Interviste

Morgante e Pepe, combustibile a fumetti

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Morgante e Pepe, combustibile a fumetti - immagine1-1172L’intervista a Dario e Antonio ha una genesi lunga e curiosa, che svaria attraverso i mesi per poi essere rivista e pubblicata solamente adesso. Tra la rapida fiumana dialettica di Dario e le più lente e pacate risposte di Antonio, finalmente giunge a voi! Spero che gradiate.

Come al solito, inizierei con una piccola introduzione su Morgante e Pepe come persone, prima che come autori. Presentatevi ai lettori che non vi conoscono.
Dario: Ordunque: sono nato nel 1971. Nella vita sono sempre stato molto indipendente, ho svolto una quantità di lavori diversi (dall’operaio al centralinista, dalla guardia notturna al tipografo), e fatto molta attività politica, che una volta si sarebbe definita militanza ma ora… chissa’… Vivo con la mia compagna nel quartiere San Lorenzo, a Roma, e lavoro come editor per la .
Antonio: mmmmhh… siamo due misantropi, due mentecatti. Si’, mentecatti va bene. è importante, ecco.

Raccontateci innanzitutto i vostri inizi, come vi siete conosciuti e come avete deciso di creare assieme fumetti.
Dario: Ho conosciuto Antonio in maniera del tutto casuale, è nata una amicizia, e dopo qualche anno mi è sembrato del tutto naturale coinvolgerlo nell’operazione Kerosene, visto che lui stava ultimando la scuola di fumetto. Anche per via del fatto che abitavamo nello stesso quartiere abbiamo da subito iniziato a “ragionare” assieme alle storie, e a sentirci molto in sintonia nelle cose l’uno dell’altro.
Antonio: Ho iniziato quando ho trovato Dario. Da soli è molto più difficile. Mi ha aiutato a fare dei progetti. Era il 1998. Ah. Ci siamo conosciuti in mezzo a una piazza di Roma. Cosi’.

Cosa apprezzate dell’altro, quale è la caratteristica per la quale siete contenti di lavorare assieme?
Dario: Personalmente vorrei riuscire a lavorare molto di più assieme. Ultimamente gli impegni di lavoro (quello pagato) ci hanno allontanato. Abbiamo sempre diecimila progetti ma riusciamo a quagliare poco… Comunque la cosa più bella per me come sceneggiatore è che con Antonio non c’e’ nessun bisogno di descrivere le vignette, ha un talento naturale per la regia che mi “risolve” molte impasse di scrittura.
Antonio: è bravo. E profondo. La cosa che preferisco è il suo pensiero, che è maturo. è raro nel fumetto.

Naturalmente per gioco, cosa “rimproverate” all’altro e cosa vorreste cambiargli?
Dario: Vorrei che Antonio disegnasse di più, molto di più. Sogno di rapirlo e tenerlo incatenato ad un tavolo da disegno con la vaga promessa di sfamarlo, non so, tipo un panino a tavola.
Antonio: Non saprei proprio. Forse che ha troppi interessi che rubano tempo, mentre si potrebbe fare di più. Lo stesso vale per me.

Come si realizza una vostra storia? La figura dello sceneggiatore e del disegnatore sono ben separate, o tendete a lavorare in comune sul racconto?
Dario: Diciamo che non c’e’ un confine che ci separa nettamente (a parte il fatto che inequivocabilmente Antonio disegna e io no). Soggetto e dialoghi sono sempre opera mia, la regia spesso è in comune, il disegno tutto suo.
Antonio: Mi piace molto dire la mia sul racconto. In generale ne ho bisogno per “entrare” nella storia e farla mia, per poi esprimerla compiutamente.

Sono previsti “tradimenti” da parte vostra, lavori in solitario o con altri autori?
Dario: Mah… siamo certamente conosciuti per i nostri lavori in coppia, ma entrambi abbiamo fatto cose con altri, sia in passato che, per quanto mi riguarda, adesso. Ma prospettive di lavoro disgiunto, quelle no.
Antonio: Non ho mai pensato ad un’alternativa. Ci sono molte cose che dobbiamo ancora fare.

Tre domande per Dario: il tuo stile di raccontare, o meglio i temi dei tuoi fumetti, sembrano prediligere una sensibilità particolare verso il quotidiano, anche se interrotto da eventi fantastici eppure delicati. Da dove deriva la voglia di raccontare questi aspetti e queste storie?
Dario: Credo che a raccontare le vite quotidiane si scoprono piccole verità che un polpettone avventuroso difficilmente può trasmetterti. Tutte le persone che ho incontrato nella mia vita hanno delle storie che a mio giudizio “vale la pena raccontare”. Passi una serata con una persona e scopri tutta la profondità della vita, senza bisogno di assassinare, squartare, decollare e compagnia bella. Certamente l’elemento fantastico è spesso presente, ma non come catalizzatore della storia. Piu’ che altro mi piace lasciare un alone di mistero attorno a quello che racconto. Mi piace creare delle situazioni che poi continuano a vivere al di là e al di fuori del mio controllo narrativo.

Quali sono le tue fonti, le opere che ti hanno segnato, i primi fumetti che ti hanno fatto pensare di fare il fumettista?
Dario: Sono sempre stato un lettore di fumetti, ma non ho mai pensato di scriverne. Ho iniziato per caso e per caso sto continuando. Prima o poi dovro’ pianificare la mia carriera, oppure andare a pescare. Comunque nessun fumetto è mai stato per me fonte d’ispirazione. Ne leggo tanti e molti li ammiro, ma quando scrivo sono altri gli echi… narrativa, qualche film, e molti racconti fatti la sera tardi, da amici e confidenti.

Accanto a questo tuo ruolo di autore c’e’ quello di curatore di riviste, prima Kerosene, dopo L’Ostile. Parlaci rapidamente di questo tuo impegno, di cosa sia stato e cosa sia ora L’Ostile (mentre di Kerosene parleremo dopo…), cosa secondo te non ha funzionato, cosa avresti cambiato?
Dario: L’Ostile era una scommessa che partiva dall’idea che ci fosse un pubblico là fuori pronto a recepire un progetto di magazine alternativo che mixava con leggerezza i fumetti con la politica, con l’arte, con la letteratura e con la moda. Purtroppo questo pubblico non c’era, o più facilmente noi non siamo stati in grado di raggiungerlo. è inutile dire che le cose sarebbero andate diversamente con una maggiore copertura finanziaria e promozionale. Ma in realtà è fallito il contatto con il pubblico.
[L’Ostile sopravvive in rete su www.ostili.splinder.it – NdR]

Tre per Antonio: il tuo tratto è molto personale, verrebbe da dire “delicato” nel segno. Quanta ricerca c’e’ dietro ad uno stile proprio, e quale è stata la tua?
Antonio: Credo che il segno di chiunque sia qualcosa di necessariamente personale per natura.

La ricerca della sintesi nel tuo tratto è evidente, come altri maestri prima di te (per questioni “affettive” non posso non pensare a Ivo Milazzo). Pensi di aver raggiunto l’equilibrio che cercavi, o stai ancora sperimentando e affinando il tuo segno?
Antonio: Il mio stile non è pensato, non deriva da una ricerca mirata. I cambiamenti che verranno saranno casuali.

Doveroso: a quali disegnatori ti sei ispirato, o sono stati comunque dei tuoi modelli?
Antonio: Amo cose un po’ diverse: Juan Gimenez per la profondità delle inquadrature, Jordi Bernet per la sintesi. Tra gli italiani Gipi. Un talento raro. Poi Adam Hughes. Nicola Mari. Alessandrini. Comunque è impossibile citare tutti.

Morgante e Pepe, combustibile a fumetti - immagine2-1172Torniamo a tutti e due: quali sono i vostri progetti futuri?
Dario: Antonio ha tre, forse quattro, sceneggiature mie nel cassetto che si guarda bene dal disegnare. La nostra storia “storica” che ho iniziato a scrivere nel 2000 e che non ha neppure uno schizzetto preparatorio è una versione contemporanea della Medea di Euripide. In ogni modo è certo che vogliamo fare un romanzo a fumetti, anche se con i tempi “biblici” di Antonio temo vedrà la luce tra molti, molti anni.
Antonio: Ecco, appunto. Il romanzo. Su tutto. un lavoro importante, un livello più alto ancora da raggiungere.

Fumetti del vostro genere sembrano non avere un gran mercato, purtroppo, in Italia. Come vedete voi questa situazione? Quale pensate possa essere la soluzione?
Dario: Mercato è una gran brutta parola… diciamo che i nostri fumetti trovano un pubblico. Poi se vogliamo parlare di soldi allora è un altro discorso. Chissa’, credo che solo la Kappa e Coconino abbiano una coincidenza di catalogo con quello che facciamo noi.
Antonio: Beh… in realtà non sei tu che fai il mercato. è il mercato che chiede quel tipo di prodotto. Il mercato c’e’. Noi pero’ facciamo altro.

La vostra attività maggiore, in attesa di nuove opere, sembra essere su Blue, con opere di stampo erotico. Per voi rappresentano un ripiegamento rispetto al vostro stile, o apprezzate questa forma di fumetto?
Dario: Su Blue abbiamo pubblicato quasi esclusivamente storie non erotiche, questo grazie alla magnanimità (e follia) di Francesco Coniglio. Su X-Comics invece abbiamo serializzato una serie porno, Vampire$, recentemente uscita in volume. Per noi era interessante in questo caso creare qualcosa di radicalmente diverso da quello che facciamo di solito, sia testi che disegni. Ma “ripiegamento” no. A noi piace il porno, salverà il mondo.
Antonio: Quello che abbiamo pubblicato su Blue non era fumetto erotico. Tuttaltro. Quello è uscito su X-Comix. Ci piace sperimentare, basta che sia importante per noi.

“Ti amo anch’io” è nata secondo il manifesto di Dogma 95 (VEDI SCHEDA): perché questa scelta? Cosa significa per voi questa visione del cinema?
Dario: Dogma95 è stato il movimento cinematografico più importante e radicale degli anni ’90, un Manifesto che si imponeva il rispetto per gli spettatori, l’abolizione dei “trucchetti” da quattro soldi e la centralità della storia narrata. Elementi che come si capisce bene sono importanti – direi nevralgici – anche per il medium del fumetto. Dall’ammirazione alla “messa in pratica” il passo è stato breve. E ci tengo ad aggiungere, con il beneplacito dello stesso Lars Von Trier che ha gentilmente incoraggiato questo nostro “adattamento”. Ovviamente quello che abbiamo fatto non ha avuto – nel mondo del fumetto – neanche lontanamente l’eco che ha avuto il Dogma95 per il cinema.
Antonio: Credo che ci siano più risposte: da una parte, ilmanifesto è un invito aperto a tutti. Non appartiene a questo o a quell’autore, e questo è importante, perché significa essere “inclusivi”, aperti a tutti. Sarebbe stato strano quindi non avvicinarsi al manifesto.

Come avete adattato al fumetto queste regole prettamente tecniche?
Dario: O be’, alcune le abbiamo riprese di pari passo, per altre abbiamo cercato l’equivalenza migliore tra i medium, altre ancora le abbiamo completamente eliminate (per esempio quelle specifiche agli attori o alle location) e sostituite con altre esclusive del fumetto (per esempio l’uso delle didascalie o il baloon con il pensiero dei personaggi – che sono cose francamente ripugnanti, l’altro giorno leggevo un Dylan Dog dove l’ennesima “vittima sacrificale” poche vignette prima di morire PENSAVA! – queste sono minchiatine da lettore analfabeta, chi è il narratore? Dio? Qual è la sua posizione rispetto al lettore e rispetto ai personaggi? Il fumetto italiano per molti versi, soprattutto a livello di scrittura è rimasto all’ottocento…).
Antonio: A questo per fortuna ci ha pensato dario. E’ statoveramente molto bravo.

Ripeterete l’esperienza?
Dario: Lars Von Trier e gli altri registi del Dogma95 hanno fatto un film ciascuno seguendo le celebri “regole”. Un film, una provocazione, una esperienza di cinema. Non vedo perché dovremmo lavorare diversamente! Un fumetto Dogma95 è ok, sarebbe stato meglio meglio se altri fumettisti avessero provato anche loro a farne uno – e questo non è detto che non succeda, in futuro…
Antonio: Non lo so. Non vedo perché no, comunque.

Tra i personaggi delle vostre storie, Valeria ha assunto un ruolo di protagonista, vedendosi dedicare un volumetto solo per lei. Ci parlereste di lei, di come è nata e cosa vi piace del personaggio?
Dario: O mamma mia, la preistoria! A parte gli scherzi, dico così perché per noi autori (anche se mi rendo conto la percezione di un lettore è diversa)… per noi autori dicevo, Valeria – poverina – è proprio morta e sepolta. è nata per caso, in due tavole su Kerosene 1 e lì doveva rimanere, poi se n’e’ uscita, ha vissuto una vita intensa… fino al suo albo. Ho anche una storia più lunga con lei protagonista, ma non credo uscirà mai… è un personaggio che ha esaurito le sue risorse, anche finanziarie! Perche’ questo è chiaro, a noi è piaciuto raccontare le sue storie, e l’abbiamo fatto finche’ ci è “andato”, ma non c’e’ mai stato nessun ritorno economico, quindi come dire, è mancato un certo stimolo. A un certo punto pero’ Andrea Plazzi voleva farne un volume con Puntozero, e chissa’, magari sarebbe successo qualcosa, ma Puntozero ha chiuso (sigh).
Antonio: Femminile, introversa, sensibile. Mi sembra un personaggio che pone tutto su un piano personale. Questo mi piace molto.

Kerosene è stata una esperienza importante per entrambi, purtroppo finita. Che ricordi ne conserverete?
Dario: Kerosene è stato un lungo sogno, un campo di battaglia, tante amicizie, qualche inimicizia, ed una esperienza importante sotto molti punti di vista. A riguardare oggi i primissimi numeri sembra incredibile, eravamo sbarcati da Marte, eravamo avanti di anni. La riguardo e dico “cazzo, se mi capitasse di incontrare oggi una rivista così ne sarei folgorato”, ma non c’e’. Forse non eravamo avanti di anni, forse eravamo proprio sbarcati da Marte, e lì ce ne siamo tornati.
Antonio: Iniziamo da Kerosene come “movimento” di persone. Il ricordo che ne conservo è assoluto. Come credo per gli altri. Kerosene ha fatto cose semplici ma importanti, che non avrei mai immaginato. La sensazione è che tutto accadesse per necessità e si svolgesse di conseguenza.

Cosa voleva essere questa rivista, cosa è stata e cosa non è riuscita ad essere?
Dario: Be’, non è che abbiamo pianificato nulla. All’inizio abbiamo messo assieme un po’ di amici, altri ce li siamo fatti per strada e poi, bang!, ecco il numero zero di Kerosene. E nessuno di noi era mai stato in una fiera del fumetto, ci siamo andati dopo. C’era questo progetto molto “flessibile” di un universo narrativo con diversi personaggi. Ma in realtà ci siamo trovati a pubblicare i lavori di geni totali, come Enrico D’Elia, ma anche Marco Raparelli, Emiliano Granatelli o Federico Pietrella. Tutti “scomparsi” come Valeria dal panorama del fumetto, non a caso: inconciliabili. Forse all’estero avremmo avuto qualche riconoscimento, ma qui… Siamo stati probabilmente un punto nodale nella storia del fumetto indipendente in Italia, alla fine degli anni ’90. Poi è terminato un ciclo, c’e’ stata una diaspora di autori, attorno al numero 4… abbiamo cambiato formula, redazione aperta, tre collettivi al lavoro, quaranta persone coinvolte… e una rivista antologia che guardava alle esperienze canadesi, inglesi, slovene, francesi. Ma a quel punto vendevamo molto meno… il lettore era meno coinvolto, eravamo più freddi.
Antonio: Che è una delle manifestazioni di kerosene/il gruppo: voleva essere un mezzo di espressione per dei giovani autori, e lo è stata; è stata anche un conduttore di fertilità creativa per tutti quelli che l’hanno incontrata, in Italia e fuori. Penso a Sandro Staffa e ad Altervox. A Fabrice Neaud, ad Alexander Zograf, a Federico Petrella, Enrico D’Elia, Mara Aghem, Maurizio Ribichini, che non c’ha mai pubblicato sopra eppure ne ha fatte di cose con noi. I nomi sono tanti. Come esperienza, non è riuscita ad essere durevole per più di tre anni. Eppure qualcosa è rimasto.

Forse è un argomento delicato, ma cosa ha portato alla sua chiusura, e perché ritenete sia difficile per una rivista del genere sopravvivere in Italia?
Dario: Abbiamo chiuso per tanti motivi, ma se ti dovessi dire… Kerosene non ha mai guadagnato un soldo, ne’ prima ne’ dopo, e quando anche la gloria scarseggia dopo un po’ ti chiedi chi te lo fa fare. Quattro anni a vivere da borderline, in questo sistema… è dura… senza soldi, senza riconoscimenti, con le sirene di Ulisse che ti tirano da tutte le parti. Mettiamola cosi’: avremmo pure potuto continuare… ci siamo sciolti, come un gruppo musicale. Rispetto alla sopravvivenza… ho una teoria. Per una rivista come Kerosene la sopravvivenza è possibile solo attraverso la lungimiranza e la “follia” di un editore appassionato. Altrimenti, banchetto e pedalare. E dopo un po’ pero’ non ci riesci più a pedalare… sono i tempi della vita a essere stretti. C’e’ spazio invece se la rivista non è tutta l’attivita’, se è parte di un “tutto” più grande. Se uno organizza mostre, magari riesce ad avere qualche entratura istituzionale, qualche sponsorizzazione. Allora se la rivista ha la funzione di supporto cartaceo per una attività associativa, penso al Centro Fumetto di Cremona, a Viva Comix di Pordenone, a Mirada a Ravenna… allora forse la si può far uscire senza rimetterci troppo.
Antonio: Ha chiuso perché è cessato il movimento. Abbiamo iniziato in sette. Non so quanti fossimo a un certo punto, so solo che facevo fatica a conoscere tutti, e che non controllavamo affatto la cosa. Non che volessimo. Poi è finito d’improvviso. La rivista ha chiuso un anno dopo. Il perché è perfettamente naturale: tutti avevamo altro da fare. Tre anni è stato un tempo giusto. Mi sembra più difficile capire come ha fatto a nascere. No?

“Combustibile per la mente”, recitava il sottotitolo di Kerosene. Ce n’e’ ancora molto bisogno, direi! Dove trovarne un poco adesso? Quali consigli dareste per i lettori “orfani” di Kerosene?
Dario: C’e’ bisogno di “combustibile”, si’, senza dubbio. Non sentitevi orfani, disegnate, scrivete, autoproducetevi i lavori. Si chiama libertà di espressione. Rubate i soldi, e autoproducetevi. Fate banchetti, mettetevi in relazione con altri, organizzate piccoli eventi, festival in piccola scala. Fin dove si può arrivare, arrivate. è la resistenza culturale, se non la facciamo noi, se non la fate voi, chi la fa?
Antonio: Kerosene è stato un vero movimento dal basso. La parola d’ordine era: autoproduzione. Autorealizzazione. Autoliberazione. Tutti siamo autori. Tutti possiamo fare qualcosa che ci esprima. Ai lettori consiglierei di “fare”. Noi ci siamo sempre. Chi vuole può mandare lavori a me o a Dario. Disegni, lettere, mail. Questo è il combustibile: fare, chiamarsi, un’idea piccola.

Appoggiamo in pieno il messaggio dei due autori. Buttiamo benzina sul fuoco del pensiero e della cultura!

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