Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie

Panini Comics raccoglie in un volume di grandi dimensioni le prime storie di Miracleman firmate da Alan Moore con Garry Leach ai disegni.
Articolo aggiornato il 03/01/2017

Il potere di una parola

Ci sono, nel fumetto come negli altri ambiti artistici, opere miliari che è necessario conoscere; per il loro valore intrinseco, per l’aver segnato un’epoca o per essere state seminali per le altre opere a venire.

Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie
Copertina di Joe Quesada

La serie di apparsa a inizio anni ’80 sulla rivista britannica Warrior, scritta da e disegnata da Garry Leach, e , è una di queste e per circa vent’anni è stata negata alla lettura di alcune generazioni di lettori a causa di una infinita controversia legale sulla proprietà del personaggio, conclusasi nel 2009 quando la Marvel Comics ne acquisisce i diritti di pubblicazione. Inizia così la riproposizione prima delle storie classiche di Miracleman (1954-1963) a opera del suo creatore Mick Anglo, poi all’inizio del 2014 dalla serie pubblicata su Warrior e sviluppatasi tra il 1982 e il 1993.
Anche i lettori italiani hanno avuto la possibilità da marzo 2014, grazie a , di leggere queste avventure prima in uno spillato mensile e successivamente raccolte in volumi cartonati di grande formato inaugurati da Il sogno di un volo che raccoglie le storie pubblicate sui primi undici numeri di Warrior.

La serie di Miracleman che esordì nel marzo 1982 è un fumetto fondamentale, per più di un motivo.
È la serie che apre le porte del mercato fumettistico statunitense delle major Marvel e DC Comics alla cosiddetta British Invasion, che infuse nuova vita negli agonizzanti comics americani, rivoluzionandoli e innovandoli in più aspetti.
È una serie seminale per quella che è stata definita la “decostruzione supereroistica” e che ha avuto i suoi massimi esempi nel Watchmen dello stesso Moore e Dave Gibbons, nel Daredevil di Frank Miller e David Mazzucchelli e ne Il Ritorno del Cavaliere oscuro sempre di Frank Miller.
È, infine, la serie che fa conoscere al mondo del fumetto statunitense la maestria e le idee innovative di Alan Moore. In effetti con Miracleman il Bardo di Northampton già dimostra una capacità narrativa matura e compiuta con già ben evidenti e chiari gli elementi portanti della sua poetica che poi svilupperà negli anni successivi.

Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie
Il Miracleman “classico” di Mick Anglo e Don Lawrence

Moore recupera l’ingenuo supereroe degli anni ’50-’60, pronto a comparire per salvare la situazione ogni qualvolta il giovane Mike Moran pronunciava la parola Kimota (“atomik” al contrario) e lo proietta nella cupa Inghilterra dei primi anni ’80, durante il socialmente tumultuoso periodo storico  del governo di Margareth Thatcher (1979-1990).
Lo sceneggiatore inglese non nega l’ingenuità e la semplicità del Miracleman classico, anzi riesce a integrarle nella sua revisione del personaggio, facendone una sorta di elemento comunque coerente con il realismo che ispira le sue storie.
Le storie classiche vengono ricordate da Mike Moran quasi come dei sogni infantili, avventure dove c’era la certezza che i buoni avrebbero sempre sconfitto i malvagi di turno con l’innata consapevolezza che nessuno sarebbe mai stato realmente in pericolo.
Quelle vicende vengono quindi confinate in una sorta di passato mitizzato dove i comics vivevano la loro infanzia spensierata e avevano la pretesa di essere specchio di un mondo solo all’apparenza meno complicato di quello che il futuro avrebbe riservato.
All’’inizio degli anni ’80 l’intero pianeta vive quotidianamente come se si trovasse sull’orlo di una polveriera nucleare, diviso in due blocchi antitetici e in perenne precario equilibrio (ma a pensarci bene, la situazione era analoga al tempo della prima incarnazione di Miracleman: la crisi di Berlino, le rivolte in Polonia e Ungheria, la guerra di Corea, quella dell’Indocina francese, la crisi di Suez, la crisi dei missili cubani, quella dei missili nato in Turchia, il colpo di stato in Iran). La società, pur decollando la nuova stagione del liberismo di stampo thatcheriano, è attraversata da venti di crisi dovuti all’’arresto della ricerca politica dell’eguaglianza e alla conseguenza crescita delle disuguaglianze sociali.

Di fatto gli anni Ottanta sono un periodo di forte crescita economica, nel quale però le istanze di classe si fanno più concrete e radicate; soprattutto nell’Inghilterra dove la Thatcher inizia lo smantellamento della partecipazione pubblica a molti servizi e spinge la lotta contro i sindacati. Questi ultimi, di conseguenza, insorgono in difesa delle conquiste e dei diritti precedentemente ottenuti dai lavoratori.
Tutto ciò, a parere di Moore, deve riflettersi anche in un fumetto; dunque, il mondo in cui l’eroe vive deve essere il più simile e vicino possibile a quello reale, deve contenere le difficoltà economiche dell’esistenza quotidiana dell’alter ego del supereroe, le dinamiche non edulcorate della vita di coppia, le reali conseguenze che le azioni di super esseri possono avere sugli uomini normali.
Assistiamo allora alle conseguenze fisiche sul corpo di un bambino causate dall’impatto con le braccia di Miracleman che cerca di salvarlo o le menomazioni a cui va incontro il malcapitato terrorista che assiste da vicino alla trasformazione di Moran nel supereroe.
Ma Moore va oltre, mostrandoci quanto davvero un potere super umano possa corrompere un animo semplicemente umano, facendolo soccombere al proprio lato più gretto ed egoistico; o come lo stesso potere possa essere fonte di gelosia per l’uomo che lo ospita nel proprio corpo, quando è proprio e solo grazie a quel potere che la moglie concepisce un figlio, dopo anni di vani tentativi.

Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie

Il potere delle parole

Miracleman è una pietra miliare del fumetto perché contiene al suo interno tutti questi elementi, chiaramente esposti e sviscerati. Sono questi i topoi narrativi e di significato attorno ai quali si è mosso il fumetto supereroico degli ultimi trent’anni e il fatto che una serie del 1982 riesca a sviluppare e a raccontare perfettamente molto di ciò che più o meno bene hanno provato a fare vari fumetti nei tre decenni successivi ne fa di per sé un classico.
Un classico in quanto opera fuori dal tempo, attuale nella narrazione e nel disegno oggi come all’epoca della sua uscita. Questo essenzialmente per un motivo che esula da qualsiasi analisi contenutistica che può essere fatta.
Moore, come altri narratori per i quali è proprio l’aggettivo grandi, ha la capacità di sapere raccontare belle storie, avvincenti e coinvolgenti. Al netto dei ragionamenti su metafumetto, revisionismo e innovazione del genere – tutti assolutamente pertinenti ma anche sovrastrutturali – questi episodi di Miracleman sono belle avventure, scritte e costruite con una fluidità e semplicità che sono frutto della capacità di rendere coinvolgenti storie anche complesse e ricche di significati ma sempre chiare nell’evoluzione e nello sviluppo.

Il Bardo di Northtampton possiede già nel 1982 quel “potere delle parole” che avrebbe dichiarato pubblicamente quale il più alto dei poteri sulla mente degli uomini, quando undici anni più tardi si sarebbe dichiarato mago.
Ai tempi di Miracleman Moore, almeno pubblicamente, non aveva ancora però assunto tale ruolo di cantastorie magico. Le storie pubblicate su Warrior, infatti, se da un lato calano i personaggi in un contesto molto più adulto e complesso rispetto alle classiche avventure supereroistiche dei Sixties, dall’altro evidenziano chiaramente che per Moore esse sono ancora semplici imitazioni della realtà, della quale vuol sì costruire una copia il più aderente possibile, ma senza la pretesa di scrivere qualcosa che possa essere scambiato per reale o che possa avere influenza sulla realtà. Lo sceneggiatore pone le sue storie e i personaggi che le popolano in un contesto realistico, senza però voler fare credere ai lettori che stanno leggendo fatti reali, con ben chiaro in mente che sempre di un fumetto si tratta, ovvero di un costrutto narrativo della mente umana che, seppur costruito in maniera impeccabile, resta comunque una cosa fittizia. Fa ciò permettendo al lettore di rendersi conto che ciò che sta leggendo non è una storia reale, bensì la rappresentazione (nel senso di messa in scena) migliore possibile, ma sempre fittizia, della realtà.

Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie

Tutto ciò è l’ulteriore dimostrazione della padronanza del mestiere di scrittore che già possedeva il giovane Moore, nonché dei significati più profondi della narrazione. Quando nel 1993 egli assurge al ruolo di mago, l’’ulteriore passo che dichiara di compiere è proprio il fatto che la narrazione, pur attraverso il racconto di storie anche di fantasia, possiede il potere di cambiare gli uomini e dunque il mondo reale.

Se un segno del tempo queste storie di tre decenni fa mostrano nella loro scrittura e in parte nei significati, risiede forse nell’uso delle didascalie. Elemento tipico del fumetto di quegli anni e ormai praticamente scomparse dagli albi, sono usate in abbondanza dallo sceneggiatore inglese, con un tono spesso epico e volutamente ornamentale  che sembra stridere con l’immediatezza asciutta e diretta dei dialoghi.

Il potere dei disegni

Miracleman non sarebbe stata del tutto la serie fondamentale che si è rivelata essere senza l’apporto degli artisti che hanno contribuito a rappresentarla, in primis Garry Leach.

Alan Moore, Miracleman e il potere delle buone storie
Tavola in bianco e nero di Garry Leach

Quest’ultimo è un disegnatore poco conosciuto dai lettori, in parte per la sua relativamente esigua produzione in ambito fumettistico dovuta anche a una endemica lentezza realizzativa.
Tuttavia non è compito facile dare corpo visivo alle dettagliate e vincolanti pagine di sceneggiatura tipiche di Alan Moore e Leach ci riesce pienamente, giocando con layout di tavola sempre diversi, realizzando vignette estremamente dettagliate nei particolari e soprattutto dando vita ai personaggi, facendoli recitare con pose ed espressioni che sono specchio preciso dei dialoghi imbastiti da Moore.

Il lavoro di Garry Leach è così notevole che gli stessi colleghi, praticamente suoi coetanei, lo considerano alla stregua di un maestro.
Alan Davis, chiamato insieme a Steve Dillon a dare manforte a Leach per rispettare le scadenze della serie, ha dichiarato che nelle sue tavole di Miracleman ha cercato volutamente di imitare lo stile di Leach, di appena due anni più anziano di lui, tanto considerava insuperabile il suo lavoro, fino a chiedergli di inchiostrare le proprie tavole.

In generale, la serie viaggia su standard qualitativamente elevati e non c’è dubbio che il restauro dei colori originari opera di Steve Oliff contribuisca all’impatto oggi ancora contemporaneo delle tavole.
A tale lavoro di recupero cromatico ha partecipato lo stesso Garry Leach, in collaborazione con la Kellustration di Michael Kelleher: i toni cupi dei colori originari, che al tempo della pubblicazione su Warrior impastavano molto le pagine anche a causa della qualità della carta, sono stati mantenuti e allo stesso tempo però resi più accesi e vividi. In tal modo è stato dato risalto al tratto di Leach e recuperato visivamente anche il sapiente uso dei retini dell’’artista.

Il volume della Panini raccoglie al suo interno anche schizzi, prove e varie tavole inchiostrate senza colorazione di Leach che fanno apprezzare e capire ancora di più la perizia di questo disegnatore britannico, tanto nell’uso dei retini adesivi quanto nell’’efficace lavoro del pennino nella definizione dei panneggi degli indumenti e dei tratti somatici dei volti.

Abbiamo parlato di:
Miracleman Libro #1 – Il sogno di un volo
Alan Moore, Garry Leach, Alan Davis, Steve Dillon
Panini Comics, 2015
176 pagine, cartonato, a colori, 24,90€
ISBN: 9788891211675

 

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