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Superanarchique – Envoyer a’ Paris

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Superanarchique - Envoyer a' Paris - immagine1-1086Chi era a Lucca nell’autunno del 2003, durante la annuale fiera del fumetto, camminando per il palazzetto dello sport – luogo tradizionalmente riservato, a volte in maniera piuttosto arbitraria, agli editori -, difficilmente riusciva ad evitare e ad ignorare un ragazzo alto, giubbotto di pelle nera, occhiali da sole, talmente sorridente da incutere diffidenza (diciamocelo, chi più sorride tanto direttamente a degli sconosciuti, se non cerca di truffarli?). Il ragazzo teneva ben alto un volume a fumetti, e cercava di farlo vedere a quanta più gente possibile. Questo personaggio, degno quasi egli stesso di un fumetto, altri non era che, Maurizio Manfredi (figlio illegittimo di , come si autodefinisce, certamente più per ammirazione che per vanagloria), e quella che stava cercando di diffondere non era certo una truffa, ma la sua opera.

Aperto dalle parole di Francesco Messina, e chiuso da quelle di Camus, Superanarchique è un parto chiaramente influenzato da cotanto nonno paterno, nel tratto e nello spirito, nella tendenza a divagare dal racconto mai in maniera inutile. Parentela, quella annunciata con Pazienza, che Manfredi sfoggia senza esasperare una somiglianza ispirata, ma cercando anzi di variare il proprio tratto per renderla caratteristica e personale.

Eroe sui generis, Giuseppe il Superanachico (senza francesizzazione) è un uomo con poche qualità esprimibili, al di fuori dei suoi superpoteri: ingenuo e disincantato ma probabilmente più menefreghista, annoiato dalla vita, mediocre in tutto. Eppure stranamente e umanamente vivo, coscienziosamente superiore alla folla, ma ugualmente incapace e troppo indolente per elevarsene; testimone ma anche specchio, incarnazione dei nostri infiniti difetti.
Il trasferimento per lavoro in una Parigi (Paris!) nel pieno di una fervente campagna elettorale, della quale non può fregargliene di meno, sarà l’occasione per un incontro a sorpresa con Carole, vecchia e indimenticata fiamma, per un ritorno dell’amore per lui, single nostalgico. Apparentemente, la riscoperta di un sentimento sopito, in realtà l’ennesima manifestazione della sua solitudine.

La fortuna è un attimo…
…la vita è tutto il resto.

Vita lasciva, ed un po’ puttana, come evidenziato dal disegno che si sofferma spesso nel rappresentare le metafore della storia. La stessa Carole, vero e proprio “…orizzonte mentale della sua solitudine…”, non è destinata certo ad un miglior destino del nostro supereroe.

Giuseppe ora è solo, e lo sa.
Carole è sola ma non lo sa.

Tra queste pagine ridanciane, tra i volti ed i paesaggi di una città presa poco sul serio, eppure velate di un tono delicato ed intimo anche nei momenti più smaccatamente umoristici, l’autore introduce i suoi pensieri, i suoi ricordi e le sue impressioni, la sua disillusione che non possiamo non immaginare spazzata solitamente via dal suo sorriso tra la folla e dalla sua matita che, se incede e si diverte con un tratto comico e caricaturale, sa pure esaltarsi nell’incontro con altri stili ed altri registri.
Emerge chiaramente e colpisce, vignetta dopo vignetta, la volontà ed il bisogno di Manfredi di comunicare con il lettore. Ci è facile immaginarlo condividere, pur se privo dei superpoteri del suo personaggi e dei suoi occhiali a raggi x che “per un curioso ed inusuale effetto placebo svolgono il loro improbabile compito alla perfezione”, i pensieri del suo personaggio.

Qualche volta si sente preso in giro: l’unico che cerca ancora quell’isola che non c’e’

L’eterna condanna dell’artista, aggiungiamo noi.

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