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Hellboy: Il verme conquistatore

Hellboy: Il verme conquistatore - immagine1-1127Dopo due anni di attesa riusciamo finalmente a leggere questo capitolo di Hellboy. Anche questa volta Mignola fa tutto da solo, suoi sia i testi che i disegni. Anzi, in un certo senso, siamo di fronte alla storia che libererà il personaggio dal suo padre padrone, dando la possibilità ad altri di scriverne e disegnarne.
Ed è proprio questo l’aspetto su cui ci si deve focalizzare.

La storia parte in modo abbastanza collaudato: c’e’ un prologo che, partendo dalla seconda guerra mondiale, da il via a tutti gli avvenimenti salienti. Peccato che di veramente saliente ci sia poco, col risultato di ottenere una sceneggiatura meno solida di altre (soprattutto quelle delle storie brevi, dove Mignola da il meglio di se’).
La trama ripercorre un po’ i soliti motivi: nazisti, Rasputin, tematiche lovecraftiane più o meno blande, extraterrestri, ed abbandona quel recupero di leggende popolari che aveva reso Hellboy uno dei più interessanti fumetti horror degli ultimi dieci anni.
Ma tutto cio’ poco importa perché l’intero racconto deve solo condurre alle ultime pagine in cui l’autore si disfa, o vorrebbe disfarsi, di tutti i personaggi. Esce di scena definitivamente quell’Herman von Klemp su cui si erano appoggiate le precedenti storie lunghe, ed esce di scena anche sua nipote (forse a volersi precludere eventuali ritorni su tematiche ormai stantie?), ed ancora viene distrutto il castello e cio’ che conteneva. Sino ad arrivare al taglio finale in cui il gigante rosso si dimette dal BPRD (Bureau for Paranormal Research and Defense). A tal proposito è sintomatico il dialogo finale con Kate: un po’ come dire che d’ora in poi il BPRD dovrà fare davvero a meno di lui.
Anche Rasputin sembra archiviato, con una tecnica usata già ne Una Scatola Piena di Malvagita’. Mignola costruisce addirittura tutto l’epilogo per ottenere quest’unico risultato, solo che proprio l’epilogo sembra la parte più raffazzonata, con l’entrata in scena di quasi tutti i personaggi paranormali della saga (mancano solo i tre de Il Cadavere). Oltre a mandare fuori scena Rasputin, l’epilogo sembra anche avere lo scopo di rassicurare i lettori: Hellboy incontrerà ancora Ecate e Baba Yaga.
Un altro personaggio definitivamente archiviato è Lobster Jhonson, che muore dopo essere apparso solamente in un’altra brevissima (ed inutile) storia (“L’Assassino nel Mio Cervello”). In realtà non si capisce l’utilità di questo personaggio (piattissimo); nella saga era già presente un supereroe, Torch of Liberty, quello da cui Hellboy dice di aver preso la pistola nel Seme della Distruzione, tanto per capirci. Un suo ritorno sarebbe stato se non altro più organico visto che, sempre nel Seme della Distruzione si citava chiaramente un suo intervento nella guerra contro i nazisti. Restava da risolvere la questione dei diritti, essendo questo personaggio un copyright di Byrne (coautore della storia in questione): molto probabilmente Mignola si è trovato costretto a ripiegare su Lobster Jhonson. ma cio’ non cambia l’effetto finale della scelta.
Discorso a se stante merita Roger l’Homunculus. Questa è la storia della sua definitiva consacrazione/redenzione, ed è anche grazie a lui che scopriamo l’anima “schiavizzatrice” del BPRD: è appunto questo atteggiamento che spingerà definitivamente Hellboy verso la sua sofferta decisione.

Sui disegni non è il caso di dilungarsi troppo. E’ il solito Mignola. Certo a qualcuno i suoi disegni “tagliati e spigolosi” possono non piacere, ma resta un grande disegnatore, e qui continua a dimostrarlo. Aggiungo che il suo stile si adatta alle atmosfere “pseudo-gotiche” di Hellboy ancora di più che ad altri personaggi. Il gioco luci-ombre viene poi accentuato dalla colorazione, sempre all’altezza dell’atmosfera generale. A tal proposito risultano interessanti le note apposte sugli scketch allegati alla storia: Mignola definisce, ovviamente, ogni colore, ma tali colori, a volte, sono “modificati” dall’illuminazione, fino a renderli irriconoscibili.

In definitiva una storia godibile e necessaria per il piano generale dell’opera, anche se certamente non tra le più riuscite.

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