Interviste

Aspettando il quinto Long Wei: intervista a Diego Cajelli e Stefano Ascari

è una miniserie mensile in dodici numeri in formato “bonellide”, nata da un’idea originaria di Roberto Recchioni e di Enzo Marino, direttore dell’ Aurea e sviluppata da con, dal punto di vista grafico, l’apporto di Luca Genovese.
Protagonista è un ragazzo esperto di arti marziali, ex attore di action movie asiatici, che dalla Cina è spedito dal padre a Milano per aiutare dei parenti in difficoltà. In terra meneghina, diviene una sorta di eroe e difensore degli oppressi della comunità cinese, pronto a scontrarsi con i poteri forti della criminalità organizzata con gli occhi a mandorla che spadroneggia nella Chinatown del capoluogo lombardo. Il blog ufficiale è longweifumetto.blogspot.it.

Aspettando il quinto Long Wei: intervista a Diego Cajelli e Stefano Ascari - lw05

può vantare un passato come comico allo Zelig di Milano e un presente come sceneggiatore di fumetti apprezzato e conosciuto. Dopo gli esordi sul bonellide Demon Hunter fonda la Factory, piccola casa editrice indipendente, e pubblica la rivista Pulp. Debutta in Sergio Bonelli Editore sulla serie Napoleone di Carlo Ambrosini. Per l’editore milanese scrive anche storie per Zagor, Legs Weaver e attualmente per Dampyr. Nel 2013 è uscito il primo albo di Long Wei (Aurea). Nel 2008 ha vinto il premio “Gran Guinigi” come Miglior Sceneggiatore a Lucca Comics. Il suo blog, lettura consigliata anche per i non-fumettofili, è diegozilla.blogspot.com.

debutta nel fumetto sulla rivista Casablanca e quindi come collaboratore dello studio di Massimo Bonfatti su storie di Cattivik. Instaura un forte sodalizio artistico con il disegnatore Andrea Riccadonna, con il quale pubblica i fumetti  David, Shutter Island e Il brigadiere Leonardi (tutte Edizioni BD). Partecipa all’ambizioso progetto Mytico!, serie settimanale pubblicata da RCS che porta in edicola la mitologia greca riletta con lo stile del fumetto supereroistico. Il suo blog è stefanoa.blogspot.com.

Ciao Diego, ciao Stefano, grazie per il vostro tempo. 
Partiamo subito a bomba parlando di Long Wei. Personalmente, ho trovato sottotono e non pienamente riuscito il primo numero, mentre i seguenti hanno tutto: ritmo, dialoghi ficcanti, personaggi interessanti, intermezzi credibili. Al di là del gusto personale, una differenza di impostazione e toni mi pare evidente: sei d’accordo? Ce la vuoi spiegare?
Diego Cajelli: Il primo numero di una serie è un oggetto piuttosto strano. Puoi decidere di aprire una serie di spunti narrativi che poi si svilupperanno nel corso della serie oppure, come abbiamo cercato di fare con Long Wei, di presentare in modo chiaro il protagonista e il tono della serie. Non è facile accontentare tutti; c’è chi ad esempio non ha gradito l’ingresso di Vincenzo (che è a tutti gli effetti il co-protagonista della serie) solo al secondo numero, ma credo sia questione di scelte. Ma è questione di priorità: meglio dire una cosa alla volta con i tempi giusti piuttosto che accennare a mille cose rischiando di creare confusione.

Quanto è stato difficile scrivere il primo episodio? Quante responsabilità ha un episodio “numero 1” e come questo influisce nella scrittura?
DC: La pressione da “responsabilità” da numero uno arriva dopo. A scrittura conclusa. A dire il vero, la questione artistica non è mai al centro delle mie preoccupazioni. Quella produttiva e “di gestione” invece sì. Ecco. Onestamente, diciamo che la pressione produttiva è quella che ho sentito e sento di più. Ma non influisce sulla scrittura, mai. Influisce sulla vita, ma è un altro discorso.

Ciao Stefano. Sei “ufficialmente”, almeno come nome nei credits, nella squadra di Long Wei a partire dal terzo numero. Ma quando nasce la tua collaborazione con Diego Cajelli e con il nostro supereroe di quartiere?
: Ho conosciuto Diego, come si dice, in giro. Ci eravamo incrociati diverse volte allo stand di Edizioni BD a Lucca e poi abbiamo condiviso una bella trasferta ad Angoulême. Ci siamo trovati bene sul piano umano, qualche chiacchiera e qualche bevuta… Poi dopo quasi un anno siamo finiti insieme dentro a Mytico! e abbiamo avuto modo di scambiarci un po’ di opinioni in fase di sceneggiatura su alcuni episodi. A Diego la cosa è piaciuta e così mi ha coinvolto su Long Wei in fase di sceneggiatura. Il progetto era già ben delineato e il mio intervento è stato soprattutto operativo, che era quello che cercavo: la possibilità di fare un po’ di gavetta su un formato nuovo con un maestro inflessibile.

Nell’editoriale del terzo albo si parla di un metodo particolare usato tra voi due per la scrittura. Potresti parlarcene più approfonditamente?
SA: Non so se ci sia un vero e proprio metodo ma, qualsiasi cosa sia, funziona! Diciamo che a un certo punto mi arriva la sceneggiatura di un episodio con un po’ di spazi bianchi, io ci lavoro sopra con la massima libertà di intervento e poi rimando il tutto a Diego, che rilegge e lima l’insieme. Più o meno in ogni numero ho modo di lavorare su alcune situazioni classiche, che però difficilmente avrei avuto occasione di scrivere (combattimenti, flashback, inseguimenti in auto…). Il lavoro è andato piuttosto liscio fin dal primo numero (il 3) ma negli ultimi stiamo rasentando la perfezione (a livello di collaborazione): Diego ha capito, meglio di me, cosa mi riesce bene e cosa meno, e mi mette in condizione di lavorare sulle sequenze più adatte al mio modo di scrivere.

A livello di editor, credo ci sia molta differenza tra lavorare in Bonelli e in Aurea. La mia idea è che molto del lavoro di supervisione sia sulle spalle degli autori stessi: anche per questo si spiega questo lavoro a quattro mani, per avere un maggior confronto e controllo a vicenda? Cosa si perde e cosa si guadagna con questi due diversi metodi di lavoro, uno più controllato e uno più libero ma “senza paracadute”?
SA: Non credo sia una questione di controllo vicendevole; Diego non ne ha assolutamente bisogno. Credo sia più una questione di sollievo e di arricchimento reciproco: a volte il mestiere dello scrittore può essere molto solitario… Non ho avuto ancora modo di cimentarmi con un lavoro per Bonelli, ma su Long Wei credo che la libertà a livello di editing sia assolutamente compensata da un lavoro molto meticoloso di preparazione a monte e da un desiderio di sperimentazione che garantiscono da un lato la solidità e la coerenza del lavoro, dall’altro qualche piccola pazzia di tanto in tanto che rende interessante il tutto.

Un personaggio dei fumetti che viene dal cinema, un’ambientazione italiana con un protagonista straniero: sono due occasioni per parlare di due argomenti (il fumetto e l’Italia) da un punto di vista esterno?
SA: Long Wei parla dell’Italia standoci dentro. Non è un fumetto di denuncia sociale in senso stretto, ma il contesto in cui si muove il nostro protagonista è estremamente reale… Credo sia il motivo di interesse e di successo del noir negli ultimi decenni. Provare a raccontare un pezzo della nostra realtà tenendolo sullo sfondo di una trama di genere è una sfida interessante. Il rapporto col cinema è più complesso, non credo che Long Wei parli in senso stretto di fumetto da un punto di vista esterno; credo piuttosto che ci racconti, anche grazie al lavoro poliedrico degli artisti coinvolti nella serie, come un certo tipo di immaginario visivo possa attraversare il tempo e lo spazio per presentarsi sotto una nuova veste a nuove generazioni.

Milano non sembra molto presente nei primi due numeri, o meglio, da non milanese e da scarso conoscitore della città, mi è parsa poco distinta da una qualunque metropoli moderna “anonima”, soprattutto rispetto alle premesse della serie. È una questione più “sottile”, che non sono riuscito a cogliere? O un segno dell’internazionalizzazione della città?
SA: Milano in realtà c’è eccome. In alcuni episodi è più riconoscibile; in altri, più sottotraccia. Ma ogni location milanese è assolutamente reale. Abbiamo cercato di tenerci lontani dall’effetto cartolina che vorrebbe in prima pagina una bella splash col Duomo o il Pirellone e quindi Milano rimane, realissima, sullo sfondo. Vero è che le zone frequentate da Long Wei pagano il prezzo di tutte le metropoli moderne e la città risulta a tratti irriconoscibile e priva di identità… Ma anche questa è Milano.

La città sembra invece diventare più presente e viva a partire dal terzo episodio. Segno di una volontà di introdurla gradualmente, e subordinata ai personaggi?
SA: Come dicevamo prima, ogni elemento è stato introdotto a tempo debito, gradualmente. Così Vincenzo, così Milano. Al tempo stesso anche se a partire dal terzo episodio Milano è diventata più visibile, più riconoscibile, la città è presente nel DNA della serie fin dal primo numero.

L’attenzione per il protagonista e per la comunità cinese indica anche una volontà di attirare lettori italiani di seconda generazione? Può essere un obiettivo in piccolo della serie?
SA: Sicuramente il desiderio di raggiungere questo nuovo pubblico è stato un elemento forte nel progettare la serie. Dai riscontri che abbiamo avuto, i lettori giovani della comunità italo cinese hanno apprezzato Long Wei e questa è una bella soddisfazione. Vuol dire che, anche in un contesto assolutamente di genere, è possibile creare personaggi che in qualche modo superano certe barriere, certi confini.

Il lavoro di documentazione in questo caso su cosa si è basato, come si è svolto?
SA: Il lavoro di ricerca di Diego è stato pazzesco. Location, tecniche di arti marziali, elementi del setting… tutto è stato predisposto in modo molto meticoloso e con una mole notevole di riferimenti fotografici. Credo sia inevitabile quando si cerca, pur restando nell’ambito della finzione, di raccontare una città e un mondo in modo rispettoso e realistico.

Sul tema vorrei approfondire con Diego alcune cose. A proposito del tuo lavoro di documentazione quando scrivi una storia; da quanto traspare anche dal tuo blog, è quasi maniacale, sia per quanto riguarda il soggetto che per costruzione della sceneggiatura. È una necessità, un bisogno di avere tutto sotto controllo? O la definiresti diversamente?
DC: Lo definirei come metodo. Ho bisogno di costruire una storia su una base realistica, poi lo sviluppo può essere di fiction pura, ma le fondamenta devono essere basate su documentazione reale.
In Long Wei questo rapporto si vede molto nella coreografia delle scene di azione. Le arti marziali sono una cosa seria, soprattutto per i praticanti che ci seguono. Loro hanno definito come perfette le esecuzioni delle varie tecniche di combattimento.

Senti mai il rischio di dare più importanza a questo lavoro di ricerca e costruzione che alla storia in sé? O addirittura di perdere il gusto di scrivere? O al contrario rappresenta quel “mestiere” fondamentale per mantenere il ritmo di scrittura?
DC: Sì. È un rischio che conosco bene. Ed è il mio principale difetto come scrittore. Lo so che alla maggior parte dei lettori non frega nulla di quello che io reputo importante. È un rischio che accetto, del quale mi prendo ogni responsabilità.

Come concili questa attenzione alla sceneggiatura e il rapporto con i disegnatori? Sei molto esigente, hai un contatto stretto con loro?
DC: Paradosso: no. Io amo lavorare con disegnatori che ci mettono del loro in quello che fanno e che non eseguono in modo pedissequo la mia sceneggiatura.

Parlando appunto di disegnatori, Long Wei è anche occasione per vedere in edicola talentuosi disegnatori italiani non immediatamente assimilabili al fumetto popolare di stampo realistico. Luca Genovese, Jean Claudio Vinci, Gianluca Maconi, Luca Bertelè, Daniele Di Nicuolo, Stefano Simeone, Stefano Mortarino hanno stili personali, molto fumettistici e meno foto realistici, espressivi, quasi da fumetto comico. È chiaramente una precisa scelta editoriale e artistica: ci vuoi spiegare come si è arrivati a formare questa squadra, e perché?
DC: Avevamo bisogno di gente brava e spericolata, come per un colpo in banca. Ci servivano disegnatori solidi e al tempo stesso capaci di stupire e di prendersi qualche licenza, a volte anche di ‘esagerare’. Direi che si sono dimostrati tutti all’altezza del compito.

LRNZ alle copertine permette di variare molto, di osare con stile e grafica, e già dal terzo episodio è evidente. Non temete che questo confonda il lettore occasionale? O sperate che piuttosto riesca a stupire e attrarre gli sguardi?
SA: Speriamo che ogni copertina sia significativa rispetto alla storia che deve introdurre. LRNZ è uno dei pochi artisti capaci di evocare mondi anche completamente differenti con una sola immagine: volevamo delle copertine che attirassero lo sguardo e che al tempo stesso lanciassero una sfida al lettore.

La composizione di una copertina è demandata a LRNZ in toto o ne discutete insieme?
DC: Le copertine nascono dopo lunghe e articolate telefonate con LRNZ.

Le iniziative promozionali sono state sicuramente uno dei punti di forza del lancio di Long Wei. Che risposta avete avuto, quanto a partecipazione? Sono servite a far conoscere il titolo fuori dal “circolino” dei lettori di fumetti?
DC: Abbiamo creato un ottimo rapporto con la comunità di zona Paolo Sarpi, grazie anche ad Alessandro La Banca, creatore del gruppo Facebook dedicato al quartiere.
In linea teorica molti dei nostri lettori non leggevano fumetti prima.

Ne avete già altre in mente?
DC: Ci stiamo lavorando, sorpresa!

Due temi spinosi sui quali so che avete ben poco controllo: stampa e diffusione. Per la prima, è un “vizio” di vecchia data di Aurea, già John Doe ne soffriva. Avevate messo in conto questa evenienza, cercando una impostazione grafica che non accusasse troppo la cosa?
DC: In parte sì. Per esempio per evitare ogni tipo di casino i balloon sono disegnati sulle tavole direttamente dai disegnatori. Io mando al letterista Aurea un file controllato e ricontrollato da me per i testi, e Genovese ha creato un format uguale per tutti per le tavole.
Un lavoro redazione “di partenza” che fornisce alla redazione finale un prodotto agile da lavorare.

La prima stagione di Long Wei è composta da 12 numeri e suppongo abbiate già pensato al “Final Season”: senza entrare troppo nel dettaglio, onde evitare spoiler, ogni trama e sottotrama avrà una chiusura con il dodicesimo episodio o lascerete qualche porta aperta per un’eventuale seconda stagione?
SA: Il metro delle stagioni è sicuramente molto adatto a misurare gli archi narrativi delle miniserie a fumetti. Eppure il finale di questa prima serie è più vicino all’epilogo di un buon film d’azione. Molte cose si sono sistemate, altre si sono perse per sempre. Se ci sarà un seguito, le condizioni di partenza saranno molto diverse rispetto alla serie in corso di pubblicazione: come in ogni sequel che si rispetti.

Ringraziamo gli autori per la loro disponibilità.

Intervista rilasciata via mail a ottobre 2013.

3 Commenti

3 Comments

  1. Alessandro

    30 ottobre 2013 a 02:22

    Era da tanto che non ritrovavo il gusto di leggere un buon fumetto Italiano!
    Spero non si fermino alla prima miniserie perchè onestamente ne sento gia la mancanza!.

  2. Andy

    29 ottobre 2013 a 09:52

    Basta long wei… basta per piaceree!!!

    • la redazione

      la redazione

      29 ottobre 2013 a 12:03

      Perché tanto odio? :)

Rispondi

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lo Spazio Bianco: nel cuore del fumetto!

Inizio