Recensioni di singoli fumetti, serie o saghe.

Le Storie #2 – La redenzione del samurai di Recchioni e Accardi

La storia di e che segna il secondo appuntamento con Le Storie è, per dichiarazione di intenti, un “chambara”, classica avventura di samurai della narrativa giapponese, un filone assai prolifico e tradizionale nel cinema, nel fumetto e nella letteratura.
Siamo nell’epoca Edo, molto sommariamente chiamato “medioevo giapponese”, un lungo periodo feudale in cui il paese del sol levante era suddiviso in numerosi domini governati da signori locali, serviti e protetti dai samurai; similmente a quanto succedeva in Europa con le nobiltà locali e gli ordini cavallereschi, da cui l’ovvio il paragone col medioevo.

Piccolo preambolo allo scenario ben delineato dal racconto di Recchioni, il quale si dimostra abile a calare il lettore in un contesto per certi versi famoso anche da noi (chiunque conosce i samurai), ma non di ovvia comprensione a tutti nei suoi dettagli. La storia non necessita quindi di particolari introduzioni storiche, ma solo di qualche nota per definire alcuni termini e non soffre alcun rallentamento, portando immediatamente il lettore di fronte a un giovane samurai costretto a servire il proprio daimyo (il signore locale) anche quando questi gli ordina di trovare e uccidere il proprio maestro, reo di non aver seguito ciecamente gli ordini imposti e di essere sparito. Tetsuo intraprende quindi un breve viaggio che lo porta ad accorgersi dei soprusi in atto nel territorio del suo daimyo e lo spinge a difendere l’onore e la giustizia senza compromessi.

 

Il racconto si muove lineare, con un solo flashback; ogni attimo risulta essenziale, i personaggi mancano probabilmente di una maggiore introduzione e caratterizzazione, ma ciò è compensato in parte dal fatto che siano per lo più stereotipi, facilmente comprensibili al pubblico italiano, come il sensei e il suo alievo; oltre ad alcuni riferimenti meno palesi, come la figura del cieco, citazione di Zatoichi, personaggio reso famoso da Takeshi Kitano col suo film del 2003, ma già assai celebre in Giappone grazie a diversi film e una serie televisiva, che risulta una figura, sì mitologica, ma forse per certi versi poco inserita nel contesto, palesemente funzionale solo a strizzare l’occhio a certi lettori, ma distinta da una caratterizzazione piuttosto prevedibile.

Il ritmo della narrazione è l’aspetto meno ovvio per il lettore avvezzo al fumetto d’avventura nostrano; la cadenza qui segue i tempi tipici del narrare giapponese, che molto approssimativamente potrebbe essere accostato genericamente al manga. In realtà è forse più il cinema a rappresentare un modello per Recchioni e Accardi, o perlomeno quell’uso dei tempi proprio del cinema giapponese, quell’alternarsi di pieni e vuoti, piano e forte, silenzio e azione.


Come nei fumetti giapponesi in edizione italiana una pagina avverte del diverso senso di lettura, ne La Redenzione del Samurai servirebbe quasi una pagina per avvertire: leggere con lentezza. 
Perché, di fatto, i due autori indugiano in vignette e tavole silenziose, contemplative, ma senza risparmiarsi poi in sveltezza e violenza quando si assiste ai duelli tra samurai. La buona riuscita di questo equilibrio è merito certamente di entrambi, perché appare fondamentale la determinazione di Accardi a costruire tavole di incredibile dettaglio, ricche di inquadrature mai banali. Il disegnatore vuole rapire l’occhio del lettore attento e fargli leggere ciò che non è scritto; un’impresa ardua e coraggiosa se si pensa allo stile didascalico che distingue l’avventura bonelliana.

I testi rappresentano forse l’aspetto più discutibile. Si nota evidente una volontà di mantenere un tono ricercato, formale, talvolta si sfiora la poesia, l’haiku, quando il protagonista da solo viaggia e osserva il paesaggio commentandolo. Ma di fatto il linguaggio nel caso dei nobili rasenta più l’ingessato italiano datato di Tex che un linguaggio solenne, aulico di un ceto elevato; poi, nelle scene d’azione, si vede calare qualche battuta a effetto o dei botta e risposta, figli della sovraesposizione a certo cinema americano di largo consumo, non troppo adatti alla riflessività di uomini di spada nipponici.

A uno sguardo poco accorto le ambientazioni possono suggerire una similitudine col fumetto giapponese anche nella forma, non solo nei luoghi; in realtà, vero che nel fumetto nipponico esiste l’onomatopea del silenzio, ma anche questo indugiare in vignette silenziose, a ben vedere, più che creare una similitudine col manga evidenzia invece la cinematograficità di questo racconto, che poco ha a che fare con la trasversalità tipica del movimento noto come manga occidentale o global manga. 
Se proprio si cerca un accostamento a un altro fumetto per il lavoro grafico di queste pagine, per cura del dettaglio e ambientazione viene in mente Vagabond di Takehiko Inoue; ma sarebbe riduttivo insistere troppo sulle eventuali influenze, specie giapponesi, quando si parla di Accardi che padroneggia da anni ambientazioni orientali e ha abbondantemente metabolizzato con personalità certe tecniche da tempo, lavorando a stretto contatto col fumetto giapponese (meravigliosi i suoi lettering ai tempi di Granata Press).

La costruzione della tavola in La Redenzione del Samurai – per la maggior parte delle pagine – è di fatto non dissimile allo standard di un Tex, solo in pochi casi si ingrandiscono particolarmente le vignette; salta all’occhio una splash page, di rado le figure escono dal contorno della vignetta e in una sola sequenza, un flashback, sono utilizzati i retini. Giusto per distinguere ulteriormente tra la forma del nostro fumetto italiano, qui ben applicata, e gli standard del manga.


Recchioni ha osservato e compreso Kurosawa e il cinema della tradizione giapponese, e li ha assimilati e compressi in uno “spaghetti-chambara”, un racconto d’avventura veloce, che non eccede in citazionismi, pop al punto giusto, ma anche carico di qualche buon momento ricco di pathos.

Abbiamo parlato di:
Le Storie #2 – La Redenzione del Samurai
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Sergio Bonelli Editore, novembre 2012
114 Pagine, brossurato, bianco e nero – € 3,50
ISBN: 977228100800620002

3 comments

  1. Luca Angelo Spallone

    Sono d’accordo su tutto, solo non ho colto tanto l’espressione “quell’uso dei tempi proprio del cinema giapponese, quell’alternarsi di pieni e vuoti, piano e forte, silenzio e azione”, e anche il riferimento a kurosawa del finale. Forse qualche esempio più specifico riferito a film o sequenze particolari avrebbe aiutato…

    • Grazie del commento, Luca.
      Riguardo al ritmo, ne parlo. Si tratta della presenza sì di scene di azione, ma anche di molti passaggi silenziosi, da leggere lentamente, come dicevo.
      Kurosawa è maestro di quel genere, lo cito lui stesso come esempio più chiaro in occidente di quelle tematiche.

  2. i testi non sono discutibili, io direi elementari, più adatti ad un cartone animato per bambini. persino nel piccolo Sasuke gli episodi erano più complessi. banalità della storia e disegni sopravvalutati. di cinematografico cè ben poco , i disegni d’azione sono spesso troppo statici,e non parlo di quelli statici per scelta. lineare preciso descrittivo, ma poca emozione da questi disegni. pazienza