Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi

Pino Rinaldi vanta trent'anni di carriera movimentata tra alti e bassi, da "americano" in Italia a italiano in America. Una lunga intervista fuori dai denti che farà discutere.
Articolo aggiornato il 10/07/2017

è un autore che vanta trent’anni di carriera decisamente movimentata: tra alti e bassi, momenti di grande visibilità e altri di apparente scomparsa dalle scene, dalle collaborazioni con grandissimi editori (Bonelli, Marvel) a quella con un misconosciuto fumetto caduto nell’oblio. Dal boom del popolare italiano degli anni ’80, all’implosione dei comics a stelle e strisce nei ‘90, da “americano” in Italia a italiano in America, la sua carriera è un vortice di aneddoti e incontri che vengono condensati in questa lunga intervista fuori dai denti, che riportiamo senza esprimere giudizi di merito su vicende più o meno note e che siamo certi farà discutere.

“Chi mi conosce sa che amo apparire, ma per meriti e con intelligenza, disdegnando la tracotanza e l’ostentazione… ma soprattutto non ho mai scordato com’ero io agli inizi della carriera. Dimmi tu come e quando, ed io ci sarò, ma ci terrei che fosse una chiacchierata tra amici…”

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiInizia così questa lunga intervista con l’autore pugliese “naturalizzato” romano, che si racconta a 360° e apre alla nostra redazione il suo art book traendone fuori immagini esclusive mai pubblicate prima. Così, ad accompagnarci in questo ideale viaggio tra nazioni, saranno le tavole del Nathan Never che non vedrete mai, l’inedito Dr.Strange scritto da DeMatteis, il Lazarus Ledd che non fu

Ciao Pino e benvenuto su “Lo Spazio Bianco”. Recentemente hai aperto una vetrina virtuale dei tuoi lavori, un blog nel quale ti racconti: cosa ti ha spinto a farlo? Per un autore come te, che sino a pochi mesi fa era estraneo al web, il contatto diretto con questa “realtà parallela” che impressione ha suscitato?
Ottima! Non sono un grande esperto di computer e internet, sbirciavo la “realtà parallela” solo tramite browser. Mi stavo accorgendo che giravano voci non esatte sul mio conto così, grazie all’insistenza di mia figlia Francesca, mi sono deciso a dare anche la mia versione dei fatti attraverso un blog.
Non mi aspettavo una risposta così positiva da parte degli internauti, tanto che il mio proposito primario è stato accantonato in favore di un dialogo diretto con i miei estimatori.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi
Tavola di “libero” per Skorpio, anni ’80

Il tuo esordio professionale avviene alla fine dei settanta su Lanciostory, testata che nell’ultimo decennio ti ha rivisto nel suo roster. All’epoca il tuo stile americano suscitò parecchie resistenze (si parlava di Eura style) mentre oggi, forte dell’esperienza in U.K. e negli States, immagino che certi paletti siano stati del tutto abbattuti. Raccontami come andò e cosa secondo te è cambiato da allora.
Agli inizi ero molto ignorante, credevo che non esistessero le varie scuole di fumetto e che il fumetto fosse unico se disegnato bene. Mi accorsi purtroppo che gli addetti ai lavori non la pensavano in questo modo e venni accusato di essere troppo “americano”. Non capivo  che cosa volesse significare: per me non esisteva né il troppo americano né il troppo europeo, quello che contava era disegnare un buon fumetto. La mia passione era tale che fui costretto, se volevo continuare a collaborare con l’Eura, a modificare, mio malgrado, lo stile di disegno. Adottai quindi come esempio Ernesto Garcia Seijas ma non era esattamente la mia strada: i suoi parametri erano diversi dai miei; uno che fino al giorno prima aveva sempre disegnato supereroi in continuo movimento si trova un attimo stranito, quasi forzato, nel disegnare telenovelas. Ora, dopo trent’anni d’esperienza, avendo disegnato di tutto, il mio approccio col medium è cambiato molto: riesco col mio stile a disegnare sia scene dinamiche che soap-opera. Il mio nuovo approdo all’Eura ora è da autore completo mentre un tempo era limitato all’essere un semplice disegnatore.

Oggi diversi aspiranti fumettisti vorrebbero poter disegnare in Italia proponendosi con uno segno manga, ma trovano le stesse difficoltà che riscontrasti tu all’epoca. Che consigli ti senti di dare?
Bisogna vedere questi giovani aspiranti “fumettari” come intendano intraprendere la carriera: se solo per passione o per sopravviverci. Nel primo caso devono camminare a testa bassa come un rinoceronte abbattendo tutti gli ostacoli che si trovano davanti, mentre se è per sopravvivenza dovranno inevitabilmente cedere a compromessi: attendere quando saranno diventati una firma per poter imporre il proprio stile.
Io preferisco il termine “fumettaro” a “fumettista”. Un tempo eravamo trattati con disprezzo, come cultura da serie “Z”, epitetandoci “fumettari”, solo in seguito la cultura di “massa” ci ha scoperti definendoci “fumettisti”. Io però sono rimasto il  fumettaro di una volta, non mi sono acculturato…

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi
Studio per grafica maglietta

Ti sei alternato, soprattutto agli inizi, tra il lavoro di grafico e l’hobby che desideravi trasformare in lavoro continuativo: il fumetto. Lanciostory, il settimanale della Rizzoli Boy Music, il Corriere dei Ragazzi, in seguito il Corrier Boy e riviste-contenitore come 1984 per finire poi, inaspettatamente, a lavorare per il più importante editore italiano di fumetti: Sergio Bonelli. Come andò?
Non ho mai fatto il grafico, piuttosto ho lavorato come creativo nella pubblicità per aziende come ”Baush & Lomb” “Thompson” e “Renault”. Dopo l’Eura, il fallimento di “Corrier Boy” e la morte di Puleio (1) mi ritrovai, in ambito fumettistico, disoccupato (quando si dice sfortuna!). In quel periodo facevo mille lavori : ritrattista a piazza Navona (e qui scoprii l’esistenza di un vero e proprio racket che mi cacciò in malo modo), portaborse per uno studio legale e infine una carriera abbastanza avviata nei piano bar che mi portò anche sul punto di incidere un disco. Ora non ricordo come ebbi la fortuna di conoscere Tiziano Sclavi, il quale mi chiese come mai non vedeva più i miei disegni in giro, proponendomi nel contempo, dato che lui lavorava alla Daim Press, di spedirgli qualche mio recente lavoro. Avevo una decina di pagine di una mia storiellina disegnata a matita quindi gliela inviai tramite corriere. Il giorno dopo mi telefonò Mauro Marcheselli (che, in seguito, mi confessò essere stato il suo primo impegno alla Bonelli) chiedendomi se avessi intenzione di collaborare con loro. Decio Canzio mi indirizzò su “Martin Mystere” e così ebbi modo di conoscere un mio mito: Alfredo Castelli. La storiellina a matita mi venne poi restituita, non l’ho mai inchiostrata serbandola come portafortuna… e credo che abbia assolto bene al suo compito.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiEsordisci sulla testata dedicata al personaggio di Castelli nel 1989 con “Caccia alla strega”, lo stesso anno in cui su Dylan Dog esplode tuo cognato Claudio Castellini: ha inizio così l’invasione “americana” sulle testate dell’editore milanese. Perché Sclavi, il tuo talent scout alla Bonelli, non ti inserì nella squadra di autori dell’Indagatore dell’incubo?
Proprio perché  aveva già Castellini, che in qualche modo gli venne imposto. Sclavi non amava molto lo stile di disegno all’americana, lo trovava infantile (io lo penso di quello europeo). Essendo all’epoca abbastanza amici decidemmo, Sclavi ed io, di non lavorare insieme per quieto vivere.
Se escludiamo la prima pagina della “Casa infestata” e qualche altra vignetta di quell’albo, sulle quali intervenni con alcune correzioni solo per aiutare il mio ex-allievo, non ho mai disegnato Dylan Dog: è un character che non ho mai amato…troppo stereotipato per i miei gusti e troppo citazionista di film horror americani. Non sopporto nemmeno la retorica adolescenziale de “i mostri siamo noi esseri umani “ e, tutte le volte che mi sono imposto di leggere un suo albo, mi sono poi pentito: quel tempo l’avrei potuto impiegare meglio…

Sin da questa storia si nota il divario tra la tua interpretazione di Martin Mystere (che cambia quasi ad ogni vignetta) e quello degli altri personaggi, Java compreso. Un volto che raramente sembra appartenerti come segno e che nel tuo successivo albo (“Il caso Majorana”del 1998) arriverà ad essere definitivamente “alessandrinizzato”. Stiamo chiaramente parlando degli interventi redazionali sulle tavole…
Bella domanda.
Uno dei motivi della  mia estromissione dalla Sergio Bonelli Editore fu anche per questo: le correzioni senza senso apportate ai disegni.
Quando andai in redazione a Milano per la prima volta, Luigi Corteggi, allora l’art-director che mi doveva indirizzare su quale modello di viso ispirarmi per Martin Mystère, sfogliò gli albi già pubblicati commentando : Alessandrini, troppo cartone animato… Villa non gli rassomiglia, ma glielo lasciano fare… Casertano troppo Casertano… Questo no!…Questo nemmeno… Questo è troppo antipatico…Per farla breve nessuno sapeva disegnare correttamente il volto del Detective dell’Impossibile, quindi prese un foglio e lo disegnò lui. Tornai a casa con le idee più confuse, così alla fine decisi di disegnare il personaggio a modo mio.
Non mi sono mai lamentato delle correzioni di Martin Mystere, solo che avrei preferito farle io. Vedi, forse non sai che tutti i dialoghi di “Caccia Alla Strega”, vennero riscritti completamente un paio di giorni prima di andare in stampa e quando mi lamentai, dissero che non mi consultarono perché ero in viaggio di nozze…era vero, ma non durò certo tre mesi! Su “Il Caso Majorana” non ho nulla da obbiettare. Siccome Castelli dovette rimodellare la storia originale disegnata da me, con quella pubblicata solo diversi anni dopo, tutte le modifiche apportate, anche se non venni consultato, hanno il mio consenso… ne ho parlato con Lucio (2) , e l’ho ringraziato per aver rispettato il mio lavoro, mentre lui si è complimentato per la mia preparazione storica, culturale e iconografica. Curiosità: Ettore Majorana e io abbiamo la stessa cicatrice sul dorso della mano.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiTra queste due avventure s’inserisce “Demoni”, (Nathan Never #22), all’epoca molto apprezzato sia dai lettori che dagli addetti ai lavori. Sei stato precettato sin da subito dalla “Banda dei Sardi” o solo in un secondo momento, visto che eri impegnato con quello che sarebbe poi diventato il 191° albo di Martin Mystere?
Non è esatto. Disegnai prima “Il caso Majorana” e poi “Demoni”. Quando terminai “Caccia alla Strega”, Decio Canzio mi consegnò  novanta pagine del successivo M.M.(circa metà della storia) e, dato che mi ero sempre lamentato di non avere storie abbastanza fantascientifiche su cui lavorare, mi inserì d’ufficio nello staff di Nathan Never. Stavo terminando di disegnare quelle pagine quando Antonio Serra mi telefonò per assegnarmi quell’albo di N.N., io obiettai d’essere a metà della storia di M.M. e che ero in attesa delle altre novanta pagine, al che Serra mi rispose che nel frattempo avrei disegnato non solo quell’avventura di Nathan ma almeno altre due.

La tua prima sceneggiatura bonelliana fu firmata da Pennacchioli, solo in seguito lavorasti con il tuo mito. Nel tuo blog racconti le difficoltà con Castelli (per le sceneggiature a volte troppo didascaliche), in seguito come ti trovasti a lavorare con Serra su “Demoni”?
Purtroppo il mio “mito” non mi diede una di quelle storie che lo hanno reso tale ai miei occhi, di suo c’era ben poco: era la fedele trasposizione a fumetti della vita di Ettore Majorana. Con Serra mi trovai bene a lavorare e l’idea alla base del soggetto gliela diedi io. Mi ricordai di una delle prime storie dell’Uomo Ragno in cui Mysterio tenta di far impazzire il supereroe, invece Serra pensò al  “Devil Man” di Go Nagai…

Quell’albo in fondo rappresenta anche una sorta di “riunione di famiglia”, dato che Claudio Castellini, oltre ad essere il creatore grafico, all’epoca era il cover artist: abitando entrambi nella capitale immagino che i feedbacks a proposito del lavoro su Nathan fossero frequenti. Raccontaci un veloce aneddoto a riguardo.
Castellini è il fratello di mia moglie. Lo conosci il detto “Dai parenti mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.”? Per motivi strettamente personali, litigammo…La paternità grafica di N.N. non è tutta “farina del sacco” di Castellini, che ti ricordo essere stato mio allievo. Considera che io non firmai nessuna cessione dei diritti sul personaggio… non che m’interessasse e m’interessa oggi valermene…

 

Prima abbiamo parlato d’interventi sulle tue tavole, ma anche “Demoni” fu oggetto di cambiamenti in post-produzione. Mi vuoi raccontare come andarono le cose? Quali problemi sorsero in questo caso?
Fu  Michele Pepe (3) a intervenire su diverse mie vignette, a volte ridisegnandole completamente: me lo disse nel corso di un pranzo su a Milano, in presenza di alcuni impiegati della redazione. Mi criticò per il lavoro su Martin Mystère ma apprezzò molto il mio Nathan Never, tanto da scusarsi per le correzioni non volute da lui, ma costretto a fare…

Serra ti convinse a “salire a bordo” prospettandoti altri due albi in compagnia dell’Agente Speciale Alfa, invece le cose non andarono così e il tuo segno non si è più visto in un albo Bonelli. Cosa non funzionò?
Premesso che nello staff di Nathan Never ero stato incluso in pianta stabile… Conobbi Luciano Secchi, un altro dei miei miti personali, ma uno con la “M” maiuscola, e siccome pubblicava in Italia  la She-Hulk di Byrne, gli regalai, per ringraziarlo d’aver portato i fumetti Marvel in Italia, una pin-up della super-eroina; lui ne fece una copertina per la sua rivista Super Comics (il numero 23) . Sergio Bonelli (a detta di Antonio Serra, che mi chiamò il giorno del mio compleanno) andò su tutte le furie cacciandomi immediatamente dalla casa editrice. Non mi fece terminare il N.N. che avevo da poco iniziato (4) e così mi ritrovai, dall’oggi al domani, in mezzo ad una strada con una figlia appena nata. La decisione di Bonelli immagino fosse irrevocabile, dato che alla Lucca precedente, o ad una convention a Bologna, lui stesso mi minacciò davanti a mia moglie e a Serra, che se avesse visto un qualunque mio lavoro esposto in edicola con la mia firma, non pubblicato da lui (sapeva di Paolo Renzi, ma non aveva le prove), sarei stato licenziato in tronco.
Aggiunse che non lo aveva ancora fatto perché mi considerava uno dei migliori disegnatori a sua “disposizione”…
Fumo di China pubblicò un articolo col titolo “Così fan da Bonelli”(FdC n°22 del 1993) in risposta alle lettere di un paio di fan dove, tra le altre cose, si denunciavano le pesanti correzioni apportate ai miei disegni dalla redazione di Via Buonarroti. Apriti Cielo! Pino Rinaldi era diventato “inaffidabile”… insomma, per dirla fuori dai denti, “cornuto e mazziato” (5) .
Fu un momento molto duro per me, nessun editore osò darmi del lavoro e se non fosse stato per Dino Canterini della Scuola Internazionale di Comics… poi mi si aprì la strada per la Marvel. Mi rendo conto che quanto dico potrà essere ritenuto disdicevole, scandaloso in un mercato come quello italiano nel quale la figura di Sergio Bonelli, scomparso recentemente, travalica il mito. Qualcuno però dovrebbe spiegarmi che guadagno potrei trarne adesso, dopo tutti questi anni, nell’affermare che venni cacciato dalla Bonelli… non sarebbe più comodo dire che me ne andai via sbattendo la porta? Voglio ristabilire la verità dei fatti, per quanto dura possa essere da sentire. Ho una dignità, come professionista e prima di tutto come uomo, non solo da difendere, ma anche da lasciare integra come eredità a mia figlia.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiUn americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi

Hai ricordato Luciano Secchi, in arte Max Bunker, e questo ci porta alla MaxBunkerPress, casa editrice con la quale collabori tuttora e alla quale “presentasti”, proprio in quegli anni, un certo Paolo Renzi, un copertinista dal segno niente affatto sconosciuto…
Eh già Paolo Renzi… il mio caro amico Paolo. Figurati che siamo talmente legati tra di noi da essere un tutt’uno… infatti siamo la stessa persona. A quell’epoca avevo una grande voglia di cimentarmi con le copertine, è tutto un altro mondo rispetto al fumetto e all’illustrazione, ma da Bonelli non me le consentivano. Mi rivolsi a Decio Canzio dicendogli che l’avrei fatto da qualche altra parte al che mi rispose “Rinaldi, lei è libero di collaborare con chi vuole, e noi… di non avvalerci più della sua collaborazione!”. Avendo sempre amato le sfide, e volendo confrontarmi con le copertine, non per ottenere fama, gloria o soldi, ma come mia esigenza artistica, decisi che avrei utilizzato uno pseudonimo: nacque  così “Paolo Renzi”. Un copertinista che venne apprezzato da personaggi del calibro di Jim Starling,  John Romita e Jim Steranko…qualcuno voleva anche dargli un premio, ma non sapevano come rintracciarlo! Quel periodo lo vissi come uno di quei supereroi che tanto amo: avevo anch’io un’ identità segreta. Comunque questo fu il classico “segreto di Pulcinella”: gli addetti ai lavori sapevano e stavano al gioco compresi i miei colleghi e la redazione di via Buonarroti .

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiGli anni novanta sono stati un periodo di grande fermento fumettistico e hanno visto anche la nascita (e a volte la veloce morte) di alcuni potenziali concorrenti degli eroi made in Bonelli. Taluni, come Lazarus Ledd, sono entrati nel cuore dei lettori, altri, come Dagon, si sono mostrati piuttosto “improbabili” nel ricoprire tale ruolo. Il tuo nome compare nelle storie editoriali di entrambi, pur essendo stato coinvolto in misura assai diversa…
Su Lazaus Ledd, il mio nome non è mai apparso, tranne che sul mio blog e su di una locandina della Star comics del 1991, intitolata “L’Avventura è scritta in una Stella.”: l’uomo raffigurato di spalle è Jim Summers, colui che poi diventerà Lazarus Ledd. Non ricordo come venni coinvolto nella creazione grafica di questo nuovo personaggio della Star Comics. Io e Ade Capone già ci conoscevamo ed avevamo lavorato assieme su Boy-Music: tutte le varie visualizzazioni del personaggio che presentai furono bocciate sia da lui che da Sergio Cavallerin. Capone era sempre molto vago (penso che non mi volesse nello staff, per non fare uno sgarbo a un suo amico d’allora) mentre con Cavallerin forse c’era di mezzo una vecchia storia di quando andavamo insieme a bussare alle porte degli editori in cerca di lavoro… Alla fine mi arrivarono a casa gli studi di L.L. realizzati da altri, senza essere stato  prima consultato. Non mi scomposi, telefonai a Bovini e rimisi il mandato. Riguardo Dagon: ti sembrerà una bestemmia ma, se escludiamo il budget risicato ed i ristrettissimi tempi di produzione, quel fumetto non era meno trash di diversi prodotti targati Bonelli dell’epoca… a me piaceva e se avesse avuto le occasioni giuste, ora sarebbe ancora in edicola. Dino Caterini, fondatore e direttore megagalattico della Scuola Internazionale di Comics, nonché mio carissimo amico, mi chiese d’aiutarlo nel visualizzare il personaggio, ed io mi divertii  non poco a farlo. Le covers, magari può sembrarti assurdo, le doveva realizzare Paolo Eleuteri Serpieri ma si tirò indietro all’ultimo minuto,  perciò  fu naturale affidarmele. Io non lavoro mai solo per i soldi e una volta accettato un lavoro, che sia  ben remunerato oppure gratuito, ci metto sempre lo stesso impegno perché prima viene il mio lettore e poi tutto il resto. Tengo a precisare che in nessuno dei due personaggi figuro come creatore grafico.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi
Studio per possibile cover del Lazarus Ledd “alternativo”

Un anno prima dell’uscita nelle edicole di Dagon approdi prima alla Marvel UK con la mini Wild Angels, seguita da una breve storia per l’antologico Marvel Comics Presents e infine subentrando ai disegni niente poco di meno che ad Alan Davis (per di più su un suo fumetto creator owner come ClanDestine). Come fu interfacciarsi con un mercato e soprattutto con un sistema di produzione ben diverso dal nostro?
Bene, almeno sotto l’aspetto della creatività artistica: avevo massima libertà, anche se la loro concezione di quella parola è diversa dalla nostra. Una volta dovevo disegnare il porto di New York, cercai documentazione più recente ma trovai solo foto anni cinquanta e così alla fine me la inventai: non mi dissero niente. Piuttosto mi rimproverarono sul nuovo (di allora) costume di Capitan America per un particolare (insignificante) che gli mancava.

Negli anni “americani” nacque un progetto esclusivo per il mercato italiano con
Conan il Barbaro. Uno dei tuoi  “pallini” insieme a Silver Surfer (col quale esordì invece tuo cognato): come andò il lavoro in coppia con lo spagnolo Xavier Marturet?
Conan non è esattamente un mio pallino, ma di mia moglie. Io non lo volevo fare dato che avevo altri impegni sia alla Marvel che alla Malibu, ma senz’altro conoscerai i metodi persuasivi delle donne… alla fine cedetti, e accettai. Alla Marvel Comics mi proposero di diventare titolare della testata, solo che poi ebbero dissapori con gli eredi di Howard e non se ne fece più nulla. Il lavoro in coppia con Xavier andò molto bene: era intimorito da me, perciò accettava tutto quello che gli proponevo o modificavo delle sue idee.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino RinaldiA parte i lavori appena menzionati e qualche singolo albo (il n°4 di Ultraforce, il 7 di Ka-Zar) sei stato utilizzato soprattutto come tappabuchi. Penso al tuo apporto sul mensile Fantastic Force (in supporto a Dante Bastianoni), su Thor (sempre con Bastianoni) o sul Cap (poche tavole su un albo della run di Waid/Garney). In casa Marvel non riuscirono a trovare una serie adatta al tuo segno o sorsero altri problemi?
Dimentichi il n°6 di Ka-Zar, la graphic-novel del Dr.Strange (“Fallen Gods”, scritta da J.M. DeMatteis e mai pubblicata), ed il periodo con la Malibu, che venne rilevata dalla Marvel, dove mi affidarono il restyling dei loro personaggi. Aggiungi il fatto che Stan Lee mi chiamò per alcuni interventi sul merchandising e su altre mille cosette, sconosciute ai più, tipo la riduzione a fumetti del primo film di “Mission Impossible”. Insomma per un lungo periodo la Marvel mi usò molto come creativo e così mi ritrovai dietro alle quinte a creare ed ad organizzare il lavoro degli altri: ad esempio studi per la realizzazione di statuette sui personaggi, disegni per skateboards, etichette per spaghetti in scatola etc… Avevano capito che la mia strada è la creazione e inoltre in quel periodo la Marvel, come casa editrice di fumetti, era in fallimento (ora sarebbe troppo lungo spiegarne le ragioni) così, per non perdermi, mi dirottarono a Sepulveda Boulevard (6) . Io invece mi annoiavo… un po’ il mio lato narcisista si ribellava dato che il mio nome non appariva da nessuna parte, circolando solo tra gli addetti al mestiere. Ora, dato che io sono un animale da palcoscenico e non amo restare dietro le quinte, presi e me ne andai. Riguardo i problemi: ne ebbi solo con DeMatteis, a proposito della visualizzazione del nuovo Dormammu.

Hai seguito la scia di talenti del fumetto che, partendo da Sal Velluto, per proseguire con i tuoi pards su Nathan Never, Castellini e Bastianoni, e giungere sino ai giorni nostri (tra i tanti citiamo Camuncoli, Bianchi, Di Giandomenico, Pichelli), sono emigrati negli States per coronare un sogno. Nel tuo caso si può dire che il sogno si è realizzato? Da “americano a Roma” a “italiano in America”: fai un bilancio.
Sal e io ci conosciamo e stimiamo, una volta mi chiese anche di inchiostrargli le tavole, ma il nostro percorso fu diverso: lui arrivò alla Marvel trasferendosi negli U.S.A., invece io me ne restai “comodamente” davanti al piatto degli spaghetti, cosa mai accaduta prima nella Casa delle Idee.  Riguardo i “giovani”: qualcuno è stato tenuto a battesimo da me. Ricordo, ad esempio, quando mi veniva a trovare a casa Simone Bianchi, ed io gli consigliavo di abbandonare lo stile di un disegnatore a cui si rifaceva e di essere se stesso. Beh, finalmente ha seguito il mio consiglio.

 

Il passaggio dal lavoro per il mercato italiano a quello per gli States ti ha portato giocoforza ad abbandonare le chine (e quindi il controllo completo sul lavoro finale) per le sole matite. A parte pochissime eccezioni e diversi orrori (penso alle chine di Koblish sul tuo contributo a Captain America 453) la cosa in generale ti ha parecchio danneggiato. Non hai optato per la scelta, fatta anche da Castellini sul suo Conan, di digitalizzare le tue matite per “renderle” chinate?
All’epoca mio cognato e io non avevamo le conoscenze utili a trasformare un disegno a matita in un’inchiostrazione digitale, lui si fece aiutare da amici… ora non lo so.  Non ci ho mai provato e, se è vero che io e il computer siamo buoni conoscenti,  non siamo ancora così in confidenza da spingerlo a rivelarmi i suoi segreti. Sono convinto che l’inchiostrazione col pennello di martora, pennini e pennarelli, sia ancora un passaggio insuperabile: una matita digitalizzata si vede e sfigura d’avanti ad una inchiostrata a mano (da uno bravo)… ma forse sono io a essere vecchio e nostalgico dei sapori classici.

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi
Cover per il settimo albo di Dagon (inedita)

Hai avuto modo di conoscere un po’ il ghota dei fumettisti americani e non solo: Chaykin, Buscema, Infantino, ovviamente Davis, Gimenez, Zanotto, il recentemente scomparso Solano Lopez ma anche l’indimenticato D’Antonio, per menzionare “uno dei nostri”: cosa ti hanno dato? Che lezioni ne hai tratto?
G.Buzzelli, Gil Kane, Berni Wrightson,  Moebius e tanti altri… ma il mio più grande rammarico è non aver conosciuto il più grande tra loro: Gianni De Luca. Ognuno di essi, a seconda della personale sensibilità umana ed artistica, mi ha insegnato molto. Per farti un esempio: quando ero agli  inizi,  Juan (Zanotto – NDR) vedendo i miei disegni, complimentandosi mi disse “sei bravo, ma ti manca qualcosa…” Il giorno dopo mi cercò in albergo: aveva riflettuto e capito cosa mancasse alle mie pagine… le donne… così da allora imparai a disegnarle. Solano Lopez invece mi fece una lezione sul fumetto, pretendendo come compenso un bicchiere di birra, mentre il vecchio John (Buscema – NDR), che adottò mia figlia come nipote, ogni volta che gli chiedevo un parere mi rispondeva  “MA VATTENNE!”. Carmine Infantino si prenotò per scrivere la prefazione ad un eventuale libro sull’Agenzia-X e potrei continuare così per ognuno dei Grandi incontrati sulla mia strada… Ah, stavo dimenticando Stan Lee! Senza di lui non sarei mai diventato quello che sono.

A proposito di lezioni e scuole mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista  riguardo l’insegnamento del mestiere, vista anche la tua lunga esperienza sia privata che, possiamo dire, “istituzionale”.  Quali talenti hai visto crescere? Da autodidatta (come lo sono stati la maggior parte dei professionisti) ritieni davvero utili le tante scuole/corsi/workshop che, di anno in anno, continuano a nascere nel Bel Paese?
Chi mi conosce afferma che ho un grande talento nell’insegnamento, un’innata didattica. Sono solito rispondere che, essendo completamente autodidatta, tutto quello che so fare l’ho imparato sulla mia pelle e, non essendomi scordato i miei dubbi, incertezze e pregiudizi degli inizi, riesco più di altri a capire gli allievi. In trent’anni di attività i talenti passati sotto di me, direttamente e indirettamente, sono stati talmente tanti da non ricordarli tutti. A volte mi è capitato,  come invitato ad una Comic Convention, di essere fermato dal disegnatore italiano di grido (del momento) della Marvel, che mi dice: ” Non mi riconosce?… Sono tizio… se non era per lei… Grazie!” Ora io, oltre a qualche “Hem!… Hem!…”, non so che dire… Non lo ricordo! Qualcuno l’ho spronato, a qualcun altro ho insegnato i fondamentali, mentre altri ancora li ho “presi a calci” per la loro pigrizia. Non dovrei essere io a fare i loro nomi, semmai, se veramente li ho aiutati, dovrebbero menzionarmi loro. Trovo utilissime le scuole di fumetto perché ti accorciano i tempi di preparazione tecnica. L’unico neo è che non ti maturano artisticamente: dai a disposizione di bambini immaturi la tecnica di un quarantenne e spesso la loro presunzione li fa “bruciare”. Naturalmente il mio è un giudizio personalissimo: trovo disegnatori mostruosamente bravi tecnicamente, quanto aridi artisticamente…

Un americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldi
Tavola di “Fallen Gods” (inedita)

Il tuo rapporto con il più importante editore di fumetti in Italia, noto per non essere facile ai licenziamenti, è stato abbastanza controverso. Hai lavorato per uno dei colossi americani dell’intrattenimento, la Marvel, e hai deciso di lasciare per “tornare” in Italia, scelta anche questa abbastanza azzardata. Prima di parlare dei tuoi lavori recenti proviamo a lanciarci in un what-if. Puoi tornare indietro, cambiare il tuo passato (magari rimediare a degli errori), modificando così il tuo futuro (quindi il tuo presente). Vai…
Prima modificherei senz’altro alcuni punti cruciali della mia vita privata… prolungherei, in qualche modo, la vita a mio padre, a mio fratello… e perché no, anche a mia suocera. Sarei meno presuntuoso agli inizi e meno modesto nel mezzo della mia carriera. Non amerei così tanto personaggi del calibro del Dr.Strange, accettando supinamente, come ho fatto, le stupidaggini di un Dormammu in stile Dracula di Coppola, proposto da quel gran genio di J.M. DeMatteis. Dover dire sempre di sì, non ribellandosi da chi voleva trasformare la mia carriera artistica in un timbrare il cartellino: ecco un’altra cosa che non farei. Ancora: non sforzarsi ad innovare se tanto all’editore va sempre bene la zuppa riscaldata, accettare l’1%  di diritti d’autore offertomi dalla Marvel Comics per la mia Agenzia-X. Infine non scrivere quello che ora ti sto scrivendo nel rispondere alla tua domande e altre, mille altre cose… che tanto rifarei pari pari.

Arriviamo alla tuo ritorno all’Eura (oggi Aurea). Un comeback all’insegna dell’autorialità con due serie creator-owner: la suddetta Agenzia-X e Willard the Witch. La prima, nata come lunga saga sull’ufologia da sviluppare in più albi, affidandola successivamente anche a dei collaboratori, risale a una decina di anni fa. Come venne accolta? Cosa determinò la sua interruzione?
L’Agenzia-X rappresentò il mio ritorno in Italia: ero stufo di disegnare storie di altri.
Essendo nato come sceneggiatore (prestandomi spesso a fare il ghost writer), prima che disegnatore, e facendomi  in seguito prendere dal vortice di quest’ultima carriera, avevo trascurato la scrittura. Dopo vent’anni, mi stavo annoiando e per ravvivare l’interesse decisi di realizzarmi come autore completo pensando che non avrei potuto scrivere peggio di certe stupidaggini che mi ero ritrovato a disegnare in passato. Agenzia-X venne accolta molto bene dal pubblico e l’idea di renderla una serie non è naufragata. Dopo dieci anni ancora mi chiedono, sia alle comic convention che in rete, la raccolta in volume della prima miniserie e il suo prosieguo. Tutto dipende da voi… se fosse per me…

Oltre agli otto episodi pubblicati su Lanciostory (anno 26° nn°42/49), che compongono la prima miniserie di quattro albi “all’americana”, resta solo il ricco dossier che hai parzialmente pubblicato sul tuo blog. All’epoca non si parlò di farla uscire anche degli States? E’ recente la notizia di una sua ripubblicazione a colori su iComics: è l’occasione per riprenderla in mano e proseguirla?
Nel frattempo son o stato male fisicamente e non ho potuto difendere e quindi promuovere adeguatamente la serie. Oltre alla già citata Marvel c’erano altre majors statunitensi interessate ma gestire la faccenda avrebbe richiesto un impegno e uno sforzo che allora come oggi non posso offrire. Si, iComics ha intenzione di ripubblicare a colori l’Agenzia-X, e, nel caso avesse un buon riscontro di pubblico, partirebbe una sua serie regolare. Io incrocio le dita anche perché questa sarebbe una sfida che mi piacerebbe affrontare e già si sono fatti avanti sceneUn americano a Roma: una chiacchierata con Pino Rinaldiggiatori e disegnatori disposti ad aiutarmi nell’impresa… come suol dire Max Bunker: ”SPEREM!”

“Willard the Witch” è sicuramente la tua serie più personale, nella quale fai confluire diverse tematiche di tuo interesse. Come nasce l’idea di una fanta-comedy che, partendo da uno spunto ridicolo come la trasmissione dei poteri di una congrega di streghe alla persona sbagliata (uno scalognato fumettista al posto di una fa mosa scrittrice di romanzi erotici) per un altrettanto ironico misunderstanding, arriva a trattare temi quali la violenza nelle scuole (i riferimenti al mass acro della Columbine e alle successive polemiche con la rockstar Marilyn Manson), la solitudine degli anziani, l’impiego dei minori nelle guerre, la malattia e perfino la morte?
“Willard the Witch” nasce come “Wizzie the Witch”: una graphic-novel di 48 pagine per le Edizioni Mercury di Bologna. Preparai il soggetto, lo presentai, ma poi il diavolo ci mise lo zampino… Riproposto all’Eura venne accettato e pubblicato. Procedendo nella sua realizzazione mi innamorai dei personaggi e mi accorsi, una volta terminato, che avevo tante di quelle idee da volerne fa re un serial. A questo punto non poteva più chiamarsi “Wizzie the Witch” perciò nacque “Willard la strega”. All’inizio m’incuriosiva realizzare un fumetto comico, disegnandolo realisticamente: un qualcosa che mai nessuno aveva osato fare prima. Quando il  personaggio è strutturato bene, non hai bisogno di sforzarti nel creargli attorno delle storie… se le “scrive” da solo, non sempre seguendo il percorso che avevi già deciso per lui. Mantenendo sempre una vena molto ironica, tratto storie poco comiche, d’attualità e a volte scomode ma, vi giuro, non dipende da me…

Nel leggere il  76° volume de “I giganti dell’avventura”, che raccoglie i primi due cicli di avventure di Willard, eroe suo malgrado e ulteriore esempio di “fumettista d’invenzio ne” (7) , si ha nuovamente l’occasione di notare come il tuo segno si presti molto bene alla commedia. La presenza di personaggi caricaturali, grotteschi, inquietanti e l’espressività che infondi sia ad essi che a quelli più ortodossi, tradisce il tuo gusto per questo genere e infonde levità ad episodi abbastanza drammatici. C redi sia stato un fattore decisivo, al momento di sceglierti come successore di Alan Davis per narrare le gesta del suo Clan Destine?
Non lo so! Ricordo che notarono il mio segno pulito ed elegante, il gusto per le belle donne (non solo “di carta”) e una certa “maestria” nel far recitare i personaggi… ma non furono solo questi i motivi della mia scelta su ClanDestine, accadde che la serie sarebbe dovuta terminare inderogabilmente dopo quattro numeri e cercarono in me un capro espiatorio. Le vendite però li smentirono. Non so per quale motivo ma al pubblico piacque di più il mio ClanDestine.

Siamo arrivati al momento dei saluti ma pr ima devi lasciarmi sbirciare dal tuo tavolo da disegno. Il blog ti sta dando l’opportunità di far nascere nuove collaborazioni con realtà editoriali? Cosa devono aspettarsi i tuoi lettori nel breve periodo?
Il blog è ancora troppo giovane per crearmi nuove realtà editoriali, nel contempo l’editore conosce il mio prodotto. Io non chiudo mai le porte a nessuno, ora sanno dove trovarmi e se riterrò valida un’eventuale proposta non avrò certo problemi ad accettarla. In questo momento sono alle prese coi miei personaggi, Willard soprattutto. Ora sta attraversando una fase che io ho già passato: dover fare un doppio lavoro per continuare a disegnare, ma sono sicuro che col vostro aiuto ce la farà. Da una dozzina d’anni ho nel cassetto una bella supereroina, che nessuno vuole pubblicare, ma io non dispero. Forse scriverò, se ne avrò il tempo, un libro (sono in contatto con un importante editore) e qualche nuovo personaggio… in parole povere non mi stanco mai di mettermi in discussione. Qual è la domanda che vorrei mi fosse fatta e che invece non ricevo mai? Semplice: questa intervista ti ha divertito? La risposta è ovviamente “Sì! Grazie, dal vostro Pino Rinaldi di Quartiere”.


Note:
  1. Editore di “1984”, pubblicato dalla sua Edizioni Il Momento 

  2. Lucio Filippucci, autore di diverse tavole di quell’albo e che ridisegnò anche quasi tutti i volti di Martin Mystere delle tavole di Rinaldi. Il suo nome figura nei crediti dell’albo mentre su “Caccia alla strega” tutte le tavole, comprese quelle ridisegnate da Franco Bignotti, figurano come opera del solo Rinaldi. 

  3. Barese come Rinaldi, ha prestato le sue matite per Zagor, Martin Mystere e Mister No, passando successivamente a ricoprire il ruolo di art director. 

  4. “Cacciatori e prede” su sceneggiatura di Michele Medda, poi realizzato da un’altra colonna dell’Agente Speciale Alfa, Germano Bonazzi. 

  5. Contattata a tal proposito “la Banda dei Sardi”, ovvero i tre creatori/autori di Nathan Never Antonio Serra, Michele Medda e Bepi Vigna, riporto quanto segue: Vigna non ricorda con esattezza i motivi della fine del rapporto tra Rinaldi e la Bonelli anche perché abita e lavora lontano dalla redazione milanese. Conserva però un ottimo ricordo del disegnatore pugliese. Medda e Serra, all’epoca curatore della testata, preferiscono non riprendere una questione chiusa da anni. Medda ne ha comunque accennato, in maniera ironica, nel suo blog e specificatamente qui  

  6. Strada Losangelina che ospitava, tra le varie attività, la Marvel Productions Ltd. che gestiva il merchandising e gli adattamenti cinematografici delle property Marvel. 

  7. “Fumettisti d’invenzione” è un saggio di Alfredo Castelli edito dalla Coniglio Editore già oggetto di una nostra recensione rintracciabile qui

5 Commenti

5 Comments

  1. Blondie

    23 gennaio 2012 a 11:38

    Bellissima intervista! Pino Rinaldi, oltre ad essere l’artista che è, dimostra anche grande generosità e schiettezza. Complimenti a lui, ma anche tanti complimenti al bravissimo Federico Fiadini, che spero troverà sempre più spazio in questo sito. Io aspetto con ansia il suo prossimo contributo!

  2. Federico Fiadini

    Federico Fiadini

    23 gennaio 2012 a 16:57

    Ciao Blondie, mi fa piacere che il pezzo sia stato di tuo gradimento.
    Sono certo che quel “bravissimo” tu l’abbia elargito con ancora davanti agli occhi le tavole di Pino Rinaldi, vera star dell’articolo.
    Continua a seguirci ;-)

  3. The Passenger

    19 febbraio 2012 a 20:10

    fantastico! ma perchecacchio non si riescono a fare più interviste sincere come queste? bisogna sempre aspettare la morte di qualcuno? Bravi! me gusta!

  4. Federico Fiadini

    Federico Fiadini

    20 febbraio 2012 a 14:14

    Difficile risponderti senza urtare la sensibilità di qualcuno (lettore e/o autore).
    Fortunatamente il mio interlocutore, oltre ad essere un grande artista, è una persona schietta e molto disponibile.
    …e naturalmente vivo e attivo, come il suo blog testimonia ;-)
    Grazie del feedback positivo The Passenger, continua a tenerci d’occhio!

  5. Pino Rinaldi

    22 febbraio 2012 a 06:54

    …Anche perché sinceramente, a meno che Federico abbia poteri medianici, sarebbe molto complicato intervistare un …morto… è facile essere schietti e sinceri in una intervista, quando l’intervistatore sa metterti a proprio agio, come ha fatto Federico con me.Grazie a tutti per la simpatia.Pino Rinaldi

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