Aspettando Streep: intervista a Paolo Interdonato

Scorrendone il programma, Streep, il neonato festival milanese che vede la presenza di Bacilieri, Parisi, Gipi, Spiegelman, Munoz, si annuncia come uno dei piu' interessanti eventi culturali di questo ultimo...
Articolo aggiornato il 15/04/2015

Aspettando Streep: intervista a Paolo InterdonatoChe sia la volta buona che Milano si doti di un vero festival del fumetto? Non una fiera o una mostra mercato, momenti ludico-affaristici che forse persino abbondano; intendo proprio un festival, con tutte le ingombranti aspettative che questo termine si porta dietro. Una manifestazione in cui il fumetto venga narrato, mostrato, discusso, che non sia solo di contorno o di supporto ad altro o che non sia scambiato per un concetto confuso in attesa di una insperata e lontana maturità, come è di solito percepibile anche in importanti manifestazioni quali la storica Cartoomics.
Strano che tutto questo (non) succeda a Milano, la città dove il fumetto è cresciuto fino a diventare industria, in cui hanno sede alcune tra le più grandi case editrici (Bonelli vi dice nulla?), ma soprattutto metropoli in cui – troppi anni fa – alcuni intellettuali si baloccavano e si confrontavano attorno a storie fatte di disegni e nuvole. Non credo che la storica assenza a Milano di momenti di incontro e dibattito seri, strutturati e pertinenti su una parte sempre più importante del nostro patrimonio culturale sia solo da imputare alla fredda e proverbiale operosità meneghina. Piuttosto penso abbia influito l’arretramento culturale e sociale che ha colpito maggiormente, dagli anni ottanta in poi, proprio l’ex capitale morale. È storia dei nostri giorni.

Così, in mezzo a qualche evento notevole, ma pur sempre sporadico, perlopiù dedicato al recupero storico (le mostre del Corriere dei piccoli e di Crepax, per esempio) e in contemporanea a quello che si sta muovendo attorno alla celebrazione dei cent’anni di fumetto in Italia, ecco arrivare Streep, un piccolo ma denso festival, messo in piedi in un intraprendente circolo ARCI che, con un programma ambizioso, offre alcuni momenti, sulla carta, imperdibili.
Per parlare di questo appuntamento ci siamo rivolti a , uno degli ideatori del progetto. Paolo è un non allineato all’interno del panorama fumettistico italiano: titolare di un seguito e autorevole blog (sparidinchiostro.splinder.com) non è la prima volta che compare sulle nostre pagine. A lui l’onere di rispondere a una manciata di domande per presentare la prima edizione di questo festival che noi de LoSpazioBianco seguiremo come semplici, attenti e interessati spettatori.

Cominciamo dall’inizio. Da dove nasce l’idea di un festival incentrato sul fumetto?
Ce n’era bisogno. Un’urgenza di resistenza culturale e civile inderogabile.

E…
Va beh… vuoi la versione lunga. è che io non c’ero fin da subito e mi tocca di raccontare come l’ho capita.
Il Bitte è uno spazio stranissimo: un capannone industriale riadattato a circolo Arci in cui si possono fare tantissime cose. Mille metri quadri con schermi e proiettori, spazio per incontri, concerti e spettacoli teatrali, ristorante, bar e un sacco di energia e voglia di fare. A metà del 2009 doveva riaprire spingendo parecchio sulla natura di ricettacolo
di eventi culturali a Milano. Aspetta… Lo ripeto: EVENTI CULTURALI A MILANO! Già pare una bestemmia in questo paese. Figurati a Milano. Questa città, che io dissennatamente amo tantissimo, è diventato uno dei posti col più alto tasso di bolsaggine dell’emisfero.
Intorno a marzo, Ale e Dia vogliono organizzare una mostra di un fumettista: scelgono . Ingenue! Lui le ascolta e, tappezzando l’aria coi palmi delle mani come fa sempre, rilancia: propone di fare un festival. Come ti dicevo: un sacco di energia e voglia di fare. La settimana dopo eravamo in quattro parlarne. Quella dopo ancora eravamo al Bitte e facevamo nomi grossi e apparentemente impossibili.
Per farla breve, a un certo punto eravamo così tanti che la bottiglia di vino durava pochissimo. In ordine di apparizione, Alessia Bernardini, Diana Santini, Giancarlo “Elfo” Ascari, Matteo “Flipper” Marchetti, io e Veronica Lepidi. Un collettivo composito cui si devono necessariamente aggiungere Francesca Pilla che gestisce l’ufficio stampa e Annaluce Canali che fa la grafica, oltre ai ragazzi di FilmLite, i videomaker che ci hanno aiutato nella realizzazione dell’intervista a Spiegelman, Dario Ghezzi e Alessandro Nobolo.

A parte te ed Elfo, gli altri non sono nomi del giro del fumetto.
Già. Persone che di solito non incontri a Lucca. I nerd siamo solo io e Giancarlo. Ed è un punto di forza. Perché se cerchi di organizzare una cosa un minimo complessa devi giustificare le affermazioni che fai. Mica basta appiccicarsi a un concetto di quelli che tutti i lettori forti di fumetto accettano. Ti infili in una di queste idee salvagente e aspetti che gli altri facciano ampi cenni di assenso. Invece qui ti ritrovi in mezzo a un tavolo in cui devi spiegare cosa intendi. E scopri che a volte tendi a nasconderti dietro verità dogmatiche, inconfutabili, e appena le sposti un attimo per farle vedere agli altri si sfaldano e ti cascano per terra. Un gruppo composto da persone con competenze e mestieri diversi che volevano fare un festival: siamo diventati subito un collettivo.

Un collettivo? Siete in qualche modo associati tra voi?
A parte l’affetto, dici? No. Funziona con un sacco di abbracci. E funziona bene. Si lavora tanto, ci si prende in giro e si litiga con moderazione. Una cosa che trovo miracolosa è che Streep non è una democrazia: o siamo tutti d’accordo o si va in stallo. Ognuno di noi è ugualmente responsabile di tutto quello che vedrai in quelle sere.

Perché proprio il graphic journalism?
Perché da qualche parte si doveva cominciare. E poi siamo convinti che il fumetto abbia una pulsione fortissima a piantare le radici nel reale. In più il tema ci consentiva di costruire incontri inaspettati che ci sembravano in qualche modo necessari. Fare incontrare i giornalisti e i fumettisti, perché parlino tra loro delle proprie esperienze lavorative, del proprio linguaggio. Guardare all’underground statunitense con occhi meneghini. Vivere la riattualizzazione del fumetto di realtà con spettacoli forti. Uno strano collage, insomma.
Aspettando Streep: intervista a Paolo Interdonato
C’é qualche attinenza tra il tema del festival e Milano, città stranamente avulsa da eventi di questo genere?
No. C’é una forte attinenza tra il tema di quest’anno e la voglia che abbiamo di guardare al fumetto come un modo potentissimo per raccontare le storie in cui abitiamo. Mentre ti rispondo mi accorgo che, durante le lunghe sere trascorse preparando Streep, non abbiamo mai parlato degli altri festival e fiere. La distanza che manteniamo dai mercatoni del fumetto che annoiano questa città non è frutto di alcuna meditazione. Siamo serenamente posizionati altrove.

Che criteri avete seguito per assemblare il programma e soprattutto per accostare ogni fumettista a un diverso giornalista?
Francesca l’altra sera citava Emma Goldman: “If I can’t dance, it’s not my revolution”, se non posso ballare non è la mia rivoluzione.
Non ci fanno paura le parole. Neanche quelle grosse. Perché vogliamo fare “cultura”, sul serio, ci credi? Pero’ il rischio di arroccarti nella superbia del radicale è sempre forte… brrr… Quello che stiamo facendo ci sembra necessario e ci prendiamo fottutamente sul serio. Ma ci vogliamo divertire.
Abbiamo cercato di mettere insieme eventi che avessero attinenza col tema (e ce l’hanno) e che, assemblati, dessero vita a serate divertenti, mantenendo sempre un forte grado di convivialità. Per noi e per chiunque verrà al Bitte. In più ci aspettiamo che questi corto circuiti ci facciano capire cose e conoscere persone.

Dal menù che proponete la portata più interessante è ovviamente l’intervista a Spiegelman condotta da Deaglio. Sappiamo che avete avuto l’occasione di organizzare quest’intervista per la presenza dell’autore di Maus a Milano per la presentazione della mostra alla . Raccontateci come è stato questo incontro, quali difficoltà avete avuto e soprattutto cosa dovranno aspettarsi i visitatori del festival?
Spiegelman era in Italia. Elfo conosce bene sia Enrico Deaglio sia Cristina Taverna di Nuages. Ha fatto un po’ di telefonate e ha scoperto grande disponibilità da parte di tutti. A quel punto si è mossa la macchina del Bitte che ha coinvolto i ragazzi di FilmLite, che hanno messo in campo una quantità di tecnologia e di professionalità che ha stupito tutti. Cristina Taverna è gentilissima e non si è lamentata neanche quando si è trovata la galleria a soqquadro, piena di cavi, videocamere e luci, il giorno prima dell’inaugurazione. Ho capito quello che stava succedendo quando ho sentito Spiegelman dire a Dario Ghezzi: “Tieni quel ciak lontano dalla mia faccia”.
L’intervista di Deaglio è strana, perché è una chiacchierata molto serena tra due signori che fumano e che si trovano subito a loro agio tra loro. In questo contesto Deaglio fa domande completamente spiazzanti. Chiede, per esempio, come mai Maus non sia a colori. Giuro! E Spiegelman gli risponde e dice cose del proprio lavoro che io non avevo mai capito.
Dici che il video dell’intervista è la portata più interessante. Non sono d’accordo. Ci sono cose che voglio vedere tutte le sere. Forse perché sono fortunato e l’intervista l’ho già vista mentre veniva realizzata.
Ora, dopo aver visto questa piccola anteprima di Streep, a parte il divertimento, non so cosa aspettarmi da quelle serate. E le sorprese mi eccitano come un bambino la sera della vigilia di Natale.

Riferimenti:
Sparidinchiostro: sparidinchiostro.splinder.com

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