre Brown che converte Flambeau.

Inoltre, si tratta di un fumetto corale, cosa abbastanza rara nel fumetto italiano. Un riferimento potrebbero essere state le scalcinate spie internazionali del Gruppo TNT di Alan Ford (1969), da cui Castelli avrebbe potuto trarre ispirazione per la struttura narrativa di massima, adattandola al diverso pubblico e formato; riprendendo invece uno stile opposto, quello british di alcune serie televisive inglesi in voga al periodo, come gli Avengers, appena conclusasi (1961-1969, da noi Agente speciale) e i Persuaders (1971-72, dai noi Attenti a quei due), che avevano invece un meccanismo buddy-buddy.

Il Conte è la mente e il leader degli Aristocratici, ed è il vero “aristocratico” per eccellenza, si esprime come un libro stampato e disprezza la modernità e la volgarità in ogni sua forma.  Assieme all’avvenente e spigliata nipote Jean – l’unica ragazza del gruppo – con cui ha spesso garbati battibecchi, rappresenta il personaggio meglio caratterizzato, ed è il motore principale della narrazione e delle delicate situazioni comiche.  Jean è anche innamorata dell’ispettore Michael Allen, nemico-amico degli aristocratici, secondo un comune topos del genere (ad esempio, centrale nella serie giapponese Occhi di gatto), che spesso è un altro motore narrativo. Il personaggio di Jean non è nemmeno privo qualche volta di un sottile erotismo, ovviamente appena accennato, grazie anche al raffinato equilibrio del tratto di Tacconi, molto moderno e sintetico.
Gli altri Aristocratici sono più personaggi funzionali: il tedesco Fritz rappresenta la tecnologia, e i suoi gadget alla James Bond appaiono spesso nelle storie come elemento meraviglioso che consente, oltretutto, soluzioni meno violente; il colosso irlandese Moose – ricorda il compianto Bud Spencer, che allora iniziava il suo grande successo  –  rappresenta la forza bruta, di solito trattenuta ma ogni tanto necessaria; il playboy e scassinatore italiano Alvaro è l’abilità ladresca, ovviamente indispensabile.

I baroni arraffanti: Gli Aristocratici di Castelli e Tacconi

Noblesse oblige: il segno aristocratico

Le citazioni del giallo classico si sprecano all’interno delle storie, mostrando quasi una funzione “propedeutica” al giallo adulto, letterario e cinematografico, da Fantomas a Christie, da Bond a Clouseau, ma anche Kissinger, che fa un cameo ne Il portafoglio rubato. Soprattutto la signorilità del Conte, che suona il piano per rilassarsi e ostenta una ironica altezzosità verso tutto il mondo, ha molto di holmesiano.
Del giallo classico Castelli usa tutti gli espedienti, e per vivacizzare la serialità, e benché la serie sia in prevalenza umoristico-avventurosa, spesso la situazione di partenza è drammatica, con qualche personaggio in serio pericolo, creduto morto, o screditato. Addirittura per certi versi in qualche storia si potrebbe percepire un sottile eccesso di erudizione ma giustificata abilmente dalla natura coltissima e un po’ spocchiosa del raffinato capobanda, che costringe anche i suoi complici ad adeguarsi. Castelli non manca mai nemmeno di ironizzare su questo: il Conte cita sempre “il grande bardo”, ma quelle citazioni shakespeariane sono sempre a sproposito (le perle di cultura disseminate nella storia, invece, sono puntuali).

Come la scrittura di Castelli, anche lo stile di Tacconi è moderno, ironico e dinamico al tempo stesso. Le storie sono a volte colorate, a volte no: il segno forse dà il suo meglio nelle storie in cui è reso vivace dal colore a campiture piatte, espressivo e sgargiante. Il montaggio di tavola adotta la base a tre strisce di una griglia in senso lato italiana, ma si ricorre spesso a variazioni: non per sperimentalismo, ma semplicemente per massimizzare l’efficacia narrativa.

Il limite maggiore degli Aristocratici sono le ristrette dimensioni narrative del racconto a fumetti breve, autoconclusivo per rivista: l’abilità citazionistica e giallistica di Castelli meriterebbe di dipanarsi su un arco narrativo più ampio, il segno di Tacconi avrebbe diritto a una griglia più mossa, più ampia, non sacrificata da una certa compressione degli eccessivi spunti narrativi messi in gioco.

I baroni arraffanti: Gli Aristocratici di Castelli e Tacconi

Dopo gli Aristocratici: l’onda lunga di una piccola serie.

Nel 1976, in un nuovo tentativo di modernizzazione, il Corriere dei Ragazzi si evolve in Corrier Boy, in un passaggio che molto ritengono ponga fine all’età aurea della rivista (e certo è segno di una certa esterofilia deteriore). Gli Aristocratici continuano fino al 1977, poi vengono sospesi dopo un totale di 33 avventure (4 solo sulla nuova gestione: si esauriscono probabilmente le storie già pagate). La loro pubblicazione continua comunque sul settimanale tedesco Zack, che li ospitava già dal ’73, e continua fino al 1980 con altre 16 avventure. Tali storie tornano poi su altre testate italiane, Eureka, Magic e soprattutto, dal 1997, su Il Giornalino dei Paolini, oltre a essere raccolte in volume in varie iniziative editoriali, dal 1991 in poi.

Il gusto per l’erudizione, l’ironia, il citazionismo fa parte del fascino della scrittura di Castelli anche in seguito, quando sulla Bonelli, un paio d’anni dopo la fine degli Aristocratici, inaugura con Martin Mystere (1982) un fumetto d’indagine sui misteri esoterici che segna un salto alla modernità urbana nel fumetto bonelliano (dopo che già Mister No, dal 1975, era di ambientazione novecentesca). Qui Castelli trova finalmente la possibilità di dare pieno dispiego alle sue capacità narrative, realizzando il suo capolavoro fumettistico.

Tra l’altro, un collaboratore non accreditato di Castelli su questo fumetto era stato Tiziano Sclavi, che come Castelli si era occupato anche di vari redazionali del Corrierino con un innovativo taglio ironico-surreale. Sclavi lavora, ad esempio, sulla storia di omaggio a Holmes. Nel 1983, sulla scorta del successo del Mystere bonelliano, Sclavi sviluppa per il Giornalino il fumetto dedicato all’agente segreto Philip Allen, dedito a una sorta di X-Files inglesi ante-litteram. La figura somiglia in parte al Michael Allen degli Aristocratici, di cui viene ripresa l’ambientazione inglese. Due anni dopo, Sclavi elabora un nuovo fumetto per la Bonelli, quel Dylan Dog che con Aristocratici e Allen condivide l’ambientazione londinese, e con il Conte condivide una (totalmente diversa) ripresa ironica di stilemi holmesiani. Con Dylan Dog – ma non è neppure il caso di dirlo – si consolida quell’evoluzione moderna del fumetto bonelliano dagli anni ’80 in poi, avviata con Mystere. Sulla testata collabora anche lo stesso Tacconi, che vi porta il segno efficacissimo in storie storiche come Lama di Rasoio e molte altre. Tacconi disegna poi anche alcune storie di una terza testata bonelliana, quella dedicata al giallo police-procedural, Nick Raider, nata sull’onda del successo dylaniato nel 1988.

Insomma, per quanto l’esperienza de Gli Aristocratici sia conclusa nel tempo, la sua importanza seminale nel fumetto popolare italiano è di sicuro da riscoprire, come primo embrione di una evoluzione che solo in seguito, con gli stessi autori, si sarebbe dispiegata completamente.

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