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Edicola: la maledetta abitudine

In Italia esistono circa 30.000 edicole (1) , che costituiscono la più capillare e impegnativa rete di distribuzione di materiale editoriale (2) . Sono in ogni paesino, in quasi tutte le stazioni ferroviarie, negli aeroporti. Perfino dentro gli alberghi (certo non in tutti: ne ho presente almeno uno a Roma.).
Edicola: la maledetta abitudine - fotoRaggiungere un’edicola è generalmente semplice e fattibile con una passeggiata. Per la mia generazione, era uno dei primi luoghi dove i genitori ci portavano e poi ci concedevano di andare da soli. Con qualche soldo in tasca. E lì, stavamo ad ammirare meraviglie. Le copertine multicolori allineate; Topolino (ai tempi era pubblicato da Mondadori), Comandante Mark, Tex, Zagor e tutti i Bonelli, i supereroi Corno (ah, gli X-Men in coda a Capitan America). E poi Linus, Metal Hurlant, Eura. E via via, a segnare la vita nostra e di tante case editrici e testate.

L’edicola è l’abitudine, il gesto periodico di uscire di casa, scorrere gli scaffali in cerca dell’ultima uscita; il coraggio di chiedere all’edicolante di tenerci da parte una copia delle nostre testate.
Non sempre l’edicolante condivideva la nostra passione (quella della condivisione è una scoperta che avremmo fatto frequentando fumetterie, ma questa è un’altra storia), ma era un buon commerciante e, quando arrivavano le spedizioni, aveva cura di mettere da parte la nostra copia, anche perché, di certe testate in edicola arriva una e una sola copia; esempio attuale: I Tesori Disney, di cui, per pigrizia, alla mia edicola persi il primo volume dedicato ad Atomino Bip-Bip (3) .
A dir la verità, Edicola: la maledetta abitudine - topolino_atominoesistevano edicolanti un po’ speciali: invece di restituire l’invenduto, ne tenevano qualcosa in negozio. Ricordo un’edicola-tabacchi di Montecatini Terme, dove, ai tempi delle elementari, in una scaffalatura di fronte al bancone, trovavo vecchi numeri di Alan Ford; e una a Pisa, all’inizio di Borgo Stretto poco oltre il Ponte di Mezzo (ok, ce n’erano due: la mia, spalle al ponte, era quella a sinistra), ove recuperavo i Dylan Dog Collection Book per mio padre. Però, per la mia esperienza, erano eccezioni: l’edicolante poteva sviluppare una certa confidenza con i clienti, ma sotto un profilo strettamente professionale. In fondo, in un’edicola, si vendono tante di quelle cose…

Insomma, è in edicola che si avvicina il fumetto, si intraprende il primo cammino di scoperta di quel mondo. La porta di accesso è il fumetto seriale, con la sua ricerca di equilibrio fra conferma e conforto da una parte e sorpresa e aspettativa dall’altra. In quelle pubblicazioni senza fine, incontriamo le caratteristiche profonde della narrazione a fumetti; nell’età in cui tutto è nuovo, sviluppiamo sensibilità (e assuefazione?) a certi meccanismi e schemi, sia narrativi sia editoriali. E in edicola, tramite il fumetto seriale o periodico, si crea l’abitudine alla lettura, di cui una conseguenza è la difficoltà del distacco da una collana editoriale: quanti numeri di una testata abbiamo acquistato e letto semplicemente perché erano lì, sugli scaffali, dopo esserci ripromessi di non farlo perché le ultime uscite erano deludenti e ripetitive?
Negli anni scopriremo che quella seriale è solo una particolare tipologia e che, per quanto vasta e articolata (impossibile confondere Bonelli con Marvel! Qualunque complessità ci sia dietro, è un concetto evidente a sei anni), è ben lungi dall’esaurire le possibilità del linguaggio. Ma in edicola formiamo le basi. Se qualcuno vi dice che ha iniziato a leggere fumetti nella forma dei romanzi (o graphic novel che dir si voglia), potete scommettere che ha iniziato da adulto. E che si è perso un sacco di emozioni.

Il fumetto da edicola abituava a una pluralità di formati: topolino, bonellide, supereroico, giornaletto (Eura, ma anche Corriere dei Ragazzi).
Poi, quello stesso Bonelli che aveva creato uno standard di fatto iniziò a proporre albi di grande formato e nutritEdicola: la maledetta abitudine - scaffalia foliazione. Attenzione: non volumi di lusso (quelli erano ad esempio gli Asterix, e infatti mi vergognavo a chiederli ai miei e non li ho mai avuti), ma di pregio; da una parte solleticavano il lettore fedele, dall’altra realizzavano la ricerca di un grande respiro narrativo, della bellezza e ricchezza grafica. In quegli albi l’autore è esplicitamente alla pari con il personaggio: è la possibilità di vedere il fumetto come creazione autoriale. Attenzione: realizzare l’importanza dell’autore rispetto al personaggio è un passo fondamentale nel modo di vedere l’opera.
L’importanza che i nomi degli autori hanno assunto nel tempo nel fumetto seriale testimonia, in questo senso, l’evoluzione del lettore
. Ecco quindi gli albi annuali, partendo con Tex, poi Martyn Mystère, Dylan Dog, Nathan Never. Anche l’Eura propose in grande formato, oltretutto cartonato, molte serie che aveva presentato nei suoi settimanali spillati, Lanciostory (che iniziò con adattamenti a fumetti di personaggi dei fotoromanzi Lancio!) e Skorpio, dove regnava il fumetto sudamericano.

E poi, ecco l‘ondata del Sol-levante, che dagli anni ‘80 sostanzialmente egemonizza il pubblico adolescenziale, maschile e femminile. Adolescenti e ragazze, già. Il successo dei manga fu cartina di tornasole, eccitante e sbalorditiva, del fatto clamoroso che non c’erano fumetti per loro. Davvero: a pensarci sembra ancora assurdo. In edicola trovavamo prodotti per bambini e per maschi adulti. Chissà perché non c’avevamo pensato, a quel bacino di lettori; chissà perché non eravamo stati capaci di produrre fumetto che conquistasse quell’enorme gruppo di lettori. Le conseguenze di quella mancanza sono tuttora visibili nell’assortimento delle edicole.

Per mettere in relazione la ricchezza delle proposte da edicola e la fortuna del fumetto servirebbero molti dati: tirature e vendite, innanzitutto, ma anche fatturati e utili delle case editrici e, perché no, guadagni degli autori. E tutto questo, ovviamente, nel tempo. Perché è l’insieme di quei dati nel tempo che può dirci qualcosa sulla sostenibilità del fumetto come attività economica e come mestiere e sulle abitudini di lettura. In assenza di questi dati, restano ragionamenti. Nel limite in cui il lettore di fumetti nasce come lettore di fumetti da edicola, è ragionevole pensare che la penuria, quantitativa e qualitativa, dell’offerta di quel canale deprima la formazione di lettori. Una proposta omogenea fornisce pochi stimoli, non dà idea della ricchezza del linguaggio, sclerotizza il gusto. In quest’ottica, gli ultimi anni sono stati ricchi e ottimisti, con iniziative che hanno arricchito la varietà dell’edicola. Innanzitutto Bonelli, che con i romanzi a fumetti a cadenza semestrale, le miniserie a dodici e diciotto uscite e l’ultima nata, la collana Storie, ha deciso di declinare il fumetto d’avventura su progetti di durata finita. Star Comics, che ha puntato sulla varietà tematica e di atmosfere e sulla promozione di nuovi autori. O riproposizioni e adattamenti di opere straniere (GP Publishing, Edizioni Cosmo, Aura, nel formato maggiore – e forse carta peggiore).

La pluralità di proposte in edicola ha poi avuto un picco grazie ad alcune iniziative editoriali promosse da periodici, che proponevano opere classiche, disponibili eventualmente solo in altri circuiti (sì, questi circuiti appartengono a un’altra storia).Edicola: la maledetta abitudine - 0_standard
Culturalmente meritoria, tutt’oggi non esiste analisi ragionata dell’effetto di queste iniziative sul bacino di lettori di fumetto. Quanti non lettori di fumetti, o lettori di fumetti seriali hanno passato il fossato e sono diventati appassionati di fumetto non seriale? O, avendo scoperto la ricchezza e la storia di personaggi che conoscevano per le loro gesta correnti, si sono messi in cerca delle loro avventure del passato, quelle storiche e importanti (chiedendosi: perché sono importanti?, perché quelle e non altre)?

Sempre restando sul vago terreno delle impressioni, il passaggio appare assolutamente non banale. Quei fumetti, quel mondo di cui quelle iniziative parlavano diffusamente e con grande capacità divulgativa e affabulatoria, infatti, non si trova nelle edicole. Già, perché l’edicola propone il presente e non conserva il passato. Un albo rimane a disposizione per un tempo pari alla propria periodicità: una settimana, un mese, due mesi. E poi scompare.
Perso sul momento, perso per sempre.
Quegli albi di cui si è scoperto esistenza e importanza si trovano in un altro universo. Distante. Che può incutere un po’ di imbarazzo e soggezione. Anche perché non è scontato sia sottocasa, né che ce ne sia manifestazione nel proprio paesino.
È l’universo delle fumetterie.
Ma questa è un’altra storia.


Note:
  1. Il dato non è banale da recuperare. Cercando in rete ho trovato citate cifre fra 30.000 e 36.000. Paradossalmente il risultato più interessante della ricerca è stata la constatazione della difficoltà di trovare cifre attendibili. 

  2. La liberalizzazione attualmente in discussione potrebbe portare mutamenti profondi in questa rete, ma non è argomento di queste riflessioni. 

  3. Ringrazio Andrea Mazzotta per aver rivangato questa mia personale vergogna. 

1 Commento

  1. alessandro cesaris

    Splendido articolo, ricchissimo di spunti di riflessione.
    Personalmente ho seguito da bambino il percorso classico di avvicinamento e passione per i fumetti seriali da edicola, ho poi accantonato quasi del tutto quel mondo durante l’adolescenza, per riscoprirlo nella forma della grafic novel all’alba dei quarant’anni grazie alle iniziative editoriali legate ai quotidiani: prima i classici e la serie oro di Repubblica, poi le serie Marvel di Rcs. Iniziative queste ultime fondamentali per permettere di entrare con consapevolezza in continuity narrative, che senza una guida editoriale, si presentavano come moloch disorientanti.

    Ora sono felice: ho la possibilità di pescare in un mare di racconti del passato raccolti in goduriosi formati grafic novel e contemporaneamente seguire le serie periodiche con i loro emozionanti riti di attesa, uscite, ritardi, sorprese, delusioni.

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