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“009 Re: Cyborg”: Kenji Kamiyama a confronto con il classico di Shotaro Ishinomori

Non è mai semplice rapportarsi, da adulti, a qualcosa che molto fortemente ha segnato la propria infanzia, e devo riconoscere che i Cyborg 009 sono sempre rimasti nel mio immaginario come una delle serie più significative. Avrei dovuto aspettare di essere adulta per comprenderne il perché.

Ma l’interessante operazione di Kenji Kamiyama non è stato solo un tuffo nel passato, ma anche un modo per ritrovare i nostri supereroi oggi: gli anni della loro quiescenza infatti, li hanno visti prendere la propria strada.

Jet è entrato nella NSA, ed è alle prese con una serie di attentati suicidi; Pyunma tornato in Africa ha condotto degli scavi trovando i resti di una creatura aliena, Françoise vive col piccolo 001 e un professor Gilmore sempre più vecchio. La memoria di Joe viene regolarmente cancellata per proteggere lui e il progetto, e il ragazzo vive in un eterno presente adolescenziale costretto, come tutti gli immortali e i vampiri, a ripetere le stanche repliche dei suoi giorni.

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Fino a quando non sente la Sua Voce.

Una delle tematiche più care al linguaggio dei Cyborg, il rinnovamento palingenetico attraverso la distruzione, viene qui riproposto per mano dell’uomo guidato da una volontà in apparenza superiore, e i Cyborg sono chiamati nuovamente a combatterla.

Si ritrovano vecchie amicizie e mai sopiti amori, e la passione (e la fisicità -finalmente, verrebbe da dire) tra 009 e 003 si riaccende la primo sguardo.

I ragazzi sono cresciuti, anche se il loro fisico non invecchia, sono uomini in corpi efebici, ma vivono consapevoli del tempo che è passato. È forse proprio in questo che si gioca la linea più difficile dell’interpretazione del lungometraggio, quella tra la ricerca, il richiamo a valori massimalisti e la consapevolezza di essere in qualche modo fuori tempo.

Il linguaggio di certi anime rimane estremamente lontano dagli archetipi occidentali, e sebbene molti elementi siano presi dalla nostra tradizione culturale, è indubbio che i modelli culturali sono in un luogo differente e forse difficilmente decifrabile agli occhi nostri.

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Ci sono modi e città che vengono ricostruite, citate, ma come un omaggio a qualcosa di straniero: l’irreale Venezia che fa da sfondo alle ultime scene ha lo spessore di una quinta, è un giocattolo come le sue ricostruzioni americane; il mondo intero, la vita, è altrove, spazzata via dall’atomica che trasforma Joe, per un attimo, nell’ultimo uomo sulla terra.

La visione di questo film spiazza, provoca un senso di straniamento: le nostre mappe mentali sono completamente azzerate, tutto è assoluto e disperato, tutto è sospeso e surreale.O forse, semplicemente, altro.

L’asciuttezza dell’impatto emotivo è accompagnato da un tratto lucido ed essenziale, che rielabora e rinnova, senza troppo stravolgerle, le fisionomie dei nove Supermagnifici, eccezion fatta per 002 che perde molti dei suoi tratti caratteristici – a partire dal naso – per assumere invece elementi di matrice gundamiana, che si accentuano nella battaglia nello spazio.

I vecchi fan ritroveranno per un attimo le vecchie divise rosse coi bottoni dorati e il lungo foulard giallo. Più per citazionismo che per reale necessità. E il richiamo costante a una ottica di sacrificio, all’accettazione cristologica di essere terra di mezzo: tra il Vecchio e il Nuovo testamento l’uomo è annientato da se stesso, e la speranza, forse, è negli occhi di una bambina.

 

009 Re: Cyborg è un film di animazione diretto da Kenji Kamiyama, anche autore della sceneggiatura, e basato sul celebre manga di .  La pellicola è stata prodotta da Hiroaki Matsuura, Mitsuhisa Ishikawa e Tomohiko Ishii.

1 Commento

  1. “l’accettazione cristologica” ahaha ne vedo tutta la negatività come in tanti cartoni giapponesi che ci propinavano quando eravamo piccoli.
    Quando vedrò il film saprò quanto cristo c’hanno messo

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