Interviste

Anemie e fumetti: intervista a Gianni Barbieri

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Anemie e fumetti: intervista a Gianni Barbieri - immagine1-887Perche’ “L’Anemico”?
L’anemico precede la mia attività di sceneggiatore. Ti spiego com’e’ andata: giravo per le fiere con le mie storie a fumetti sottobraccio, collezionando un’impressionante serie di pesci in faccia. Ero depresso e frustrato. Mi sembrava che l’unico modo con cui potessi relazionarmi con il mondo del fumetto fosse da consumatore. Scrissi così un pezzo su Dylan Dog, lo firmai l’anemico e lo spedii a Fumo di China. Se davvero il mio scritto valeva qualcosa, allora lo avrebbero pubblicato nonostante l’anonimato. Era una specie di scommessa con me stesso per capire se valevo qualcosa. Il pezzo fu pubblicato e così conobbi Toninelli, allora direttore della rivista. è colpa sua se sono diventato uno sceneggiatore.

Cosa rappresenta questo tuo “doppio”?
L’Anemico non è un paravento, anche perché la mia vera identità non è un mistero. Semplicemente, è diventato un nome che alcuni appassionati ricordano e mi dispiacerebbe abbandonarlo. “Gestire” l’Anemico è diventato particolarmente difficile nel momento in cui ho iniziato a scrivere per il fumetto popolare. Se avessi recensito un albo della concorrenza, il pubblico avrebbe avuto legittimi dubbi sulla mia imparzialita’. Così mi sono occupato di fumetto americano o di argomenti non strettamente legati al fumetto popolare italiano. Quando ho smesso di lavorare per gli albi Star, ho ripreso ad occuparmi anche di Bonelli.

Come hai iniziato a seguire il fumetto?
Attraverso Topolino, a cui mio cugino era abbonato, e Aste’rix, lettura preferita dei miei fratelli maggiori. Praticamente, ho imparato a leggere attraverso i fumetti. è stato un imprinting da cui non mi liberero’ mai, temo.

Quali titoli ti hanno ispirato la tua passione, quali l’hanno coltivata?
I miei fratelli maggiori compravano Il Giornalino, e io andavo matto per Pinky. I primi fumetti che ho comprato, pero’, sono stati Zagor e l’Uomo Ragno. I personaggi tridimensionali di Stan Lee e John Romita, assieme alle avventure horror, fantascientifiche o semplicemente bizzarre di Nolitta e Ferri, hanno influenzato profondamente il mio modo d’intendere i fumetti.

Quali sono gli autori che prediligevi inizialmente e quali quelli attuali?
Oltre a quelli citati, direi Jack Kirby e la coppia Magnus-Bunker su Alan Ford. Poi, nell’adolescenza, Moebius, Pazienza e i francesi di Me’tal Hurlant. Nella maturita’, Alan Moore, Hayao Miyazaki, Daniel Clowes. Fra gli italiani di oggi, alla sceneggiatura Tiziano Sclavi, Michele Medda e Tito Faraci; al disegno Maurizio Rosenzweig, Andrea Accardi e Majo; autori completi Paolo Bacilieri e Leo Ortolani.

Ti occupi di fumetto come recensore, sei stato sceneggiatore per albi popolari, hai lavorato con Gianluca Costantini su progetti sperimentali (il vostro “Macchina Suprema” è anche un cortometraggio in Macromedia Flash che ha partecipato a una rassegna al Beaubourg di Parigi), hai collaborato con Giardino e per Studio Pleiadi hai progettato cd-rom e scritto campagne di comunicazione… ti ritieni un eclettico?
Sono stato fortunato ad aver incontrato persone che mi hanno coinvolto in tanti progetti. Tendenzialmente diffido degli eclettici, perché saper fare tante cose a volte significa non saperne fare bene neanche una. Forse vale anche per me. Anche Ed Wood scriveva, produceva, dirigeva e interpretava i suoi film… a volte mi identifico con lui.

In che modo hai iniziato a produrre? Qual è stata la molla che ti ha fatto dire “da grande faro’ lo sceneggiatore”?
Ho sempre desiderato fare fumetti e ho realizzato i miei primi albi alle elementari. Inizialmente, disegnavo anche e la passione mi è rimasta. Il lavoro di sceneggiatore è stato un ripiego, perché come disegnatore non sono molto bravo. La cosa più difficile da imparare è conoscere i propri limiti. Rinunciare al disegno non è stato per niente facile, ma oggi non mi pento di averlo fatto. Se ho iniziato a lavorare professionalmente la colpa è di Marcello Toninelli. Fu lui, avendo letto alcuni miei scritti, a segnalarmi alla redazione di Intrepido, che mi contatto’. Senza alcuna esperienza e del tutto inaspettatamente, iniziai a sceneggiare. Non ho imparato molto da quell’esperienza, ma da lì è iniziato tutto.

Nel 1995 inizia la tua collaborazione con Ade Capone su Lazarus Ledd. Come hai conosciuto Ade, e che esperienza è stata quella sul suo personaggio?
Lavorando per Intrepido conobbi il bravo -per quanto pigro- Fabio Pezzi, disegnatore del gruppo di Brescia. Mi consiglio’ lui di sottoporre i miei lavori ad Ade, che stava allora mettendo insieme lo staff di Lazarus Ledd. Ade apprezzo’ le mie idee, ma passo’ un anno intero di “tirocinio” prima che un mio soggetto fosse approvato. Come tutti i mestieri, s’impara facendo.
Lazarus è un eroe, mentre io preferisco personaggi più ambigui. Nelle mie storie ho cercato di inserirli come comprimari e antagonisti, così da divertirmi e dare profondità al racconto.

Visto il successo di Lazarus Ledd, la Star incarica te e Marco Abate di creare un nuovo personaggio con cui cercare di bissare. Nasce così Samuel Sand. Parlaci di vita, morte e miracoli di un personaggio “morto”.
Hammer aveva appena chiuso, lasciando un grande vuoto. La Star voleva comunque una testata a fianco di Larry e diede l’incarico ad Ade di metterla insieme con uno staff di sua fiducia. Samuel è dunque il frutto del lavoro di tutti e tre: io, Marco ed Ade. Fu un’esperienza impegnativa, ma all’ottavo numero cominciai a “sentire” davvero i personaggi. Peccato che le scarse vendite abbiano interrotto la serie con il settimo episodio!

A proposito di Samuel Sand: è vero che un personaggio finisce sempre con l’assomigliare al suo autore? Cosa c’e’ in lui di tuo?
La pigrizia, l’umorismo e la testardaggine.

La collaborazione con Giardino: com’e’ nata? Come mai è stato un caso isolato?
Conobbi Giardino all’inizio degli anni Novanta, quando mi qualificai a un concorso di scrittura indetto da La Repubblica. I racconti finalisti furono realizzati a fumetti da Giardino, Baldazzini, Bonvi e Panebarco. All’inaugurazione della mostra che esponeva le tavole realizzate conobbi Giardino, con cui rimasi piacevolmente in contatto. Fu lui a chiamarmi nel 1996: voleva realizzare un fumetto umoristico, una soap opera. A quattro mani scrivemmo Eva Miranda, che lui poi disegno’ e che ha recentemente finito di colorare. Per varie vicissitudini è ancora inedito, ma l’anno prossimo spero che finalmente possa vedere la luce in Francia e Italia. Se sarà messo in cantiere il secondo e ultimo volume, torneremo a collaborare.

Come ti è sembrato il volume che Repubblica ha dedicato a Giardino?
Stupendo. Il formato sacrifica le tavole di Giardino, ma finalmente le sue splendide storie sono arrivate al grande pubblico. Vedremo alla lunga distanza con quali risultati.

Con Riccardo Crosa hai lavorato anche su una miniserie chiamata Frusco il Feligno e che è servita a spiegare il riciclo del legno nelle scuole. Che risposta c’e’ stata dai lettori e dalle scuole rispetto a questa iniziativa?
Dunque, nell’ambito della sua attivita’, Studio Pleiadi cura la comunicazione di Rilegno, uno dei consorzi del Conai. Volevamo che Rilegno entrasse nelle scuole per fare educazione ambientale, e ci è venuto in mente di farlo anche attraverso i fumetti. Abbiamo contattato una serie di autori e autrici secondo noi validi e alla fine l’ha spuntata Riccardo. Frusco il Feligno è tutta farina del suo sacco: noi diamo solo le linee-guida degli argomenti da trattare nelle storie. Frusco è molto popolare fra i bambini, che divorano i suoi albi. Ora vorremmo raccoglierli in volumi, che potrebbero raggiungere anche le librerie specializzate di fumetti. Tenete d’occhio gli scaffali.

Anemie e fumetti: intervista a Gianni Barbieri - immagine2-887Come mai per tanto tempo sei sparito”dal giro”?
Quando ho smesso di scrivere stabilmente Lazarus, nel 2000, ho accettato di lavorare a tempo pieno per un’agenzia di comunicazione integrata con cui collaboravo già da alcuni anni. Il tempo da dedicare ai fumetti è drasticamente calato, così ho dovuto diradare gli impegni. Ma il fumetto è nel mio DNA e non ho mai smesso ne’ di leggerlo ne’ di frequentarlo, anche attraverso scuole e corsi.

Su che cosa stai lavorando attualmente?
Ho appena finito una sceneggiatura di 64 pagine per la Provincia di Ravenna, un “giallo museale” che sarà disegnato da Riccardo Crosa e che uscirà la prossima primavera. Collaboro con Giuseppe Zironi su un interessante progetto da proporre in Francia e mi sto muovendo su diversi fronti, italiani ed esteri, per tornare a vivere di fumetti.

Non è possibile vivere di fumetti, o non lo è stato per te – come del resto per moltissimi altri – e ora è arrivato il momento di ritentare? Se è così cos’e’ cambiato in questi anni, per cui ti senti di ributtarti?
Dopo la chiusura di Samuel Sand, riprendere a scrivere qualche numero di Lazarus è stato per me difficile. Un po’ come tornare indietro. Era una cosa che avevo già fatto, non avevo grosso stimoli a ripeterla. Così ho bussato alle porte di Bonelli, che pero’ mi ha risposto “occupato!”. Dall’altra parte, Studio Pleiadi mi offriva opportunità interessanti, che ho accettato. Con il tempo, i fumetti hanno iniziato a mancarmi. Ho sentito il bisogno di tornare ad occuparmene, assieme ad altri autori che avevo conosciuto e che stimo. Trovo molto stimolante il lavoro in coppia o in gruppo: permette di vedere le cose con obiettività e di avere un continuo scambio d’idee. Ecco, sto riprovando a vivere di fumetti, ma non so se ci riusciro’. L’unica condizione che mi sono posto è di divertirmi. Su questo non scendo a compromessi.

Ci sono autori che attraverso il fumetto cercano di far passare alcuni messaggi sociali importanti. Enoch, per esempio, nei suoi fumetti dichiara sempre apertamente il suo no alla guerra e invita i lettori al rispetto e alla tolleranza. Quando scrivi, ci sono messaggi che desideri comunicare al lettore in ogni modo?
Non sono programmatico come Enoch nelle mie storie. Non mi sento investito da responsabilità particolari, ne’ penso di poter insegnare qualcosa a chicchessia. L’unico tema portante che accomuna tutte le mie storie e’, se vuoi, l’invito a diffidare di tutto, perché niente è vero “a prescindere”. Vorrei che le mie storie spingessero il pubblico a non lasciarsi pilotare, a decidere in autonomia cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male. Ecco perché sono allergico ai personaggi tutti d’un pezzo e alle prese di posizione nette e senza ombre. Anche la persona più retta di questo mondo getta un’ombra a terra. Anche la donna più bella del mondo, vista da vicino, può avere i brufoli. Le semplificazioni m’infastidiscono.

Che situazione pensi stia vivendo il fumetto italiano?
Nell’ultimo anno sto vedendo segni incoraggianti. Dopo il successo di Witch, di Rat-Man e ora di Monster Allergy, le nuove generazioni si stanno riavvicinando al fumetto italiano. Bonelli sta preparando progetti d’autore che non sono le tradizionali serie mensili a protagonista fisso e Panini affida una storia dell’Uomo Ragno a Faraci e Cavazzano. I piccoli editori si moltiplicano, spesso offrendo pubblicazioni di ottimo livello. Sempre più autori italiani collaborano stabilmente con editori stranieri. Vedere Jim Lee disegnare a fianco di Camuncoli a Lucca è un segno dei tempi: grazie anche a Internet, le frontiere si stanno sgretolando e i grossi editori decidono di investire sugli autori, non sulle properties. Sono convinto che il mercato del fumetto tenda inesorabilmente a restringersi, ma mi sembra finalmente che gli operatori del settore stiano prendendo le decisioni giuste.

A proposito di Lucca Comics 2003: come ti è sembrato? Pro e contro?
e’ stata una Lucca eccezionale sotto molti punti di vista. Un ritorno del grande pubblico (52.000 presenze in tre giorni!) che l’organizzazione non è riuscita a gestire, con grave danno per tutti, ma anche tante proposte editoriali di qualita’. Quello che più mi ha sorpreso è stato il ritorno delle famiglie, segno che il fumetto è tornato a parlare ai bambini. Insomma, molti segnali positivi. La sede del Salone ha mostrato tutta la sua inadeguatezza: mi auguro sinceramente che il successo di questa edizione spinga a far meglio e non a riposare sugli allori.

In che cosa è diversa la manifestazione di Lucca dalle altre manifestazioni, soprattutto quelle che si svolgono all’estero? (vedi Angouleme)
Angouleme è diversa da qualunque altra fiera. è una città che, per la durata del salone, apre le sue porte al fumetto e lo vive al 100%. è una grande festa del fumetto, a cui partecipano tutte le fasce d’eta’. è un business, ma l’aspetto commerciale non prevale su tutto il resto (ad esempio, gli ingressi sono gratuiti). La Lucca che ho amato di più è stata quella gestita da Luca Boschi. Il suo coraggioso tentativo di sprovincializzarla e di darle spessore e respiro internazionale non ha ancora trovato, secondo me, eredi validi.

E’ possibile che l’incremento esponenziale delle consolle tipo Playstation abbiano contribuito al riavvicinarsi del giovane pubblico al fumetto?
No. I fumetti tratti dai videogiochi non hanno grande successo, a parte pochissime eccezioni. Sono due media completamente diversi, che danno emozioni diverse. Magari condividono un’estetica, un’idea narrativa o un personaggio, ma mi sembra troppo poco perché possano influenzarsi a vicenda.

Cosa pensi della critica fumettistica in Italia?
Non esiste. Quello che facciamo è volontariato. Ci sono “firme” storiche, è vero, ma credo si tratti di volontariato illustre. Si parla di fumetti nelle riviste specializzate di fumetti: la critica è autoreferenziale, ergo non è critica. Quando la stampa non specializzata si occuperà con continuità e serietà di letteratura disegnata, allora forse avremo una critica. Ti faccio un esempio: molte volte mi sono occupato di temi generali e di aspetti del fumetto come linguaggio, ma le uniche volte che qualcuno si è preso la briga di rispondermi o di dare seguito al dibattito è stato quando ho bocciato un paio di pubblicazioni. Del linguaggio del fumetto non frega un cazzo a nessuno, nemmeno agli operatori del settore. Gli addetti ai lavori sfogliano Fumo di China come se fosse una rivista di gossip, per vedere di chi si parla male. è sconfortante.

Durante il particolare e bizzarro esperimento che è stata la promozione de La Dottrina, tu fosti uno dei primi ad essere chiamato in causa e fatto partecipe del gioco. Cosa pensi di tutta quella iniziativa?
La cosa che più mi ha colpito di tutta la promozione messa in piedi per La Dottrina è lo sforzo profuso. Davvero, tanto tempo, tanti brillanti cervelli e tante parole per promuovere un’opera a fumetti dalle tirature infinitesimali rispetto ai grossi giri dell’editoria. Qualunque agenzia pubblicitaria avrebbe rifiutato. Ma qui si è voluta fare un’azione dimostrativa e proprio perché tale svuotata dei suoi obiettivi commerciali. Mettere in piedi questo circo telematico per vendere 100 copie in più o giu’ di lì è infatti quanto di più lontano dalle logiche di marketing. Ma penso che questa azione dimostrativa abbia fatto capire alcune cose importanti.
Primo, che l’informazione nel mondo del fumetto italiano ha la stessa credibilità del pettegolezzo da portinaie. Mi ci metto dentro per primo, dato che -diversamente da quanto riportato- non solo non sono giornalista, ma neanche pubblicista. L’attività critica da me svolta è semplice volontariato. I veri giornalisti del settore non hanno affatto propagato il primo e unico comunicato anemico, in assenza di fonti certe e verificabili, questo va detto. Tuttavia, il pettegolezzo è più forte dei comunicati stampa, soprattutto nel mondo ristretto del fumetto italiano.
E qui veniamo al secondo punto. Tutta la faccenda de La Dottrina ha dimostrato un’altra cosa. Che si può scherzare con i fanti, ma lascia stare i fumettisti. L’ondata d’indignazione, di prese di posizione e di polemica nata in seguito è stato l’unico segno di vita di un comicdom ormai indifferente a tutto.
Bella roba, mi viene da dire. Sono tutti così occupati a parlarsi male a vicenda e a paventare la fine del fumetto che l’unica reazione di cui sono in grado è l’incazzatura quando si sentono presi in giro o messi in disparte. Al di là di tutto, dopo conferenze sonnacchiose, dibattiti sul sesso degli angeli e se Mazinga è di destra o di sinistra, l’affaire de La Dottrina è stato dannatamente divertente. Anche per me, che sono stato buggerato e ampiamente sputtanato. Ma chi se ne frega. In fondo, sono solo fumetti.

Oramai gran parte delle informazioni sul mondo del fumetto viaggiano sul web. Cosa pensi di questo nuovo spazio, capace di raggiungere un maggior numero di persone in minor tempo e minor costo? Come giudichi la qualità media dei siti italiani sui fumetti?
A costo di essere banale, ti dico che il web è fantastico e offre opportunità straordinarie per farsi conoscere ed esprimersi. I siti italiani sui fumetti mi sembrano di buona qualita’, sia quelli nati dagli appassionati sia quelli commerciali. Penso pero’ che stiamo solo scalfendo la superficie delle enormi potenzialità del mezzo.

Intervista rilasciata via email – Novembre 2003
A cura di: Ilaria Mauric – Ettore Gabrielli

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