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Noi, Zagor: recensione e intervista al regista Riccardo Jacopino

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Ogni fumettofilo che si rispetti avrà preso in mano, almeno una volta nella vita, un albo della Bonelli; ogni fumettofilo che si rispetti avrà preso in mano, almeno una volta nella vita, un numero di .
Creato dalla mente di Guido Nolitta, pseudonimo sotto il quale si nascondeva Sergio Bonelli, e dal braccio di Gallieno Ferri, è il protagonista indiscusso del documentario girato da Riccardo Jacopini; solo un appassionato poteva pensare di dedicare ben 80 minuti di pellicola a un personaggio dei fumetti, in un’epoca in cui la cosiddetta “crisi del cinema”, iniziata alla fine degli anni ’80, continua a essere un argomento che tiene banco tra molti addetti ai lavori. Noi, Zagor: recensione e intervista al regista Riccardo Jacopino - 50207
Jacopini, già regista di altri documentari e mediometraggi, ha voluto comunque provare, inviando il progetto a Sergio Bonelli nel 2011, anno in cui Zagor compiva mezzo secolo di vita e anno, purtroppo, in cui Nolitta ci salutava.

Il lavoro è durato circa due anni, tra ricerche di materiale d’archivio e interviste concesse da tutte le personalità che hanno contribuito alla sua realizzazione; parlano di Zagor tutti i disegnatori che hanno raccolto il testimone di Ferri (Gianni Sedioli, Marcello Mangiantini, Marco Verni, Jacopo Rauch), gli sceneggiatori che sono succeduti a Bonelli stesso (Mauro Boselli, Pier Luigi Gaspa), il direttore Mauro Marcheselli e Moreno Burattini, zagoriano della prima ora la cui impareggiabile devozione al mondo dei fumetti l’ha reso uno dei membri più importanti della attuale redazione della casa editrice. Contributi significativi sono dati anche da critici come Luca Boschi e Giulio Giorello, filosofo e professore di Filosofia della Scienza presso l’Università degli Studi di Milano, molto attivo nel campo della riflessione critica sul fumetto.
Un susseguirsi di volti e storie, inframezzati da vignette e dettagli estrapolati direttamente dagli albi di Zagor, per l’occasione animati e doppiati. Il tutto accompagnato da un’azzeccata colonna sonora a opera del rocker emiliano Graziano Romani: non si tratta, tuttavia, di semplice musica dal sound folk, bensì di un album originale intitolato Zagor King of Darkwood, composto nel 2009 da Romani stesso come ennesimo omaggio di un appassionato al suo eroe di carta.

Il risultato è un documentario davvero scorrevole, che ricalca, probabilmente senza volerlo, l’approccio tenuto dalla trasmissione TV Fumettology. Il montaggio scelto, infatti, nella sua alternanza tra interviste e vignette, rende questa pellicola quanto di più vicino ci sia attualmente in circolazione ai pregevoli approfondimenti realizzati dal gruppo Fish-Eye dedicati al fumetto italiano. Una coincidenza, ma non un caso, perché è proprio grazie a questa tecnica che è possibile creare quel racconto corale evocato qui dal titolo stesso dell’opera: la storia di un personaggio come Zagor che diventa anche la nostra storia nel momento in cui un gruppo di persone profonde in questo senso tutta la propria passione e l’energia che da essa deriva. Il documentario si conclude con il capitolo dedicato ai fan, gli zagoriani, riportando anche spaccati veloci della vita di alcuni di loro, la passione inserita all’interno del contesto familiare.

Raccogliere tutti questi elementi e restituirli rivestiti del tono encomiastico degli intervistati, se da un lato funge da legittimazione, dall’altro si avvicina molto all’autoreferenzialità: siamo di fronte a un prodotto che, per quanto piacevole, non si affranca dalla nicchia dei fumettofili che, in misura maggiore o minore, guarda a esso con curiosità. La scelta della distribuzione nelle sale cinematografiche non è abbastanza per ammiccare anche a coloro i quali hanno avuto un rapporto col fumetto magari rimasto confinato agli anni dell’infanzia; Noi, Zagor rimarrà, quindi, un tenero omaggio a uso e consumo di chi conosce e apprezza e di chi vorrà avvicinarsi in futuro al personaggio ripercorrendo i fasti della sua nascita.

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Intervista a

Ciao Riccardo, benvenuto su Lo spazio Bianco. Puoi innanzitutto presentarti ai nostri lettori parlandoci di te?
Ho girato documentari, lunghi e corti, per la Rai, per la vecchia gloriosa Tele+ e altre emittenti, ma anche per associazioni e Ong, fra le quali il Gruppo Abele di Torino. Quasi sempre film di indagine sociale, che mi hanno fatto viaggiare per l’Italia, l’Africa e il Sud America. Realizzo anche filmati per campagne di comunicazione, l’ultima, appena partita, per l’Associazione Italiana Calciatori. Nel 2010 è uscito il mio primo, e per ora unico, lungometraggio di finzione “40% Le mani libere del destino”, prodotto dalla Arcobaleno Produzioni, con la quale ho realizzato anche il film su Zagor. Mi fa piacere spendere due parole su questo mio produttore, abbastanza sui generis. Arcobaleno è una grande e ben conosciuta cooperativa sociale di Torino, che si occupa di economia verde, riciclaggio ecc. è che, in quanto tale, occupa un 40% di lavoratori “svantaggiati”, ovvero con un passato di carcere, tossicodipendenza, disagio (da qui il titolo del film). Un’azienda con più di 300 dipendenti, duecento mezzi, un notevole fatturato che deve conciliare efficienza economica e un’attenzione particolare alla vita delle persone che vi lavorano. Il film è una commedia noir che si svolge all’interno della cooperativa, gli attori (credetemi, bravissimi) sono per la maggior parte i lavoratori della cooperativa, ma c’è anche Luciana Littizzetto.
Una bellissima avventura nata dall’esigenza di raccontare una realtà spesso misconosciuta o ignorata, che può rappresentare un’esperienza di economia che non rinuncia a corrette e feconde relazioni umane, utile a tutti in un momento come questo. Magari senza parlarsi addosso o autocelebrarsi e facendo divertire gli spettatori. È andata così bene che Arcobaleno ha deciso di proseguire in questa attività cinematografica, aprendo un vero e proprio ramo d’impresa. Abbiamo poi realizzato altri lavori più piccoli e, adesso, “Noi, Zagor”. Insomma, per capirsi, visto che quasi tutti quelli che lavorano ad Arcobaleno sono anche soci dell’azienda, ho quasi trecento produttori da accontentare, non è poco.

Come e quando è nata l’idea di un documentario incentrato sul personaggio di Zagor? E soprattutto, perché Zagor?
Innanzitutto c’è la passione per il fumetto, che mi accompagna da quando ero bambino, e la voglia di sapere di più sul dietro le quinte di questo mondo. L’occasione buona si è presentata in occasione del cinquantenario di Zagor, che insieme a Tex e alla Storia del West era uno dei miei fumetti bonelliani preferiti. Ho mandato un progetto a Burattini, curatore di Zagor in tempi utili, ma a causa della malattia di Sergio Bonelli – senza il suo imprescindibile assenso nemmeno a parlarne, di documentari… – non ho saputo più niente per mesi. Poi, nel settembre 2011, a cinquantenario quasi trascorso, ho saputo che Bonelli aveva approvato l’idea. Ormai non ci speravo più. Purtroppo pochi giorni dopo Sergio Bonelli è mancato. Abbiamo deciso di andare avanti lo stesso, pensando che il film potesse essere un modo in più per ricordarlo. Non facevamo più in tempo a uscire entro l’anno, ma è stato meglio così, abbiamo fatto con calma. E poi, al di là di tutto questo, Zagor è “il” personaggio dei fumetti per antonomasia: per look, ambientazione, tipo di narrazione aperta ad ogni sorpresa… Far vedere come nasce credo sia interessante per tutti, appassionati e no.

La produzione della pellicola è durata due anni. Quali sono state, guardando indietro, le maggiori difficoltà e sfide che hai affrontato?
Non ci sono state difficoltà particolari, dal punto di vista produttivo. Semmai la difficoltà è stata fare un prodotto che prima di tutto piacesse a me, e che poi da un lato non deludesse gli zagoriani, super ferrati ed esperti della materia e ai quali è difficile raccontare qualcosa di nuovo, e dall’altro potesse interessare anche coloro che non sono fan del personaggio o lettori di fumetti. Mi auguro di esserci riuscito.

Quali sono le tue sensazioni ora che Noi, Zagor è in arrivo nelle sale?
Molta soddisfazione e un po’ di ansia.

Qual’è il segreto del personaggio di Zagor che spinge un cantautore (Graziano Romani) e un regista (), una volta divenuti adulti, a restituire il dono ricevuto nell’infanzia tributando al personaggio, rispettivamente, due album e un film?
Sono tanti i motivi del fascino di Zagor. L’ambientazione, la capacità di spaziare in tutti i generi, dal western all’horror passando per Tarzan, la vena comica impersonata dalla sua spalla, Cico, la sua interiorità tormentata, che per un eroe dei fumetti nato nel 1961 rappresentava una novità, figlia però di quei tempi.

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Il rinnovato successo di Zagor degli ultimissimi anni è imputabile solo alla bravura dei loro autori, oppure si può ritenere che il lettore riceva dall’eroe una sorta di “risarcimento sociale” che la società italiana, in particolare in questi ultimi anni di crisi economica e morale, non è più in grado di offrire?
Certo, la genialità di Ferri e Nolitta è decisiva, nel successo di Zagor. Hanno costruito un personaggio ricco di sfaccettature e di possibilità narrative, che gli hanno garantito la possibilità di rimanere sempre se stesso e sempre attuale, anche dopo cinquanta anni. In più, in Zagor c’è una tensione morale, un’aspirazione profonda alla giustizia, una volontà di convivenza pacifica fra diversi, in cui anche le ragioni dello sconfitto abbiano un peso e un valore, che mi sembrano essere qualità molto importanti e valide per l’oggi.

Qual’è il motivo della scelta di proiettare l’opera esclusivamente il 22 e il 23 di ottobre?
Microcinema, che distribuisce il film, ha pensato di trattarlo come un evento alla stregua di un concerto dei Rolling Stones o di una diretta della Traviata. Gliene sono molto grato, speriamo di ricambiare la fiducia.

In che misura l’opera Noi, Zagor, si inserisce nel contesto dei film documentari italiani, una scuola di altissimo livello, che ha avuto, proprio ultimamente il suo riconoscimento, con l’opera Sacro GRA, di Gianfranco Rosi?
Fa piacere che finalmente anche i documentari italiani possano arrivare nelle sale e rivolgersi a un pubblico più ampio che non sia quello dei nottambuli televisivi, cui spesso era relegato. Il documentario è un genere che ha grandi possibilità narrative, permette di sperimentare, di raccontare in tanti modi. E non è per niente un genere “palloso”. Finalmente si è capito.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando a un paio di progetti ben avviati, ma è presto per parlarne. Posso dire che uno è legato di nuovo al fumetto. Per adesso, mi godo l’uscita di “Noi, Zagor”.

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