Cronache

Dal Portogallo all’armadillo: Cyril Pedrosa e Zerocalcare si raccontano al Festivaletteratura

7 Settembre 2013, Mantova – ­In un paese come l’Italia in cui molto spesso si dimentica l’importanza del ruolo del fumetto come nona arte è sempre un piacere prendere parte ad un evento come il Festivaletteratura dove, nella giornata di sabato, è stato dato ampio spazio a due artisti del settore: e . I due, editi entrambi nel nostro paese da , appartengono a panorami culturali diametralmente opposti , e sono per stile e intenti nettamente differenti l’uno dall’altro. Il primo concentra le sue ricerche e il suo lavoro sulla comprensione delle sensazioni più intime dell’animo umano, il secondo divide la sua produzione tra leggeri sketch comici e attenzione al sociale, visto lo stretto legame con il contesto degli spazi occupati.

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Incontro con al Festivaletteratura di Mantova

è un artista francese le cui opere più famose sono Tre Ombre, che lo ha portato allo scoperto e gli ha dato notorietà, e Portugal, graphic novel insignita con il Prix de la Bande Dessinèe FNAC 2012 al festival di Angoulême.

Zerocalcare è l’autore romano del momento che,  con un exploit di vendite, è diventato vero fenomeno per l’editoria del fumetto italiano, scalando i vertici delle classifiche dei libri più venduti nei singoli punti vendita e su Amazon.it. I suoi lavori in ordine di uscita sono: La profezia dell’armadillo, Un polpo alla gola e Ogni maledetto lunedì su due.

Cyril Pedrosa: andata e ritorno

L’incontro con Ciryl Pedrosa, moderato dallo scrittore Fabio Gaeda,  si concentra inizialmente su Portugal e sulle dinamiche di scrittura che hanno permesso all’autore di portare a termine un’opera così complessa e pregna di chiavi di lettura.

Egli si sofferma sulle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il libro, legate strettamente ad un viaggio in Portogallo, alla scoperta della sua terra d’origine e al forte shock emotivo di ascoltare da straniero la lingua portoghese. Non un libro sulla sua famiglia quindi, piuttosto un libro in cui la famiglia entra quasi forzatamente perché, volente o nolente, influenza il singolo individuo sin dai primi anni di vita, divenendo di fatto casa o prigione a seconda delle situazioni.
Il protagonista, Simon, essendo figlio di migranti, si trova spaesato, privo di una passato che “è andato perdendosi di generazione in generazione” e nella triste condizione dello scrittore non più in grado di narrare storie “poiché non sa neanche fino in fondo quale sia la sua”. Tale assenza porta l’uomo a non sapere più quello che è, come se fosse inghiottito da un buco nero e sentisse solo il vuoto. E ciò comporta una successiva paralisi, l’immobilità che blocca e non permette più di percepire quali siano i desideri più reconditi del proprio io.

Si passa poi a definire meglio il rapporto del fumettista con la scrittura e, in particolare il rapporto tra verità e invenzione e tra privato ed estremamente intimo.

Quando si cerca del materiale nel privato non vi sono specifiche linee di demarcazione. Avevo come l’impressione di fare dei viaggi avanti e indietro, da una parte all’altra del confine, con un sacchetto in cui mettevo ciò che trovavo. Poi ripassavo dall’altra parte con quello che avevo raccolto e pensavo a come proporlo ai lettori. Spesso  tornavo con cose che neanche avevo immaginato, a volte riportavo con me e mettevo nel libro degli eventi che non pensavo di aver inserito per poi notare, a distanza di anni, di averli inclusi. Pensavo di essermi controllato bene, ma invece sono rimasto stupito da me stesso.

Si termina di parlare di Portugal accennando ai toni malinconici della storia e in particolare al legame che hanno quest’ultimi con le cose che sono sparite, che non ci sono più. L’autore si definisce infatti molto sensibile al fascino di ciò che si volatilizza nell’aria e considera questa sorta di malinconia dolce l’anima stessa del volume.

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Cyril Pedrosa disegna per i suoi lettori dopo l’incontro “Andata e ritorno”

La seconda parte dell’incontro si sofferma invece sulla capacità comunicativa del fumetto, sulle sue limitazioni e sui modi in cui lo stesso Pedrosa cerca di sperimentare metodi espressivi sempre più nuovi e diversi. L’autore incomincia sottolineando l’esistenza di limiti oggettivi, ma li correla alla figura del fumettista e non al fumetto stesso. Egli afferma:

Sono sempre al corrente di  lavorare nella consapevolezza di questi limiti: il  fumetto è un lavoro complicato perché è caratterizzato da mezzi espressivi diversi per cui bisogna scrivere, disegnare, evocare il corpo, tradurre il pensiero in un’associazione di immagini, rispettare il legame col testo e l’immagine e cercare di mettere in accordo disegno, capacità narrativa e inventiva in modo tale da riuscire a proporre una storia. Spesso paragono il mio lavoro ad una serie di passeggiate in un piccolo giardino,  con l’intento di percorrere strade sempre diverse al suo interno. Sai che il giardino ha comunque una sua recinzione, non ha una superficie illimitata, ma cerchi sempre di spingerti oltre. Bisogna imparare a non lasciarsi condizionare da tali limiti, ma allo stesso tempo, essere consapevoli che non possiamo espanderli all’infinito.

Il disegnatore deve perciò conoscere le proprie limitazioni e reinventarle in modo tale da renderle strumenti fondamentali del suo lavoro. Per essere liberi di poter raccontare nel migliore dei modi una storia è necessario quindi “poter disegnare tutto come lo vogliamo noi” e l’unico mezzo da adottare è quello di cercare di ideare sempre metodi nuovi per proporre le cose.

Frequentemente la letteratura si rivela un mezzo molto più appropriato per narrare bene l’interiore. Proust in 5 pagine riesce a sviscerare un evento, a parlare della sua immensa complessità e di tutte le sensazioni  che ne scaturiscono e a porre domande sul fatto. Questo è un limite effettivo del fumetto: quando si affronta la complessità della vita interiore, è difficile usare il disegno che è, per antonomasia, la rappresentazione del mondo esterno.

Tale problematica ha portato l’autore a concludere sia Tre ombre che Portugal con le parole, spogliando delle immagini il fumetto e trasformandolo nel finale in un vero e proprio scritto.

Ma Pedrosa è anche un innovatore e amante di tutto ciò che stimoli invettiva e fantasia ed è proprio per questo motivo che ha deciso di prendere parte, insieme ad altri fumettisti francesi del suo calibro, all’”esperimento” Professor Cyclops, prima rivista concepita esclusivamente per i-pad e piattaforme digitali.

Sono convinto che ci sia in atto una de-materializzazione del supporto e che tale digitalizzazione apra un nuovo cammino, una nuova possibilità a condizione però che gli autori vogliano sfruttare il nuovo mezzo in maniera espressiva e creativa. Penso che l’ i-pad e internet possano rivelarsi non solo strumenti pratici per creare archivi in digitale, ma che possano diventare un mezzo creativo in tutti i sensi. Altrimenti sarebbe un po’ come  vedere il teatro alla televisione, senza godersi lo spettacolo dal vivo e senza vivere il rapporto intimo tra attori e spettatori nello stesso spazio fisico.

 

Articoli su Cyril Pedrosa su Lo Spazio Bianco
Intervista de Lospaziobianco a Cyril Pedrosa
Recensione di Portugal
Recensione di Tre ombre
Recensione di Autobio

 

Zerocalcare: i trentenni non esistono

Zerocalcare, sempre seguito da numerosissimi giovani fan, decide di usare l’arma dell’ironia per conquistare il pubblico, raccontando in maniera divertente e surreale le tappe più significative della sua vita, mentre si confronta con il più serioso e disincantato scrittore Paolo Cognetti. I due autori si presentano raccontando il loro percorso formativo, dall’infanzia al presente, passando per tutti gli step che gli hanno infine portati alla pubblicazione dei rispettivi lavori.

Infranto il sogno infantile di diventare paleontologo, a Zerocalcare non restò che lambiccarsi alla ricerca dei lavoretti più disparati (come la maggior parte dei giovani della sua generazione) e, nell’attesa, ingannare il tempo disegnando per centri sociali e contesti simili. Ora il successo dei suoi libri gli consente, almeno per il momento – dice lui – di fare il fumettista a tempo pieno, mentre si dice già pronto a ritornare a far ripetizioni nel caso in cui tutto scemi. Sul suo processo di crescita afferma:

Ci sono arrivato per sottrazione; mi sono formato e sono cresciuto copiando i fumetti che mi piacevano. Credo che copiare sia, infatti, soprattutto un processo formativo che non permette di emulare in tutto e per tutto il tratto di qualcuno, ma che fa trasparire una parte del proprio stile personale che con il tempo si allarga, si miscela a quello copiato e poi prevale. D’ altro canto la mia palestra per il disegno e per la narrazione di storie è l’ambiente in cui sono cresciuto, quello degli spazi occupati della scena punk romana prima e tutto l’ambiente degli spazi occupati in generale poi. Qui ho cominciato a fare fumetti, a disegnare con l’approccio di non essere portavoce di qualcuno, ma di creare storie collettive, non racconti solo per me stesso.

L’autore cerca di non mettere in bocca ai suoi personaggi parole di troppo, ma, al contrario cerca di mantenersi parziale, in modo da non risultare pretenzioso e arrogante; non vuole “mettere d’accordo altre sensibilità”, non è il suo scopo.

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Zerocalcare “disegna l’armadillo” per i fan

Toccante la spiegazione della nascita del suo primo lavoro La profezia dell’armadillo, opera che viene alla luce dal bisogno di creare un punto fermo che gli permettesse di ricordare una persona scomparsa  a cui era strettamente legato e che temeva di dimenticare.

Lei era aliena a tutti i nostri codici (ndA: dei centri sociali) di trasmissione della memoria e quindi non sapevo come evitare che diventasse una persona passata nella mia vita come una meteora. Perché lei non è stata questo. Alla fine ho avuto l’idea di raccontare quel rapporto mediante il fumetto, anche se non so se sono riuscito a farlo nel modo giusto…

Alla domanda “Hai per caso qualche dipendenza?” non riesce a non contenere un risata (e qualche parolaccia) e risponde positivamente accennando al fatto che la sua vita è un continuo ripetersi di rituali, dal guardare almeno una puntata di telefilm al giorno a mangiare qualcosa di dolce prima di andare a letto e così via.

La parte finale del dibattito alterna momenti esilaranti a interessanti spunti riguardati la figura del giovane odierno, dichiarato “bambacione” dalla stessa generazione che ha costruito la società in cui viviamo e generato in primis il senso di spaesamento che condividono ora i trentenni.

Pensavo proprio oggi in treno “se fossi morto, che avrebbero scritto nei manifesti: giovane o uomo?”. A me piace essere definito ancora giovane e odio quando la critica alla nostra generazione viene smossa dagli stessi adulti della classe dirigente che non hanno permesso la nostra emancipazione, rendendoci dei soggetti ricattabili in balia delle dipendenze.

E così ribadendo ancora quanto la politica del lavoro degli anni addietro abbia distrutto tutti i punti di riferimento dei ragazzi d’oggi e quanto sia importante che la sua vita sia scissa nelle due identità culturali del pop anni ’80 e dei centri sociali, si concede alla stuolo di ammiratori giunti all’evento e che non vedono l’ora di ricevere finalmente il loro personale “disegnetto” dell’armadillo.

 

Articoli su Zerocalcare su Lo Spazio Bianco
Comunicato stampa di Dodici nuova fatica di Zerocalcare
Recensione Ogni maledetto lunedì (su due)
Recensione di Un polpo alla gola
Approfondimento Zerocalcare e le possibilità del web

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